Altri Animali

La guerra in Iran dall’aggressione degli Stati Uniti di fine febbraio va ormai avanti da tre mesi, la marina israeliana ha nuovamente fermato in acque internazionali imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, a Washington proseguono le negoziazioni tra Libano e Israele così come, però, i bombardamenti, in barba al cessate il fuoco, a Nabatieh, Tiro e Sidone.
La situazione in quello che in Europa viene ancora definito Medio Oriente è, insomma, complicata e precaria. Per cercare di farmi un’idea più chiara lo scorso mese sono andato ad alcune delle proiezioni organizzate al Metro Kinokulturhaus di Vienna dal WAFF, il West Asian Film Festival, che in quattro giorni ha presentato dodici tra film e documentari provenienti da Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Libano, Gaza, Rojava e Rojhelat.
Qualche tempo dopo, sono riuscito a incontrare i due fondatori del festival: Zahra Khorshidi e Ramón Reichert.
Ramón Reichert, nato a Graz, è teorico dei media e insegna all’Università di Arti Applicate a Vienna. Zahra Khorshidi è di Teheran, dove ha studiato Pittura prima di trasferirsi nel 2013 a Vienna per continuare gli studi. Insegniamo nella stessa scuola, io italiano, lei arte.

Zahra, nonostante la scuola e gli altri progetti, continui a dipingere?

Z: Sì, continuo a dedicarmi principalmente alla pittura. Devo continuare a dipingere, qualunque cosa accada. È come un bisogno. In qualche modo la pittura mi mostra quale strada devo percorrere.
Molti dei miei progetti sono un punto di incontro tra arte e attivismo. Prima del WAFF, dopo la nascita del movimento Woman, Life, Freedom, insieme alla drammaturga Mahsa Asgari ho organizzato un progetto sulla resistenza delle donne dall’inizio del Novecento ai giorni nostri, mescolando ricerca storica, foto, video e scrittura poetica.
Un altro progetto, più specifico, si concentrava sulla resistenza delle donne nelle carceri iraniane. Dallo spazio privato e intimo alla conquista per la prima volta dopo la rivoluzione di uno spazio pubblico tutto loro. Cosa succede quando questo spazio viene nuovamente limitato? Quali strategie di resistenza adottano queste donne? I famigliari o gli amici registrano le chiamate dal carcere: le donne cantano, leggono ciò che hanno scritto durante la detenzione e queste registrazioni vengono poi diffuse sui social…
Nella mia pittura mi occupo da sempre di corpi femminili e spazio. Dopo Woman, Life, Freedom è cambiato qualcosa, però, nel senso che questi corpi sono diventati delle creature ibride, mescolate con elementi animali o naturali.
Per me la pittura è anche una sorta di elaborazione di questo trauma collettivo che riguarda le donne da generazioni, in particolare quelle iraniane. All’inizio credevo che stare a Vienna mi avrebbe sollevata dal peso delle mie origini, ma col tempo mi sono resa conto che questo non è possibile: tutto ciò che succede in Iran ha un effetto anche su di me, ovunque io sia. D’altronde i miei genitori e uno dei miei fratelli vivono ancora a Teheran.

Da dove nasce dunque l’idea di fondare il West Asian Film Festival?

Z: Con Ramón ci siamo sempre interessati al cinema iraniano, lui ci aveva lavorato anche prima di conoscermi e lo aveva inserito anche nei suoi corsi all’università. Ma abbiamo sempre pensato che l’Iran da solo non bastasse. Volevamo fare qualcosa che cercasse di rappresentare tutta questa area, perché ci sono tante somiglianze tra i suoi paesi: vivono problemi analoghi e anche il modo in cui raccontano le loro storie personali si somiglia.

R: Abbiamo cercato di creare un festival che si distinguesse dagli altri, fortemente incentrati sulle cinematografie nazionali: il cinema persiano, il cinema iraniano e così via. A livello mondiale ci sono pochissimi tentativi di pensare oltre la regione e di mettere in discussione le relazioni comuni del cinema come importante mezzo di comprensione culturale. Non si tratta solo di un festival dedicato all’estetica dell’espressione cinematografica, ma cerca anche di costituire una piattaforma che sia oltre che culturale anche politica. In particolare per le donne. È un festival cinematografico intersezionale che tematizza le donne come un soggetto politico che ha sempre a che fare con l’oppressione, lo sfruttamento e l’emarginazione.

Z: Volevamo tematizzare anche la decolonizzazione. Per questo abbiamo chiamato il festival “West Asian” e non “Middle East”, che è tanto comune quanto portatore di un retaggio coloniale. I film che abbiamo cercato sull’Iran erano quattro, ma uno, Divine Comedy, parla di un turco che vive in Iran e della questione linguistica. La lingua è un tema, perché in Iran tutti devono parlare persiano e chi ha come lingua madre il turco, il curdo, l’arabo e così via, non sempre può praticarla. Un altro film, All The Mountains Give, parla dei curdi emarginati al confine tra Iran e Iraq. Quindi anche in Iran esistono questi approcci coloniali e decoloniali. Era molto importante per noi non mostrare sempre film provenienti da Teheran o altre grandi città.

R: Questo elemento coloniale è un’esperienza che si manifesta anche quando si lascia il Paese. The Virgin and the Child tratta dell’emarginazione di una donna yazida nella società in cui è cresciuta e di come questa si riproduca anche quando lascia il paese: sperimenta ancora una volta una sorta di alienazione, di estraneità, in un paese in cui fugge. Lo stesso vale per altri film, come Little Syria: la regista lascia la Siria, va in Germania e lì viene emarginata. È una doppia emarginazione che abbiamo cercato di rendere visibile. Perché molti di questi registi sono cresciuti nel loro paese, hanno dovuto lasciarlo e descrivono questo doppio dolore, questa sensazione di non arrivare mai a destinazione. Né nel loro paese d’origine né nel paese in cui si sono trasferiti.

Foto di Negin Rezaei

Com’è stata l’accoglienza della città di Vienna? Avete riscontrato delle difficoltà organizzative, legate magari a qualche film in particolare? O anche all’interno della stessa comunità della diaspora?

R: Inizialmente abbiamo cercato di mettere Gaza al centro. La mia impressione è che, senza fare nomi, alcuni enti finanziatori a livello nazionale abbiano ritenuto questo aspetto problematico e non abbiano sostenuto il nostro progetto.
È sicuramente un tema delicato, e questo non si riscontra solo nei finanziatori statali o comunali, ma anche nei contatti con gli sponsor privati. Per la prima edizione del nostro festival, non siamo riusciti a trovarne. Nessuno vuole essere associato a questa regione così conflittuale. Non è attraente o commercialmente interessante.
E ora ne abbiamo preso atto. Ci siamo quindi rimboccati le maniche e abbiamo creato una rete insieme ad altre comunità grazie alla cui forza ed energia il festival è stato reso possibile. E siamo molto orgogliosi di essere riusciti a mettere in piedi un festival cinematografico con un budget molto limitato.

Nella scelta dei film avete voluto dare spazio ad alcune narrazioni secondo voi sottorappresentate in occidente?

Z: Quando si parla di cinema iraniano, tutti conoscono nomi come Kiarostami, Panahi e così via. Abbiamo pensato avessero già le loro piattaforme. Per noi era molto importante che le donne e le minoranze avessero uno spazio. Molti dei film sono, infatti, di registe donne, la cui cifra stilistica è questa narrazione soggettiva ricca di immagini e video d’archivio. Il fatto che in culture diverse, che si tratti dell’Iran, della Siria o del Libano, dove la vita è influenzata enormemente dagli eventi politici, a un certo punto nei film comparissero queste foto o video d’infanzia è diventato per noi un filo conduttore da seguire.

R: Per noi era particolarmente importante, a differenza della copertura mediatica occidentale, mettere in primo piano l’aspetto dell’emancipazione e dell’autodeterminazione. Non su un piano fittizio e astratto, ma su uno documentaristico, che rende visibile la realtà quotidiana delle persone coinvolte nelle rispettive società. Per questo abbiamo aperto con Cutting Through Rocks, che avevamo selezionato prima che venisse portato agli Oscar. È qualcosa di inimmaginabile in Occidente: che in Iran, in questa società estremamente repressiva, patriarcale, violenta e priva di diritti, una donna diventi sindaco, si imponga sugli uomini. E, di conseguenza, cosa importante anche per noi, è chiarire in che misura il documentario possa trasmettere una narrazione così densa. Non era solo un film interessante dal punto di vista politico, sull’autoaffermazione, ma anche dal punto di vista tecnico. È stato realizzato in otto anni. Se i membri della troupe non avessero investito la loro vita in questo progetto e non avessero accompagnato le protagoniste, questo film non sarebbe mai nato. Molti film sono stati realizzati in questo modo: anni di lavoro preparatorio e di coinvolgimento.
In All The Mountains Give,ad esempio, trascorrono sei anni dalla prima all’ultima ripresa. Si ha la sensazione che la telecamera non sia affatto presente, ma piuttosto integrata nell’azione, coinvolta in una pratica sociale.
O Shot The Voice Of Freedom dall’Afghanistan: un film unico, un incredibile documento su una donna che, nell’attuale società talebana, organizza proteste femminili e le filma con il suo cellulare: che atto eroico e coraggioso esporsi a questo regime repressivo. Quando abbiamo visto il film, ci è stato subito chiaro che doveva entrare nel programma e che si adattava molto bene agli altri approcci che, dal nostro punto di vista, erano estremamente radicali.

Z: Da iraniana non conoscevo la storia Sara Shahverdi di Cutting Through Rocks. Sapevo delle difficoltà dei curdi o dei baluchi, ma lo so solo da quando ci sono i social media; prima non ne sapevo nulla. Sono nata in Iran e ci sono cresciuta. Non sapevo di questi problemi che i curdi e i baluchi vivono in Iran fino all’arrivo dei social media, perché non ho mai visto nulla su di loro in televisione o da nessuna parte. Molte giovani iraniane, dopo la proiezione, sono venute da me per ringraziarmi: per loro è stata una sorta di educazione.

Foto di Hannaneh Heydari

Il film Divine Comedy segue le vicende di un regista alle prese con la censura nel proprio Paese, l’Iran. Che ruolo gioca l’arte, in questo caso il cinema, nello smascheramento delle contraddizioni di un paese?

R: Abbiamo scelto Divine Comedy perché propone un punto di vista alternativo alla stereotipata immagine della vittima tanto cara alle aspettative occidentali. È un film ironico e satirico che chiarisce anche che, se si vuole essere culturalmente attivi in condizioni estreme, non si deve comunque perdere il senso dell’umorismo.

È anche un film molto italiano che cita il cinema di Nanni Moretti. Per me vederlo è stato una sorta di shock culturale: era come vedere un Caro diario ambientato in Iran…

R: Ci sono molti riferimenti. Ali Asgari, il regista, ne ha molti, come si vede nel film: il cinema francese, la Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard, ma anche Woody Allen. E naturalmente anche a Nanni Moretti, con la sua meta-autoironia. In questo contesto, ci è piaciuto molto rendere visibile qui una variante completamente nuova nel cinema iraniano.
L’altro tema, come hai accennato, è la censura. Negli ultimi anni abbiamo osservato un cambiamento nel cinema iraniano: alcuni registi rinunciano a sottoporre i loro film all’autorità di censura, che dovrebbe autorizzarne la distribuzione. Molti film vengono realizzati con mezzi semplici: cellulari, fotocamere digitali, al riparo dell’oscurità, in spazi alternativi, senza che nessuno lo sappia. Da un lato, è un limite l’assenza di sostegno, l’impossibilità di proiettare il frutto del proprio lavoro. Dall’altro lato, però, questa repressione offre anche molta libertà per il regista, che può agire senza rendere conto a nessuno. E può essere sovversivo. Sapendo che contrabbanderà questi film in Europa tramite canali digitali, ha libertà artistiche e politiche che prima non c’erano.

Z: L’anno scorso abbiamo intervistato Mohammad Rasoulof. Guardando i suoi film, ha ammesso, si nota che ha realizzato opere che affrontano temi politici, ma attraverso immagini e narrazioni metaforiche. Anche nella letteratura un tempo era così: le poesie iraniane sono piene di metafore, di immagini simboliche, che affrontano temi politici indirettamente.
A un certo punto, però, alcuni registi hanno iniziato a rompere questa linea. Poco prima di Women, Life, Freedom, i giovani hanno iniziato a girare film semplicemente senza autorizzazione, affrontando in totale libertà temi che erano sempre stati proibiti: la musica, il sesso, l’alcol. E Divine Comedy questo lo tematizza perfettamente, così come sottolinea quanto, nonostante il successo all’estero, sia fondamentale per il regista che il film sia accessibile al pubblico anche in Iran.

A questo riguardo, credete che i film di questi paesi per godere di una buona distribuzione debbano in questo momento storico essere prettamente “politici”?

Z: Il regime iraniano sostiene che alcuni film vogliono mostrare il paese in una luce negativa. Il regime vuole sempre film, come si vede anche in Divine Comedy, che siano allegri, spensierati o superficiali: sono questi a ricevere un budget consistente e funzionare come strumento di propaganda. Ma di quale tema deve parlare un regista indipendente? All’annuncio delle date del festival ci è arrivato un commento su Instagram: «Non vedo l’ora del festival, ma spero che non venga mostrata ancora una volta la sofferenza di questa regione per un pubblico europeo».
E mi chiedo: siamo in guerra, ci sono repressioni, morti, detenzioni. Se non si affrontano questi temi, allora si diventa film di propaganda del regime. My Favorite Cake parla di una donna anziana che vive da sola e cerca l’amore: vuole conoscere un uomo, che di per sé non è un tema politico. Potrebbe essere ambientata ovunque una storia che comincia così; ma poi certe esperienze della sua vita quotidiana, anche le più piccole, come il fatto che beva vino a casa con un uomo e balli con lui, si fanno politiche. Anche se nel film si mostrano temi quotidiani sono tutti politici, perché tutto nella nostra vita privata è politico. Il tuo corpo è politico, quello che bevi, quello che indossi, quello che dici, quello che canti, è tutto politico. Lo diventa. La domanda è: come mostriamo questa sofferenza? Proprio per questo Divine Comedy è così interessante, perché declina queste tematiche attraverso l’ironia iraniana.

R: Bisogna anche rendersi conto che il cinema non rimane mai immutato. Cambia insieme alla società. Risponde sempre alle sue questioni scottanti. Anche in Iran ci sono stati periodi tranquilli. E poi ci sono periodi estremamente impegnativi per i registi, perché l’orrore, la violenza, il terrore non sono affatto facili da tradurre in immagini. È una sfida enorme anche solo trovare un linguaggio per descriverli. Non esiste una poesia dopo Auschwitz, no?
L’altro aspetto emerso chiaramente in questo festival è che, pur esistendo molti punti in comune, vi sono anche grandi differenze. Ogni società ha vissuto esperienze diverse negli ultimi decenni, si pensi a We Never Left di Loulwa Khoury. Non è possibile fare paragoni: si tratta di una situazione del tutto particolare, che esiste solo in Libano. Un’esperienza di guerra ininterrotta che dura da decenni. I libanesi in diaspora sono il doppio di quelli che vivono nel Paese. È insopportabile. E in questo contesto non posso certo pensare di realizzare un film che rassicuri il pubblico europeo e sia piacevole o crei una zona di comfort, ma è, per così dire, una responsabilità da parte del regista rappresentare questa situazione e la lacerazione che comporta dover lasciare il Paese e volerci tornare.
È molto importante che questi film creino spazi di risonanza in Occidente per rafforzare la posizione delle persone che ci lavorano sia all’esterno che all’interno del paese. In questo senso, siamo dei testimoni e possiamo contribuire a rafforzare in modo sostenibile la posizione degli artisti.

Foto di Hannaneh Heydari

Il Festival, attraverso panel e letture, ha dato spazio anche a momenti di confronto, il cui tema principale era la resistenza con un focus sul femminismo e sulla diaspora. In quanto donna nata a Teheran, Zahra, quanto è importante secondo te creare spazi di aggregazione come il vostro festival anche all’estero?

Z: Credo che sia una necessità. Tutto ciò che accade in questa regione non è un caso isolato. L’Asia occidentale è una regione su cui le culture occidentali hanno avuto un’influenza in passato. Cento anni fa a Losanna alcuni paesi si sono riuniti e hanno tracciato un confine diverso in questa regione, a causa del quale i curdi, da un giorno all’altro, si sono ritrovati divisi: una parte in Iraq, una in Siria e un’altra in Turchia. Che trauma, che tragedia ha causato l’Occidente. E naturalmente ne subiamo le conseguenze ancora oggi. Anche la guerra, gli interventi sul petrolio e sul gas, ci ritroviamo a essere tutti responsabili. È assurdo, ma reale: molti di coloro che vivono nella diaspora si ritrovano a pagare tasse che finanziano il bombardamento delle loro famiglie.
Da 120 anni l’Iran lotta in modo mirato, chiaro e documentato per la democrazia, ma ogni volta viene ostacolato dall’Occidente, dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e così via. Ogni volta che un movimento o un cambiamento va nella direzione della democrazia puntuale arriva un intervento da parte dell’Occidente. È ancora colonialismo, suffragato da questa idea di una supremazia bianca, che ambisce ad avere tutte le risorse per sé. Ed è nostro dovere sapere ciò che accade in questi paesi.
La diaspora deve trovare se stessa e definire la propria posizione. Sono a Vienna da dodici anni ormai. All’inizio non conoscevo nessuna donna iraniana qui. Adesso, invece, trovo molto importante che anche noi nella diaspora costruiamo le nostre piattaforme. Ho sempre letto testi del black feminism. Il resto del femminismo, all’inizio, escludeva questa corrente, che ha nel frattempo costruito i propri discorsi, un proprio vocabolario, una propria forma di azione e credo che dobbiamo farlo anche noi perché, in un certo senso, le persone dell’Asia occidentale non sono ancora definite. Non è necessario che lo siano, ma abbiamo bisogno di articolare un nostro discorso. Per noi non è sufficiente che siano gli altri a raccontare la nostra storia. Ecco perché trovo importanti spazi come questi, anche all’estero, che riducano le distanze per un femminismo globale, dove tutte le donne possano ascoltarsi a vicenda e imparare come costruire qualcosa insieme.

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