Come procede l’estate? Da buoni lettori, siamo sicuri che ovunque siate andati, abbiate portato un libro con voi in valigia, o spiegazzato dentro lo zaino. E che l’abbiate letto in spiaggia, lottando contro il vento che sfogliava le pagine al posto vostro; o che, leggendolo, l’abbiate inavvertitamente bagnato e pazientemente asciugato al sole; oppure che lo abbiate apprezzato col fresco autentico della montagna, o con quello artificiale del climatizzatore di casa vostra. Perché non esiste un viaggio senza una lettura, ma una lettura anche senza viaggio, eccome se esiste. E dunque, più che di consigli, questo è un articolo di condivisione: i cinque libri che la redazione di Altri Animali ha letto durante questa estate.
Margherita Contò: Acqua sporca, Nadeesha Uyangoda
Se per tanti l’estate è il momento delle letture leggere, dei romanzi cosiddetti “da spiaggia”, per molti altri le ferie sono l’occasione perfetta per dedicarsi finalmente a quelle opere che richiedono una certa quantità di energie mentali che magari in periodi più densamente lavorativi si fatica a trovare. Acqua sporca (Einaudi 2025, l’esordio narrativo di Nadeesha Uyangoda, già nota nella saggistica per L’unica persona nera nella stanza) è decisamente consigliato per chi appartiene a questa seconda categoria.
Si tratta di un libro ricco, sfaccettato, che non ha paura di confondere e di chiedere al lettore di dedicare la sua piena attenzione. Gli elementi portanti sono quelli di una saga familiare: quattro donne, quattro vite esplorate in un racconto corale che spazia attraverso gli anni e si divide tra due paesi, Sri Lanka e Italia. I temi sono molteplici: dalla memoria al potere, dall’identità individuale al desiderio di appartenenza culturale. I fatti spesso si alternano in maniera non lineare, ed elementi mistici si mescolano ad una concretezza cruda e clinica. L’analisi si destreggia tra temi universali e interiorità personale delle protagoniste.
Come suggerisce il titolo, Uyangoda sceglie deliberatamente di muoversi in acque torbide, senza offrire risposte semplici o valutazioni morali nette, e tutto è raccontato, per citare il commento di Vincenzo Latronico, con “uno sguardo […] ricco di compassione ma privo di pietà”.
Sara Cardona: La chiave di Berlino, Vincenzo Latronico
Settembre ci riporterà ad appartamenti d’aria ferma da cambiare. Nell’estate che resta, leggere questo breve saggio narrativo può essere un modo per levigare lo spigoloso spaesamento da rientro. Ne La chiave di Berlino, Vincenzo Latronico ci consegna una lucida riflessione su cosa significhi lasciare la provincia d’infanzia per andare lontano. Lo fa raccontando il tentativo di cercare altrove spazi, tempi e modi per sollevare una postura, se non proprio definitiva, perlomeno stabile. Più brevemente: crescere. Il memoir-saggio si muove dentro Berlino, che qui non è solo un contenitore, ma vero e proprio materiale costitutivo. Negli anni la città cambia, così come cambia la postura di chi la abita e, poiché le trasformazioni di Berlino sono quelle di tante altre capitali europee, il connubio luogo-postura si presta bene al caso più generale dei fuorisede d’Europa che, nel passaggio dai venti ai quarant’anni, stringono addosso la sacrosanta indecisione tra rimanere dentro o fuori – come se fosse poi chiaro cosa si considera ancora dentro e ciò che oramai è fuori. Perché, come ben fa notare Latronico: «Questo spaesamento, questo senso di vuoto, mi sembra estremamente diffuso fra i miei amici e conoscenti, in Italia o a Berlino […]. Ne incolpiamo la gentrificazione, che infatti è un tema ossessivo per i miei coetanei […]. Ma più ci penso più ho l’impressione che la città sia solo uno dei campi di gioco di un fenomeno molto più vasto e pervasivo, epocale».
Per approfondire: Se il tema del rapporto tra identità e spazio urbano vi affascina, la rivista Apolide ne ha fatto un vero e proprio campo d’indagine nella sua rubrica Urbanesimo. Vi consigliamo di recuperare i pezzi usciti tra marzo e luglio di quest’anno.
Marco Bonomo: Stella distante, Roberto Bolaño
Bolaño in purezza. E quindi poesia e mistero, ambiguità e verità, ricerca e illusione, politica e storia. E un finale sospeso, perché forse non è sempre necessario risolvere, specialmente quando la soluzione è sempre stata lì. La poetica del doppio impersonata dal protagonista e dal suo alias – Carlos Wieder e Alberto Ruiz-Tagle – è il fulcro di una storia che ci mette di fronte a diversi bivi: la bellezza può convivere con la morte? Dei versi scritti nel cielo possono nascere da uno strumento di guerra? La poesia può esistere nella malvagità?
Bolaño non dà la soluzione. Fa sì che il lettore la veda germogliare dentro di sé, mentre si interroga sulla sparizione di quel personaggio, sulla morte di quell’altro, sulla fame di verità e giustizia di quell’altro, sulla spasmodica ricerca di quell’altro ancora. Meteore che contrariamente alla loro essenza, lasciano il segno perché collocate in un preciso segmento di storia: gli anni del golpe cileno.
Antonella Angelini: Tre poesie, Hannah Sullivan
«[…] Te ne vai in giro / per i soliti angoli di strada, fumando, con i gomiti sottili, / affacciandoti lungo i viali in un abito verde lime / con un braccio alzato, in attesa di invecchiare.»
In estate, è notorio, non succede niente. Si lascia che le cose ci crescano addosso o, in qualche modo, si spera che accada: che il tempo delle giornate lunghe prenda finalmente sul serio il suo compito di farci invecchiare, senza chiederci cosa farne di quello che succede. Il corpo fa cose – gode, si rade, si ubriaca, mangia, si lascia toccare e tocca. È questa materia vischiosa che si attacca ai versi di Hannah Sullivan: l’invecchiare si perde tra un gesto e l’altro, e c’è qualcosa di postumo nel volerne fare un evento che marchi una vita. Nei versi persiste lo sfiato del corpo, il tempo che vi passa attraverso mentre sembra non accadere niente. Così queste collose giornate di agosto.
Edoardo Sanzovo: La fine del mondo, Francesco Pecoraro
Seppur «l’uomo in cucina» – protagonista del nuovo libro di Francesco Pecoraro – non esca mai dalla sua nuova casa nell’«Ipotassi Cetomedioide», come è definito il quartiere Prati di Roma, La fine del mondo è un romanzo profondamente estivo. Com’è d’uopo per l’ozio dei mesi caldi (ormai caldissimi), al sedentarismo fisico del protagonista si contrappone un vivace ed energico nomadismo cerebrale che trascina il lettore nella mente di un uomo anziano, angosciato dalla morte, curioso, lucidissimo nel vivisezionare non solo il secolo scorso, ma anche l’epoca contemporanea, e soprattutto vulnerabile ai ricordi di un passato che ne ha decretato il fallimento. Tra gli svariati pannelli che compongono quest’opera priva di un vero intreccio molti sono dedicati ai trascorsi sull’«isola», bagnata dal mare Egeo, in compagnia di Kostas e dei pesci pescati dalla sua rete. È proprio nel pesce che il protagonista si identifica («forse non […] completamente […], ma solo con il suo essere mangiato») ed è solo dentro l’acqua che egli trova, temporaneamente, la pace anelata. Perché per sfuggire al timore di essere cosa morta, forse, occorre fingersi tale – sulla superficie del mare.


