«Fuggiremo e le cose non ci vedranno». Conversazione con Sara Vergari su Giovanna Sicari
L’opera di Giovanna Sicari torna a farsi ascoltare nella sua interezza con Tutte le poesie (Interno Poesia, 2026), a cura di Milo De Angelis e Sara Vergari.
«Fuggiremo e le cose non ci vedranno». Così scrive Giovanna Sicari in Corpo immobile (2004), l’ultima delle sette raccolte che compongono la sua opera poetica. Viene però da chiedersi che cosa resti di una voce quando la si ritrova e la si ascolta nella distanza. Tutte le poesie (Interno Poesia, 2026), il volume curato da Milo De Angelis e Sara Vergari, permette finalmente di accostarsi con una nitidezza inedita a una delle voci più forti, e forse non ancora pienamente ascoltate, della poesia italiana contemporanea.
In occasione dell’uscita del volume, abbiamo conversato con Sara Vergari della sua esperienza di curatrice e dell’opera di Sicari.
Da dove è nata l’esigenza di raccogliere tutte le poesie di Sicari? Si trattava di rendere nuovamente accessibili opere difficili da reperire, o sentivi anche che una lettura d’insieme potesse rivelare qualcosa di ancora inesplorato? Il lavoro sul volume ha cambiato il tuo modo di leggere la sua poesia?
Occupandomi dello studio e del recupero della poesia delle donne del Novecento mi sono imbattuta in quest’autrice ancora poco conosciuta, i cui versi avevano una potenza espressiva e un fuoco rari. Le sue raccolte, ad eccezione di Sigillo, pubblicato da Donzelli, erano pressoché irreperibili. Anche il volume dell’opera completa, edito da Empiria, era ormai fuori catalogo da tempo e difficile da trovare persino nelle biblioteche. Così è iniziato il mio lavoro, da questa necessità. Certamente la possibilità di una lettura d’insieme permette di dare un valore aggiunto all’interpretazione di una poetica complessa come quella di Sicari. Anche la mia interpretazione dell’autrice non è cambiata, ma si è ampliata grazie alla possibilità di accedere a documenti e testimonianze inedite.
C’è stato un testo, una variante o un gruppo di poesie che ti ha sorpresa durante il lavoro? Qualcosa che ti abbia portato a rivedere una scelta editoriale o a cambiare idea sull’opera?
Insieme a Milo De Angelis abbiamo pensato di fare delle variazioni rispetto alla disposizione delle raccolte operata nell’edizione di Empiria, valorizzando Nudo e misero tramonti l’umano e Roma della vigilia. A queste, infatti, è stato dato uno statuto autonomo, così com’era in principio, invece di essere collocate come sezioni di altre raccolte. Roma della vigilia è il breve gruppo di testi che ho scoperto veramente solo durante il lavoro di curatura e che mi ha permesso di comprendere la visione lacrimosa e mitica in cui Sicari colloca la giovinezza in questa città.
Stefano Massari ha proposto di leggere il corpo, nella poesia di Sicari, come una «funzione sintattica»: una forza che incide sulla frase, ne altera l’andamento e ne mette in discussione l’equilibrio. Ti convince questa interpretazione? Ci sono testi in cui questo rapporto tra corpo e lingua ti sembra particolarmente evidente?
Sicuramente si tratta di due temi centrali nell’opera di Sicari, che dunque incidono l’uno sull’altro. Da un lato c’è la volontà di una lingua nuova, che parli attraverso strutture diverse da quelle in uso, e che sceglie l’elemento del carnale per farlo; dall’altra, il corpo diviene lo strumento di indagine privilegiato, colui che sperimenta fino al sangue. In tal senso, corpo e lingua agiscono l’uno in funzione dell’altro in tutte le raccolte di Sicari, ma è sicuramente più visibile in Sigillo e in Epoca immobile.
Leggendo l’intera opera di Sicari, mi chiedo se cambi anche il modo in cui il tempo viene percepito attraverso il corpo. Hai riconosciuto una trasformazione in questo rapporto da una raccolta all’altra? Come descriveresti questo eventuale cambiamento?
Il discorso sul tempo viene avviato fin da subito, e costante è il rapporto con la morte. Tuttavia, la parola finale viene posta in Epoca immobile, che allude al tempo già nel titolo. Qui infatti il riferimento è sì alla Storia e agli eventi paralizzanti del Novecento, ma soprattutto diviene una risposta al senso ciclico della nostra esistenza. Di fronte all’inevitabilità della morte ciò che conta è il racconto, la parola poetica che dà nuovi e infiniti volti alla realtà, sfuggendo dunque a ogni fine.
La poesia di Sicari ha spesso un ritmo serrato, affidato a versi lunghi e a un movimento verbale che sembra non concedere tregua. Eppure, leggendo, ho talvolta l’impressione di cogliere un pensiero attraverso uno squarcio, come se entrassimo in un discorso già cominciato, destinato a proseguire oltre la fine del testo. Come leggi questa tensione tra il fluire del discorso e i confini della poesia?
Il verso di Sicari è volutamente traboccante, esce dalle pagine e dalla versificazione lasciando al lettore il compito di decifrarlo, esattamente come un oracolo. Continua a interrogarci, persino a tormentarci, perché implacabile e oscuro, affamato di vita e inafferrabile. Si crea così una tensione che priva la poesia di Sicari del classico lirismo per innescare meccanismi inediti.
C’è un aspetto della poesia di Sicari che, secondo te, è rimasto in ombra, o che la critica ha finito per leggere sempre nello stesso modo? Da quali testi partiresti per raccontare una Sicari diversa?
Giovanna Sicari è un’autrice, in realtà, ancora tutta da studiare, di cui si è detto molto poco a livello critico. Credo sarebbe molto importante uno studio che la inserisca nel contesto culturale del suo tempo, che la confronti con altri autori e autrici su temi quali il corpo, la lingua e lo stile. In altre parole, partirei dal domandarmi come poterla collocare in un ideale canone di poeti e poete, da cui certamente non potrebbe essere esclusa.
