Meglio pubblicare un libro che tradire un amico - Intervista a Barbi Marković
Abbiamo incontrato Barbi Marković a Vienna per parlare di elezioni in Serbia, remix di Thomas Bernhard, horror e fumetti italiani
Barbi Marković (1980) è una scrittrice serba che vive a Vienna, di recente pubblicata in Italia prima da Mercurio con la raccolta di racconti Minihorror (2025) – premiata alla Fiera del Libro di Lipsia – e poi da Voland con la novella Polvere di Piksi (2026).
In una calda sera di metà ottobre vado a una presentazione del suo ultimo libro Stehlen schimpfen spielen (2025) organizzata dalla biblioteca del distretto di Favoriten, dove abito. Arrivo un po’ in ritardo, prendo posto in una delle ultime file, in mano ho la mia edizione tedesca di Minihorror. Marković sta leggendo un brano del nuovo libro, il cui titolo in italiano suonerebbe “Rubare insultare giocare”. È tratto dalla prima parte dell’opera – quella sul rubare appunto – e racconta di quando, agli albori della sua carriera, ha remixato Camminare di Thomas Bernhard, trasformando il “gehen” del titolo originale in “ausgehen”, che significa uscire e sostituendo all’orrore della Vienna dell’autore austriaco quello della vita notturna della Belgrado postbellica. Il suo esordio è stato un plagio, ammette. Mi conquista subito, prendo il libro, ma decido che non basta. Finita la presentazione, sotto la dedica in cui sbaglia il mio nome, mi lascia la sua mail sul frontespizio del libro.
Fissiamo un’intervista per la settimana successiva. La incontro al Buchcafé Melange, una libreria nel quindicesimo distretto di Vienna. Mi aspetta seduta a un tavolino, davanti a lei un libro e il cellulare.
«Sono i giornali che mi chiedono commenti sulle elezioni in Serbia» mi dice indicando lo schermo che s’illumina. Sono trascorsi solo due giorni dalla vittoria della Studentska lista.
Parleremo anche di letteratura, ma vorrei partire proprio dalle elezioni. Sei nata a Belgrado, ma abiti a Vienna da ormai vent’anni. Oltre a una distanza generazionale con il motore delle prime proteste, gli studenti, vivi anche una distanza geografica. Qual è la tua opinione sul risultato delle elezioni e sulla lista?
È vero, c’è un divario generazionale. In un primo momento avevo temuto che la situazione potesse prendere una brutta piega. Aleggiava la paura che molti professori nazionalisti della vecchia scuola e sostenitori delle organizzazioni di destra avrebbero fatto la voce grossa. Poi invece, quando è uscita la lista, si è scoperto che al suo interno c’erano delle persone fantastiche e che le cose stavano virando nella giusta direzione. E allora mi sono sentita felice. Una di queste persone è una mia cugina, che è molto importante per il movimento ecologista a Belgrado. Ero felicissima e orgogliosa. A proposito delle mie paure riguardo a tutti questi nazionalisti e cose del genere, proprio lei mi ha detto che i tempi mi avevano superata. E sta proprio qui lo scarto generazionale.
Apparentemente, gli studenti hanno a cuore solo la metà di quelle cose che per me sono fondamentali. Un po’ di ideologia, l’opposizione alla guerra e a tutto ciò che può essere definito follia “grande-serba” – il fatto di schierarsi contro tutto questo per loro è un po’ secondario: vogliono semplicemente costruire una società migliore nel Paese, con istituzioni migliori e così via.
E sì, sono molto felice che finalmente si stia facendo qualcosa, perché la Serbia sta cadendo a pezzi. Gli edifici non reggono più. Serviva un cambiamento estremo.
Il fatto che abbiano fondato un movimento del genere, che non ha leader e nasce semplicemente dall’assemblea plenaria, è un miracolo. Anche un po’ misterioso, a dire il vero. Ma ne sono molto felice. E diciamo che lo sto osservando. Naturalmente alcune cose non sono del tutto chiare. Non sappiamo come andrà avanti, ma spero che mi sorprenda di nuovo in modo positivo.
Hai votato in ambasciata? Qui a Vienna hanno fatto il giro del web le foto e i video di queste lunghe code davanti ai seggi elettorali…
Sì, incredibile, c’era gente che ha aspettato anche sette ore. Io in qualche modo sono stata fortunata e sono riuscita a farmi strada fino in prima fila.
E lì una giovane studentessa mi ha raccontato che a chi fa parte del movimento è permesso apparire solo due volte davanti ai media. Non appena si comincia a farsi notare, si viene messi da parte per far posto ad altre persone. È davvero un movimento sorprendente. È emerso un nuovo modo di fare politica.
La politica è presente anche nel tuo ultimo libro pubblicato in Italia, Polvere di Piksi. Attraverso uno sport popolare, il calcio, parli…
…di me [ride, ndr].
…ma anche del disfacimento della Jugoslavia. Spostarti dalla scrivania dell’autrice agli sgangherati seggiolini di uno stadio ti ha aiutato ad affrontare un argomento così complesso?
Sì, non sapevo che mi sarei trovata a occuparmene. In realtà, non avevo affatto intenzione di scrivere un libro sul calcio, ma poi l’editore della collana mi ha più o meno costretta a farlo.
E allora ho iniziato a riflettere anche su ciò che è importante per me, perché, be’, alcuni degli eventi del libro sono autobiografici. Da bambina, ad esempio, andavo spesso allo stadio. Ho cercato di inserirlo in un contesto un po’ più ampio e ho fatto ricorso a un linguaggio da telecronista, e così, in un certo senso, il resto si è scritto da solo, perché alla fine di Argentina-Jugoslavia dei Mondiali di Italia ’90 il telecronista parlava già della fine della Jugoslavia, tutti piangevano e tutto era andato in fumo. Per me è stata una sorpresa aver scritto all’improvviso un libro jugonostalgico; scrivendo mi sono resa conto che si trattava di un tema luttuoso per me e, a quanto pare, per molte altre persone. È stato terapeutico. Ora, a posteriori, sono contenta di aver affrontato la questione in questo modo, altrimenti probabilmente non l’avrei fatto davvero, avrei semplicemente trascurato questa prima piccola, o grande, delusione politica della mia vita.
Attualmente hai due libri pubblicati in Italia. In Stehlen schimpfen spielen, da noi ancora inedito, parli dell’importanza che ha avuto per te il fumetto italiano Alan Ford, che definisci un capolavoro. Qual è il tuo rapporto con il nostro Paese e con la letteratura italiana, se ce n’è uno?
L’Italia… non saprei, al momento non ho un legame particolare: però le poche volte che ci sono stata ho percepito che avete una scena musicale e letteraria alternative davvero interessanti. Purtroppo però non so l’italiano, ma vedo che lì c’è vita e che culturalmente ci si potrebbe trovare bene, almeno questa è la mia sensazione; insomma, ho l’impressione che lì da voi si muova qualcosa e che non sia tutto morto.
I fumetti italiani in Jugoslavia venivano tutti tradotti ed erano molto importanti; siamo cresciuti con Dylan Dog, Alan Ford, Zagor e chi più ne ha più ne metta. La traduzione di Alan Ford in croato è, secondo me, un capolavoro, proprio come il Paperino di Erika Fuchs, per cui, ancora oggi, c’è un museo in Germania. I “fuchsismi” – le espressioni che ha inventato – sono entrate nel linguaggio comune, soprattutto certe onomatopee. Le traduzioni croate di Alan Ford hanno la stessa rilevanza. Una persona su due che conosco le cita. Trovo molto strano che qui in Austria nessuno conosca Alan Ford, perché non è mai stato tradotto. A volte ci si sente soli. Sì, provo un grande amore per la piccola società anarchica, per la TNT. Anche da un punto di vista politico è un fumetto molto interessante. E poi una delle mie citazioni preferite viene proprio da lì: «Meglio pubblicare un libro che tradire un amico.» Non so come si direbbe in italiano, ma in serbo è: «Meglio tradire un libro che un amico.» Si usa la stessa parola per “pubblicare”.
Cos’altro sulla letteratura italiana? Sicuramente qualcosa mi è piaciuto, ma ora non mi viene in mente nulla di particolare, a parte i fumetti.
Una tua grande passione invece è la letteratura tedesca. Perché hai scelto di studiare Germanistica?
Da bambina, a Belgrado, sono capitata in una scuola in cui si insegnava il tedesco. All’inizio andavo molto male. Poi mi sono decisa a voler diventare brava nelle lingue e ho iniziato a seguire corsi e a impegnarmi e a studiare. Col passare del tempo imparare il tedesco è diventato proprio il mio hobby al punto che sono diventata abbastanza brava. Finita la scuola mi sono detta: prima di iscrivermi a qualcosa come Lettere Moderne in generale o Letteratura Serba o chissà quale altra letteratura e morire subito di fame da qualche parte in Serbia, farò qualcosa che abbia a che fare con una lingua straniera. Ho pensato che il tedesco facesse al caso mio.
Ho avuto la fortuna che l’anno in cui dovevo sostenere l’esame di lingua ci sono stati i bombardamenti a Belgrado. Così, superarlo è stata una pura formalità. Poi con quelle conoscenze un po’ superficiali di lingua e letteratura sono andata in Austria e ho continuato a studiare.
Leggendo Stehlen schimpfen spielen ho scoperto che un autore molto importante per te è Thomas Bernhard. Qual è il tuo rapporto con lui?
A quanto pare sarei la sua nipote serba. L’ho letto una volta in un articolo che mi riguardava [ride, ndr]. Quando avevo 25 anni, leggevo un sacco di Thomas Bernhard. Un giorno ho pensato che sarebbe stato bello fare un remix di un suo libro.
Era il periodo in cui il remix iniziava a diffondersi con prepotenza come tecnica musicale. In più, con l’avvento di Internet e delle Creative Commons, si parlava molto di copyright. E allora mi sono detta: se ora mi spingo al limite di ciò che è permesso e commetto un po’ di plagio, prendendo un intero libro, Camminare, di Thomas Bernhard e modificando solo alcune variabili in modo da ottenere la mia storia, potrebbe uscirne qualcosa di interessante.
Alla fine, è stato anche più facile del previsto. Era quasi come un problema matematico molto soddisfacente da risolvere. E credo di essermi anche immedesimata molto nella storia, così sono effettivamente riuscita a trasmettere al libro la storia della Belgrado dei primi anni 2000, dell’andare in giro e del crescere in quel clima politico e così via, con la voce di Thomas Bernhard.
E il libro è stato un po’… non è mai stato un grande successo o cose del genere, ma in certi ambienti è diventato quasi leggendario. E ancora oggi non è del tutto scomparso, ogni cinque anni spunta un’opera teatrale tratta dal romanzo. Sì, è stato il mio primo libro, è stato praticamente il mio ingresso nel mondo della letteratura. Ci sono entrata con un plagio, rubando.
Pensa che Gehen è stato il primo libro di Thomas Bernhard che ho letto qui a Vienna, quando sono arrivato. L’ho trovato a un mercatino delle pulci lungo il canale per due euro.
Forse era il mio. Non riesco più a trovarlo. Se mancava la prima pagina, allora era il mio.
Il tuo primo libro pubblicato in Italia invece è stato Minihorror…
Giusto, con una cover molto figa con degli orsetti gommosi.
In quel libro racconti con tinte horror la vita di una coppia viennese. Vista anche la fortuna che stanno avendo certe declinazioni del gotico – come l’horror o il weird – nel mercato editoriale, pensi che questo genere sia il più adatto a raccontare l’attualità?
Credo che, almeno nel momento in cui l’ho scritto, quella fosse la scelta più giusta. E forse è proprio questo il segreto del suo successo. Era poco dopo il Covid e si poteva osservare come la società si dividesse lungo due assi della paura: c’era chi affrontava la paura ignorandola e chi diventando estremamente cauto.
Ma non è stato l’unico motivo per cui ho scritto Minihorror come l’ho scritto. Sono anche un po’ un’appassionata del genere – anche dell'horror cinematografico. Trovo che abbia qualcosa che rende tutto un po’ solenne. Attraverso la musica, si concentra su oggetti, pensieri, scene. Ha qualcosa di speciale. Riesce a catturare la mia attenzione, che altrimenti non è molto buona – tendo a distrarmi facilmente.
E così, da buona fan dell’horror, al tempo ero probabilmente incline ad assorbire questa tipologia di narrazione. Mi sono accorta che nelle storie che scrivevo aumentavano sempre di più gli elementi orrorifici. E allora ho voluto provare a costruire una raccolta di racconti, ma è stato solo quando mi sono venuti in mente i personaggi di Miki e Mini che il tutto ha preso davvero forma. All’improvviso il mio materiale è diventato una specie di raccapricciante almanacco di Miki.
Da lì in poi mi sono divertita tantissimo, perché ho potuto sperimentare con il genere. Ho cercato di non prenderlo troppo sul serio, mi sono divertita un mondo con Miki e Mini nudi ad esempio. Ho provato a scrivere navigando il confine tra fumetto e storia reale.
Torna il fumetto. E infatti, secondo me, la tua è una scrittura molto giocosa: in Stehlen schimpfen spielen racconti un aneddoto divertente in cui un ristoratore turco ti dice che l’arte…
…deve essere folle, sì!
Ecco, volevo chiederti se questa frase è diventata una sorta di mantra per la tua letteratura.
Be’, non trovo che quello che sto facendo ora sia poi così folle.
In un certo senso lo è… Forse è un po’ sfacciato, ma nemmeno tanto. A volte è rischioso, ma solo per me. Ogni volta, con ogni libro, penso: "Ok, ora sto facendo una vera sciocchezza e verrò espulsa dal mondo della letteratura." Però se non è successo con Minihorror, allora credo di essere al sicuro per sempre.
Penso che la mia letteratura non debba essere noiosa, soprattutto non per me. Per questo mi piace sempre sperimentare qualcosa di nuovo, che non ho mai provato prima. Spesso mi impegno anche a trovare una lingua apposita per farlo: inventarla o metterla insieme un po’ alla rinfusa, giocando col serbo e col tedesco. Insomma, raccolgo intorno a me cose che mi divertono davvero e che ritengo importanti, e da queste voglio poi creare qualcosa di nuovo.
Alla fine, la mia idea di letteratura è quella di un continuo tentativo di innovazione. Non deve essere per tutti, ma io… Io stessa sono sempre stata un po’ affascinata dagli esperimenti in letteratura. Però non con una totale assenza di trama, non mi piace quando non c’è una storia. Non più, perlomeno.
Sembra una piccola rivoluzione ogni volta che qualcuno fa qualcosa di totalmente impossibile in letteratura. È questo a entusiasmarmi.
In Polvere di Piksi, ad esempio, un personaggio del libro è la scrittura stessa. Così come lo è, in Stehlen schimpfen spielen, il testo del ciclo di lezioni che ti viene chiesto di tenere a Salisburgo. Questa giocosità metaletteraria ti viene naturale o segui dei modelli, penso magari a Laurence Sterne o Flann O’Brien?
Non so se conosci il concetto di ironia romantica: nel Romanticismo, anche nelle opere di Ludwig Tieck, c’erano spesso momenti in cui i personaggi uscivano completamente dalla trama per poi commentare semplicemente la realtà. Succedeva soprattutto nel teatro.
Ed è proprio questa l’ironia romantica: uscire dalla trama per rivolgersi ai lettori. Nel finale di Holy Mountain di Jodorowsky, nell’ultima sequenza del film – che è comunque una vera e propria follia – l’alchimista, interpretato proprio dal regista, dice: «Ma questa non è la realtà, questo è un film». E poi la telecamera allarga l’inquadratura. È qualcosa che trovo molto emozionante, anche nelle opere d’arte e che, personalmente, mi piace fare coi miei libri.
Credo che forse derivi da lì, dal fatto che non ho paura di sperimentare. Ma mi viene davvero naturale. Non ci penso nemmeno.
Noi siamo una rivista che nasce anche per pubblicare racconti di esordienti e non, tu sei una grande raccontista, Minihorror ne è una dimostrazione: che consigli dai a chi si avvicina alla scrittura di racconti?
Penso che debba leggere tanti racconti. Io ora sto leggendo i nuovi racconti di Clemens J. Setz. Oh mio Dio, sono fantastici. Non sono ancora arrivata alla fine del libro, s’intitola Mein Leben als Noiseband [La mia vita come gruppo noise, inedito in Italia ndr]. Lo consiglio vivamente. Uno dei miei consigli preferiti sulla scrittura è proprio di Setz: quando scrivi, nel momento in cui inizi a divertirti, devi smettere.


