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Caggiono i regni intanto,

passan genti e linguaggi: ella nol vede:

e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

G. Leopardi, La ginestra

Una delle serie che ha fatto più parlare di sé in questi primi mesi del 2023 è stata senza dubbio The last of us. Tratta da un videogioco, narra il viaggio di un uomo, Joel (Pedro Pascal), e una ragazzina, Ellie (Bella Ramsey) che, in un mondo post-apocalisse pandemica, devono raggiungere il rifugio di un’organizzazione per fare in modo che la ragazza possa utilizzare il segreto che custodisce (è un segreto di Pulcinella sin dalla prima puntata: è immune all’agente patogeno che ha scatenato la pandemia). Sullo sfondo, rovine della civiltà, con un’umanità decimata da un’infezione fungina sviluppatasi a causa del surriscaldamento globale, che controlla la volontà degli uomini infettati allo scopo di riprodursi. Richiami ai traumi di questi anni ‘20 – il covid e il cambiamento climatico – s’intersecano con una narrazione incalzante, a tratti prevedibile perché ricalca gli stilemi della serialità contemporanea, ma che sa tenere alta l’attenzione per la cura nel delineare i personaggi, per l’ottima scelta degli attori, e per le vicende umane che fa venire a galla.

La serie come detto è tratta da un videogioco del 2013 (urge forse moltiplicare ancora e ancora l’interesse intellettuale e di ricerca teorico-poetica verso questo medium, ancora troppo snobbato da certi ambienti), con qualche libertà narrativa – qui il fungo si propaga solo tramite morso; nel gioco, in modo più verosimile, anche tramite spore aeree – ma mantenendo intatto il nucleo della storia e l’atmosfera. Pur lontano dall’avere un’importante forza simbolica e contenutistica, Last of us è da molti considerato uno dei migliori giochi degli ultimi dieci anni per le stesse qualità per le quali la serie funziona. In fondo, si tratta di un action/survival con qualche punta di horror, sulla scia di giochi come Tomb Raider o di Resident Evil, dal quale si smarca attraverso un trattamento più realistico degli elementi videoludici che gli permette di scansare le derive più “tamarre” degli ultimi capitoli della saga nipponica. La sua forza è nelle possibilità offerte dal gameplay – fluido e perfettamente calibrato –, nei personaggi messi in scena, e in una storia che, pure nella sua linearità, riesce a regalare un’esperienza cinematografica che s’incastra perfettamente all’interattività.

Come in tutte le narrazioni, l’elemento che porta in sé il nucleo dal quale la storia si dipana è l’antagonista, l’elemento disturbatore, il mostro. In questo caso, lo zombi nato dal fungo. Negli ultimi venti-trent’anni lo zombi ha assunto un ruolo centrale nell’immaginario popolare. È particolare e indicativo come un essere nato nella sua cultura come prodotto della magia, trasposto nella nostra società abbia a poco a poco trovato la sua matrice nelle pandemie – virali, parassitiche o fungine che siano. La prima attestazione cinematografica, White Zombie (1932), riprende appunto le radici haitiane, con Bela Lugosi (per eccellenza, il vampiro del cinema, mostro che si contende con lo zombi il primo posto nell’immaginario mostrifico, e suo contraltare nei valori sociali, esistenziali, atavici e simbolici che incarna) nei panni di uno stregone che magicamente manda in trance i lavoratori delle piantagioni trasformandoli in zombi. Punto centrale della storia cinematografica di questo mostro sono i film di Romero, come Dawn of the Dead del 1978. Qui la metafora sociale dello zombie, come proletariato vittima del consumismo (che anche Žižek sottolineò in opposizione al vampiro come simbolo delle classi dominanti), appare lampante nella scena del supermercato, dove centinaia di zombi si ritrovano a rifare maldestramente gli stessi gesti negli stessi luoghi che popolavano da vivi, sottolineando quindi un’alienazione dell’individuo che supera metaforicamente la barriera della morte.

Dagli anni 2000, film anche autoriali dedicati a questa figura si sono moltiplicati, arrivando pure a travalicare il genere horror. Se un film come 28 days later (2002) riprende elementi classici dei film zombi riadattandoli e creando nuovi canoni più in linea con una visione realistica del mostro, film come Shaun of the dead (2003) e Zombieland (2009) irridono gli stilemi del genere entrando pienamente nella parodia comica, mentre Warm Bodies (2013) unisce il parodico al romance adolescenziale. E ancora vale la pena ricordare film più spiccatamente autoriali come The dead don’t die di Jim Jarmusch (2019) e The End? – l’inferno fuori del 2017 con regia di Daniele Misischia. Anche la serialità ha affrontato il tema: tra tutte, una delle più particolari è forse Kingdom (2019), serie che mette in scena lotte per il potere alla Game of thrones sullo sfondo di una pandemia zombi nella Corea medievale.

Parallelamente al cinema, anche i videogiochi hanno esplorato ampiamente il tema. Il già citato Resident Evil (da cui sono pure stati tratti vari film, vittime della già accennata deriva “tamarra”) è il caso più eclatante e famoso, ma, anche se in altre forme e atmosfere più fantascientifiche, anche giochi come Doom 3 e Dead Space riprendono lo stesso immaginario. Anche volendo citare i casi principali, l’elenco sarebbe comunque lunghissimo – e bisognerebbe includere anche altri media come fumetti, manga, e volendo la musica (solo per citarne una, la divertente ma mai superficiale Federico di Rancore) – ma inutile ai nostri fini: ci bastano questi esempi per sottolineare la pervasività che la figura dello zombi ha assunto in questi ultimi vent’anni nell’immaginario culturale, popolare e non.

Come accennato, spesso la metafora più evidente richiama il lato sociale: lo zombi come mostro senza intelligenza né volontà, alienato dal mondo e dalla vita, con l’unico fine della sopravvivenza che lo porta a cannibalizzare i vivi. In questa visione lo zombi è forma simbolica del sottoproletariato marxista e della moltitudine che subisce passivamente come vittima i processi della globalizzazione e del capitalismo; vi è però una lacuna: se lo zombi, il mostro non-morto senza volontà, rappresenta la nostra società e quindi noi, come leggere “i buoni” dei film, cioè gli umani che dovrebbero rappresentarci? È un simbolismo senza dubbio azzeccato, però in qualche modo incompleto. Prendendo però spunto da The last of us possiamo andare ad allargare la metafora, e leggere lo zombi da un’altra prospettiva.

Un paio di mesi fa ho assistito a una meravigliosa interpretazione della Ginestra di Leopardi da parte dell’attore Mario Biagini, seguita da un suo dialogo con la filosofa Florinda Cambria, con uno scambio di visioni sulla contemporaneità della visione leopardiana: con quali macerie ha a che fare l’uomo contemporaneo? I riferimenti al trauma collettivo del Covid non sono certo mancati: un evento che ha reso, di fatto, invisibile la morte (sia nel senso dell’agente che porta la morte – un virus – sia nell’impossibilità di vedere con i propri occhi i cadaveri, sostituiti con quelle foto nell’immaginario di tutti dei camion che trasportano le salme). La domanda che quindi aleggiava alla fine della conversazione era: dove sono oggi i resti? I nostri resti, non tanto nel senso del nostro lascito – che tradirebbe la visione leopardiana andando a sottolineare quella superbia umana del credere di poter essere immortali (ma più saggia, ma tanto / meno inferma dell’uom, quanto le frali / tue stirpi non credesti / o dal fato o da te fatte immortali) ma quanto piuttosto proprio la maceria di noi stessi, il nostro resto, i nostri corpi morti.

Il nostro rapporto con la morte è ambiguo: siamo nauseati dalla morte sdoganata, come notizia, come cosa lontana che non ci può toccare personalmente in una sorta di autoconvincimento d’immortalità; d’altra parte, quando questo stesso autoconvincimento si rivela fallace, la morte diventa qualcosa di inaffrontabile. Leggere di un adolescente morto a 15 anni per una leucemia ci può dare emotivamente dispiacere, ci può lasciare indifferenti, ma difficilmente ci colpirà nel profondo. Se, invece, veniamo a contatto diretto – seppur filtrato da foto – con il resto di quello stesso adolescente, la morte è insopportabile trauma: è quello che, stando ad alcuni giornali, è accaduto in una scuola di Nocera Inferiore quando la preside ha mostrato ai bambini (o ragazzi? Su questo la notizia non è approfondita) le foto del beato Carlo Acutis e una sua reliquia.

Se il progresso scientifico da una parte e le strutture politiche occidentali contemporanee dall’altra hanno permesso l’allontanamento della morte dalla sfera quotidiana, questo stesso allontanamento ne ha creato una sorta di rimozione: attorno a me non c’è, quindi non esiste. Il trauma del suo contatto non è più continuo, e anche per questo gli strumenti per esorcizzarlo sono via via andati perdendosi. La morte è diventata elemento estraneo, inaccettabile perché non visto, non percepibile perché non voluto. Ma compito dell’arte è anche e soprattutto  questo: cantare del rimosso, delle ombre del mondo degli uomini, farle venire a galla e farle accettare. L’esplosione in tutti i media degli zombi può quindi essere letta come risposta al rimosso della morte: alla domanda “dove sono oggi i nostri resti?” “Eccoli: sono qui che ci camminano davanti”.

In questa anomalia, è pur ovvio che un’escatologia che ci contempli non può essere presa sul serio. La grande apocalisse paventata dal nostro tempo, il cambiamento climatico, a ben vedere nella maggior parte delle narrazioni sembra quasi escluderci. Si parla di innalzamento dei mari, di cambiamento di climi, di specie che si estingueranno, ci commuoviamo per gli orsi polari che perdono il loro habitat, per le popolazioni dall’altra parte del mondo che vengono flagellate dalle alluvioni, ma c’è spesso un grande assente: noi. Noi come comunità umana occidentale che ha perso il senso della propria mortalità: non abbiamo il coraggio di guardare quella che forse sarà la fine della civiltà per come la conosciamo. Possiamo tutt’al più essere spettatori, o i “buoni” che lottano contro la morte (come il milionario 45enne che investe due milioni di dollari all’anno per una serie di terapie che rallentino il suo invecchiamento). La rimozione della morte e la visione di un’umanità perpetua, senza apocalissi ed escatologie, sono i due fili interconnessi che The Last of us, forse inconsapevolmente, unisce. Lo zombi non è quindi qui specchio sociale nel quale riconoscersi, né parabola morale (perché è soprattutto il caso – non il giudizio – a generarlo); è piuttosto l’impronta materica della nostra fine, la maceria escatologica che straripa dopo che le nostre azioni hanno fatto di tutto per nasconderla.

Il grande precedente letterario che opera questa stessa unione – fine del mondo e morti che tornano a camminare – è ovviamente l’Apocalisse di Giovanni Evangelista. Ritrova un suo collocamento in questo contesto anche la Ginestra, poiché Leopardi inserisce in epigrafe una citazione dal Vangelo giovanneo, ribaltandone il significato. Nell’Apocalisse, all’opposto di The Last of us, l’aspetto morale e fideistico sembra essere assoluto. Vi è un passo (10, 8-10) però che sembra perlomeno far salire qualche dubbio su questo fatto:

10 – 8 Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra». 9 Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». 10 Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza

È particolare, in 9 e 10, come l’avversativa sia ribaltata: nell’intimazione a ingoiare il libro (metafora dello stesso libro dell’Apocalisse) l’angelo sembra mettere in risalto il fatto positivo della dolcezza in bocca, ma, dopo averlo divorato, Giovanni sottolinea invece la negatività dell’amarezza: in uno scritto fortemente ricorsivo ed estremamente filtrato come il Nuovo Testamento, difficilmente è un caso o un errore.

Leggendo l’amarezza come metafora storica e umana, può riferirsi alle difficoltà dei cristiani nel diffondere la Parola di Dio, difficoltà di cui Giovanni sicuramente si rendeva conto. Nel suo aspetto più trascendente, invece, la metafora ha un velo d’oscurità. Perché ciò che rimane della Parola escatologica di Dio è amarezza? E perché per Dio, invece, questa amarezza è trascurabile?

Nella raccolta di saggi Il tempo della fine (Quodlibet, 2020) Giancarlo Gaeta legge l’esperienza giovannea ed evangelica in generale non come visione storica lineare (simbolo, per Weil e Benjamin di volontà di dominio e generatrice di violenza: una storia dei vincitori) con un passato che si collega a un futuro alla fine dei tempi in un’ottica provvidenzialistica, ma piuttosto come visione storica puntuale, concentrata nello stesso presente della resurrezione di Cristo:

Perché ciò a cui l’evento escatologico pone fine non è il mondo in quanto tale, ma il potere del demonio su di esso; […] esso sottrae alla potente illusione che il mondo, cioè la totalità dei fatti […], abbia un senso, e dunque conducano a un esito sostenuto dalla volontà di autorealizzazione, oppure da una progettualità metapersonale che ci garantisca oltre la morte. La fede evangelica nel Regno di Dio che irrompe nel mondo nell’ora presente ha precisamente l’effetto di dissolvere questa potente illusione; cosicché esso appare precisamente quale esso è, in balia dell’insensatezza su cui la morte pone il sigillo, non solo alla fine ma minuto per minuto.

[…]

La coscienza messianica è disincanto, che toglie ogni carattere magico all’azione. Non si tratta di salvare il mondo infilandolo nella camicia dello spirito, bensì di vederlo così come esso è, nel suo trapassare insensato ma altresì nella sua autonomia. […] Passa, dunque, la scena di questo mondo, ovvero esso declina per lasciar posto al Regno prossimo di Dio; ma non ancora sparisce, semmai si fa più incombente e tragico. Cosicché il cristiano sta sul palcoscenico del mondo pur sapendo che ciò che vi è rappresentato sparisce continuamente nel nulla, perché è nulla.

[…]

Si pensi a un testo come Apocalisse 13. Vi si dice che le due “bestie”, vale a dire il potere politico e quello religioso, esercitano il dominio sull’umanità; i “santi” stessi saranno vinti […]. Se questo scontro mortale viene spostato alla fine dei tempi, cioè nell’ora di una parusia sempre procrastinata, non ci si rende più conto che qui si sta parlando del presente, e più precisamente della situazione inaugurata dalla venuta di Gesù Cristo.

Morte e resurrezione del Cristo sono quindi da leggere in chiave escatologica piuttosto che soteriologica: è con la sua vittoria sulla morte che viene sancita l’Apocalisse. Siamo già nel Regno, e il Regno non è altro da questo mondo; la Storia tutta dalla morte di Gesù lo è. Non vi è salvezza e redenzione nella morte; vi è l’annullamento dell’individuo. In questo forse possiamo leggere l’amarezza che prende le viscere di Giovanni nel momento in cui divora il libro: la dolcezza della vittoria di Dio contro il demonio e le sue illusioni si stemperano in un annullamento totale nella morte. E in un’ottica trascendente e divina, quindi assoluta, questo annullamento è ovvio, quindi trascurabile. L’eco del Qohelet, della vanità delle cose mondane, si fa potente, e si assottiglia in questa visione persino quell’abisso che sembrava dividere Leopardi dal messaggio cristologico.

Il senso consolatorio di una fine del mondo che ci premia e perdona è sostituito da un nichilismo uniforme e totalizzante che sembra avvicinarsi alla visione di una filosofia orientale (anche per quello che riguarda la centralità dell’immanente); che sia il Tutto o il Nulla, dell’Assoluto siamo comunque destinati a fare parte.

In una cultura come quella occidentale così impregnata di queste radici (anche se tradite), lo zombi, con la sua resurrezione, con il suo non essere più individuo, si presenta come testimone che fa echeggiare il nichilismo riposto nel messaggio evangelico. Ecco che si rinforza ulteriormente il legame tra zombi ed escatologia: il ruolo consueto di mostro però s’inverte – o meglio, si realizza nella sua etimologia più profonda: come prodigio e messaggio divino –, e lo zombi non è più il nostro resto. Lo zombi è moltitudine, è legione, è specchio dell’annullamento derivato dalla morte, è essere senza volontà, senza identità, senza vita, il cui scopo è far diventare i vivi come lui. Ma, di contro, proprio in virtù del messaggio divino di cui è portatore, è simbolicamente anche abbandono alla morte, unione con l’assoluto, negazione del sé in nome di un destino comune. In questi aspetti si mostra come l’antitesi del vampiro: questi è terrorizzato dalla morte, schiavo di una visione fortemente incentrata su giudizio e dannazione, nascosto nelle tenebre per sfuggire alla luce della verità (e ancora, echeggia Leopardi), di Dio/Nulla; per il suo attaccamento egotistico alla vita, a sé, il vampiro perde lo scopo dell’immanenza, perde godimento e felicità del mondo, del Regno.

E ora possiamo rispondere a quella domanda: chi sono quindi gli umani, i “buoni” che combattono gli zombi? Siamo noi: siamo i vampiri che, terrorizzati dalla morte, nascosti nella tenebra, si rifugiano in una falsa immortalità, nella speranza – vana – che questo strisciare possa essere chiamato vita.

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