Travis, finirai nei guai. Travis, finirai nei guai. Travis, finirai nei guai!
Quante volte gliel’ho ripetuto? Anche se per guai non immaginavo lo stomaco di Vlad. Tra noi polpi il cannibalismo non è una pratica diffusa: mi era capitato solo una volta di assistervi. Avevo già subito la metamorfosi da paralarva ad adulta, trasformazione che mi aveva portata ad abbandonare la vita planctonica in favore di quella bentonica quando, giunta qui a Octopolis da un paio di mesi, vidi Concetta mangiarsi Brandon. La cosa non m’impressionò: lui se l’era cercata. Capisco che vuoi infilare il tuo ectocotile dentro Concetta per trasferire le tue spermatofore, è naturale, ma fatto una volta, basta! E invece insisti per rifarlo. Concetta, buon’anima, ti si concede una seconda volta e tu insisti di nuovo. Concetta ti si dà una terza volta e tu ne vuoi ancora. Ovvio che alla tredicesima molestia lei ti abbia mangiato! Un deficiente, quel Brandon. Proprio come Travis. Quanto sanno essere fatalmente stupidi, i maschi!
A Octopolis c’ero arrivata per caso. Avevo un problema con il buco in cui vivevo prima: la vicina: una murena di una bruttezza sconcertante. Ogni volta che mettevo la testa fuori il suo muso tozzo, quegli occhietti piccoli e quei denti aguzzi e sciaboliformi facevano mancare un battito a ciascuno dei miei tre cuori. Un puzzle dell’orrore: l’evoluzione deve aver sbagliato qualcosa con le murene. E anche con Travis, per averlo reso così utopisticamente stupido. Praticamente vivevo rintanata. A un certo punto mi dissi: o trovo una soluzione o muoio di fame. Mi feci coraggio e uscii. Uscì anche la murena, rapida su di me. Ma io ancor più rapida le spruzzai una nube di inchiostro, caricai il mio sifone, mi diedi una spinta propulsiva e via, come un siluro.
Mi misi a perlustrare il fondale alla ricerca di un anfratto in cui trasferirmi: indietro non potevo di certo tornare. Perlustra che ti perlustra, ecco che mi ritrovo davanti un tappeto di capesante sgusciate: quante ce n’erano! Incuriosita (per inciso: noi polpi siamo animali molto curiosi) allungo un braccio (un altro inciso vista la disinformazione che c’è in giro: noi polpi abbiamo otto braccia, non tentacoli. I tentacoli ce li hanno i cefalopodi decapodi, tipo le seppie e i calamari) e prendo con una ventosa un guscio per portarlo davanti agli occhi. Cosa si prova a passare tutta la vita rinchiusa tra due conchiglie, io, dotata di un corpo che è pura possibilità, capace di mutare forma in maniera pressoché illimitata, stento a capirlo. Evoluzioni incomprensibili quelle degli altri animali. Il modo in cui era stata forzata l’apertura del mollusco bivalve non lasciava dubbi: era opera di un mio simile. La getto e mi guardo attorno. Oltre le conchiglie, ciuffi di alghe ondeggiavano sulla sabbia. Sparse, quasi a creare un circolo, alcune rocce. Individuo diversi buchi e anfratti: in quanti mi stavano osservando? Mi spalmo sul fondale. I miei cromatofori avevano già cominciato la mimetizzazione, quand’ecco le conchiglie muoversi. Mi metto eretta su due braccia, allargo le altre sei in una posa minacciosa e chi mi sbuca davanti? Un innocuo (va detto: sono una tipa perspicace, mi basta un’occhiata. Anche per capire Vlad m’era bastata un’occhiata) polpo maschio più o meno della mia età. Abbasso le braccia.
«Sei scemo? Mi hai fatto prendere un colpo!»
Lui mi guarda sorpreso.
«Non avevo idea ci fossi tu. Sei nuova?» e allunga un braccio. Ne allungo uno anche io, ci sfioriamo, lo ritraggo. Noi polpi siamo animali solitari, questo è il massimo del contatto che abbiamo con gli individui della nostra specie. A parte l’atto sessuale, chiaro, anche se pure per quello ci teniamo a debita distanza. E a parte le lotte.
«Sono Travis» fa lui.
«Carmela».
«Benvenuta a Octopolis: il primo embrione sociale creato da polpi».
Lascio perdere.
«Che ci facevi là sotto? C’è roba da mangiare?» Considerando che per colpa di quell’obbrobrio di murena erano quattro giorni che non mettevo niente nello stomaco, si può ben capire la mia domanda.
«Solo sabbia. Tracciavo labirinti per puro divertimento».
Il concetto di gioco non è avulso da noi polpi: ogni tanto abbiamo interazioni con degli oggetti come pietre o scarti che arrivano dal mondo di sopra (incredibile quante cose arrivino da lassù, sospetto che gli animali sovrastanti abbiano preso il nostro mondo per una discarica), interazioni fini a sé stesse che possono essere definibili come “giocare”, ma da qua a disegnare labirinti…
«Ti ha dato di volta tutto il corpo?» Visto che le nostre braccia contengono circa 500 milioni di neuroni, dire corpo o cervello per noi fa lo stesso.
«Esploro i sotterranei fisici per avvicinarmi ai miei sotterranei mentali».
«Senti, come ti chiami…»
«Travis».
«Senti, Travis, sarebbe tutto molto interessante se non fosse che io ho due problemi: cerco casa e ho fame».
«Quell’anfratto là» e con un braccio mi indica la terza roccia a destra, «è libero da subito. Jason è scomparso e, con i due anni e quattro mesi che aveva, dubito lo rivedremo».
«Due anni e quattro mesi?!» Viviamo tra i diciotto e i ventiquattro mesi, quattro mesi in più sono un record di longevità.
«Così diceva e nessuno era capace di contestarglieli. Per il cibo, ci sono delle colonie di capesante poco più in là, mangiane pure, bastano per tutti».
«Quanti sarebbero esattamente questi tutti?»
«Contando te, sedici».
Tra noi sedici, l’embrione sociale lo vedeva solo Travis. Ognuno continuava a vivere da polpo, ovvero nella più perfetta solitudine. Tranne Travis che se ne andava in giro a disturbare tutte e tutti con la sua idea di società.
«Noi octopoliani non dobbiamo più pensarci al di fuori della comunità!»
«Ma dove la vedi, tu, la comunità?»
«Qua» e rotea un braccio verso le altre tane e il tappeto di conchiglie.
«Non te lo vorrei dire ma qua ci sono quindici polpi che si fanno ciascuno i fatti propri, è solo un caso se viviamo così ravvicinati. Dipende dalla conformazione fisica del luogo e dall’abbondanza di cibo, non dalla nostra volontà».
«Sarà pure un caso, non lo metto in dubbio, ma possiamo sfruttarlo per cambiare, per consociarci, per evolverci… immagina: da Octopus vulgaris a… che ne so, Octopus sapiens. E dopo ancora la piena realizzazione del nostro genere: l’Octopus metaphysicus!»
Era un mistero il funzionamento dei suoi neuroni.
«Non ti vedo convinta, Carmela».
«Vedi tu».
«E allora dimmi: cosa facciamo noi polpi?»
«Eh?»
«Descrivimi la vita di un polpo».
«Che vuoi che facciamo? Nasciamo da uova, dopo la schiusa nostra madre, stanca e debilitata dalla cova, muore. Noi da paralarve mutiamo in polpi, ci troviamo una casa, mangiamo, ogni tanto ci scontriamo con qualcuno, evitiamo di essere mangiati, ci riproduciamo e moriamo».
«E ti basta?»
«Travis, andiamo avanti così dal Cambriano! E poi, cosa vorresti fare con questa società? A che serve?»
«Non lo so… a unirci, aiutarci, scambiarci informazioni, sviluppare i nostri cervelli… non ti sembra che i nostri 500 milioni di neuroni siano sprecati vivendo come viviamo?»
Pazzo o visionario? Con Travis non sono mai riuscita a decidermi. Ma di certo era un cretino, altrimenti mi avrebbe dato ascolto.
«Fai quello che vuoi, ma smettila di importunare Vlad, è un tipo nervoso». Ho già detto della mia perspicacia.
Successe tutto il giorno in cui mi risvegliai diversa: avevo diciassette mesi. Quel cambiamento non mi sorprese, lo aspettavo e andai subito a dirlo a Travis, prima che cominciasse il suo solito fallimentare giro di conversione sociale.
«Travis…»
«Buongiorno!» mi fa lui uscendo dalla tana con il suo solito, incomprensibile (come facesse a essere contento uno che veniva scacciato quotidianamente, e non sempre soltanto a parole, da tutte e tutti, era un altro mistero) buon umore.
«Ho raggiunto la piena maturità sessuale» gli dico. E poi, tutto d’un fiato: «vuoituinfilareiltuoectocotiledentrodime?»
Non ebbe la reazione che desideravo.
«Ecco… io… noi… magari più avanti?»
Da non credere.
«Sei uno stronzo, Travis!» gli urlo così, su otto braccia. Ero in uno stato emotivo complesso, vorrei vedere voi a essere rifiutate dal polpo dei vostri sogni (e non chiedetemi il motivo per cui proprio Travis fosse il polpo dei miei sogni: non lo so e non sono certa che per queste cose esistano spiegazioni). Carico il sifone e schizzo via.
«Lasciami chiarire il perché!» mi grida dietro.
Eppure non venne: mi guardò nascondermi dentro casa. Rintanata, osservai il suo consueto inutile giro: l’ultimo. Anche Vlad doveva essersi svegliato diverso: anziché scacciarlo con uno o due colpi ben assestati come faceva sempre, afferrò un braccio di Travis e lo morse. Continuò a morderlo stringendo la presa. Travis non fece nulla per liberarsi, non fu neppure capace di praticare l’autotomia, solo di voltare i suoi occhi verso di me: riflessa al loro interno c’era la realtà che stava vedendo in quel momento per la prima volta. Vlad lo trascinò nel suo buco. Stette là a masticarlo per due giorni. Di tanto in tanto mi gettava un’occhiata.
Sono stata io ad andare da Vlad. Al contrario di quello stronzo sognatore di Travis, non ha perso tempo. Ma i maschi sono fatalmente stupidi: mi è bastato aspettare che tutto quel trasferimento di spermatofore lo stancasse (per inciso tutto consiste nello stare ferme impalate per un’ora mentre il maschio, a distanza, allunga il braccio provvisto di ectocotile e lo infila nella nostra cavità palleale) per attaccarlo. Lui, e ciò che restava di Travis al suo interno, sono stati il mio pasto. Tra qualche giorno deporrò le uova, aspetterò per uno o due mesi la schiusa senza più nutrirmi e, priva di forze, mi lascerò andare alla corrente perché poi si muore. Non ci sono storie a lieto fine in natura, solo nuovi inizi.
Era da questo che provavi a salvarmi, Travis?


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