«Il cantiere è un traslato di quello che avviene nella mia testa», dice Carolina Piazzoli. Nella serie di innesti che segue, con testi e immagini, l’autrice depone i materiali per un progetto d’insieme che fa dell’incompiuto il proprio baricentro. Quella di Carolina è una pratica stratificata e ossessiva che raccoglie testimonianze materiali e le espande in modo radiale, come per allagamento, nella serissima operosità di un appalto sospeso con il proprio quotidiano.
chiuso l’oriente con porte di metallo
niente è rimasto del tanto
che muoveva la terra e
i trabocchi sulla costa solo un pensare
continua il cuore servitore scemo
continua cupo quando
quando già il fiato ha
lasciato la corsa

è ovvia la caduta nel giorno
nel tuorlo di sole in inverno
rifuggono i risorti dal fondo infero
inutile sarebbe rispondere
al richiamo del calicanto

per un quasi giorno intero ho
una piccola figlia non
partorita non allattata da me
un cataclisma di vento e acqua
e spavento ci divide e ancora
prima del campanello all’alba
e della donna indiana che parla so
che l’ho perduta per sempre
ma come potevo stare nel mio
letto perché
accetto di vedere i piccoli
indumenti strappati e non penso
al suo dolore penso invece al suo
essere stata pezzo di terra staccata

Carolina Piazzoli vive a Bergamo, scrive e fotografa: minime scomparse, minime apparizioni.

