Come distogliersi dall’angoscia della morte se non costringendo lo sguardo allo strabismo, fissando qualcosa di così vicino da restare incastrato fra gli occhi? Come accettare che tutto sia reversibile, o non ancora compiuto, tranne una cosa? Ne Il pesce lampada (La Vita Felice, 2026), Valeria Cagnazzo affida queste domande al racconto di una fiaba. Ci conduce alla sorgente di una voce che favoleggia e stravede. Offriamo qui tre testi per iniziare il viaggio.
La madre aveva due occhi ma era come averne trenta. Si accorgeva soltanto
delle cose disperate. Un giorno gli operai entrarono in camera, srotolarono
le tapparelle, strofinarono Svitol spray. Si accanirono sullo scheletro
della finestra fino a estrarne un nido piccolo com’è piccola una vita.
«Buttatelo» dissero. Non lo buttò. Coi tre uccelli dentro
scivolati da un giorno alle uova. Così poco istruiti sulle distinzioni
caldo-freddo, asfissia-rinascita. E sì che sfamare quelle bocche,
rischiare tre morti alla spicciolata in una casa dove già viveva
una vecchia in carrozzella con un tumore al principio del cervello
e una bambina triste, un pozzo di pallore e di iatture.*
Di più si addice il giardinaggio alle famiglie sciagurate.
Li nutrì con siringhe finché non crebbero del necessario:
riconobbero il cielo senza averlo mai visto. Questo lo chiamammo
un successo familiare. Così quella volta abbiamo fatto
il nostro per la vita, abbiamo proprio fatto il nostro.
Quando scoprii la lanterna, l’aria si era fatta di spilli,
il cielo leggero e colmo d’erba. Come il pesce mi avventai
alla luce per la fame. Tutte le specie affamate hanno qualcosa
in mezzo agli occhi. Per lo svago mi portarono al museo.
Fino a prova contraria, Lucy è il primo ed è una donna.
Teme tutti i fiumi da quando uno nella coscia
le ha lasciato una ferita ricoperta di funghi. Non ha molte cose
di cui parlare, hanno inventato ancora poco
questi piccoli selvaggi. Quando le nasce un figlio
le sembra una cosa normale, una gemma spuntata di traverso
al ramo, uno scarabeo dalla terra, un mal di pancia.
Ma la fame è diversa da quando esiste la sua.
Se lui ride o piange, le lacrime le cadono su un fondo nuovo
dentro al petto di velluto e taffetà. Gli insegna a camminare
e ogni inciampo è un masserello che si distacca dalla roccia,
le provoca un dolore in posti che non sa nominare. Più che vivo
lo vorrebbe immortale: per questo inventa la scrittura.
Valeria Cagnazzo (Salice Salentino, 1993) è pediatra e scrive poesia e narrativa. Ha lavorato come medico in Grecia, Libano, Etiopia, Afghanistan e Sudan e collabora con la rivista Pagine Esteri. Ha esordito con la raccolta poetica Inondazioni (Capire Edizioni, 2019). Il pesce lampada è il suo ultimo libro.
