Ho iniziato a leggere La mancina (2026), secondo romanzo di Giulia Della Cioppa edito da Bompiani, con un occhio sulla pagina e un altro sul Roland Garros.
Erano i giorni del meltdown di Sinner e degli exploit di Cobolli, Arnaldi e Berrettini, e del primo agognato Slam di Zverev. Man mano che leggevo, però, l’occhio cadeva sempre meno sul rettangolo rosso dello Chatrier e sempre più veniva attirato dalla storia di Aleni, mentre mi rendevo conto che la traiettoria di questo romanzo sfiorava soltanto quelle dei grandi tornei, delle classifiche ATP e del circuito professionistico, per prendere una direzione più intima, delicata e fragile. Lo dice l’autrice stessa, del resto, che questa non è una storia di tennis ma la storia di un padre e una figlia che, probabilmente, del tennis — e dei suoi schemi, geometrie, spazi delimitati — si serve. E lo fa mediante il corpo, scatola attiva e in mutamento, che parla più con le azioni che con le parole di Aleni. E colpisce forte come una prima di servizio.
Nel tennis si può servire, al corpo. Si sceglie di farlo per sorprendere l’avversario e per togliere il tempo alla risposta. Nel tempo che ci siamo concessi per questa intervista, il tempo per tutte le risposte non sembrava mai abbastanza. Incontro Giulia una sera in cui ne ha già date, intervenendo durante la registrazione di un podcast sul tennis in un bar di Milano. Un quasi uragano sembra aver rinfrescato un po’ l’aria e intanto dalla terra rossa, presente anche nell’ipnotica copertina de La mancina, siamo passati al verde scintillante dell’erba di Wimbledon. Ma non è di questo che parlerà il nostro scambio.
Ciao Giulia. Ho letto di recente un’intervista in cui affermi che, avendo giocato a tennis da bambina fino all’ultima soglia degli anni da teenager, non ti sei mai dovuta interrogare su chi volessi essere, su cosa volessi diventare, perché in qualche modo lo sapevi già. La rivelazione della scrittura, allora, quando è arrivata?
Ciao, Marco. Credo tra i 18 e i 19 anni, quando mi sono resa conto che il tennis era diventato uno spazio costrittivo che non mi ha fatto vivere il disorientamento dell’adolescenza. Quindi, posso dire di non aver fatto esperienza della vita fino a quando ho giocato a tennis. E non appena ho smesso, e forse è proprio per questo che ho smesso, avevo voglia di fare esperienze e di fare altro che non fosse sport. Ma, nel momento in cui io ho smesso, mi sono accorta che era rimasto un vuoto, evidentemente da colmare. Un agonista, uno sportivo, è abituato ad avere degli obiettivi che persegue e a trovare una strada precisa per ottenerli, fatta anche della relazione con la ritualità e con l’ossessione.
Quando ne esci, sei nella forma della ricerca, sei in ascolto: è lì che ho incontrato la scrittura, esattamente in quello spazio che si era creato, quello spazio di vuoto che è nato quando ho smesso di giocare a tennis e non sapevo chi fossi e cosa mi piacesse, perché negli anni precedenti non avevo avuto modo di capirlo, così inquadrata in uno spazio perimetrato, fatto di codici e regole. Non nego che la geometria, la ritualità, non abbiano pure avuto poi una funzione nella mia crescita, ma certamente non mi hanno permesso di esplorare.
Quindi la Giulia che scrive è come se fosse Aleni fuori da quegli schemi?
Penso che ci siano delle cose di Aleni che coincidono molto con il mio incontro con la scrittura. Perché nella scrittura io ho trattenuto e ho conservato qualcosa della pratica sportiva e specialmente del tennis.
La ritualità immagino. Tu dici che anche questo libro è frutto di una ritualità, di te che ogni mattina alle sette inizi a scrivere.
Esattamente. Tutte le mattine sapevo di dover riempire quelle ore e in fondo non facevo niente di diverso rispetto a quello che facevo a 16 anni, a 14 o a 13, certo con livelli diversi di applicazione e serietà. L’aggettivo ossessivo ha un’accezione negativa, lo sappiamo, però nell’esperienza della mia scrittura lo associo più alla disciplina ed è qualcosa che conosco.
Al posto della racchetta, la penna. Ho notato una certa corrispondenza tra la scrittura e il tennis quando Aleni dice: Se prima pensavo che non avrei più vinto niente, adesso pensavo che non avrei vinto più. La vittoria di un match come la pubblicazione del primo romanzo, prima si ha paura di non riuscire mai a essere pubblicati, e quando però ci si riesce si ha paura di non riuscirci più.
Io penso che ci siano tante analogie tra lo sport e la scrittura; la prima che mi viene in mente è la condizione di isolamento che vive uno scrittore, che si può assimilare a quella che vive uno sportivo, ancor più un tennista.
E infatti tu scrivi che Il tennis è prima di tutto un esercizio di osservazione della solitudine dell’altro. Solo che nella scrittura “l’altro” non c’è.
È così. C’è solo il confronto tra te e il tuo fallimento, o il tuo successo. L’antagonista è sulla pagina, ma credo non differisca molto dall’avversario che è lì dall’altra parte del campo. E in me c’è qualcosa che ricerca questo.
Tu fai dire ad Aleni che il potere della concentrazione consiste nel rimpicciolire l’universo in 4-5 elementi. È forse una strategia contro l’antagonista che è la pagina? E quali sono stati, se ci sono stati, gli elementi in cui tu hai rimpicciolito il mondo?
Bella domanda. Penso che siano degli elementi spaziali e fisici. Ad esempio, io ho sempre scritto nella stessa posizione, sotto la stessa finestra, con le spalle al muro, sempre nello stesso modo e alle stesse ore. Queste regole, come quelle degli allenamenti, mi hanno permesso di crearmi uno spazio privato che in qualche modo agevolasse la mia attenzione. Parlavamo prima di strada già segnata: penso che questa direzione abbia indirizzato il romanzo e mi abbia permesso di scriverlo. Era lo spazio attraverso cui accedevo a questo personaggio, Aleni, e a questa storia.
E questo ti ha facilitata anche nella scelta delle parole? Te lo chiedo perché c’è un’altra frase che mi è rimasta impressa: Ma le parole sono proprio queste. Marina, mamma di Aleni, risponde così a Nico, padre di Aleni da cui si sta separando, che le chiede: Dillo con altre parole. Ci sono cose che si possono dire solo attraverso certe parole?
Tengo molto a quella risposta. In questo romanzo ho cercato la pulizia della voce, come Aleni cercava la pulizia del gioco. Venivo da un romanzo come Ventre, che definirei più sbilenco, storto, del resto è un primo romanzo e dentro c’era tutta l’energia che solo un primo romanzo può avere, e che lascia passare anche elementi patetici nel senso più puro del termine. Invece, La mancina è un romanzo lineare, nudo, quasi silenzioso e dimesso, per rispecchiare il carattere della protagonista.
Devo dire che ci sei riuscita. Quella di Aleni è una voce molto matura rispetto a quella di una ragazzina, talmente tanto che sembra parlare in retrospettiva.
Di questa cosa mi sono accorta man mano, e ho capito che mi piaceva. In effetti io uso un presente per dire del passato, e ne è venuta fuori una voce in cui coincidono la consapevolezza di un’adulta e l’innocenza dell’infanzia. Volevo entrambe le cose, ma provando a fare in modo che una non si accorgesse dell’altra, così da farle convivere. Ed è successo abbastanza naturalmente. Non ho scelto, ho assecondato la voce di Aleni, il suo essere dimessa e selvatica, il suo stare ai margini per osservare.
Mi trovavo a star meglio sulle soglie, ti cito ancora.
Sì, c’è questo elemento della marginalità, dello stare a latere, dell’osservare. E questo influisce sul tipo di prima persona che ne viene fuori: pone una distanza, usa verbi che filtrano ciò che sta accadendo. Nel romanzo non c’è Fanù che fa qualcosa, c’è Aleni che vede Fanù fare qualcosa.
Fanù mi fa pensare alla scena in cui viene rasato dal padre, ma anche come cambia agli occhi di Aleni man mano che crescono. E a proposito del cambiamento, in un’intervista dici che lo temi. E allora ti chiedo: quanto sarebbe cambiato La mancina se non l’avessi scritto quando lo hai scritto?
Sarebbe stato certamente un altro romanzo, avrebbe avuto un altro spirito. Come ho imparato da Anna Maria Ortese, un romanzo si esaurisce nel momento in cui si scrive e non c’è un altro momento per quel romanzo. La mancina arriva da un periodo di rielaborazione di ciò che mi era accaduto e dice più di quello che sono stata mentre questo processo si attuava, piuttosto che di ciò che ero stata quando la storia è avvenuta.
Hai descritto la scrittura come, anche, un’attività fisica. Quando hai scritto questo libro, il tuo corpo ti ha detto in qualche modo che stavi andando nella direzione giusta? A volte scrivendo è faticoso andare avanti, e abbiamo bisogno di un segnale, di una percezione sensoriale. Tu l’hai avuta?
Il corpo per me è un canale molto importante nella scrittura e credo che in questo libro tutto passi attraverso il corpo. Le emozioni non sono descritte attraverso i pensieri, non c’è mai quello che pensa Aleni, ma c’è la rappresentazione corporea di quello che sente e che spesso le si attorciglia addosso.
C’è anche la sua crescita, il suo diventare donna.
Esattamente. Però, sempre attraverso, come dire, un sentire corporale. Non dice “provo rabbia o gelosia”, ma descrive ciò che queste emozioni le provocano. C’è questa poesia che mi piace molto, di Alejandra Pizarnik, che dice: E cosa dirai?/Dirò solo qualcosa. E cosa farai?/Mi nasconderò nel linguaggio. E perché?/Ho paura. Già solo verbalizzandolo, il desiderio è negato. Anche io sono una che si nasconde dietro al linguaggio, che ha temuto e teme il corpo, perché per me è il primo canale di vulnerabilità. E lo è anche per Aleni che, infatti, si priva del desiderio.
Io ho cominciato da poco a sentire il mio corpo, a stare in contatto con lui. Però sento che non esiste un’altra memoria se non quella corporea. Mi viene in mente il concetto di embodied cognition, che teorizza il corpo come integrato alla cognizione e supera la divisione cartesiana tra corpo e mente, pensando alle emozioni come a qualcosa che non sia niente di diverso dal correre, dal camminare o dal mangiare. Una “cognizione incarnata” che fa sì che non ci possa essere separazione tra il corpo e tutto il resto.
A proposito del corpo, una delle emozioni che più si connette al corpo è la paura. Io però, questa paura, l’ho notata anche in una frase di Aleni: Più mi avvicinavo alla vittoria e meno giocavo con convinzione, sperando sempre che la vittoria pendesse dalla mia parte onorando la mia prudenza. Per me l’associazione tra paura e prudenza, qui, è immediata.
Penso che in questo romanzo ci sia una relazione profonda tra paura e privazione. Aleni dice spesso no, scappa via da qualcosa perché ne ha paura, e spesso si compiace quando sono gli altri che lottano per ottenere qualcosa, come le sue avversarie che lei in fondo ammira, che invidia. E parlando di vittoria, probabilmente non le interessa nemmeno. Il tennis non le importa perché può vincere, ma perché è il segno di un legame col padre attraverso cui lei può farsi riconoscere. Il padre è l’unico dei due genitori che la crede speciale. Sottrarsi a questo tipo di sguardo le costa molto, le sembra di dover rompere un’alleanza.
Hai scritto un racconto, pubblicato nel 2023 su Il primo amore e intitolato Rovina, dove esplori un altro rapporto padre-figlia molto simile a quello tra Nico e Aleni, che si conclude anche quello con una fuga. Ma lì mancava il tennis e leggendolo non ho mai avuto la sensazione che la protagonista si sentisse protetta come Aleni, piuttosto rapita.
È vero, ma lo è anche il suo contrario, perché ne La mancina è anche Aleni che protegge il padre. C’è una forma di cura, tutela, verso quello che lui prova. Aleni sente, in qualche modo, di doverlo proteggere. Questo, però, parlando di fuga, genera anche la necessità di sfuggire a una predazione. Per questo penso di aver scritto un romanzo sulla sottrazione, sulla depredazione e la successiva riappropriazione della selvatichezza.
È un concetto che arriva anche dai miei studi. Ho fatto una tesi sul divenire-animale di Deleuze. Lui afferma che ciascuno di noi deve trovare il proprio punto di sotto-sviluppo, il punto di sottrazione che chiama N-1. Io ho associato questa teoria alla relazione col minore, quindi con Aleni. Il romanzo si intitola La mancina non solo perché lei lo è, ma perché ho voluto affrontare la marginalità e rappresentare quelle categorie che stanno “a sinistra”, che sono marginalizzate. Anche la dimensione animale lo è, e ho voluto farne un tratto associando a un animale ogni avversaria che Aleni incontra.
Ho l’impressione che sia qualcosa di altro, oltre al tuo percorso di studi.
Sì, riguarda anche la mia inclinazione, ciò verso cui naturalmente tendo e che sfocia in una certa visione della letteratura che finisce per essere anche politica.
Tutto questo, si esaurisce in un romanzo o lo leggeremo ancora, con altre tue parole e in altre tue storie?
Ci sono delle cose che rimarranno, elementi che continuerò a portarmi, che ci sono ne La Mancina ma c’erano anche in Ventre. E ce ne sono altre che resteranno solo qui, perché non penso ai romanzi come a delle evoluzioni, piuttosto a dei semi che si possono ripiantare.


