Il Pescatore guarda il Forestiero, che se ne sta in piedi sulla soglia. Lo squadra da capo a piedi, come se non lo avesse avuto di fronte fino a pochi minuti prima, quando era uscito da quella stessa porta. Sta cercando di individuare l’origine del mutamento, una spiegazione alla sensazione che gli sta facendo rizzare i capelli sulla nuca: è lo stesso giovane alto, stessi jeans lisi e faccia arrossata dal sole – ma qualcosa è cambiato e non si tratta di nulla di buono.
Il Pescatore è ancora seduto al tavolo del bar, davanti a lui il mazzo di carte e i resti del pasto. Stava aspettando che il Forestiero rientrasse e riprendesse il suo posto per poter finire l’abituale partita prima che la sirena segnalasse il termine della loro pausa pranzo, ma ora dimentico di tutto appoggia le sue carte sul legno macchiato senza curarsi di girarle a faccia in giù e si porta al mento ispido la mano callosa.
Il bar del porto è poco più che una bettola. La radio, portata da qualcuno quando il vecchio jukebox si è definitivamente guastato qualche anno prima, gracchia in sottofondo. Il Pescatore lancia un’occhiata sbieca verso il mondo esterno attraverso la finestra incrostata di salsedine: no, fuori il sole continua a picchiare sul molo e si riflette sulle onde – però quel refolo gelato non lo sta immaginando, ha visto distintamente che anche i pochi altri avventori presenti hanno percepito qualcosa che li ha fatti all’improvviso rabbrividire e stringersi nelle spalle. Somiglia alla sensazione di quando, nuotando nelle acque tiepide della baia, si è colti all’improvviso di sorpresa da una corrente fredda.
Torna turbato a fissare il Forestiero – persiste nel chiamarlo così nonostante il ragazzo sia in paese da ormai quasi un anno – determinato a capire perché quella stessa persona che solitamente riempiva ogni stanza con la sua vitalità chiassosa ora sembrava aver portato con sé lo spettro umido e gelido di una notte di febbraio.
Lo sguardo del Forestiero per un attimo elude quello del Pescatore scivolando come un anguilla, altrove e inafferrabile, ma il Pescatore persiste e stabilisce alla fine il contatto. I due uomini ora si guardano, immobili.
Quando pochi minuti prima uno degli scaricatori si era affacciato per avvertire che al telefono pubblico c’era una chiamata per il Forestiero avevano entrambi pensato che come al solito si trattasse del Capo con qualche ordine o nuova lagnanza dall’ufficio su in paese. L’uomo più giovane si era alzato con uno sbuffo e il compagno era rimasto ad attenderlo. Non sa bene cosa lo avesse spinto a spostare la sedia quel tanto che bastava per avere una visuale parziale del vecchio apparecchio a gettoni dalla finestra, ma di qualsiasi presentimento si fosse trattato aveva subito trovato conferma.
In quella, il Forestiero finalmente si scuote dalla trance apparente e si avvicina al tavolo – un paio di passi appena, ma sembrano costargli un certo sforzo. Quando alla fine parla, la voce e lo sguardo (il Pescatore osserva senza riuscire a mascherare un sussulto) arrivano da lontano – anzi no, si corregge il vecchio, arrivano da giù, da una qualche profondità marina insondabile, buia e fredda.
«Devo andare-»
Il ragazzo parla con un tono quasi normale, ma la mascella è un po’ troppo rigida, le spalle tese. Il Pescatore aveva guardato la postura del Forestiero trasformarsi nel corso della telefonata: prima era sembrato afflosciarsi e come rimpicciolire, poi aveva raddrizzato la schiena e sollevato la testa, rigidità da marionetta.
«-Devo tornare a casa» Risponde alla domanda posta dalle sopracciglia setolose del vecchio.
«Mancano ancora tre ore alla fine del turno, non ti sentirai mica male eh ragazzo?»
«No, dico tornare a casa a casa.»
Casa. Il Forestiero parlava a volte del suo passato, ma mai nulla che risalisse a più di qualche anno prima, mai di casa, o famiglia. Era un buon lavoratore, offriva spesso da bere e raccontava barzellette orrende con una convinzione tanto genuina che non si poteva fare a meno di ridere – e questo è tutto quello che agli uomini del porto era bastato sapere. Perdeva sportivamente al biliardino e saldava sempre i debiti di gioco. Anche alle freccette raccoglieva più sconfitte che vittorie, eccetto che per la volta che con una sequenza di tiri tanto fortuiti da essere entrata nel folklore locale aveva vinto l’orologio d’oro di un commerciante di passaggio. Era un aggeggio dozzinale col quadrante graffiato, ma da quel giorno lo aveva sempre indossato con estremo orgoglio e amava raccontare quella storia ogni volta che se ne presentava l’occasione. Diceva che l’orologio gli portava fortuna, e aveva preso l’abitudine di metterlo in palio in scommesse aleatorie improvvisate, aggiungendo sempre che «lo faceva per ricordarsi sempre il valore fuggevole delle cose». Finiva ogni volta per vincerlo di nuovo lui.
Quando si era presentato a cercare impiego aveva detto di chiamarsi Nemo, nome a cui rispondeva sempre con un secondo di ritardo, ma anche i colleghi che l’avevano notato ormai avevano preso in simpatia il giovane chiassoso e spensierato e si erano limitati a scrollare le spalle senza fare ulteriori domande.
Ora che il Pescatore ha avuto una manciata di secondi per scavare nello sguardo torbido del Forestiero crede di aver riconosciuto finalmente la ragione della sensazione di spiacevole familiarità: posture e sguardi simili li aveva visti spesso tanti anni prima, quando erano arrivate le maledette lettere della chiamata alle armi. E anche in tempi più recenti aveva incontrato qualcosa del genere, quando con l’avanzare dell’età i primi amici avevano cominciato a tornare dalle visite dai dottori di città con imponenti plichi di carte incomprensibili (e diagnosi fin troppo chiare). Il Pescatore ha capito insomma che quello che gli si è piazzato pesante e freddo sulla bocca dello stomaco è un presagio, un auspicio di morte.
Stavolta è il Pescatore a scuotersi per primo.
«Almeno finiamo l’ultimo giro, eh?»
Il Forestiero accetta il boccale che gli viene porto, le dita si intrecciano attorno al cilindro di vetro con un gesto meccanico, lo sguardo ancora rivolto verso il vecchio senza però vederlo davvero. Nemmeno si siede – non sembra pensarci. Non sembra nemmeno essere davvero nella stanza, riflette il Pescatore, si direbbe sia già altrove, in una realtà diversa. Il pensiero lo addolora.
Le mani del ragazzo tremano per un istante, tradiscono la fragilità instabile sotto la calma piatta. Il tremito però viene subito soppresso. Senza spiegarsi del tutto il motivo il vecchio si trova a pensare a quei pescatori del Nord che non imparano nemmeno a nuotare: se cadi in quel mare lì dibattersi è inutile. Qualunque destino sia quello che si è manifestato con quella telefonata, sembra che il Forestiero sappia di non avere altra scelta che accettarlo. Piuttosto, per proteggersi, ha già iniziato a tagliare le cime che lo ancorano alla realtà – al Pescatore sembra di sentire le corde che saltano una ad una: stack, l’unico impressionante sorso con cui il ragazzo svuota il proprio bicchiere, stack, lo scintillio febbricitante che ora gli illumina gli occhi – senza però animarli, stack, stack, stack, schiocchi netti che quasi lo fanno sobbalzare.
Nessuno dei due uomini reagisce all’arrivo al tavolo della cameriera, che ha un’espressione preoccupata che le corruccia il visino ovale, e che con la scusa di raccogliere i piatti vuoti si è avvicinata per studiare il Forestiero. Lui, che le faceva il filo da settimane, non sembra vederla. Lei fa per parlare, la mano sollevata come per toccargli un avambraccio, poi richiude la bocca e si allontana, limitandosi a lanciare sporadiche occhiate dubbiose verso di loro da dietro il bancone.
Ora il ragazzo guarda fuori dalla finestra, e il Pescatore pensa. Soppesa il modo in cui il suo giovane compagno era costantemente allegro e sempre così affamato di vita. Ripensandoci adesso gli sembra quasi fosse consapevole dai stare usando del tempo preso in prestito, e di doverne approfittare. Rammenta come ogni tanto sobbalzasse senza un motivo con l’aria chi è colto sul fatto e si aspetta di essere redarguito, e come a volte si girasse di scatto a controllare un movimento visto con la coda dell’occhio. Il Pescatore cerca di scacciare quelle elucubrazioni senza fondamento, ma non riesce a liberarsi della sensazione che il Forestiero sapesse che qualunque fosse la cosa da cui scappava quella sarebbe tornata a cercarlo, e lo avrebbe reclamato di diritto.
Gli torna alla mente infine quella notte di qualche mese prima, quando tra lunghi silenzi contemplativi e sporadiche frasi impastate dall’alcool, rimasti gli ultimi due avventori del bar, gli argomenti di conversazione si erano fatti più personali, e aveva intravisto un’ombra passare negli occhi del ragazzo, per poi subito dileguarsi senza lasciare traccia. Ricorda con chiarezza la sensazione di inquietudine (gli aveva ricordato la sagoma di un enorme pesce che passa sotto la chiglia della barca, urtandola, per poi inabissarsi e sparire). Non ricorda però di cosa stessero parlando, vorrebbe attribuirlo alle molte birre, ma ha la sensazione di averlo ignorato consciamente (ci sono creature che è meglio fingere di non avere visto, là in mare aperto).
Alla fine si schiarisce la gola: «vedi di farti rivedere presto, eh ragazzo?»
Riesce per una seconda volta a intercettarne lo sguardo, che si fissa nel suo – probabilmente è per questo che la seconda parte della frase gli esce un po’ strozzata.
«Non credere che mi dimentichi che mi devi ancora una montagna di soldi, dopo l’ultima volta in paese.»
Il Forestiero salda sempre i suoi debiti, lo sanno tutti al porto. Non ci crede davvero, ma una parte infantile della mente del Pescatore esulta all’idea di averlo incastrato: ora sarà costretto a tornare per forza. Il Forestiero deve aver colto la speranza malcelata, perché un fremito gli scuote le guance e all’improvviso erompe in una risata. Il suono è spontaneo ed emerge dal profondo, ma non è gioioso. Dura troppo a lungo e riecheggia troppo forte, ha qualcosa di febbrile che fa nuovamente voltare gli avventori. Nello sguardo della cameriera, dietro al bancone, ora c’è genuina paura.
Stack. Stack. Stack.
Il Pescatore scuote la testa, sta cercando di scacciare il principio di un groppo in gola. Suo malgrado aveva preso a considerarlo come un nipote, quel ragazzo con le prime pieghe agli angoli degli occhi. Ora lo guarda e gli sembra anziano e stanco quanto lui. Il Forestiero posa infine il boccale vuoto, e si sporge oltre il tavolo per stringere la mano dell’amico.
«Stammi bene, vecchio.»
Prima di raddrizzarsi ponendo fine alla stretta il Forestiero fa scivolare qualcosa nelle mani del Pescatore, un oggetto che gli preme sul palmo calloso e sul quale gli fa serrare le dita, prima di ritrarsi. Non è difficile indovinare di cosa si tratti, ma il Pescatore non può fare a meno di guardare lo stesso. Il quadrante graffiato dell’orologio d’oro segna le dodici e sei minuti.
Prima ancora di sollevare nuovamente la testa già lo sa: il ragazzo è già
(morto)
uscito.
Il ragazzo è già uscito, si rimprovera.
No è inutile. La verità gli si è seduta sulla bocca dello stomaco appena l’ha guardato negli occhi e non se ne andrà facendo finta di non vederla, lo sa il Pescatore e lo sa anche il Forestiero, ora ne è sicuro. Solo il corpo del giovane non lo sa ancora, ma quello non è un requisito fondamentale.
Il ragazzo è già morto.
Il Pescatore rimane immobile, l’orologio in mano, sentendo il gelo che abbandona lentamente la stanza al seguito ragazzo, mentre gli altri avventori inconsapevolmente tornano ad assumere posture più rilassate. Attraverso i vetri sporchi lo guarda allontanarsi sul molo, sotto il sole di mezzogiorno, la figura che più che rimpicciolire sembra svanire, appartenere già a quell’altrove da cui alla fine non era riuscito a fuggire.

