Salvatore Toscano, io lo conosco.
Potrebbe sembrare un’informazione irrilevante oppure un dettaglio incriminante, un fatto pregiudiziale. Ed è, in effetti, tutte e tre le cose. Irrilevante perché con Salvatore avrò parlato una decina di volte, conversato giusto un paio e non ricordo discussioni approfondite, forse una, al massimo due, ma più probabile fosse un unico lungo discorso suddiviso in due puntate. Incriminante e pregiudiziale perché scrivo de Gli stupidi e i furfanti proprio perché Salvatore lo conosco e questo sarà il metodo, se vogliamo trovare una regola o un modus operandi di questi brevi testi: non recensioni, ma impressioni di lettura. E per impressionarmi ho bisogno di almeno uno di questi elementi:
- Conoscere l’autore/trice, averci parlato se è vivo/a oppure averne letto abbastanza se è morto/a. Abbastanza è un criterio variabile, ma mi accontento di aver raggiunto il 50%+1 della sua produzione, una sorta di quorum editoriale.
- Aver terminato la lettura in meno di 72h, arco temporale limitato e contenuto capace di suscitare impressioni vivide e valide, credo. Nessuna impressione diluita, nulla di troppo razionale, ma parole che appartengano alla sfera emotiva istintuale. Immagini, non definizioni.
- Non aver ricevuto il testo per scriverne. I regali, le attenzioni, la premura: tutte cose molto belle, ma devono essere dei vuoti a perdere. I libri preferisco comprarli, preferisco evitare il meccanismo ricattatorio del ricevi quindi scrivi. Non è un ricatto, mento, sono solo i miei sensi di colpa. Quindi ben accetti i libri, ma non vi aspettate che.
- Non aver già scritto di quell’autore/trice o di quella casa editrice nei sei mesi precedenti: il mondo editoriale è talmente vasto che non voglio riempire lo spazio soltanto con le mie ossessioni. Cercherò di spaziare.
- Che il testo sia una novità, o quantomeno una ristampa aggiornata, una nuova traduzione, se non addirittura un esordio, un inedito. Ci siamo capiti.
Il testo di Salvatore Toscano rispetta tutti e cinque i parametri, quindi mi sembra il modo migliore per inaugurare questo spazio. Per il nome della rubrica, Kakapo, inutile sottolinearne l’assonanza con la parola capo (ma nel senso latino, di contenitore, infatti sono ben felice che questa esperienza della Nuova Altri Animali sia nata all’interno del contenitore di Itaca Colonia Creativa). Poi si tratta di un pappagallo, decisamente in via d’estinzione, incapace a volare e con delle abitudini notturne: il mio identikit, in pratica. Sembrerà ridicolo, ma tutto questo preambolo – necessario quanto noioso – risulterà ben più lungo delle poche righe che vorrei lasciare su Gli stupidi e i furfanti.
Innanzitutto dicevo che Salvatore Toscano, io lo conosco. E l’ho riconosciuto in queste pagine. Lo stesso Salvatore che si siede al banco, non in prima fila, ma appena dietro gli studenti, che ascolta attento e fa domande, che si interroga sullo scrivere come fosse la prima volta, che si diverte a prendere appunti come se non avesse un romanzo pronto per un CE di tutto rispetto, con uno strillo di tutto rispetto. Perché racconto di questo episodio? Perché lo stesso Salvatore curioso, entusiasta e umile – fanatico, esagerato e modesto – lo incontrerete nelle pagine. Lo stesso Salvatore che scrive di temere il giudizio degli addetti ai lavori, lo stesso Salvatore che si spaventa davanti al noi scrittori, quello stesso Salvatore racconta del vuoto più grande: la morte del padre. E lo fa con un entusiasmo, una premura e un’esaltazione invidiabili, mischiando letteratura, musica, cinema, serie TV, calcio, trash, montagna, periferia, Roma, Pomigliano d’Arco, i cugini e Antonio Moresco. Un testo che potrebbe darvi l’impressione di essere sconclusionato, di non avere né la forma del romanzo né la forma del diario, un fiume di parole inconcludenti, più domande che risposte, più dubbi che verità, più finestre spalancate che aforismi autodeterminanti.
Vi sembrerà strano anche perché, fin dalle prime pagine, le premesse sembrano chiare e limpide: Salvatore Toscano si accorge di aver vissuto esattamente 13 giorni in meno del padre morto a 40 anni, così decide di appuntare giorno dopo giorno, dal 5 al 18 febbraio 2019, tutto quanto gli frulli per la testa. Il passato pieno di buchi si mischia a un presente altrettanto scivoloso, due assenze fanno da pesi gravitazionali in una narrazione che ondeggia, ruota, si lascia attrarre e respingere. Salvatore cerca di colmare ciò che si può afferrare, e inventare ciò che non si può ricordare, tramite le sue ossessioni e le sue domande con una cura da feticista del dettaglio. Questa è l’immagine che la lettura mi ha lasciato ben impressa nella mente: l’autore, e l’uomo ormai orfano da più di trent’anni, è come un pianeta al centro di una galassia che ha due Soli fatti d’assenza. Il padre e questa donna onnipresente nel suo non esserci, che gravita seguendo traiettorie che non sono ellittiche, che non sono prevedibili, in un’alterazione continua, in un gioco di polarizzazione che ci porta molto vicini al senso e poi ci allontana. Inevitabile che il destino di questo pianeta Salvatore Toscano sia quello di una gravitazione senza fine, un’oscillazione che – poco prima del finale – ammette la presenza di un terzo Sole, lo svela anche se era sempre stato lì, lo rende manifesto e ne ammette tutta la sua gigantesca massa: è il giorno in cui il padre è morto, è il Salvatore bambino che capisce e non capisce, che ricorda e non ricorda. Inserendo il terzo polo attrattivo la rotazione gravitazionale del romanzo accelera, gli eventi precipitano, si arriva al centro del vuoto: accettando la presenza di questo polo, il buco nero può finalmente risucchiare ogni parola e la storia finisce. In un crescendo che continua, che va oltre la sua naturale conclusione, che dura trent’anni di troppo, come uno di quelli di Metheny e Garrett. Un’assenza che, come accade spesso con la morte, diventa concreta e tangibile, presente. E chiama a sé tutto il resto.
