Matteo B. Bianchi è in partenza per gli Stati Uniti, dove presenterà l’edizione americana del suo ultimo romanzo pubblicata da Other Press nella traduzione di Michael F. Moore, autore della più accreditata trasposizione in inglese de I Promessi sposi di Manzoni. Un dettaglio, questo casuale legame con il padre del romanzo italiano moderno, che non manca di divertirlo.
A distanza di tre anni dalla sua uscita La vita di chi resta è, insomma, un libro che, trainato dal coraggio di un racconto inedito in Italia – quello dell’esperienza da sopravvissuto al suicidio del suo ex compagno – non ha ancora smesso di far parlare di sé.
Proprio da qui vorrei partire. Dal parlare di sé. Sul finale del libro racconti della tua partecipazione a un convegno virtuale sul tema del suicidio organizzato dal professor Pompili. La modalità da remoto ha fatto sì che tu ti trovassi a parlare davanti alla telecamera di un laptop nella tua stanza chiusa. Di fatto, a parlare da solo.
In questo passaggio ho notato delle analogie con l’atto della scrittura autobiografica e di autofiction. Scrivere di se stessi è come parlare da soli davanti a migliaia di sconosciuti?
Secondo me, nella narrativa autobiografica, nel memoir – e meno nell’autofiction, perché l’autofiction implica un’elaborazione e anche un allontanamento dalla tua realtà – ci sono due fasi: la fase della scrittura, che per certi versi è più semplice perché appunto sei tu nella tua stanzetta; e poi la fase della presentazione in pubblico e della pubblicazione. Ecco, nel mio caso non ho mai sentito così forte questo dualismo come per questo libro. Questo passaggio dalla carta al pubblico è stato un passaggio particolarmente delicato e a cui pensavo con angoscia in realtà, perché il libro tocca delle corde molto intime, racconta una storia dolorosa e privata che avevo tenuto per me per oltre vent’anni. E, benché anche il mio libro abbia degli aspetti di autofiction – avendo modificato alcune cose, anche per preservare l’identità delle persone coinvolte – per me significava comunque decidere di espormi in prima persona, tra l’altro su un tema sul quale non ci si espone mai, come quello del suicidio. Una volta che mi sono deciso a scrivere, però, non è stato difficile farlo. È stato molto più difficile decidere di pubblicare.
A riguardo di questa difficoltà, in un dialogo del libro Nicola, il facilitatore naturale, afferma che nei confronti dei suicidi ci sono sempre dei pregiudizi. Credi che ci siano dei pregiudizi anche nei confronti dei libri sul suicidio o, più in generale, dei libri sul lutto?
Quando è strato proposto alle case editrici, il libro ha ricevuto dei rifiuti, alcuni un po’ imbarazzanti. Una mail, in particolare, mi ha sconvolto: diceva che queste cose interessano solo l’autore. In generale il lutto è un tabù dell’editoria. A esclusione dei libri gialli e crime, se nel titolo di un romanzo usi la parola “morte”, questo ti viene cassato perché è percepito come una specie di buco nero che impedirà al libro di essere venduto.
In generale il tema del lutto nella nostra società, non solo nell’editoria, è disincentivato. Per quanto riguarda il tema del suicidio, c’è una censura vera e propria, attuata da decenni, che è presente in ogni ambito della comunicazione, dai giornali alle tv. Anche in editoria, ma non so quanto volontariamente: ho l’impressione che non è che questi libri vengano rifiutati, non vengono proprio scritti. È strano rendersi conto di quanto certi temi rimangono delle zone d’ombra.

Il tuo libro ha però ridato slancio in questo senso al tema della prevenzione al suicidio e del sostegno ai sopravvissuti. È una dimostrazione che la letteratura è ancora uno strumento in grado di avere effetti positivi per la nostra società?
Dopo aver scritto questo libro, ho l’assoluta certezza di quanto ancora oggi la letteratura possa essere potente. Molte persone mi hanno contattato, ringraziandomi, dicendo che il libro ha salvato loro la vita, che ha avuto effetti migliori di una terapia. Testimonianze molto forti e non limitate all’Italia. Il libro è stato tradotto in dieci paesi e, per esempio, mi ha molto sorpreso il caso del Giappone, dove, a dispetto della sua presenza nella cultura tradizionale classica, nella società contemporanea il suicidio è tornato a essere tabù.
Ho avuto la netta percezione che il mio libro andasse a colmare una lacuna culturale. È il motivo per cui è uscito in alcuni paesi, così come in altri non è stato tradotto, perché affronta un tabù talmente forte da impedire la pubblicazione di un libro. Ho capito quanto un libro del genere possa aiutare a squarciare in parte il velo, a riaccendere una conversazione.
Tornando all’Italia, però: dovevo essere intervistato dal TG1 e, quando hanno capito l’argomento del libro, hanno fatto un passo indietro.
Ti ha stupito questa cosa?
Quello che mi stupisce è la superficialità con cui viene giudicata questa materia. L’alibi dietro cui si nascondono i mass media è: non si parla di suicidio per non indurre all’emulazione, ma il mio libro parla delle conseguenze del gesto, delle persone che rimangono.
Il tuo è un libro molto intimo e personale. A tre anni dalla pubblicazione, senti una forte identificazione con La vita di chi resta?
Sì, l’impatto che ha avuto questo libro era inimmaginabile. Se qualcuno mi avesse detto: «Scrivi un libro che può essere tradotto in tutto il mondo», non avrei mai pensato di scrivere un libro simile. Oltretutto, un libro del genere lo scrivi perché senti davvero l’esigenza di scriverlo, non perché pensi a un successo commerciale o a una vendibilità. La mia scrittura ha tendenzialmente sempre avuto un approccio ironico, di leggerezza e mi sono trovato ad avere successo con un libro molto diverso dai miei precedenti. Questo ha anche un po’ sbalestrato la mia stessa traiettoria come scrittore. Ho pensato molto in questi mesi cosa far seguire a questo libro: tornerò a un’opera di literary fiction; penso che la cosa migliore per me, in questo momento, sia fare qualcosa di diverso.
Una costante nella tua vita invece è ‘tina, la rivista letteraria che hai fondato trent’anni fa. Si tratta probabilmente della rivista indipendente dedicata ai racconti e approdata sul web più longeva d’Italia. Qual è il segreto di questa stabilità, che consiglio dai a chi si lancia in un’avventura simile?
Il consiglio che do purtroppo è un consiglio estremista: le riviste fatele da soli. Il segreto di ‘tina è che non ha mai avuto una redazione. Io non ho mai dovuto discutere con nessuno e neanche ho mai avuto delle scadenze. ‘tina esce quando vuole, adesso una volta all’anno. È un progetto che è rimasto nella sua dimensione amatoriale, nonostante mi abbiano anche proposto di farne un libro o altro, io ho sempre rifiutato. Perché penso che, nel momento in cui dovessi uscire da questa dimensione – che è quella con cui poi la rivista è nata, con me, dentro la mia cameretta –, la rivista crollerebbe su se stessa. Quello che ha permesso a ‘tina di vivere tutti questi decenni è il fatto che c’è dietro il mio entusiasmo. Per conservarlo è stato molto importante a un certo punto rendermi conto che produrla online non mi gratificava più: sono tornato alla versione stampata, che esce per tutti i numeri con un formato differente, il che significa quindi ogni volta concepire una rivista nuova. Una formula che mi permette di mantenere acceso l’entusiasmo.
Il cartaceo sta tornando…
Frequentando un po’ di manifestazioni legate al mondo delle riviste, la cosa interessante è che mentre l’editoria in generale, tra cui i quotidiani e i mensili, stanno subendo un fortissimo calo, il mondo delle riviste indipendenti è in costante ascesa, perché sono riviste amatoriali per lettori amatoriali. Io stesso ne sono un grande lettore. È una specie di movimento: ti piace quella nicchia di prodotti e sai dove andarli a cercare. Può sembrare strano, ma le piccole riviste stanno vivendo una stagione felice, mentre i grandi gruppi editoriali vivono un periodo di terrore.
Dalla creazione di ‘tina alla direzione editoriale di Accento il tuo è un percorso strettamente connesso alle ansie, speranze e gioie degli autori e delle autrici esordienti. Lo dimostra anche l’ultimo libro che hai pubblicato, Il romanzo che hai dentro, un manuale di scrittura creativa autobiografica.
Calvino, nella prefazione del ’64 alla nuova edizione del Sentiero dei nidi di ragno, afferma che «finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita.» È questa libertà ad affascinarti degli esordi?
Questa passione per gli esordi l’ho mutuata da Pier Vittorio Tondelli. Quando ero un autore alle prime armi, l’editoria era pressoché inaccessibile agli esordienti: ne uscivano pochi e c’erano poche case editrici indipendenti. In quegli anni Tondelli non solo ha curato antologie under 25, ma, attraverso le pagine delle sue rubriche su Linus e Rockstar, ha anche instaurato un dialogo con i giovani lettori suggerendo quali libri leggere, quali film vedere, quale musica ascoltare. Questa sua inclinazione mi ha formato.
Quando ho fatto ‘tina, ho creato una rivista per esordienti, mentre io stesso lo ero. Sono nato con questo imprinting: l’idea di dare spazio agli altri. Ed è stato anche molto formativo per me. In genere uno scrittore, proprio perché sta cercando di emergere, agli inizi è molto concentrato su se stesso. Io fin dall’inizio mi sono occupato del lavoro degli altri mentre parallelamente scrivevo le mie cose. Questo mi ha aiutato a togliermi da un lato l’ossessione della pubblicazione a tutti i costi e dall’altro mi ha permesso di avere un dialogo costante con i miei pari e di uscire dalla condizione solitaria dello scrittore.
Accento, per quanto riguarda la pubblicazione di italiani, è dedicata agli esordienti. L’idea è stata di Alessandro Cattelan, non mia, anzi, io sono stato proprio contattato da lui perché conosceva questa mia predilezione per gli autori e le autrici alle prime armi. Fare una casa editrice con Alessandro Cattelan può avere molti pregi, ma poteva avere anche degli svantaggi: per esempio il fatto che il pubblico o i librai non la percepissero come un’operazione seria, essendo lui un personaggio televisivo. Per questo siamo stati molto rigorosi con il progetto editoriale, con una scelta precisa di copertine e di libri da pubblicare. Volevamo che fin da subito ci si accorgesse dell’impegno dietro alla casa editrice.

Scrittore, direttore editoriale, ma anche podcaster: Copertina, nato nel 2019, è il primo podcast in Italia dedicato ai libri. Nel frattempo, il panorama si è molto ampliato. Di libri si parla anche su YouTube, Instagram e TikTok. A cosa attribuisci l’affermazione di questo medium e credi che le recensioni parlate stiano rimpiazzando la scrittura di recensioni/articoli/saggi sui libri?
Io non riesco a pensare che una cosa sostituisca l’altra. Oggi le persone hanno molti più canali a disposizione per avere informazioni sui libri. Si è molto allargato il panorama, il che per me è solo positivo per quanto riguarda la circolazione dell’informazione sul libro; il contraltare è che, ovviamente, ormai in tantissimi s’improvvisano content creator legati al mondo dei libri, tanto che anche ad Accento siamo tempestati di richieste di gente che si spaccia come influencer quando ha una pagina con pochi follower. Da un lato c’è una democratizzazione del discorso sui libri, dall’altro c’è anche un po’ un impoverimento. Ti faccio un esempio personale: quando è uscito La vita di chi resta, un libro, come detto, con un tema delicato, avevo in programma una serie di interviste online con profili Instagram; alla seconda ho chiesto all’editore di non farle più, perché le domande che mi facevano mi mettevano in imbarazzo, erano inopportune. Errori in cui un recensore più preparato non sarebbe incappato.
Copertina oggi è per me uno strano fenomeno: ha una nicchia di ascoltatori fedelissimi, si è creata una vera e propria community intorno al podcast. Però non ho beneficiato del fatto che sia stato il primo podcast sui libri in italiano, non c’è stato un riconoscimento. Sono tante microbolle: c’è chi ascolta me, chi quello del Post, chi quello di Chora Media. È ancora un campo in cui è difficile emergere.
Domenica 12 aprile Matteo B. Bianchi sarà a San Francisco presso l’Istituto di Cultura Italiana in occasione del festival di letteratura “La Piazza”.
Per chi non si trovasse nei dintorni, mercoledì 15 aprile terrà, invece, una lezione online dal titolo “Raccontare di noi stessi” a Calipso, il corso sul romanzo di Itaca Colonia Creativa tenuto da Mattia Insolia.


Ieri sera pioveva a dirotto e non avevo nessuna voglia di uscire con i soliti amici per il solito giro dei bar. Volevo starmene tranquillo sul divano e provare un po’ di brivido digitale direttamente da casa mia. Navigando ho trovato Winnita Casino che ha un sacco di temi diversi tra cui scegliere senza stancarsi mai. In Italia hanno delle promozioni settimanali molto interessanti e regalano spesso dei piccoli bonus se sei costante. È stata una serata super rilassante e mi sono sentito davvero di buon umore.
Un’intervista davvero intensa e ricca, che mette in luce quanto coraggio ci voglia non solo a scrivere un libro come La vita di chi resta, ma soprattutto a pubblicarlo e portarlo nel mondo.
Dinosaur Game