Altri Animali

Quando sono arrivato nel Paese dei Balocchi avevo sette anni. Tifavo una squadra diversa da oggi, portavo i capelli cortissimi, a spazzola, li tagliava mio padre per fare economia. Ero un bambino normale. I miei lavoravano dalle dieci alle sette come la maggior parte dei genitori degli altri bambini con cui giocavo a pallone. Tutte persone normali. Capitava di prendere qualche sberla in casa, per capricci minimi, ma le cose in generale andavano bene. Non mancava niente. Abitavamo in un trilocale piccolo, in quegli anni avevo ancora la cameretta tutta per me, mio fratello sarebbe nato un anno dopo.

Nel Paese dei Balocchi ci sono arrivato per caso. Era martedì o mercoledì. Un giorno di novembre, quando il buio arriva troppo presto e spiazza il pomeriggio. A volte, se i miei avevano riunioni importanti a lavoro, e mia nonna non poteva tenermi, dopo scuola restavo a casa da solo per un paio d’ore. Spesso ero schiantato dalla paura sul divano, davanti alla televisione che trasmetteva un telefilm inquietante vietato ai minori di quattordici anni. Ovviamente il mio preferito. Mi piaceva essere terrorizzato. Sentire rumori che non c’erano, scappare fuori casa col cuore impazzito, cercando salvezza sul pianerottolo del condominio, con la vergogna della paura in gola. Quel martedì, o mercoledì, la puntata del telefilm inquietante era più sconvolgente del solito. Cominciai a sentire i rumori più familiari distorcersi, amplificarsi, ed ebbi l’impressione di non essere più solo. Dalla camera dei miei genitori proveniva un tintinnio innaturale. La casa era vuota, ma cominciava a riempirsi di quelle cose invisibili che vivono negli armadi, sotto i letti, e possono strozzarti nel sonno. La paura si plasmava nella forma delle ombre dei mobili, delle tende.

Contro quella paura senza volto e nome, uno dei pochi rimedi era la luce. Corsi ad accendere tutte le luci di casa. Ogni stanza era un’isola, e tra un’isola e l’altra, il ballatoio e il corridoio rimanevano in penombra: spazi liminali di morte. Il fortino dell’appartamento era il bagno. Senza finestre, cieco. Lì nessun fantasma mi avrebbe perseguitato, credevo. Era l’unica stanza della casa con una chiave nella serratura. Non ricordo quanto rimasi dentro prima di prendere quella stupida decisione. Forse venti minuti, forse un’ora. Continuavo a sentire le voci del telefilm inquietante. La paura montava. La sentivo allargarsi nello stomaco, risalire l’esofago, abbracciarmi la scatola cranica e farmela pulsare. Sentivo la febbre, come se qualcosa dentro il corpo dovesse spurgare dalle orecchie. I mostri non conoscono barriere, potevano infiltrarsi nella serratura, ghermirmi senza pietà. Il bagno non era più un rifugio sicuro. Non era più nemmeno un bagno, ma una prigione da cui evadere al più presto.

Allora decisi di entrare nel mobiletto. Aprii le ante bianche sotto il lavandino, dove i miei accumulavano medicinali e pacchetti di cotone idrofilo. Mi accartocciai in quello spazio minimo, pregando il mio angelo custode che andasse tutto bene. Lì, pensai, avrei guadagnato qualche secondo di vita in più. Poi con un gesto involontario del gomito sfiorai il fondo del mobiletto, avvertendo qualcosa di imprevedibile e provvisorio. Dietro al mobiletto non c’era il muro, ma uno spazio vuoto. Forzai senza impegnarmi troppo il pannello di legno compensato, che si crepò rivelando il buco nero. Qui il ricordo si confonde nel buio. Sporsi la testa per capire, e subito mancò l’equilibrio. Non è stato come scivolare, più come cadere. Riaperti gli occhi ero sul ciglio di una strada dritta senza orizzonte, ai lati un piattume agricolo infinito. Un punto nero nella geografia segreta del mondo. Perso.

La sensazione era la stessa provata al supermercato quando mia madre si allontanava dalla corsia e sfuggiva alla vista. Gli scaffali diventavano siepi di un labirinto diabolico. Gli estranei mostri o assassini. Dovevo nascondermi. Scappare. Salvarmi. Trovare mia madre il prima possibile. Quella sensazione. Sei solo. Indifeso. Scaraventato nell’oscurità, galleggi nella notte come un cieco e devi ritrovare la via di casa. Mi sentivo così. Camminai sul ciglio della strada finché i fanali di un vecchio furgone spaccarono la notte. Accostò, lasciando il motore acceso. Il tubo di scarico gorgogliando vomitava sbuffi di fumo. Al volante c’era un uomo, più che uomo un omino. Un esserino basso che arrivava a malapena con la testa al finestrino. Aveva la faccia gentile di chi ti chiede dove stai andando, e capisce che sei perso, che sei terrorizzato, che sei ingenuo. 

Dove stai andando? Disse. Da nessuna parte, risposi. Mi offrì delle caramelle, un pacchetto di vermetti frizzanti. Aspri e irresistibili. Salii sul furgone come se fosse la cosa più naturale del mondo. Quando arrivai davanti al Paese dei Balocchi mi mancava da finire qualche vermetto, scesi dal furgone che avevo ancora l’ultimo in bocca. L’omino mi salutò, indicandomi il cancello d’ingresso. C’erano dei lampioni altissimi, abbaglianti, dei fari come quelli che illuminano gli stadi. Oltre il fascio di luce si intuiva un cielo che sembrava gocciolare. Dipinto male. Vernice sciolta dall’umidità. Era un posto sbagliato. Perché ero così contento di essere lì? Sopra la cancellata svettava un’insegna gigantesca, colorata di giallo e rosso, buffa come quelle dei parchi a tema: Paese dei Balocchi. 

Il Paese dei Balocchi, per come lo ricordo, assomiglia a una piccola città. C’è una strada principale, e intorno tutte le case e gli edifici sono uguali, dipinti di un giallo pallido: costruzioni piatte e lunghe, prefabbricati dozzinali. Facendo attenzione si nota come alcuni siano più lunghi e profondi di altri. Sono case finte, edifici finti, provvisori. Il Paese dei Balocchi assomiglia a una città giocattolo o a un accampamento nomade del circo. L’impressione è quella che da un momento all’altro la città possa muoversi per spostarsi in blocco. È impossibile distinguere un edificio dall’altro, così sopra ogni tetto un cartello ne indica la funzione: SALA GIOCHI, BANCA, PALESTRA, DOLCIUMI, ROSTICCERIA, OSPEDALE, CHIESA, DORMITORIO N.1 MASCHILE, DORMITORIO N. 4 FEMMINILE, ecc. Tutto è organizzato per restituire una parvenza di realtà, ma non troppo fedele. Una messa in scena accettabile. Anche gli alberi sono finti. Lo notai dopo aver varcato l’ingresso, perché alcuni tronchi erano visibilmente scoloriti. Di una plastica vecchia consumata dalla luce. A un metro da terra, circa, all’altezza delle teste dei bambini, ondeggiano vibrazioni di canti meccanici, nenie dolciastre uscite da altoparlanti invisibili. 

Appena arrivato al Paese dei Balocchi non sapevo cosa fare, né dove andare. Un gruppetto di bambini giocava coi petardi. Altri inseguivano una bambina in bicicletta. C’erano scherzi, allegria. Qualcuno si lanciava una palla leggera. Il gioco era l’attività principale. Una visione disturbante e affascinante. La palla rotolò ai miei piedi, era arancione a scacchi neri. Diedi un calcio deciso. Cominciai a giocare con i miei nuovi amici. Cominciai a dimenticare la famiglia, il quartiere, la vita, la scuola. Non ricordavo più i loro nomi, gli indirizzi. Ci vollero pochi minuti. Forse non erano nemmeno minuti, ma istanti. Il tempo, nel Paese dei Balocchi, era una follia. Né lineare né tridimensionale. Il giorno e la notte erano un unico blocco illuminato dai fari artificiali. Non pioveva, non faceva freddo, non faceva caldo. Mi sistemarono in un dormitorio. Il letto era comodo. Il sonno piacevole. Interrotto soltanto da un vago latrare di cani che veniva da lontano, sottile come l’aria fresca del mare in una notte d’estate. 

Le attività nel Paese dei Balocchi erano una minestra di divertimento e stupidaggine. Passavamo da un edificio all’altro ingozzandoci di caramelle, hamburger, patatine fritte annegate nella salsa barbecue. Bevevamo tè alla menta e Coca-Cola. Disegnavamo cose oscene sulle pareti bianche della Chiesa. Nessuno poteva sgridarci, dirci cosa fare, cosa imparare. Le pagine dei libri nell’edificio BIBLIOTECA erano pasticciate o strappate. La mia parte preferita del Paese dei Balocchi era il luna park. C’erano attrazioni di tutti i tipi: montagne russe, autoscontri, tiro al bersaglio. Il luna park era la parte più lucida e colorata del Paese dei Balocchi, lì la vernice era sempre fresca. Avevo i denti incrostati dallo zucchero filato e una piacevole nausea. Così tutti i giorni, tutti i momenti.

In un momento di pausa dai giochi, seduto sulla veranda del DORMITOIO MASCHILE N. 3, mi resi conto che ormai avevo dimenticato la voce di mia madre. Provai a imitarla. Dalla gola uscì una voce stridula e piatta: la mia voce, nient’altro. Chiesi al mio nuovo migliore amico se ricordasse la voce di suo padre. Disse che non si ricordava bene, e provò anche lui a imitarla. Abbassando il tono di voce buttò fuori un rantolo. Come un colpo di tosse grassa. Poi un altro. Non riusciva a fermarsi. Non erano colpi di tosse. Vedo ancora le sue pupille slacciarsi dalla dimensione di una pupilla normale per dilatarsi e riempire il bianco della sclera. Gli occhi farsi grandi, come per implorare pietà. Mi misi a ridere. Non erano per niente colpi di tosse. Il mio nuovo migliore amico era diverso. 

Notai un accenno di pelo sul mento e sui baffi. Erano i suoi primi abbai. Abbai di paura e protesta. Stava iniziando a cambiare. Il processo di trasformazione, quando attecchiva, era spedito e irreversibile. I bambini che mostravano i primi sintomi cominciavano a riunirsi spontaneamente. Passeggiavano in branco. Voltavano la testa di scatto quando un rumore brusco li sorprendeva. Fissavano punti vuoti nel cielo. Nelle loro facce non c’era niente di naturale. Conservavano senza mai mutarla una smorfia di felicità e dolore, incomprensibile, che sembrava dipinta. La schiena si curvava. Il pelo si ispessiva. Prevedere il momento esatto in cui sarebbe iniziata la trasformazione era impossibile. Non c’era una regola. Così aspettavo il mio turno. Ma il turno non arrivava. 

Una notte fui svegliato dagli ululati. Uscii dal DORMITORIO MASCHILE N. 4. C’era una luce malata, corpuscolare, che odorava di miele e pioggia. I corpi tremavano. Rannicchiati e ubbidienti. Avevano espressioni di pietra, cristallizzate dall’obbedienza. Come se qualcosa li chiamasse da dentro, ordinasse di stare buoni, immobili, docili e innocui. Alcuni di loro avevano già la pelliccia completa, camminavano a quattro zampe, le orecchie allungate in allerta. Il suono dei respiri di questi ultimi cambiava frequenza. Un borbottio basso e profondo, dal ritmo accelerato quasi asmatico. Il mio nuovo migliore amico e il gruppo di bambini trasformati mi fissavano. Imploravano qualcosa che non potevo capire, che non potevo dare. Erano animali che forse ricordavano di essere stati altro. 

L’Omino mi avvicinò al luna park. Voleva parlarmi. Non riusciva a spiegarsi la mia riluttanza alla trasformazione. In verità, non sapevo spiegarla nemmeno io. L’idea della trasformazione mi spaventava, ma allo stesso tempo mi attraeva. Non poter essere parte del branco era quasi una delusione. L’Omino disse che potevano capitare situazioni come la mia, eccezioni incomputabili. Disse che gli dispiaceva, ma non poteva farci niente. Disse che sarei stato costretto a ricordare, a crescere, a ripensare a questi giorni. Disse che molto probabilmente, dopo il Paese dei Balocchi, tutti mi avrebbero considerato pazzo. Disse che nessuno avrebbe creduto alle mie storie. Disse che trasformava bambini in cani e vendeva cani da quando ne aveva memoria. Disse che non avrebbe mai smesso. Disse di non preoccuparmi per i bambini cani. Disse che non soffrivano. Disse che sarebbero stati amati. Disse che per me sarebbe stato più difficile amare e essere amato. Disse che amare e essere amati è l’unica cosa che conta. Poi indicò il branco, era quasi commosso. Non ricordano più niente, disse, ma amano tutto. Amano senza ritegno. E saranno ricambiati per sempre.

Quella notte arrivarono i camion. C’era un ronzio fastidioso nell’aria. Il rumore dei motori elettrici. Delle scatole di ferro dipinte di bianco. Le ruote sporche di fango. I cani aspettavano lungo la strada, in file ordinate, divisi per razza. Nessuno li costringeva all’ordine. Era la loro nuova natura. Fedeli a un disegno più grande di loro. Poi i camion, le scatole di ferro con le ruote, partirono col loro carico. Il mio nuovo migliore amico, i suoi compagni di branco.

Passò del tempo, vidi altri due carichi. Al terzo ciclo di carico l’Omino mi convocò nel suo studio. Era una stanza fredda che sembrava lo studio abbandonato di un dentista. La mia trasformazione, ormai, era impensabile. Un caso da studiare, disse. Ma qui non vogliamo studiare, qui contano solo i soldi, disse, tu non mi fai fare soldi, non posso venderti. Sei difettoso. Non sei fatto per essere amato, non lo so, disse. E allargò le braccia. Era deluso e scocciato. Vai a dormire, domani quando ti svegli te ne vai, disse. 

Con i miei genitori non ne abbiamo mai parlato. Quel martedì, o mercoledì, mi hanno trovato per terra, in bagno, addormentato. Stringevo nel pugno un pacchetto di vermetti frizzanti aperto. Una psicologa, anni dopo, mi ha detto che le cose che ho sofferto quando avevo sette anni sono insostenibili e che il trauma si trasforma in simbolo. Non esiste nessun Paese dei Balocchi, il Paese dei Balocchi non è reale, i bambini non vengono trasformati in cani per essere venduti: è una invenzione delle fiabe ed è la prima volta che sente una cosa del genere, così ha detto. Tutti abbiamo i nostri paesaggi oscuri. Certe notti mi sveglio sudato, con in bocca un sapore di zucchero filato, e il corridoio che separa la camera dal bagno mi sembra un sentiero che punta dritto alla mia infanzia. 

La psicologa mi ha consigliato di prendere un cane per alleviare la solitudine. L’ho cercata su Facebook e lei, ovviamente, ha una foto profilo abbracciata a un cane, un Golden Retriever. Un cane che assomiglia molto al mio ex-nuovo migliore amico, ma non ci giurerei, sono passati troppi anni, probabilmente è morto. Comunque, non tutti i cani sono stati bambini, è ovvio. Stabilire in percentuale quanti cani siano ex-bambini passati dal Paese dei Balocchi è impossibile. Una statistica inutile. I cani che vengono dal Paese dei balocchi però, ho imparato a riconoscerli. Abbaiano poco, fanno cose strane, hanno le fisse.

Come Nina, la mia nuova cagnolina. Pioveva, l’ho trovata un giorno sul portone di casa. Mi guardava senza muoversi, aspettando un invito. Io ho capito e l’ho lasciata entrare. La psicologa forse aveva ragione. Adesso mi sento meno solo. Nina mi guarda come se ci conoscessimo da sempre. Ci addormentiamo insieme guardando la televisione. A volte, invece, quando non riesco a prendere sonno, faccio finta di andare a letto e la spio. La vedo entrare in bagno, o in altre stanze, mi fermo sulla soglia delle porte, e la sento mentre cerca di forzare l’apertura di un armadio, o di un mobiletto, mossa da un istinto insopprimibile. È come se l’ultima cellula umana sopravvissuta nel suo corpo animale la spingesse a cercare un passaggio segreto per tornare indietro, là dove una volta è stata una bambina che ha perso la strada di casa, come fosse convinta che tornando indietro, al Paese dei Balocchi, l’attenda una regressione. La regressione allo stato umanoide. L’Omino non hai mai accennato a qualcosa del genere. No, non credo sia possibile, ma potrei sbagliarmi. In ogni caso, fossi in lei, non vorrei mai tornare indietro. Qui non le manca niente.

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