«Nata di notte» di Jack London

Eravamo nel vecchio Club Alta-Inyo – era una notte calda per San Francisco – e attraverso le finestre aperte, sommesso e lontano, arrivava il frastuono delle strade. Il discorso si era spostato dal Procedimento contro l’appropriazione indebita e gli ultimi indizi sul fatto che la città necessitasse più trasparenza, a tutto il grottesco squallore e marciume della misantropia e bassezza umana, fino a che fu fatto il nome di O’Brien – O’Brien, il promettente giovane pugile che la notte prima era stato ucciso sul ring. Di colpo l’aria si era come rinfrescata. O’ Brien era stato un giovane idealista con uno stile di vita specchiato. Non beveva, non fumava, non bestemmiava, e il suo era stato il corpo bellissimo di un giovane dio. Aveva persino portato il suo libro di preghiere a lato del ring. Lo avevano trovato nella tasca del suo cappotto nello spogliatoio… dopo.

Ecco la giovinezza, sana e pulita, immacolata – questa cosa gloriosa e meravigliosa da evocare per gli uomini… quando l’hanno perduta e hanno raggiunto la mezza età. L’abbiamo così bene evocata che il vero amore è arrivato e per un’ora ci ha tenuto lontani dalla città dell’uomo e dal suo urlo ringhioso. Bardwell, in un certo senso, aveva dato inizio alla cosa citando Thoreau; ma fu il vecchio Trefethan, calvo e con la pappagorgia, a raccogliere la citazione e per l’ora seguente fu l’incarnazione dell’amore romantico. All’inizio ci domandammo quanti scotch avesse bevuto dalla cena in poi, ma molto presto ce ne scordammo del tutto.

«Era il 1898 – avevo trentacinque anni allora» disse. «Sì, lo so che state facendo i conti. Avete ragione. Ora ne ho quarantasette. Sembra che ne abbia dieci di più; e il dottore dice… al diavolo i dottori!»

Si portò il lungo bicchiere alle labbra e sorseggiò piano per placare l’irritazione.

«Ma ero giovane… una volta. Ero giovane, dodici anni fa, e in testa avevo i capelli, la mia pancia era piatta come quella di un corridore e non sapevo cosa fosse la stanchezza. Ero una forza nel ’98. Milner, tu ricordi com’ero. Mi conoscevi già. Non ero proprio un bel tipo?»

Milner annuì. Come Trefethan, era un altro ingegnere minerario che aveva fatto una fortuna nel Klondike.

«Certo che lo eri, vecchio mio» disse Milner. «Non dimenticherò mai quando ti liberasti di quei taglialegna alla M. & M. la notte che quel piccoletto del giornale iniziò la rissa. A quel tempo Slevin era in campagna» – a quanto ne sapevamo – «e il suo manager voleva organizzare un incontro con Trefethan.»

«Guardatemi adesso» Trefethan ordinò con rabbia. «Questo è quello che la Goldstead mi ha fatto… Dio solo sa quanti milioni, ma niente è rimasto nella mia anima… o nelle mie vene. Il sangue buono non c’è più. Sono una medusa, una enorme, disgustosa massa di protoplasma oscillante, una… una…»

Ma non gli vennero le parole, e trovò conforto nel suo lungo bicchiere.

«Allora le donne mi guardavano; e si giravano di nuovo per darmi una seconda occhiata. Strano che non mi sia mai sposato. Ma la ragazza. Era ciò di cui avevo iniziato a raccontarvi. La incontrai nel bel mezzo del nulla. E lei mi citò proprio le parole di Thoreau che Bardwell ha citato un minuto fa: quelle sugli dèi nati di giorno e quelli nati di notte.

«Fu dopo che mi ero sistemato a Goldstead – e non avevo idea di quale tesoro si sarebbe rivelato quel viaggio difficile – che feci quel viaggio a est sulle Montagne Rocciose, muovendomi a zig-zag da una parte all’altra verso il Great Up North, lì dove le Rocciose sono più che una catena montuosa. Sono un confine, una linea di divisione, un muro impenetrabile e impossibile da scalare. Non c’è collegamento tra loro, sebbene sia capitato che nel lontano passato cacciatori di pelli le abbiano attraversate, anche se erano più quelli che si perdevano di chi ne usciva fuori. E quello è stato appunto il motivo per cui ho accettato la sfida. Era una traversata che qualunque altro uomo sarebbe stato fiero di compiere. Tra le cose che ho fatto, finora è quella che mi rende più fiero.

«È una terra sconosciuta. Vasti suoi tratti non sono mai stati esplorati. Ci sono grandi vallate dove l’uomo bianco non ha mai messo piede e tribù indiane primitive come lo erano diecimila anni fa… o quasi, visto che qualche contatto coi bianchi lo hanno avuto. Alcuni di loro vengono fuori ogni tanto per commerciare, e questo è tutto. Perfino la Hudson Bay Company non è riuscita a trovarli e a fare affari con loro.

«Torniamo alla ragazza. Stavo risalendo un ruscello – in California lo chiamereste fiume – non riportato dalle cartine e senza nome. Era una valle nobile, ora chiusa tra le alte mura di un canyon e poi di nuovo aperta su meravigliosi tratti, profondi e lunghi, con in fondo pascoli trionfanti, prati costellati di fiori e gruppi di abeti – incontaminati e magnifici.

«I cani erano carichi sul dorso, doloranti alle zampe ed esausti; io, invece, cercavo un qualunque gruppo di indiani da cui recuperare slitte e guide e partire con la prima neve. Era autunno inoltrato e il modo in cui quei fiori persistevano mi sorprese. Si presumeva fossi nell’America subartica, su tra gli speroni delle Montagne Rocciose, e c’era comunque quell’infinita distesa di fiori. Un giorno i coloni bianchi ci arriveranno e coltiveranno grano per tutta la vallata.

«Poi mi accesi una sigaretta, sentii i cani abbaiare – cani indiani – e arrivai all’accampamento. Devono essercene stati cinquecento, veri e propri indiani, e dalle parti di animali messe a essiccare capivo che la caccia autunnale era stata buona. Poi la incontrai: Lucy. Si chiamava così. Lingua dei segni – che era l’unico modo che avevamo per comunicare, fino a quando mi condussero in un grande tendone – una mezza tenda aperta dal lato in cui bruciava un fuoco. Era fatta tutta di pelli di alce, questa tenda – pelli di alce essiccate, lavorate a mano e di un marrone dorato. Sotto la tenda tutto era pulito e in ordine come nessun accampamento indiano era mai stato. Il letto era sistemato su rami freschi di abete. C’erano pellicce in abbondanza e soprattutto c’era una veste fatta di pelle di cigno – di pelle di cigno bianco – non ho mai visto niente di simile a quella veste. E sopra, seduta a gambe incrociate, c’era Lucy. Era color nocciola. L’ho chiamata ragazza. Non lo era. Era una donna, una donna color nocciola, un’amazzone, una donna di razza pura e imponente, pienamente regale. E i suoi occhi erano blu.

«Ecco cosa mi travolse – i suoi occhi – blu, non blu chiaro, ma blu intenso, come il mare e il cielo fusi insieme, e molto saggi. Ancora di più, avevano in loro il sorriso – un sorriso caldo, erano caldi come il sole e umani, molto umani e… posso dire femminili? Lo erano. Erano occhi di donna, di una vera donna. Sapete che vuol dire. Vi dico di più? In quegli occhi blu c’erano, al tempo stesso, inquietudine selvaggia, desiderio melanconico e quiete, quiete assoluta, una sorta di calma onnisciente e filosofica.»

Trefethan si interruppe bruscamente.

«Voialtri penserete che sono andato. Non lo sono. Questo è solo il mio quinto dalla cena. Sono completamente sobrio. Sono del tutto in me. Ora siedo qui fianco a fianco con la mia sacra giovinezza. Non è il “vecchio” Trefethan a parlare: è la mia giovinezza, ed è lei a dire che quelli erano gli occhi più splendidi che io abbia mai visto – così tanto calmi, così tanto inquieti; così tanto saggi, così tanto curiosi; così tanto vecchi, così tanto giovani; così soddisfatti e comunque desiderosi così malinconicamente. Ragazzi, non ve li so descrivere. Quando vi avrò raccontato di lei, potrete capirlo meglio da soli.

«Lei non si alzò. Ma mi allungò la mano.

«“Straniero” disse, “sono molto felice di vederti”.

«Ve la lascio immaginare – quella parlata forte, di frontiera, colorita di selvaggio West. Fate vostre le mie sensazioni. Era una donna, una donna bianca, ma quel modo di parlare! Era fantastico che ci fosse una donna bianca lì, di là dai confini del mondo – ma la parlata. Faceva male. Era come l’accordo staccato di una nota in bemolle. E comunque, vi dico, quella donna era una poetessa. Vedrete.

«Congedò gli indiani. E, per Giove, quelli se ne andarono. Prendevano ordini da lei e le obbedivano ciecamente. Lei era il capo hi-yu skookam. Disse agli uomini di preparare il mio accampamento e di prendersi cura dei miei cani. E loro fecero anche questo. Sapevano di non poter prendere neanche il laccio di un mocassino dal mio vestiario. Lei era del genere Quella-A-Cui-Si-Deve-Obbedire e mi faceva raggelare fino al midollo, mandava quei piccoli brividi a fare i maratoneti su e giù lungo la mia colonna vertebrale, il fatto di avere incontrato una donna bianca a capo di una tribù di selvaggi a mille miglia dall’altra parte della Terra di Nessuno.

«“Straniero” disse, “mi sa che sei il primo bianco in assoluto ad avere messo piede in questa valle. Siediti e parliamo un po’ e poi mangeremo un boccone. Da dove vorresti cominciare?”

«Ecco, di nuovo quella parlata. Ma da adesso fino alla fine della storia voglio che la dimentichiate. Vi dico che io me ne dimenticai mentre ero seduto lì sul bordo di quella veste di pelle di cigno e ascoltavo e guardavo la donna più meravigliosa che sia mai uscita dalle pagine di Thoreau o di qualunque altro libro scritto da un uomo.

«Rimasi lì una settimana. Dietro suo invito. Promise di fornirmi cani e slitte e indiani che mi avrebbero condotto lungo il miglior passo delle Rocciose entro cinquecento miglia. La sua tenda era piantata lontano dalle altre, sulla sponda alta del fiume e un paio di ragazze indiane cucinavano per lei e sistemavano l’accampamento. Parlammo e parlammo, mentre la prima neve cadeva e creava la superficie per le mie slitte. E questa era la sua storia.

«Lei era nata sulla frontiera da coloni poveri e voi sapete che significa – lavorare, lavorare, lavorare sempre, lavorare moltissimo e senza sosta».

«“Non ho mai visto la gloria del mondo” disse. “Non ho avuto tempo. Sapevo che era proprio lì fuori, dappertutto, tutta intorno a quella piccola casa, ma c’era sempre da preparare il cibo, strofinare e lavare e da fare tutto il lavoro che non finiva mai. A volte mi capitava di averne piene le tasche, avrei solo voluto uscire e godermi tutto, specie in primavera quando il canto degli uccelli mi faceva proprio impazzire di gioia. Volevo correre per i lunghi pascoli, bagnarmi le gambe nella loro rugiada, scalare la recinzione della ferrovia e proseguire attraverso il bosco e su e su oltre il confine per potere osservare tutto intorno. Oh, avevo tutta una serie di desideri ardenti – seguire i letti del canyon e sguazzare di laghetto in laghetto, fare amicizia con i cani addestrati alla caccia nelle paludi e con la trota maculata; sbirciare di nascosto e osservare scoiattoli e conigli e i piccoli animali pelosi e vedere cosa fanno e imparare i loro percorsi segreti. Sembrava che, se avessi avuto tempo, avrei potuto strisciare tra i fiori e che, se fossi stata brava e silenziosa, avrei potuto sentirli sussurrare tra loro mentre si dicono tutte le cose sagge che gli umani mai sapranno.”»

Trefethan si fermò per vedere se il suo bicchiere era stato riempito di nuovo.

«Un’altra volta disse: “Volevo correre di notte come un essere selvatico, solo per correre alla luce della luna e sotto le stelle, correre bianca e nuda nell’oscurità che mi avrebbe dato la sensazione del velluto fresco, e correre, correre e continuare a correre. Una sera, completamente sfinita – era stata una tremenda giornata calda, il pane non sarebbe lievitato, la preparazione del burro era andata storta e io ero tutta irritata e agitata – bene, quella sera accennai a mio padre di questo mio desiderio di correre. Mi guardò in qualche modo incuriosito e un po’ spaventato. Poi mi diede da prendere due pillole. Mi disse di andare a letto e di farmi una bella dormita e sarei stata completamente a posto al mattino. Perciò non ho mai più parlato dei miei desideri, a lui o a nessun altro”.

«La vita in montagna si esaurì – penso a causa della fame – e la famiglia andò a vivere a Seattle. Lì lavorò in una fabbrica – turni lunghi e tutto il resto, fatica mortale. Dopo un anno di questo andazzo, diventò cameriera in un ristorante da due soldi – schiaffa-intrugli lo chiamava. Una volta mi disse “Credo che ciò che volevo fosse il vero amore. Ma non c’era alcun romanticismo nel dividersi tra lavelli e tinozze, o tra fabbriche e bettole”.

«A diciotto anni si sposò – con un uomo che stava andando su a Juneau per aprire un ristorante. Aveva un po’ di soldi da parte e tutta l’aria del benestante. Lei non lo amava – su questo era netta, ma non ne poteva più e voleva allontanarsi da quel tran tran senza fine. Inoltre, Juneau si trovava in Alaska e il suo desiderio si trasformò in voglia di vedere quel luogo incantato. Ne vide poco, però. Lui aprì il ristorante, un posto piccolo e a buon mercato, e lei si rese presto conto del perché lui l’avesse sposata… per evitare di pagarle lo stipendio. Quasi gestiva lei il locale e faceva tutto il lavoro, dal servire ai tavoli al lavare le stoviglie. Così come la maggior parte delle volte era lei a cucinare. Ne ebbe per quattro anni.

«Come si può immaginare questa creatura del bosco selvatico, pronta a ogni vecchio istinto primitivo, desiderosa della libertà degli spazi aperti, costretta in una vile bettola a lavorare duramente e a sgobbare per quattro mortali anni?

«“Niente aveva senso” disse lei. “Che senso aveva! Per quale ragione ero nata allora! Era quello il senso della vita – solo lavorare e lavorare ed essere sempre stanchi! – andare a letto stanca e svegliarsi stanca, con ogni giorno uguale all’altro quando non andava addirittura peggio?” Aveva sentito parlare della vita immortale dai conoscitori del vangelo, disse, ma non riusciva a immaginare che quello che stava facendo fosse la possibile preparazione per la sua immortalità.

«Ma ancora aveva i suoi sogni, anche se più di rado. Aveva letto un po’ di libri – quali, è piuttosto difficile da immaginare, più probabilmente i romanzi della Seaside Library; a ogni modo, erano stati nutrimento per la fantasia. “A volte” disse, “quando il caldo dei fornelli mi stordiva al punto che se non avessi preso una boccata di aria fresca sarei svenuta, avrei ficcato la testa fuori della finestra della cucina, chiuso gli occhi e visto le cose più meravigliose. All’improvviso sarei stata in viaggio lungo una strada di campagna, e tutto intorno pulito e quieto, né polvere, né sporcizia; solo ruscelli che scorrevano lungo dolci prati, agnelli che giocavano, la brezza che soffiava sui fiori e un sole delicato su tutto; mucche ridenti che oziavano immerse fino alle ginocchia in laghetti quieti e ragazzine che facevano il bagno in un’ansa del ruscello tutte bianche e sottili e in armonia con la natura – e avrei capito che ero in Arcadia. Avevo letto di quel paese una volta, in un libro. E magari, cavalcando lungo i sentieri curvi della strada, arrivavano cavalieri tutti splendenti al sole oppure una dama su una giumenta bianco-latte e da lontano potevo scorgere le alte torri di un castello, o sapevo solo che alla prossima curva mi sarei imbattuta in qualche palazzo tutto bianco e arioso e come magico, con fontane danzanti e fiori dappertutto e pavoni sul prato rasato… e poi avrei aperto gli occhi e il calore dei fornelli mi avrebbe colpito e avrei sentito Jake che diceva – era mio marito – avrei sentito Jake che diceva: ‘Perché non gli hai servito i fagioli? Pensi che posso aspettare qui tutto il giorno!’ Vero amore! Credo che il momento in cui gli sono arrivata più vicino è stato quando un cuoco armeno ubriaco ha preso lo stura-scarichi e ha tentato di tagliarmi la gola con un coltello per le patate e io mi sono ustionata il braccio sui fuochi prima di riuscire a stenderlo con lo schiacciapatate”.

«“Volevo tranquillità, bellezza, il vero amore e tutto il resto; ma sembrava proprio che in nessun modo avessi fortuna e che fossi solo ed espressamente nata per cucinare e lavare i piatti. C’erano molti selvaggi a Juneau a quei tempi, ma osservavo le altre donne e il loro modo di vivere non mi entusiasmava. Credo che volessi essere pulita. Non so perché; lo volevo e basta, immagino; e credevo che tanto valeva morire lavando i piatti se dovevo vivere come loro”.»

Trefethan si fermò un momento nel suo racconto per raccogliere i pensieri.

«E questa è la donna che ho incontrato nell’Artico, che gestiva una tribù di indiani selvaggi e alcune migliaia di miglia quadrate di territorio di caccia. Eppure sarebbe potuto accadere abbastanza facilmente che lei vivesse e morisse tra pentole e padelle. E invece: “Arrivò il sussurro, arrivò la visione”. Era tutto ciò di cui aveva bisogno, e se lo prese.

«“Mi sono svegliata un giorno” disse. “Mi sono imbattuta in uno stralcio di giornale. Ne ricordo ogni parola e posso ripetertele.” Quindi, citò Il richiamo dell’umano di Thoreau: “I giovani pini che spuntano nei campi di mais di anno in anno sono un fatto nuovo per me. Parliamo di civilizzare l’indiano, ma non si deve chiamare così il suo miglioramento. Attraverso la sua diffidente indipendenza e il distacco della sua oscura vita nella foresta lui conserva il suo rapporto con gli dèi nativi ed è ammesso di tanto in tanto a un raro e peculiare sodalizio con la natura. Con qualche occhiata riconosce le stelle, cosa del tutto estranea a chi frequenta i nostri saloon. La ferma illuminazione del suo genio, oscura solo perché distante, è come la tenue ma soddisfacente luce delle stelle a confronto con l’abbagliante ma inefficace e breve fulgore delle candele. Gli abitanti delle Isole della Società avevano i loro dèi nati di giorno, ma si presume che questi non fossero antichi come gli… dèi nati di notte”.

«Ecco cosa fece, lo ripeté parole per parola, e dimenticai la parlata, perché ciò che disse era solenne, una dichiarazione di religione – pagana, se volete; vestita dei vivi indumenti di lei stessa.

«“Il resto era strappato via” aggiunse, un profondo vuoto nella sua voce. “Era solo uno stralcio di giornale. Quel Thoreau era un uomo saggio. Mi sarebbe piaciuto sapere di più di lui.” Si fermò un istante, e giuro che il suo viso era ineffabilmente sacro quando disse: “Avrei potuto essere una buona moglie per lui”.

«Poi continuò. “Realizzai immediatamente, non appena lo lessi, qual era il mio problema. Ero nata di notte. Io, che avevo vissuto tutta la mia vita con i nati di giorno, ero nata di notte. Ecco perché non mi ero mai sentita realizzata a cucinare e a lavare i piatti; ecco perché avevo desiderato fortemente correre nuda alla luce della luna. E realizzai che quella piccola sudicia bettola a Juneau non era il posto per me. Immediatamente dissi: ‘Me ne vado’. Impacchettai i miei quattro stracci e mi avviai. Jake mi vide e cercò di fermarmi”.

«“‘Che stai facendo?’ disse”.

«“‘Sto divorziando da te’ risposi. ‘Sono diretta lì dove gli alberi sono alti e dove è il mio posto’”.

«“‘No, che non lo fai’ disse, raggiungendomi per fermarmi. ‘Cucinare ti ha dato alla testa. Prima di fare qualcosa di frettoloso, stammi a sentire’”.

«“Tirai fuori la pistola – una piccola Colt quarantaquattro – e dissi: ‘Questa è la mia risposta’”.
«“E me ne andai.”»

Trefethan finì il suo bicchiere e ne chiese un altro.

«Ragazzi sapete cosa fece quella giovane donna? Aveva ventidue anni. Aveva passato l’esistenza davanti a un lavello e del mondo non sapeva più di quanto io ne sappia della quarta o della quinta dimensione. Tutte le strade la portavano verso il suo desiderio. No; non si diresse alle balere. Nell’Alaska sudorientale è meglio viaggiare sull’acqua. Andò alla spiaggia. Una canoa indiana stava partendo per Dyea – sapete quali intendo, una ricavata da un solo albero, stretta e profonda e lunga una quindicina di metri. Diede loro un paio di dollari e salì a bordo.

«“Il vero amore?” Mi disse. “‘Arrivò non appena saltai là sopra. C’erano tre famiglie su quella canoa, era così affollata che non c’era spazio per girarsi, con cani e bambini indiani che si sdraiavano su ogni cosa, e tutti che pagaiavano e la facevano avanzare.’ E tutto intorno, le montagne solenni e un miscuglio di nuvole e sole. E, oh, il silenzio! Il grande, meraviglioso, silenzio! E, una volta, il fumo dell’accampamento di un cacciatore, a distanza, che si insinuava tra gli alberi. Era come un picnic, un grande picnic; potevo vedere realizzarsi i miei sogni ed ero pronta che accadesse qualcosa in qualsiasi momento. E accadde.”
«“Quel primo accampamento, sull’isola! I ragazzi infilzavano il pesce alla bocca del torrente e il grosso cervo, uno maschio, era stato colpito a fuoco proprio lì vicino. C’erano fiori ovunque e di ritorno dalla spiaggia l’erba era fitta e rigogliosa e alta fino al collo. Alcune ragazze la attraversarono con me, salimmo lungo il pendio alle nostre spalle e raccogliemmo bacche e radici dal sapore aspro e buone da mangiare. Ci imbattemmo in un grande orso che tra le bacche faceva il suo spuntino, ci fece ‘Oof’ e corse via, spaventato come lo eravamo noi. Poi l’accampamento, il fumo dell’accampamento e l’odore della carne di cervo che veniva cucinata. Era meraviglioso. Alla fine ero con i nati-di-notte e sapevo che quello era il mio posto. Mi sembrò, per la prima volta nella mia vita, di andare a letto contenta quella notte, guardando da un lato della tenda le stelle che venivano oscurate dalla grande cima della montagna, ascoltando i rumori della notte e sapendo che la stessa cosa sarebbe accaduta il giorno dopo e per sempre, se non fossi tornata sui miei passi. E non l’ho mai fatto.”
«“Il vero amore! L’ho ricevuto il giorno dopo. Dovevamo attraversare un grosso braccio d’oceano – almeno dodici o quindici miglia; quando ci trovavamo nel mezzo, il vento cominciò ad alzarsi. Quella notte mi ritrovai lungo la costa, con un cane lupo, ed ero l’unica sopravvissuta”.

«Immaginatevelo» si interruppe Trefethan. «La canoa era distrutta e perduta e tutti erano morti sbattendo sugli scogli tranne lei. Arrivò a riva aggrappandosi alla coda di un cane, sfuggendo agli scogli e trascinandosi sulla riva di una spiaggetta, l’unica nel raggio di miglia.

«“Fortunata che fosse la terraferma” disse. “Quindi mi misi sulla via del ritorno, attraverso il bosco e sulle montagne e dritto verso qualunque meta. Era come se stessi cercando qualcosa sapendo che l’avrei trovato. Non avevo paura. Ero nata di notte e nemmeno un albero che cade avrebbe potuto fermarmi. Il secondo giorno trovai qualcosa. Giunsi a una piccola capanna disabitata e fatiscente. Lì non passava nessuno da anni. Il tetto era caduto. Coperte marce sulle brande e pentole e padelle sui fornelli. Non era quella la cosa più curiosa, però. Fuori, lungo il margine del bosco, non puoi immaginare cosa trovai. Gli scheletri di otto cavalli, tutti legati a un albero. Erano morti di fame, immagino, ed erano rimasti solo piccoli mucchi di ossa sparsi qua e là. Ogni cavallo aveva avuto un carico sul dorso. Lì giacevano i carichi, tra le ossa – sacchi di tela dipinti e, all’interno, sacchi di pelle di alce e dentro i sacchi di pelle di alce – cosa credi ci fosse?”

«Si fermò, allungò la mano sotto un angolo del letto tra i rami di abete e tirò fuori un sacco di pelle. Lo slacciò e mi rovesciò in mano un fiume d’oro così grandioso come non avevo mai visto – oro grezzo, oro sedimentario, alcuni granelli grandi ma principalmente pepite ed era così fresco e ruvido che a stento mostrava segni di lavaggio con l’acqua.

«“Dici di essere un ingegnere minerario” disse, “e conosci questo paese. Puoi nominarmi una pepita di fiume che abbia il colore di quell’oro!”

«Non potevo! Non c’era traccia d’argento. Era quasi puro, e glielo dissi.

«“Ci puoi scommettere!” disse. “Lo vendo a diciannove dollari all’oncia. Non si può ottenere più di diciassette per l’oro dell’Eldorado, e l’oro di Minook non rende neanche diciotto. Bene, questo è quello che ho trovato tra le ossa – otto cavalli che portavano un carico e centocinquanta libbre di carico.”

«“Un quarto di milione di dollari!” strillai».

«“Grossomodo è quello che ho immaginato” rispose. “A proposito di vero amore! Io che ho lavorato come una schiava per tutti quegli anni, non appena mi sono arrischiata fuori, nel giro di tre anni, ecco che cosa mi è successo. E cosa ne è stato degli uomini che hanno estratto tutto quell’oro? Me lo chiedo molto spesso. Hanno lasciato i loro cavalli, carichi e legati e poi sono spariti dalla faccia della terra, non lasciando alcuna traccia. Non ho mai sentito parlare di loro. Nessuno ne sa nulla. Bene, essendo nata di notte, credo che fossi la loro legittima erede.”»

Trefethan si fermò per accendersi un sigaro.

«Sapete cosa fece quella ragazza? Nascose l’oro, tenendo con sé trenta libbre, che riportò sulla costa. Quindi fermò una canoa che passava, arrivò al mercato di Pat Healy a Dyea, si attrezzò e si avviò verso il Passo di Chilcoot. Era l’88 – otto anni prima del boom nel Klondike e lo Yukon era una landa completamente desolata. Temeva gli uomini, ma portò con sé due giovani squaw, attraversarono i laghi e andarono giù lungo il fiume e per tutti i vecchi accampamenti del Basso Yukon. Girò il paese per molti anni e poi si fermò nel luogo dove la incontrai. Disse che le piacque il fatto di aver visto, citando le sue parole “un grande caribù immerso fino alle ginocchia tra gli iris viola in fondo alla valle”. Si unì agli indiani, lì curò, conquistò la loro fiducia e gradualmente divenne il loro capo. Aveva lasciato quel paese solo una volta e, con un gruppo di giovani uomini, era andata su a Chilcoot, ripulito il suo deposito segreto e riportato l’oro con sé.

«“Ed eccomi qui, straniero” concluse il suo racconto, “e qui c’è la cosa più preziosa che possiedo.”

«Tirò fuori una borsetta di pelle di daino, se la mise al collo come fosse un medaglione e la aprì. Dentro, avvolto in seta oliata, ingiallito dal tempo e consumato dalla lettura, c’era l’originale stralcio di giornale con la citazione di Thoreau.

«“E sei felice… soddisfatta?” Le chiesi. “Con un quarto di milione non avresti bisogno di lavorare negli States. Devono mancarti molto.”

«“Non molto” rispose. “Non scambierei di posto con nessuna donna giù negli States. Questa è la mia gente; questo è il mio posto. A volte, però” – e nei suoi occhi bruciava quella brama di cui ho parlato – “a volte desidero molto intensamente che quel Thoreau capiti da queste parti.”

«“Perché?” chiesi.

«“Perché così potrei sposarlo. Certe volte mi sento molto sola. Sono solo una donna – una donna vera. Ho sentito dire di altre che hanno viaggiato come me e fatto cose particolari – del tipo che sono diventate soldatesse dell’esercito e marinaie sulle navi. Quelle donne hanno una natura particolare. Sono più simili agli uomini che alle donne; sembrano uomini e non hanno i normali bisogni delle donne. Non desiderano l’amore né bambini tra le braccia e intorno. Io non sono così. Lo lascio dire a te, straniero. Ti sembro un uomo?”

«Non lo sembrava. Era una donna, una donna bella e color nocciola, con un corpo di donna robusto, sano e dalle forme tornite e con meravigliosi occhi blu di donna.

«“Non sono una donna io?” domandò. “Lo sono. Sono donna dentro, fuori e anche di più. La cosa strana è che, anche se per tutto il resto sono una nata di notte, non lo sono quando si tratta di accoppiamento. Credo che a un certo tipo corrisponda meglio un tipo simile. Per me è così, comunque, e così è stato per tutti questi anni.”

«“Vuoi dire che…” iniziai.

«“Mai” disse e i suoi occhi guardarono i miei con la fermezza di chi dice la verità. “Ho avuto un solo marito – che chiamo il Bue; e credo stia ancora giù a Juneau a gestire la bettola. Dacci un occhio, se mai ci capitassi, e scoprirai che il soprannome è quello giusto.”

«E ci diedi un occhio, due anni dopo. Era esattamente come lei aveva detto – massiccio e impassibile, il Bue – che si trascinava qua e là e serviva ai tavoli.

«“Hai bisogno di una moglie che ti aiuti” dissi.

«“Ne ho avuta una, un tempo” fu la sua risposta.

«“Vedovo?”

«“Sì. È impazzita, loca. Diceva sempre che il caldo della cucina l’avrebbe uccisa, e così è stato. Un giorno mi ha puntato contro la pistola ed è scappata via in canoa con alcuni siwash. Una tempesta ha colpito la costa e sono tutti annegati.”»

Trefethan si dedicò al suo bicchiere e rimase in silenzio.

«E la ragazza?» gli ricordò Milner.

«Hai interrotto la storia quando cominciava a farsi interessante, sentimentale. Lo diventa?».

«“Lo diventa” rispose Trefethan. “Come lei stessa aveva detto, era una selvaggia in tutto ma non nell’accoppiamento, e poi voleva un bianco come lei. Era molto gentile ma andava dritta al punto. Voleva sposarmi».

«“Straniero” mi disse, “ti voglio fortemente. Questo tipo di vita ti piace, altrimenti non saresti qui a cercare di attraversare le Rocciose in autunno. È un buon posto. Ne troverai pochi migliori. Perché non fermarsi! Sarò una buona moglie.”

«Quindi dipendeva da me. Lei aspettava. Non mi vergogno di confessare che ero davvero tentato. Ero mezzo innamorato di lei, così stavano le cose. Sapete che non mi sono mai sposato. E non mi vergogno di aggiungere, guardandomi indietro, che lei è l’unica donna che mi abbia mai preso in quel modo. Ma tutta la questione era troppo insensata e io mentii come un gentiluomo. Le dissi che ero già sposato.

«“Tua moglie ti sta aspettando?” chiese.

«Dissi di sì.

«“E ti ama?”

«Dissi di sì.

«E così andò. Non insistette mai… eccetto una volta, mostrando un po’ del suo temperamento.

«“Tutto quello che devo fare” disse, “è dare l’ordine, e tu non te ne vai. Se do l’ordine, tu rimani… ma non lo darò. Non ti voglio se tu non lo vuoi… e se non mi vuoi.”

«Rinunciò, mi dotò dell’attrezzatura necessaria e mi preparò alla partenza.

«“È un vero peccato, straniero” disse al momento della separazione. “Mi piace il tuo aspetto e mi piaci tu. Se mai dovessi cambiare idea, torna.”

«A quel punto c’era solo una cosa che volevo fare ed era darle un bacio d’addio ma non sapevo come comportarmi né come l’avrebbe presa lei – ve l’ho detto che ero mezzo innamorato di lei. Ci pensò lei.

«“Baciami” disse. “Giusto qualcosa per andare avanti e ricordare”.

«Ci baciammo, lì nella neve, nella valle tra le Rocciose, la lasciai sul sentiero e me andai al seguito dei cani. Ero a sei settimane dall’attraversare il passo e scendere verso la prima stazione commerciale al Grande Lago degli Schiavi.»

Il frastuono delle strade ci arrivò come le onde che distanti sbattono sulla riva. Un cameriere, muovendosi silenziosamente, portò delle mistelle fresche. Nel silenzio la voce di Trefethan suonava come le campane a un funerale.

«Avrei fatto meglio a restare. Guardatemi.»

Vedemmo i suoi baffi brizzolati, la calvizie su parte della testa, le borse sotto gli occhi, le guance cadenti, la pappagorgia importante, la generale stanchezza, decadenza e grassezza, tutto il crollo e la rovina di un uomo che una volta era stato forte ma che aveva avuto una vita troppo facile e agiata.

«Non è troppo tardi vecchio mio» disse Bardwell, quasi in un sussurro.

«Dio santo! Se solo non fossi stato un codardo!» fu l’urlo di risposta di Trefethan. «Potrei tornare da lei. Starà lì adesso. Potrei tornare in forma e vivere per lunghi anni… con lei… lassù. Rimanere qui equivale a suicidarsi. Ma sono un vecchio – quarantasette – guardatemi. Il problema è» alzò il bicchiere e gli diede un’occhiata, «il problema è che suicidarsi in questo modo è così facile. Sono molle e fragile. Il pensiero di un lungo giorno di viaggio con i cani mi sconvolge; il pensiero del freddo tagliente e delle corde da slitta ghiacciate mi spaventa…»

Automaticamente il bicchiere stava avanzando lentamente verso le sue labbra. Con una repentina ondata di rabbia fece come per scaraventarlo sul pavimento. Dopo venne l’esitazione, cui seguì la riflessione. Il bicchiere si mosse verso l’alto in direzione delle sue labbra e si fermò. Rise in modo irritato e amaramente e le sue parole furono solenni:

«Bene, questo è per la nata di notte. Lei era una meraviglia.»

 

Traduzione di Marzia Mauriello