Chi era Sylvia Plath? «La campana di vetro» e la sua costellazione

Paolo Pitorri

Se nevrotico vuol dire desiderare contemporaneamente due cose che si escludono a vicenda, allora io sono nevrotica all’ennesima potenza.

Chi era Sylvia Plath? Sì, perde il padre a otto anni, ha tentato il suicidio più volte, ha subito l’elettroshock, ha avuto due figli e forse non li avrebbe voluti mai e come se non bastasse è stata tradita da suo marito Ted Hughes, unica persona che contasse nella sua vita. Nel 1963 ha affittato un appartamento in una casa dove aveva abitato William Butler Yeats (Premio Nobel alla letteratura), ha trent’anni e decide di togliersi la vita mettendo la testa nel forno, era l’11 febbraio. Le cause potrebbero essere molteplici. Le pagine che parlano di questo molto probabilmente sono state bruciate, come dirà poi Ted nella prefazione dei Diari (trad. di Simona Fefè, Adelphi, 2004) curati da lui stesso:

«[…] C’erano altri due taccuini, due registri foderati di carta marrone come il volume relativo al 1957-1959, con annotazioni dalla fine del 1959 a non oltre tre giorni prima della morte. Il secondo dei due conteneva gli appunti di molti mesi e io l’ho distrutto perché non volevo che i suoi figli lo leggessero (in quei giorni di oblio mi sembrava essenziale per la sopravvivenza). L’altro è scomparso» et voilà.

Ma torniamo a noi, chi era Sylvia Plath? Una poetessa, un’autrice di racconti e di romanzi? Sono le domande che dovremmo porci leggendo tutte le sue opere, dai diari alle corrispondenze con la madre; dalle poesie ai racconti, fino ad arrivare al suo primo romanzo La campana di vetro, recentemente ripubblicato da Mondadori nella traduzione di Adriana Bottini e Anna Ravano. Chi conosce la vita di Sylvia Plath può sicuramente intravedere la sua necessità di voler scrivere racconti e romanzi che donassero alla letteratura qualcosa di diverso, una nuova voce. Possiamo traslare questo pensiero anche alla poesia. La vocazione per la poesia nasce in tenera età. Plath in una intervista riportata da Peter Orr su The Poets Speaks – Interviews with Contemporary Poets del 1966 dice di non desiderare un futuro da modella americana e una vita con bambini, anzi, da piccola comincia a imparare i trucchi del mestiere, invece di comprare vestiti e guardarsi allo specchio o farsi comprare una cucina di plastica davanti la quale immaginare il suo futuro di donna, impara a usare accenti, rime, rime baciate, allitterazioni e assonanze e soprattutto nella poesia giovanile le esercitazioni in villanelle, terzine e metri sillabici più vari, ovvero tutti quegli esercizi che ogni poeta da giovane prova senza essere valutato, per poi trovare una propria strada cercando e creando una poesia propria.

Nella poesia troviamo un contatto onirico, surreale, una fantasia che va oltre l’allucinazione, c’è violenza, c’è la morte, la paura e l’eleganza. In Inseguimento, sfacciatamente dedicata a Ted Hughes, la pantera: c’è una pantera che mi incalza: / un giorno me ne verrà morte. Poesia profetica che descrive già il destino della sua vita. Plath interpreta la morte con saggezza. Nadia Fusini utilizza delle bellissime parole nell’introduzione a Lettere di compleanno (trad. Anna Ravano, Oscar Mondadori, 2000) di Ted Hughes per descrivere questa saggezza: «la morte che include il concetto di amore, amore come concetto più vasto e più ricco. L’amore che c’entra con la morte, ma in quanto ne fa parte. Il che significa che nella morte l’amore non muore ma trionfa». Questo è il respiro che dà alle poesie, un soffocamento, la claustrofobia della campana di vetro. Riesce e trasforma il dolore in poesia, il brutto sogno in vita, la vita in morte. La certezza è che ha una visione che va oltre, riesce a immedesimarsi nella morte come in ogni altra cosa, l’incipit di Olmo è cristallino: Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice: / è quello di cui hai paura. / Io non ne ho paura: ci sono stata. Poesia che ci collega allo scenario abituale della Campana di vetro, e della sua vita. Una vita che sprofonda nell’inferno per poi risalire, per trovare pace, il fondo che conosce bene e che solo lei ha potuto toccare non la terrorizza più. Sa cosa significa morire. Nella poesia Sono verticale, forse la più famosa, la sua intenzione è chiarissima: nasce l’aspro bisogno di tornare terra, tornare a colloquiare con il cielo, a essere toccata dalle radici degli alberi e parlare con i fiori, guardare il mondo dalla prospettiva propria della vita, nascere e non sapere camminare, essere cullati dal ventre del mondo:

[…] Stasera all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno,
i fiori avranno tempo per me.

Affascinante è la visione che ha della poesia, non la crede un atto magico e naturale, o meglio non crede a quelle grida del cuore del poeta, quella ispirazione maledetta. Crede che quella poesia sia coperta dal mantello dell’invisibilità, un mantello che nasconde la pigrizia, un mantello che offre una posizione sociale. Lei si sente differente e nel suo discorso al The Poets Speaks del 30 ottobre 1962 (in questo incontro leggerà anche Lady Lazarus, Daddy e Fever 103 – gli altri poeti che parteciparono furono suo marito Ted Hughes, Peter Porter e Thom Gunn) dice:

«Penso che la mia poesia sia frutto diretto delle esperienze dei miei sensi e delle mie emozioni, ma devo dire che non posso provare simpatia per quelle grida del cuore che non prendono forma che dalla droga o dalla violenza o da qualsiasi cosa sia. Credo che si dovrebbe saper controllare, manipolare le esperienze anche le più terribili, come la follia, come la tortura… e che si dovrebbe saperle manipolare con una mente lucida che dia loro forma».

Controllare, manipolare, forma, mente lucida sono le parole che ci interessano, termini che ci permettono di comprendere meglio l’opera ultima, come se tutto il suo iter poetico e di racconti fosse un apprendistato che porta a un’unica uscita di salvezza: il romanzo. Tutto il suo lavoro come la sua vita è ricerca, studio e voglia di contare nel mondo della letteratura e della poesia: diventare scrittrice e poetessa.

Per chiudere il discorso sulla poesia e cominciare a parlare del romanzo, l’introduzione di Robert Lowell all’edizione originale del volume Ariel, raccolta di poesie postume curate da Ted Hughes, possono farci capire meglio ciò che veramente è la poesia Plathiana:

«[…] Non è mai stata una mia allieva, ma per due mesi circa, sette anni fa, seguì il mio corso di poesia alla Boston University. […] Ci mostrò poesie che in seguito, più o meno cambiate, vennero pubblicate nel suo primo libro, The Colossus. Erano poesie dai toni bassi, perfette nella struttura, facili all’allitterazione e a un’angoscia dolente e intimista. Altri versi il suo spirito e la sua immediatezza. Non prestai al tempo, né saprei dire perché, un’attenzione molto profonda a nessuna di quelle poesie. Avvertii la sua raffinatezza, la sua confusione, e non seppi immaginare la sua stupefacente, trionfante completezza futura».

La campana di vetro è l’unico romanzo di Sylvia Plath, pubblicato da Faber and Faber più o meno un mese prima della sua morte. Viene pubblicato con il nome di Victoria Lucas, forse proprio per evitare che quella storia fosse ricondotta a lei; dobbiamo aggiungere a ogni modo che non è un romanzo confessionale e tantomeno un romanzo che ha la necessità di rendere pubblica la sua vita. La critica del tempo lo descriveva come un romanzo inevitabilmente autobiografico, la storia di una poetessa che tenterà il suicidio a quella di una poetessa che riuscirà a suicidarsi.

Il titolo The Bell Jar, come Anna Ravano precisa «indica propriamente il recipiente di vetro a forma di campana usato nei laboratori di chimica e fisica, evoca anche una molteplicità di associazioni contraddittorie che vanno perdute quasi del tutto in quello italiano. Una campana di vetro è per antonomasia il vaso o la calotta di vetro usato per proteggere soprammobili o altri oggetti delicati e quindi connota protezione e cura, mentre in inglese bell jar evoca più direttamente l’idea di laboratorio scientifico, la condizione di oggetto sotto osservazione, isolato e senza contatto con l’aria». Leggendo i Diari e le sue poesie l’immagine della campana ritorna sempre sotto forma di depressione e impossibilità nello scrivere, una costante insoddisfazione che accende una stella per volta creando una costellazione, la costellazione Plathiana.

Il romanzo viene ambientato in un’afosa «estate strana» del 1953. Si parla dei Rosenberg, coppia russa accusata di spionaggio poi condannata alla sedia elettrica durante il maccartismo. La protagonista, Esther Greenwood, si trova a New York e dice di sentirsi un’anima persa e che le condanne a morte non le sopporta – questa sensazione ha forse a che vedere con l’elettroshock che descriverà nei capitoli successivi dopo il tentato suicidio? Sono i ricordi che costruiscono La campana di vetro, un paesaggio riorganizzato dopo la permanenza al centro psichiatrico. Sylvia Plath vuole così denunciare tramite Esther la condanna a morte e la ricerca della cura alla schizofrenia tramite l’elettroshock arrivando a toccare il tema dell’omosessualità e altro – no spoiler.

Sarebbe bello non parlare della classica visione oppressiva della vita borghese di New York, o di quanto soffocante sia una città che già negli anni ’50 si presentava velocissima e dinamica e per quanto per una ragazzina possa trasformarsi con facilità un’esperienza da sogno a incubo. Ma bisogna farlo, perché è proprio la necessità di avere un ruolo che la protagonista perde la strada, vivere in un mondo soffocante e scorretto porterà Esther alla perdizione. L’insoddisfazione di non poter diventare ciò che vuole, il pianto davanti il fotografo della rivista di moda quando le chiede cosa vorrebbe fare in futuro e lei risponde: la poetessa. Un mondo che ridicolizza, un mondo che ti mangia se non mangi.

Possiamo definirlo romanzo di formazione, una ragazza di diciannove anni che fa le sue esperienze, inizialmente positive e piene di brio ma che poi sfoceranno nella distruzione dell’Io non riconoscendosi. Nel romanzo come nella poesia ritorna sempre il senso di apatia, quel guardare il soffitto, pensare e non agire, tipico dei pensieri dei Diari, è curioso però notare come Plath abbia sempre scritto senza fermarsi mai, lentamente, buttando giù bozzetti di poesie e racconti, leggendo e immagazzinando stili di ogni autore e con giudiziosa auto-criticità andare oltre quel suo blocco colpevolizzando se stessa di stare ferma. L’esempio dell’albero di fico presente nel romanzo è esplicito, pare conosca bene quella sensazione di stallo:

«Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere».

Il libro dovrebbe presentarsi come un brutto sogno, come dirà la sua dottoressa nell’ultimo capitolo «Ricominciamo da dove eravamo, Esther. Faremo come se fosse stato soltanto un brutto sogno», un incubo che la protagonista ha vissuto, un mondo che ha come via di uscita dalla campana di vetro, il suicidio. La protagonista non può dimenticare i suoi paesaggi, i suoi ricordi, le sue angosce, anche se è ciò che i medici vorrebbero, infatti ne scrive.

La lettura del romanzo è resa piacevole nello stile ironico, linguaggio giovane che consente di sviluppare una tematica delicata e pesante in modo dolce e perché no, anche simpatico, soprattutto nella prima parte, dove si fanno largo gli episodi che formano il personaggio, mentre nella parte del ricovero vedremo sempre un linguaggio ironico, ma più piatto, asettico e critico, freddo. E verso la fine completamente cinico nei confronti dei sui cari ma comprensivo e riguardoso nella causa che l’accomuna con chi condivide il suo stesso dolore.

Sylvia Plath non dà al romanzo un lieto fine, oppure sì, sappiamo che Esther uscirà dalla clinica ma non sappiamo come continuerà la sua vita, si capisce bene che riesce a uscire dalla campana di vetro, ovvero la sua liberazione è percepibile mentre sta per uscire dalla clinica e girandosi vede le infermiere, vede qualcosa di vecchio e di nuovo, tutte in bianco come per celebrare un matrimonio, o una seconda nascita. Un po’ come «riuscire a essere altro per quanto si è stati rattoppati, ricostruiti e omologati per la strada», qui in lei ritorna sicuramente il pensiero dei primi capitoli: «mi sentivo come un cavallo da corsa in una città senza piste».

La fine è amara, un fico che non cade ma rimane acerbo, sembra che il romanzo formi una sorta di ciclicità, o meglio una spirale infinita, una scoperta del centro che non arriva mai, il fatto che lei scriva le sue memorie come la gratifica? Ha superato? O si crogiola nel passato per non tornare alle crisi? Non vuole affrontare il futuro o semplicemente vuole solo raccontare la sua storia? Forse sono domande che non dovremmo porci. Ma è giusto farsi delle domande alle fine di un romanzo?

*Se avete voglia di ascoltare la voce di Sylvia Plath leggere le sue poesie sappiate che Spotify non serve solo per ascoltare musica, basta cliccare qui sotto:
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