«Il mio amico, l’assassino» di Arthur Conan Doyle

Ivan Pagliaro

Per gentile concessione di Oblique Studio pubblichiamo «Il mio amico, l’assassino» di Arthur Conan Doyle, tradotto da Ivan Pagliaro. 

«Il numero 481 non sta tanto meglio, dottore» disse il secondino capo, con un leggero tono di rimprovero, affacciandosi dallo spiraglio della porta.

«Al diavolo il 481!» risposi da dietro le pagine dell’Australian Sketcher.
«E il 61 dice che gli fanno male i bronchi. Non può dargli qualcosa?»
«Quello è una farmacia ambulante. Ha tutta la farmacopea britannica in corpo. Credo che i suoi bronchi siano sani quanto i miei.»
«Poi ci sono il 7 e il 108, sono cronici» continuò il secondino guardando su un foglietto blu. «E il 28 ieri ha smesso di lavorare – ha detto che a forza di sollevare pesi gli è venuta una fitta al fianco. Voglio che gli dia un’occhiata, dottore, se non le dispiace. C’è anche l’81 – quello che ha ammazzato John Adamson sul brigantino Corinthian – ha passato tutta la notte a lamentarsi, strillava e sbraitava, e non c’è stato verso di farlo smettere.»
«Va bene, dopo gli darò un’occhiata» dissi mettendo via svogliatamente il giornale e versandomi una tazza di caffè. «Non c’è altro, immagino, guardia?»
Il secondino sporse la testa nella stanza. «Chiedo scusa, dottore» disse abbassando la voce, «ma ho notato che l’82 ha un po’ di raffreddore e sarebbe una buona scusa per visitarlo e farci due chiacchiere, magari».
Rimasi fermo con la tazzina in mano mentre fissavo sbigottito la sua espressione seria.
«Una scusa? Una scusa? Ma che diavolo dice, McPherson? Sa che passo tutto il giorno a sfacchinare allo studio, quando non mi occupo dei detenuti, e rientro ogni sera stanco morto, e lei mi parla di trovare una scusa per lavorare di più.»
«Non se ne pentirebbe, dottore» disse McPherson, insinuando una spalla nella stanza. «Quella storia vale la pena di sentirla se riesce a farsela raccontare, anche se quello lì non ha proprio la lingua sciolta. Ma forse lei non sa chi è l’82?»
«No, non lo so e nemmeno mi interessa» risposi, convinto che volesse spacciarmi un bandito di provincia per una specie di celebrità.
«È Maloney» disse il secondino, «quello che ha testimoniato contro i suoi complici facendo il voltagabbana dopo gli omicidi a Bluemansdyke.»
«Senti senti» esclamai, posando la tazza stupito. Sapevo di quell’agghiacciante serie di omicidi e ne avevo letto una ricostruzione in una rivista di Londra ben prima di arrivare in Australia. Ricordavo che le atrocità compiute avevano messo in ombra perfino i delitti di Burke e Hare e che il più infame della banda si era salvato la pelle tradendo i suoi complici. «Ne è sicuro?»
«Eh sì, certo che è lui. Lo faccia uscire dal suo guscio e resterà sbalordito. È uno che vale la pena di conoscere, quel Maloney; ovviamente, a piccole dosi» sorrise, fece un cenno e sparì, lasciandomi lì a finire la colazione e a rimuginare su quanto avevo sentito.

Quella del medico in una prigione australiana non è una posizione invidiabile. Forse a Melbourne o a Sydney è sopportabile, ma la piccola Perth ha ben poche attrattive da offrire, e anche quelle erano finite da tempo. Il clima era orrendo e la gente tutt’altro che piacevole. Pecore e vacche erano la principale fonte di sostentamento; i prezzi, l’allevamento e le malattie del bestiame erano l’unico argomento di conversazione. Visto che, venendo da fuori, non possedevo né le une né le altre ed ero del tutto insensibile al fascino dell’ennesimo “trattamento ovino” e dello “zoccolo marcio” e di altri argomenti affini, mi ritrovai in uno stato di isolamento mentale, ed ero pronto a cogliere al volo qualsiasi cosa potesse intaccare la monotonia della mia esistenza. Maloney, l’assassino, perlomeno aveva una personalità peculiare e una sua specificità, e sarebbe stato un tonico per una mente stanca della banalità del vivere. Pertanto, quando iniziai il solito giro di visite della mattina, aprii il chiavistello della porta con sopra il numero del detenuto ed entrai nella cella.

Lo trovai rannicchiato su un letto scomodo, ma stirò di scatto le lunghe membra e si mise a fissarmi con uno sguardo insolente di sfida, che prometteva male per il colloquio. Aveva la faccia pallida, capelli biondicci e gelidi occhi azzurri, con un che di felino nell’espressione. Era alto e muscoloso, ma tra le spalle c’era una curvatura bizzarra, quasi una deformità. A un osservatore casuale che lo incontrasse per strada sarebbe sembrato un uomo ben formato, abbastanza piacente e con un’inclinazione allo studio – pur nell’orribile divisa di quel pessimo carcere la sua postura dava un’idea di raffinatezza che lo faceva brillare in mezzo agli altri mediocri delinquenti.
«Non sono nella lista dei malati» disse, scontroso. C’era qualcosa in quella voce dura, aspra, che dissipò ogni mia alata illusione e mi fece capire che mi trovavo faccia a faccia con l’uomo della Lena Valley e di Bluemansdyke, il più sanguinario bandito del bush che avesse mai rapinato una fattoria o ne avesse sgozzato gli abitanti.
«Lo so» risposi. «Ma la guardia McPherson mi ha detto che avevi il raffreddore e pensavo di darti un’occhiata.»
«Al diavolo McPherson, e al diavolo anche lei!» urlò il detenuto, in un attacco di rabbia. «Ah, certo» aggiunse con tono calmo, «si sbrighi, faccia rapporto al direttore, avanti! Mi faccia dare altri sei mesi – tanto è questo il vostro giochetto.»
«Non dirò niente» dissi.
«Un metro quadro di spazio» continuò, ignorando le mie parole e ricominciando a infuriarsi visibilmente. «Un metro quadro, e non mi lasciano neanche quello senza parlarmi e fissarmi e – ah, ma andatevene tutti al diavolo!» e alzò i pugni al cielo inveendo con violenza.
«Hai una strana idea di ospitalità» osservai, deciso a non perdere la calma e quasi dicendo la prima cosa che mi venne in mente.
Con mia sorpresa, quelle parole ebbero un effetto eccezionale su di lui. Sembrò del tutto spiazzato all’idea che condividessi quello che aveva affermato così accanitamente – che cioè quella stanza fosse a tutti gli effetti sua.
«Mi perdoni, non volevo essere scortese. Vuole accomodarsi?» mi indicò un rozzo trespolo che faceva da testiera al suo divano.

Mi misi a sedere, piuttosto stupito dal cambiamento repentino. Non so se preferivo Maloney sotto questa nuova veste. È vero, per il momento l’assassino era sparito, ma c’era qualcosa nel tono suadente della voce e nei suoi modi ossequiosi che rimandava decisamente al traditore che si era alzato in piedi e aveva giurato sulla pelle dei suoi complici.
«Il petto come va?» chiesi tornando al mio tono professionale.
«La pianti, dottore, su, la pianti!» rispose, mostrandomi una fila di denti bianchi mentre si rimetteva sul bordo del letto. «Non è stata certo l’ansia per la mia preziosa salute a portarla qui; quella storia non sta in piedi. È venuto a dare un’occhiata a Wolf Tone Maloney, falsario, assassino, canaglia di Sydney, bandito e spione del governo. Il quadro è completo, no? Eccomi qua, in parole povere; io non sono cattivo, per niente.»
Si fermò, come se si aspettasse che dicessi qualcosa; ma rimasi in silenzio e ripeté ancora una o due volte: «Io non sono cattivo.»
«Cos’è, non dovevo farlo?» sbottò all’improvviso, con una luce negli occhi, mentre la sua natura demoniaca tornava alla ribalta. «Ci avrebbero impiccati tutti, nessuno escluso, e non ho fatto niente di male a salvarmi accusandoli. Ognuno per sé, dico io, e chi ha fortuna finisce all’inferno. Non ha un po’ di tabacco, dottore?»
Strappò il pezzo di Barrett’s che gli passai con la furia di una bestia affamata. Sembrò calmargli i nervi, perché si sistemò sul letto e riprese a lamentarsi.
«Non piacerebbe neanche a lei, sa, dottore: farebbe venire un caratteraccio a chiunque. Stavolta devo fare sei mesi per aggressione, e non sarò contento di uscire, questo è certo. Qui dentro la mente si riposa; ma quando sono fuori, tra il governo e Tattooed Tom, di Hawkesbury, non c’è verso di fare una vita tranquilla.»
«Chi è?»
«È il fratello di John Grimthorpe, quello che hanno condannato grazie alla mia testimonianza, una canaglia infernale! Figli del demonio, tutti e due! E quello coi tatuaggi è un delinquente spietato che ha giurato di volere il mio sangue dopo il processo. Sono passati sette anni e ancora continua a seguirmi; so che lo fa, anche se non si fa notare e rimane nell’ombra. Me lo trovai davanti a Ballarat nel ’75: qui sul dorso della mano è dove mi ha preso la sua pallottola. Ci ha riprovato nel ’76, a Port Phillip, ma sono stato più veloce io e l’ho ferito gravemente. Nel ’79 però mi ha accoltellato, in un bar di Adelaide, e a quel punto i conti erano più o meno pari. Ora ha ripreso a ronzarmi intorno e mi farà un altro buco per respirare – a meno che – a meno che per qualche circostanza straordinaria qualcuno non lo faccia prima a lui.» E Maloney mi guardò con un sorriso terribile.
«Di lui non posso lamentarmi più di tanto» continuò. «Dal suo punto di vista, sarà senz’altro una questione di famiglia che non può lasciar perdere. È il governo che non mi dà pace. Quando penso a quello che ho fatto per questo paese, e a quello che questo paese ha fatto per me, mi fa imbestialire – mi manda proprio fuori di testa. Non c’è più gratitudine, non c’è un minimo di decenza, dottore!»
Continuò per qualche minuto a rimuginare sui torti subiti e poi si mise a espormeli nel dettaglio.
«Allora, ci sono nove uomini che non hanno fatto che ammazzare a destra e a manca per tre anni, e forse un morto a settimana è dire poco. Il governo li cattura e il governo li processa, ma non riescono a condannarli, e perché? Perché hanno tagliato la gola a tutti i testimoni, e hanno fatto un lavoro di fino. Che succede allora? Si fa avanti un cittadino di nome Wolf Tone Maloney e dice: “Il paese ha bisogno di me, eccomi qua”. Dopodiché dà la sua testimonianza, li fa condannare tutti e permette alle toghe di impiccarli. Questo ho fatto. Io non sono cattivo! E ora cosa fa il mio paese per ringraziarmi? Mi perseguita, signore, mi spia, mi controlla notte e giorno, si rivolta proprio contro l’uomo che si è impegnato così tanto per lui. Questa sì che è cattiveria. Non mi aspettavo certo che mi facessero cavaliere, o segretario coloniale; ma porca miseria, mi aspettavo che almeno mi lasciassero in pace!»
«Be’» ribattei «se scegli di infrangere la legge e aggredire gli altri, non puoi aspettarti che lo ignorino per i servizi che hai prestato.»
«Non mi riferisco alla pena che sto scontando, signore» disse Maloney, con fierezza. «È la vita che ho fatto da quel maledetto processo che mi esaspera l’anima. Si metta su quel trespolo e le racconterò tutto; e poi mi guardi negli occhi e mi dica che la polizia mi ha trattato in modo giusto.»

Tenterò di trascrivere l’esperienza del detenuto con le sue parole, per come me le ricordo, senza alterare le sue bizzarre distorsioni del giusto e dello sbagliato. Posso garantire la veridicità delle sue azioni, indipendentemente dalle conclusioni che lui ne aveva tratto. Mesi dopo, l’ispettore H.W. Hann, ex direttore del carcere di Dunedin, mi mostrò le voci sul registro ufficiale, che corroboravano ogni affermazione. Maloney ripeteva a memoria la storia con una voce piatta e monotona, la testa affondata nel petto e le mani tra le ginocchia. Il bagliore dei suoi occhi da serpe era l’unico segno delle emozioni che affioravano mentre raccontava.

«Avrà letto di Bluemansdyke» iniziò, con un certo orgoglio nella voce. «Resistemmo finché potemmo; poi però ci scovarono, e uno sbirro di nome Braxton, con un dannato yankee, ci catturò tutti. Questo accadde in Nuova Zelanda, ovviamente, ci portarono a Dunedin e lì loro furono condannati e impiccati. Finirono alla sbarra uno dopo l’altro, e mi lanciarono certi insulti da far gelare il sangue, un comportamento davvero meschino, visto che eravamo stati tutti compagni; ma quelli erano una massa di furfanti che pensavano solo per sé. Penso sia un bene che li abbiano impiccati. Mi riportarono al carcere di Dunedin, in catene nella stessa cella. L’unica differenza era che non dovevo lavorare e mi facevano mangiare bene. Sopportai per una settimana o due, finché un giorno il direttore stava facendo il giro della prigione e gli sottoposi la questione.
“Cos’è questa storia?” dissi. “I patti erano la grazia e voi mi state tenendo qui illegalmente.”
Fece una specie di sorriso. “Hai tutta questa voglia di uscire?” mi chiese.
“Così tanta che se non apre quella porta la denuncerò per detenzione illegale.”
Sembrò alquanto stupito dalla mia determinazione. “Hai fretta di morire?”
“Che intende?”
“Vieni qui e capirai cosa intendo.” Mi portò giù per un corridoio fino a una finestra che dava sull’ingresso della prigione. “Guarda là!”
Guardai fuori, e di là dalla strada ci saranno stati una decina di bestioni, chi fumava, chi giocava a carte per terra. Quando mi videro si misero a urlare e si accalcarono al cancello, agitando i pugni e fischiando.
“Aspettano te, fanno la guardia a turno” disse il direttore. “Sono il braccio esecutivo del comitato di vigilanza. Ad ogni modo, visto che sei così determinato a uscire, non posso fermarti.”
“E questo secondo lei è un paese civile?” gridai. “Farebbe ammazzare un uomo a sangue freddo alla luce del giorno?”
Queste parole fecero sorridere il direttore, la guardia e tutti gli altri idioti presenti, come se la vita di un uomo fosse una barzelletta da non perdere.
“Hai la legge dalla tua, quindi non ti tratterremo oltre. Guardia, lo porti fuori.”
E l’avrebbe anche fatto, quel mostro dal cuore nero, se non avessi implorato e pregato e offerto di pagare per vitto e alloggio, cosa che nessun detenuto ha mai fatto prima di me. Mi concesse di restare a quelle condizioni; per altri tre mesi rimasi in gattabuia con tutti i delinquenti della zona che strepitavano di là dal muro. Bel trattamento per un uomo che ha reso un servizio al suo paese!
Finalmente, una mattina tornò il direttore.
“Allora, Maloney, per quanto ancora vuoi farci l’onore della tua presenza?”
Avrei potuto ficcargli un coltello in quella pancia schifosa, e l’avrei anche fatto se fossimo stati soli nel bush; ma dovevo sorridergli, e lisciarlo, e lusingarlo, perché temevo che mi avrebbe fatto portare fuori.
“Sei un demonio” furono le sue parole esatte, per un uomo che lo aveva aiutato in ogni modo possibile. “Qui però non voglio giustizia sommaria; e penso di aver trovato un modo per farti uscire da Dunedin.”
“Non la dimenticherò, direttore” dissi, e perdio non lo farò mai.
“Non voglio né ringraziamenti, né riconoscenza” rispose. “Non è per te che lo faccio, ma soltanto per mantenere l’ordine pubblico in città. Domani al molo ovest c’è un vapore per Melbourne, e ti ci imbarcheremo. La partenza è prevista per le cinque del mattino, perciò fatti trovare pronto.”

Misi in valigia le poche cose che avevo e mi fecero uscire da una porta sul retro, appena prima dell’alba. Mi affrettai, presi un biglietto col nome di Isaac Smith e fui sano e salvo a bordo della nave per Melbourne. Ricordo il rumore dell’elica che ruotava nell’acqua quando mollarono gli ormeggi, guardando le luci di Dunedin appoggiato al parapetto, con la sensazione piacevole di lasciarmele per sempre alle spalle. Mi sembrava di avere davanti un mondo nuovo, ormai libero da tutti i guai. Scesi sotto coperta per prendere un caffè e, quando risalii, mi sentivo bene come non mi capitava dalla mattina che mi svegliai con in faccia la sei colpi di quel dannato irlandese che mi arrestò.
Ormai il sole era spuntato e stavamo risalendo la costa, Dunedin non si vedeva più. Rimasi un paio d’ore a girarmi i pollici e, quando il sole fu in alto, qualche altro passeggero venne a farmi compagnia sul ponte. Uno di loro, un tipetto vivace, mi fissò per un po’, poi si avvicinò e iniziò a parlarmi.
“Minatore, immagino” disse lui.
“Sì” dico io.
“Fatto un bel gruzzolo?”
“Discreto.”
“Anch’io ci ho provato: ho lavorato nei giacimenti di Nelson per tre mesi e ho buttato tutto quello che avevo messo da parte in una concessione mineraria falsata che saltò in aria dopo due giorni. Però ci ho riprovato, e ho trovato una fortuna; ma quando il vagone con l’oro scendeva verso gli insediamenti fu bloccato da quei maledetti banditi, e non mi hanno lasciato neanche una pagliuzza.”
“Brutto affare” dico io.
“Mi ha distrutto – mi ha rovinato. Non importa, tanto li ho visti tutti impiccati; così è più facile da sopportare. Ne è rimasto uno solo – la canaglia che ha testimoniato. Morirei felice se riuscissi a trovarlo. Ci sono un paio di cose che devo fare se lo incontro».
“Cosa?” dico io distrattamente.
“Devo chiedergli dove sono i miei soldi – non hanno mai avuto il tempo di portarli via e sono nascosti da qualche parte sulle montagne – e poi devo tirargli il collo, e mandare la sua anima dagli uomini che ha tradito.”
Mi parve di ricordare qualcosa di quel nascondiglio e mi venne da ridere; ma lui mi stava osservando e mi colpì quella sua cattiveria, quella voglia di vendetta.
“Faccio due passi” dissi, perché non era un uomo che ci tenevo a conoscere meglio.
Eppure non voleva sentirne. “Siamo entrambi minatori e siamo compagni di viaggio. Venga al bar. Non sono troppo povero per offrirle da bere.”
Non riuscii a dirgli di no e scendemmo insieme; fu quello l’inizio dei miei guai. Stavo forse infastidendo qualcuno sulla nave? Volevo soltanto una vita tranquilla, lasciare in pace gli altri ed essere lasciato in pace anch’io. Non c’è una pretesa più onesta. Ma stia a sentire quello che successe.
Stavamo passando davanti allo scompartimento delle donne, diretti verso il bar, quando uscì una servetta – un diavolo australiano con le lentiggini – con un bambino in braccio. Le eravamo passati accanto quando cacciò un urlo che pareva il fischio di un treno, e per poco non le cadde il bambino. Dal nervosismo feci una specie di scatto quando sentii l’urlo, ma mi voltai e le chiesi scusa, immaginando di averle pestato il piede. Capii che il gioco era finito quando vidi la sua faccia sbiancata, mentre cercava di appoggiarsi alla porta e mi indicava.
“È lui!” gridava. “È lui! L’ho visto in tribunale. Oh, non fategli toccare il mio bambino!”
“Chi è?” chiesero a una voce un cameriere e qualche altra persona.
“È lui – Maloney – Maloney, l’assassino – oh, portatelo via – portatelo via!”
Non ricordo esattamente cosa successe in quel momento. Non c’era distinzione tra me e l’arredamento, volavano offese e si spaccavano oggetti, qualcuno gridava che rivoleva il suo oro e c’era uno scalpiccio generale. Quando ripresi i sensi, mi trovai in bocca la mano di qualcuno. Da quel che dopo fui in grado di capire, conclusi che apparteneva allo stesso ometto che diceva tutte quelle cattiverie. Riuscì ad averla indietro quasi intera, ma solo perché gli altri mi stavano strozzando. In questo mondo un poveruomo non può sperare in un po’ di correttezza quando è a tappeto – eppure, credo che si ricorderà di me fino alla morte – e anche dopo, spero.
Mi trascinarono fuori a poppa e impancarono una dannata corte marziale – contro di me, badi; io che avevo voltato le spalle ai miei compagni per rendere un servizio a loro. Cosa mi avrebbero fatto? Chi diceva questo, chi diceva quello; ma alla fine fu il comandante a decidere di mandarmi a terra. La nave si fermò, mi calarono in una barca, mentre tutti gli altri fischiavano dai parapetti. Vidi l’ometto di prima che si fasciava la mano e pensai che non mi era andata poi malissimo.

Cambiai idea ancor prima di raggiungere la riva. Mi aspettavo che la spiaggia fosse deserta e che avrei potuto addentrarmi nell’interno; ma la nave si era fermata troppo vicina alle Heads e una decina di quei vagabondi che setacciano le spiagge in cerca di preziosi erano venuti in riva e ci fissavano, chiedendosi cosa ci facesse lì quella barca. Arrivati dove le onde diventavano spuma, il timoniere li chiamò e, dopo aver urlato chi ero, mi buttarono in acqua. Fa bene a esserne sorpreso – da un momento all’altro in tre metri d’acqua, con tanti squali quanti sono i pappagalli verdi nel bush, e li sentivo ridere mentre annaspavo fino alla spiaggia.
Capii subito che si metteva male. Appena riuscii a districarmi dalle alghe, mi afferrò un omone con un cappotto di velluto e altri cinque o sei mi circondarono tenendomi fermo. Sembravano quasi tutti gente semplice e non mi facevano paura, ma ce n’era uno con un cappello di foglie di palma che aveva una brutta espressione e sembrava pappa e ciccia con l’omone.
Mi trascinarono verso l’interno, poi mollarono la presa e mi circondarono.
“Amico mio,” disse l’uomo col cappello “da queste parti ti cercavamo da un pezzo.”
“Molto gentile da parte vostra” risposi.
“Basta chiacchiere” disse lui. “Forza, ragazzi, come facciamo: lo impicchiamo, lo anneghiamo o gli spariamo? Diamoci una mossa!”
Mi sembrava che facessero un po’ troppo sul serio. “Eh no!” dissi. “Ho la protezione del governo, e sarebbe omicidio.”
“Così dicono” rispose quello col cappotto, allegro come una cornacchia.
“E voi mi ammazzate perché sono un bandito?”
“Macché bandito e bandito!” disse l’uomo. “Ti impicchiamo perché hai spifferato sui tuoi compagni; fine della storia.”
Mi passarono la corda intorno al collo e mi trascinarono al margine del bush. C’erano casuarine ed eucalipti enormi, e ne scelsero uno adatto a quel gesto efferato. Lanciarono la corda intorno a un ramo, mi legarono le mani e mi dissero di dire le preghiere. Sembrava finita, ma fui salvato dall’intervento della provvidenza. A sentirla adesso che siamo seduti qui, sembra una bella storia, vero, signore? Ma fu una tortura stare lì, senza vedere niente, solo la spiaggia, e la lunga linea bianca della spuma, con il vapore che si allontanava e intorno una banda di canaglie assetate di sangue che ti vogliono morto. Non avrei mai pensato di essere in debito coi poliziotti, ma quella volta mi salvarono. Una pattuglia stava andando da Hawkes Point Station a Dunedin e, sentendo movimento, scese verso il bush e fermò l’esecuzione. Dottore, io di bande ne ho sentite nella vita, ma non ho mai sentito una musica dolce come il tintinnio degli speroni e delle bardature di quegli sbirri che arrivavano al galoppo. Anche allora provarono a impiccarmi, ma la polizia fu più veloce, e l’uomo col cappello si beccò un colpo in testa con il piatto della spada. Mi misero su un cavallo e prima di buio fui di nuovo nel carcere della città.

Ma il direttore non si era dato per vinto. Era deciso a liberarsi di me, e anch’io smaniavo all’idea di non vederlo più. Aspettò più o meno una settimana, perché il clamore iniziasse a placarsi, poi mi imbarcò di nascosto a bordo di una goletta a tre alberi diretta a Sydney con un carico di sego e pelli.
Arrivammo al largo senza intoppi e le cose sembrarono farsi più rosee. Non mancai comunque di gettare un ultimo sguardo alla prigione. L’equipaggio aveva un’idea di chi fossi e, se il tempo fosse stato cattivo, con ogni probabilità mi avrebbero gettato fuoribordo, perché erano una massa di cafoni ignoranti e pensavano che portassi sfortuna alla nave. Ma la traversata fu tranquilla e sbarcai sano e salvo al molo di Sydney.
Ora stia a sentire cosa è successo dopo. Penserà che a questo punto si saranno stancati di maltrattarmi e inseguirmi – lei non avrebbe smesso? Be’, stia a sentire. Pare che un dannato vapore fosse salpato da Dunedin per Sydney il nostro stesso giorno, arrivando prima di noi e portando mie notizie. Giuro che avevano convocato un’adunata al molo per discuterne – una vera adunata di massa –, e mi portarono proprio lì appena sbarcai. Non esitarono ad arrestarmi e ascoltai tutti i loro discorsi e le loro decisioni. Non ci sarebbe stata più agitazione neanche se fossi stato un principe. Alla fine concordarono che non era giusto che la Nuova Zelanda rifilasse i propri delinquenti ai vicini e che dovevano rimandarmi indietro sulla prossima nave. Quindi mi rispedirono indietro come un dannato pacco, e dopo un altro viaggio di ottocento miglia mi ritrovai per la terza volta nel posto da cui ero partito.

A quel punto iniziai a pensare che avrei passato il resto della vita a spostarmi da un porto all’altro. Sembrava che tutti ce l’avessero con me e non c’era pace o tranquillità da nessuna parte. Tornato ancora una volta, non ne potevo più, e se ci fossi riuscito sarei scappato nel bush, avrei tentato la sorte coi miei vecchi compagni. Ma furono più svelti di me e mi tennero sotto chiave; eppure riuscii, nonostante loro, a trafficare su quel malloppo nascosto che le dicevo, e mi cucii l’oro nella cintura. Passai un altro mese in prigione e poi mi imbarcarono su un veliero diretto in Inghilterra. Stavolta l’equipaggio non sapeva chi ero, ma il comandante si era fatto un’idea, anche se non dava ad intendere che avesse sospetti. Dal primo sguardo capii che era una canaglia. Il viaggio fu tranquillo, eccetto una burrasca o due al largo del Capo di Buona Speranza; iniziai a sentirmi un uomo libero quando scorsi il profilo bluastro della madrepatria, e la vivace pilotina che da Falmouth danzava verso di noi sulle onde. Attraversammo la Manica, e prima di arrivare a Gravesend mi ero accordato col timoniere perché mi portasse a riva con sé quando scendeva. Fu allora che il comandante mi dimostrò che avevo ragione a ritenerlo uno schifoso ficcanaso. Misi in valigia le mie cose così com’erano e, quando andai sotto coperta per la colazione, lo lasciai che parlava con aria seria al timoniere. Quando tornai su, eravamo già dentro la foce del fiume e la barca con cui sarei dovuto scendere a riva era partita. Il comandante disse che il timoniere si era dimenticato di me, ma non c’era da fidarsi e iniziai a preoccuparmi che i vecchi guai sarebbero ricominciati.

Di lì a poco i miei sospetti furono confermati. Una barca sfrecciò dalla riva del fiume e un tipo alto, con una lunga barba nera, salì a bordo. Sentii che chiedeva al primo ufficiale se avevano bisogno di un timoniere per portarli su all’attracco, ma mi sembrava uno che si intendeva meglio di manette che di timoni, perciò me ne tenni alla larga. Lui però attraversò il ponte e mi disse qualcosa, mentre mi squadrava da capo a piedi. Le persone troppo invadenti non mi piacciono mai, ma uno sconosciuto invadente con la barba incollata è quanto di peggio, specie in quelle circostanze. Capii che era arrivato il momento di scappare.
Dopo poco si presentò l’occasione, e ne approfittai. Una grossa carboniera si mise di traverso alla nostra prua e dovemmo rallentare fino quasi a fermarci. C’era una chiatta a poppa e mi calai sull’imbarcazione giù da una corda prima che qualcuno sentisse la mia mancanza. Ovviamente dovetti lasciare i bagagli, ma avevo addosso la cintura con le pepite, e l’opportunità di far perdere le mie tracce alla polizia era più importante di qualche valigia. Ormai era chiaro che il timoniere mi aveva tradito, come anche il comandante, e mi avevano messo la polizia alle calcagna. Spesso mi auguro di incontrarli di nuovo.
Rimasi sulla chiatta tutto il giorno mentre scendeva lungo la corrente. C’era un uomo a bordo, ma l’imbarcazione era grande e messa male, e lui troppo occupato per guardarsi intorno. Verso sera, quando arrivò il buio, mi diressi verso la riva, per ritrovarmi in una specie di acquitrino, molte miglia a est di Londra. Ero fradicio e morivo di fame, ma mi trascinai fino in città, presi un nuovo vestito in una bottega e, dopo aver mangiato qualcosa, trovai un letto nell’albergo più tranquillo che c’era.
Mi svegliai abbastanza presto – nel bush ci si abitua così – e per mia fortuna. La prima cosa che vidi sbirciando da una fessura nelle persiane fu uno di quei dannati poliziotti, impalato lì davanti a guardare le finestre. Non aveva le spalline o la spada, come i nostri sbirri, ma a parte quello si notava una parentela, e la stessa espressione da ficcanaso. Non avevo tempo per capire se mi avevano seguito dall’inizio o se non ero piaciuto all’affittacamere. Passò davanti alla finestra mentre lo osservavo e si segnò l’indirizzo in un quadernino. Temevo che avrebbe suonato il campanello, ma credo che i suoi ordini fossero semplicemente di tenermi d’occhio, perché dopo aver fissato di nuovo le finestre proseguì lungo la strada.
Capii che la mia unica possibilità era muovermi in fretta. Mi infilai i vestiti, aprii piano la finestra e, dopo essermi accertato che non ci fosse anima viva in giro, buttai tutto per terra e mi misi a correre più veloce che potevo. Continuai per due o tre miglia, finché non mi mancò il fiato; appena vidi un grande edificio con gente che entrava e usciva, entrai anch’io, scoprendo che era una stazione. C’era un treno in partenza per Dover per raggiungere la nave in arrivo dalla Francia, perciò presi un biglietto e saltai sul vagone della terza classe.
C’erano altri due tizi sul vagone, dei giovani accattoni dall’aspetto innocuo. Si misero a parlare del più e del meno, mentre io me ne stavo in silenzio nell’angolo ad ascoltarli. Poi attaccarono con l’Inghilterra e i paesi stranieri, eccetera. Stia a sentire, dottore, è la verità. Uno dei due iniziò a sproloquiare sulla giustizia delle leggi inglesi. “È tutto onesto e alla luce del sole” diceva, “non c’è la polizia segreta, non ci sono le spie come all’estero” e un sacco di baggianate del genere. Che dice, quanto era pesante stare a sentire quel maledetto sbarbatello, con la polizia che mi stava addosso come un’ombra?
Arrivai a Parigi, comunque, e lì cambiai un po’ del mio oro, e per qualche giorno ebbi l’impressione di averli seminati e pensai di trovarmi un posto per riposare un po’. A quel punto ne avevo bisogno, perché sembravo un fantasma, non un uomo. Lei non ha mai avuto la polizia alle costole, immagino. Be’, non si risenta, non volevo offendere. Se le fosse successo saprebbe che un uomo si riduce peggio di una pecora con lo zoccolo marcio.

Una sera andai all’opera e presi un palco, perché ero pieno di soldi. Stavo uscendo all’intervallo quando incontrai un uomo seduto nel corridoio. La luce gli illuminava il volto e mi accorsi che era il timoniere che era salito a bordo sul Tamigi. Non aveva più la barba, ma lo riconobbi alla prima occhiata, perché ho una buona memoria per le facce.
Mi creda, dottore, per un attimo persi la speranza. Avrei potuto accoltellarlo se fossimo stati soli, ma mi conosceva troppo bene per lasciarmi quella possibilità. Non ce la facevo più, perciò andai da lui e lo presi da parte, dove non ci avrebbero disturbato i perditempo e gli amanti del teatro.
“Vuoi continuare così ancora per molto?” gli chiesi.
Lì per lì sembrò confuso, ma poi capì che non aveva senso girarci intorno e mi rispose chiaramente:
“Finché non torni in Australia.”
“Non lo sai che ho reso un servizio al governo e che mi hanno dato la grazia?”
Fece un sorriso da un orecchio all’altro quando glielo dissi.
“Sappiamo tutto di te, Maloney” rispose. “Se vuoi una vita tranquilla, torna da dove sei venuto. Se rimani qui, sei marchiato a vita; e al primo passo falso ti daranno l’ergastolo, come minimo. Il libero scambio è una bella cosa, ma il mercato è saturo di uomini come te perché ci sia da importarne degli altri!”
Ebbi l’impressione che ci fosse del vero nelle sue parole, anche se si era espresso in quel modo spiacevole. Già da qualche giorno sentivo una certa nostalgia. La vita della gente non era la mia. Per la strada mi fissavano; e se entravo in un bar, smettevano di parlare e si scostavano, come fossi una bestia selvaggia. E avrei preferito una pinta di Stringybark stantio a un secchio dei loro liquori torcibudella. E poi c’erano troppe stramaledette regole. A che serviva il denaro se non ci si poteva vestire a piacimento, o sperperarlo a dovere? Non c’era la minima comprensione se ti partiva un colpo quando eri un po’ alticcio. Più di una volta a Nelson ho visto sparare a un uomo con meno chiacchiere che se si fosse rotto un vetro alla finestra. Era una noia, e non ne potevo più.
“Volete che torni indietro?” dissi.
“Ho l’ordine di starti addosso finché non lo farai” rispose.
“Be’, tornare non mi cambia niente. Chiedo solo che tu tenga la bocca chiusa e non dica in giro chi sono, per poter ricominciare col piede giusto una volta laggiù.”

Me lo accordò e andammo a Southampton il giorno successivo, dove si assicurò che, ancora una volta, partissi. Presi una nave che passava da Adelaide, dove probabilmente nessuno mi conosceva, e mi stabilii lì, proprio sotto il naso della polizia. Da allora ero rimasto lì, facevo una vita tranquilla, eccetto i piccoli inconvenienti come quello per cui sono dentro adesso, e per quel diavolo, Tattooed Tom di Hawkesbury. Non so perché le ho raccontato tutta questa storia, dottore, forse la solitudine ci porta a sproloquiare alla prima occasione. Ma voglio avvertirla. Non si esponga mai per aiutare il suo paese; perché il paese, per lei, farà ben poco. Lasci che ai loro affari ci pensino loro; e se non riescono a impiccare una banda di delinquenti, non si intrometta, ma li lasci da soli a fare del loro meglio. Magari quando sarò morto si ricorderanno di come mi hanno trattato, e si sentiranno in colpa per avermi abbandonato. Sono stato scortese con lei quando è entrato, e sono stato un po’ volgare: non ci faccia caso, sono fatto così. Mi concederà, però, che ho qualche motivo per essere un po’ suscettibile di tanto in tanto, quando ripenso a tutto quello che è successo. Non è d’accordo, vero? Be’, faccia come vuole; ma spero che prima o poi tornerà a farmi visita mentre fa il suo giro. Ah, guardi, ha lasciato il resto di quel pezzo di tabacco là dietro, o sbaglio? No, ce l’ha in tasca – va bene allora. Grazie, dottore, lei è un bel tipo, capisce al volo, meglio di tanti altri.»

Qualche mese dopo avermi raccontato le sue esperienze, Wolf Tone Maloney finì di scontare la sua sentenza e fu rilasciato. Per molto tempo non lo vidi e non ne ebbi notizia; e lo avevo quasi dimenticato, finché, in modo alquanto drammatico, la mia attenzione non si fermò ancora sulla sua esistenza. Ero andato a occuparmi di un paziente che viveva lontano in campagna e sulla via del ritorno, guidando il mio cavallo esausto tra le rocce disseminate sul tragitto e cercando di vedere dove andavo nell’oscurità che avanzava, mi imbattei in una piccola locanda al lato della strada. Mi avvicinai col cavallo all’ingresso, per assicurarmi di essere sul percorso giusto prima di continuare, quando sentii il rumore di un violento litigio nel piccolo locale. Sembrava che ci fosse un coro di proteste o lamentele, su cui tuonavano due voci potenti e infuriate. Restai in ascolto: ci fu un attimo di silenzio, due colpi di pistola partirono quasi all’unisono, la porta si spalancò con uno schianto e due sagome scure barcollarono fuori alla luce della luna. Si dimenarono per qualche istante in una lotta mortale, finché non crollarono insieme sui ciottoli. Ero sceso da cavallo e, con l’aiuto di qualche altro energumeno del locale, li trascinai uno lontano dall’altro.

Bastò un’occhiata per capire che uno dei due stava per dissanguarsi. Era un tipo tarchiato e robusto, con un’espressione determinata. Il sangue sgorgava da un taglio profondo alla gola ed era evidente che era stata recisa un’arteria importante. Mi scostai da lui senza speranze e andai dal suo avversario. Aveva un foro di proiettile al polmone, ma riuscì ad alzarsi sulla mano mentre mi avvicinavo, osservando con ansia il mio viso. Con mia sorpresa, mi ritrovai di fronte i lineamenti smunti e i capelli biondicci di un detenuto che conoscevo bene, Maloney.
«Ah, dottore!» disse, riconoscendomi. «Come sta? Morirà?»
Me lo chiese così seriamente che pensai si fosse pentito in punto di morte, temendo di lasciare il mondo con un altro omicidio sulla coscienza. Tuttavia, la verità mi costrinse a scuotere la testa desolato, lasciando intendere che la ferita era letale. Maloney lanciò un grido selvaggio di trionfo, che gli fece sprizzare il sangue dalle labbra. «Tenete, ragazzi» disse ansimando agli uomini intorno a lui. «Ho dei soldi nel taschino. Bando all’avarizia! Un giro di bevute per tutti. Io non sono cattivo. Berrei con voi, ma me ne sto andando. Date al dottore la mia parte, perché è un bravo…» In quel momento la testa cadde indietro con un tonfo, gli occhi si appannarono e l’anima di Wolf Tone Maloney, falsario, carcerato, bandito, assassino e spione del governo, volò via verso l’ignoto.

Non posso concludere senza riportare il resoconto di quella lite mortale comparso sulle colonne del West Australian Sentinel. I curiosi lo troveranno nel numero del 4 ottobre 1881.

“Rissa mortale – W.T. Maloney, noto cittadino di New Montrose e proprietario della casa da gioco Yellow Boy, ha trovato la morte in circostanze alquanto dolorose. Mr Maloney aveva avuto una vita burrascosa, il cui passato è degno di interesse. Qualche lettore ricorderà gli omicidi della Lena Valley, di cui era stato il principale indiziato. Si è ipotizzato che nei sette mesi durante cui aveva gestito un bar nella zona, dai venti ai trenta viaggiatori furono truffati e derubati. Riuscì comunque a sfuggire all’occhio vigile delle forze dell’ordine e si unì ai banditi del bush di Bluemansdyke, la cui eroica cattura e successiva esecuzione appartengono agli annali. Maloney evitò il destino che lo aspettava denunciando i propri complici. Dopodiché andò in Europa, ma fece ritorno in Australia occidentale, dove ha per lungo tempo avuto un ruolo importante negli affari locali. La sera di venerdì ha incontrato un vecchio nemico, Thomas Grimthorpe, comunemente noto come Tattooed Tom di Hawkesbury. Ne è seguita una sparatoria ed entrambi sono stati feriti gravemente, riuscendo a sopravvivere solo pochi minuti. Mr Maloney aveva la fama non solo di essere l’assassino con più vittime che sia mai vissuto, ma anche di avere una minuziosità e un’attenzione ai dettagli nella sua testimonianza che non sono state eguagliate da nessuno criminale europeo. Sic transit gloria mundi!”

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In alto: Illustrazione di J. W. K., My Friend the Murderer, H. M. Caldwell Co., De Novo Library, 1896. Dettaglio.