Cosmoagonia

Federica Sabelli

Anche là ci sono i campi vuoti dell’estate.”

Hölderlin

«Zoom avanti su volto di ragazza con testa appoggiata al finestrino».
«Che dici».
«Sono il regista».
«Senza cinepresa».
«Vabbè».
«Zoom indietro. Panoramica dell’autobus».
«Riprendi il culo scoperto del grassone davanti. Prima m’ha guardato le tette».
«Shh. Abbassa la voce».
«Mica capisce. Secondo me è francese».
«E allora? Sono lingue indoeuropee. Magari grassone in francese si dice grassòn e lui ha capito tutto».
«Senti, questo road movie non mi sta convincendo. Cancella il nastro, ricominciamo da capo. Senza culi, senza grassoni, senza ammettere che non abbiamo una cinepresa, che è solo per finta, tutto quanto. Ricominciamo dall’inizio».

Stiamo tornando indietro. Siamo su un autobus in viaggio verso Brunehaut, passando per la Francia. Dico che stiamo tornando indietro perché questa è una specie di ricerca-delle-origini, una caccia-all’infanzia. A Brunehaut ci passavamo le estati da piccoli, io e mio fratello, che è seduto accanto a me adesso; andavamo a trovare i nostri nonni. Quando loro sono morti la casa è stata venduta dai nostri genitori. Però, però, a noi sembra importante tornare. A distanza di anni – quindici – sentiamo già l’odore degli alberi di ciliegio nel giardino. Com’è dolce! Pure se questo autobus sa di sudato da impazzire, pure se non sappiamo cos’è rimasto di casa e del giardino e se ci sono ancora gli alberi, noi l’odor-di-ciliegia ce lo ricordiamo, e bene. È strano cosa si ricordi e cosa no, vero? Tipo, io il francese non me lo ricordo per niente, e tu? Ecco. Completamente dimenticato. Però mi ricordo l’ombra del fumo della pipa del vicino sull’erba un pomeriggio che è venuto a chiedere qualcosa in prestito a nonno. Sembrava l’ombra di una nuvola che passa su un lago verde.
Vediamo, questo è quello che non mi ricordo: di cosa parlavamo con i nonni; tutti i paesini in cui ci portavano la domenica, tutti svaniti, persi, addio, chissà dove; i programmi televisivi belgi che ci costringevano a vedere la sera con loro; cosa ci cucinava nonna; a che giocavamo io e te, se eravamo felici, annoiati, arrabbiati, se ci mancavano mamma e papà e i nostri amici come potrebbe essere normale per dei bambini. Questo è quello che invece mi ricordo: quella volta che ti sei masturbato sul divano mentre nonna dormiva sulla poltrona vicino. Ahah. Te l’eri dimenticato? No-no, ti dico che è successo davvero. Ricordati il patto, ora tocca a me, aspetta il tuo turno. E non mi dare pizzichi. Ah! Ecco, anche quella volta che ho nascosto nella pendola a muro il budino schifoso che ci aveva preparato nonna e ogni volta che suonava la mezz’ora mi salivano i sensi di colpa e pure il mal di pancia a ripensare a quel budino. E questo ricordo sono sicura che si è salvato dopo che ho letto Il cuore rivelatore di Poe e ho pensato “Ecco! Esattamente come il budino”. Il budino rivelatore. Vedi, secondo me noi stiamo facendo la stessa cosa. Cerchiamo di salvare il salvabile, di capire se c’è qualcos’altro che si può ripescare dall’oblio e se non c’è pazienza; è un peccato ma pazienza. Ma se c’è… Tu lo sai che verità in greco si dice aletheia? Praticamente è alfa privativa più lanthano, che significa dimenticare. Quindi verità vuol dire ricordare. Che altro? Un abbaiare che a volte si sentiva; non ricordo se il vicino avesse cani o se fossero randagi, c’è questo abbaiare e credo che insomma sia giusto così, che ci sia questo abbaiare di quindici anni fa di cani belgi sconosciuti, nella mia testa. Dove altro dovrebbe stare? Vabbè adesso dai un po’ a me la cinepresa.

Eh, diciamo che ti sei dimenticata tutte le parti più divertenti. Comodo così. L’abbaiare dei cani, sì, certo, molto bello, molto nobile. Ma la sega vicino a nonna me l’hai fatta tu. Sì, è vero, ho cominciato io, ma poi ti sei avvicinata e hai… non tirare pugni.
C’è una cosa che mi impensierisce. Lo riconosceremo, il paese? Le piazze, le strade, i negozi, la casa. Potrebbe essere lo stesso. Ci sono quei paesi così piccoli che tutti se ne dimenticano e il risultato è che rimangono fuori dal tempo. Strano, strano… che verità vuol dire ricordare ma a me sembra che l’eternità sia proprio l’opposto, dimenticare. Che più ti dimentichi di una cosa più la preservi. E se è rimasto lo stesso che effetto ci farà? La faccenda è parecchio oscura e mi sembra sia inutile ragionarci sopra. Al contrario, potrebbe essere cambiato. Forse mi dispiacerebbe non riconoscerlo. Se al posto del contadino da cui nonno ci comprava quelle mele così dolci, così polpose, che sembravano puro zucchero, ci fosse, per esempio, un negozio di patatine fritte, non credi che sarebbe un altro paese? Che non sarebbe Brunehaut? E allora dimmi che siamo partiti a fare, cosa cerchiamo? Che idea pericolosa questa di cercare di tornare indietro. Però potrebbe essere giusto così. Ma sì, non rattristiamoci. E se non è Brunehaut sarà Brunebas. Forse per questo sarebbe meno bello?
Il mondo è all’alba. Abbiamo appena passato il confine francese. Qui quasi tutti dormono. È una quiete diversa quella che si prova a essere svegli mentre degli estranei dormono intorno a te. Ecco, si sta addormentando anche lei. Appoggia la testa al finestrino e chiude gli occhi e diventa un’estranea che dorme insieme agli altri. È mia sorella eppure chiusi gli occhi e la bocca non è tanto diversa da qualsiasi altra persona mai vista prima. Tutto è inconoscibile, lo so. Ma questo non vuol dire che non si debba comunque partire!
Chissà dove saranno sepolti i nonni. Chissà se qualcuno al paese si ricorderà di loro. I loro amici, i loro vicini, saranno tutti morti. Vorrei visitare la loro tomba. Non siamo stati ai loro funerali, chissà perché. Nonno è morto in giardino, per un infarto, tra i suoi cavoletti; ma nonna? Non me lo ricordo. Eravamo piccoli. Lo devo chiedere a lei, quando si sveglia; forse lo sa. Manca ancora qualche ora prima di arrivare. Dovrei spegnere la cinepresa e dormire anche io. O magari la lascio accesa. Dev’essere uno spettacolo niente male.

Ecco, inquadrami bene, metti a fuoco mentre scendo dal bus. Come l’allunaggio. Però quelli non s’erano fatti due giorni di Flixbus. Inquadra la strada, i segnali stradali. Era asfaltata prima? A me non sembra. Ricordo il selciato. E ora dove andiamo? Sono stanca. Proviamo dritti. Dovremmo ritrovarci in piazza. No, andiamo dalla parte sbagliata. Che cielo tremendo. Osceno. Tutto bianco. Era così anche quando eravamo piccoli? Io mi ricordo un sole accecante ma forse sono io che esagero. Per di qua. Ecco la piazza. Questa sì, me la ricordo. Sediamoci su questa panchina, dove si sedeva sempre il nonno a fumare la pipa. Aspetta, inquadrami mentre fumo una sigaretta sulla panchina. Assomiglio al nonno? Ti prego, rimaniamo un attimo qui, sono stanca. Tutto questo scavare e ricordare e ricostruire. Ma siamo partiti per attirare ricordi di prima qualità. Per esempio, quel pomeriggio… eravamo proprio qui. E… e… aiutami. Hai ragione. Insomma, eravamo qui e nonno ci ha raccontato della guerra? Comprato qualcosa? Parlato di papà da giovane? Quante cose si possono fare in un pomeriggio di quindici anni fa. Non me la sento di scegliere; povero nonno, continua a fumare la tua pipa. Ecco, siamo stati qui in silenzio e nessuno ha detto o fatto niente. Abbiamo guardato le persone che camminavano in piazza e nel momento in cui le guardavamo sapevamo che stavano scomparendo. Sì, ora ricordo. Dopo il tramonto tornammo a casa e nonna aveva preparato dei toast per tutti e ci disse che potevamo mangiarli davanti alla televisione e dopo cena andare in giardino a giocare. Noi eravamo felici, vero? Ma confusi. Non capivamo come mai nonna fosse così indulgente. E mentre giocavamo fuori ci ricordammo che il giorno dopo saremmo tornati in Italia. Quella fu la nostra ultima estate in Belgio. A me viene l’amaro in bocca, davvero, quando penso a quel pomeriggio in silenzio. Se ci fossimo ricordati prima che il giorno dopo dovevamo partire, chissà, forse saremmo rimasti in silenzio comunque, ma sarebbe stato un silenzio completamente diverso, quell’indulgenza non sarebbe stata sospetta, ma tenera. Cosa? Come è morta? Credo nel sonno, qualche mese dopo che nonno è stato investito da un tir carico di patate. Che dici? Ma che infarto… ma quale giardino e cavoletti. È stato investito. Nonna di crepacuore, nel sonno, qualche mese dopo. Ma basta, sento i lacrimoni. Che insofferenza. A essere sconsolata sono bravissima, ma ora non mi va. Dammi, dammi qui. Parla, di’ qualcosa tu.

Ti dico che era in giardino tra i cavoletti. Non voglio litigare con te su questa cosa. È irrispettoso verso i defunti. A proposito dei defunti, dove sono sepolti? Cari morti, vi troveremo. Vi salveremo da questo oblio putrescente in quale tutti vi hanno lasciato. Meno lirico, dici? Solo se tu mi diventi meno sconsolata. Dai, ci siamo riposati abbastanza. I morti non aspettano! Cerchiamo la casa. Andiamo per questa stradina. Mi sembra di ricordare l’insegna di quella birreria. Ti ricordi quando nonno ci fece bere la birra di nascosto da nonna e poi nonna ci fece bere il vino di nascosto da nonno e alla fine eravamo belli ciucchi e loro se la ridevano? Guarda dentro, questa birreria è rimasta uguale. I tavoli, il bancone, quella testa di porco appesa alla parete. Da piccola ti spaventava a morte. Che bell’arredamento in stile belga. Inclemente senza cattiveria. Se solo avessimo un indirizzo potremmo chiedere indicazioni a qualcuno. Ma sì, hai ragione, così è meglio. Allora andiamo per di qui. No, per di qua. O di là. Case, case. Un paese di case. E di cosa sennò? Qui abitava la gentile signora che sgozzava le galline. Una volta ci regalò un’ocarina e la suonammo così male che se la venne a riprendere la sera stessa. Facevamo ululare i cani del quartiere. Mai stati portati per la musica, io e te. Aspetta, resta qui e riprendimi da lontano mentre entro e chiedo della signora. No, il nome non me lo ricordo. Dirò quello che so. Bonjour, est-ce qu’une femme a vécu ici, je pense qu’elle était la femme d’un boucher? Non? Comme pas dit. Merci, très gentil. Mi sa che abbiamo sbagliato. O forse si sono sbagliati loro. Cos’è questa fissazione di avere ragione. Proseguiamo. Riprendimi così, da lontano, mentre imito la camminata di nonna. Zoppicava un po’. E lo zoppichio era accentuato dal fatto che era grossa, una vecchia signora corpulenta. Poverina, potevamo dimenticarcene e non avrebbe mai zoppicato in tutta la sua vita. Siamo dei narratori crudeli. Questa via è familiare. Vieni, siamo vicini a casa. Guarda quel signore in bicicletta. Non trovi che anche lui abbia un che di familiare? Magari lo abbiamo conosciuto e non lo sapremo mai. Forse si ricorda di noi, trova che anche noi abbiamo una faccia familiare. Salut, monsieur. Ecco, ha girato l’angolo. È scomparso, ha pedalato fuori dalle nostre vite.
Qui bisogna girare a destra, ne sono sicuro. E, una volta imboccato il vicolo, ci ritroveremo di fronte un grosso albero. Eccolo! Ho quasi i brividi. Come ho fatto? Inizio ad aver paura. Com’è astuto questo nostro cervello. Vorrei stritolare tutti i filosofi che infangano il razionalismo. Dimmi tu come avrei fatto a creare questo albero dal nulla senza la ragione. Pure se è ingannata, poveretta, ci metti dentro un paio di falsi ricordi e voilà, quella sta al gioco. E anzi, ti dà filo da torcere. Ti ride in faccia. In testa. La senti questa risatina interiore? Non si scappa. Dice: le regole le faccio io, bello. Tu pensi di essere intelligente ma invece non sei nulla. Se dico che c’è un albero, c’è un albero. Se dico che c’è un cavallo, c’è un cavallo. E se tu fai finta… insomma, ti asseconda la creaturina. E quindi… la casa è quella lì. Eccola! Il tetto rosso, il giardino, gli alberelli ormai screpolati e mortiferi. Sembra non ci abiti nessuno. Ah, dilemma antico. L’abbiamo creato noi il mondo? Com’è facile sguazzare tra reale e finzione quando uno sa come si fa e non rischia di annegare e beve giusto quel tanto di acqua che basta per sentire quant’è salato il mare senza morire. Vieni, dammi la cinepresa e dimmi quello che sai, ragazzina spaventata.

Ah, ora mi ricordo. La casa volevano venderla ma alla fine non si trovò nessuno. È nostra, è ancora nostra. O del comune, chissà come funziona qui. Recintata fin sopra al tetto, ma se infiliamo la testa tra le reti di acciaio ecco l’alberello che ci ha salvati dal puzzo di sudore dell’autobus e la porta che cigolava e il giardino di cavoletti dove è morto o non è morto nonno e la sedia a dondolo dove nonna lavorava a maglia tenendoci d’occhio. Nulla è falso! Tutto è vero. Ma ora andiamo al cimitero, questa desolazione mi fa di nuovo piagnucolare. Voglio salutare nonno e nonna prima di ripartire. Il loro funerale è stato toccante ma non mi ricordo quasi nulla, eravamo così piccoli. Di qui, di qui, sono sicura. Dobbiamo uscire un po’ dalla città. È dopo quell’ultima casetta, a sinistra. Vedi? Avevo ragione. Avrò visto un’indicazione? Sarà stata una coincidenza? Lo ricordo davvero?
Quante piccole tombe grigie. Come troveremo la loro? Potremmo piangere un po’ su tutte. Elmer, Herman, Bert… Questo qui, non ti dice qualcosa il suo nome, non era per caso il figlio del barbiere del paese, morto in una rissa? E lei, lei era sposata con il panettiere che ci andava giù pesante. Veniva sempre a casa nostra, a piangere da nonna. Nonna era buona, tanto buona; dava consigli a tutti. Saranno queste due. Si chiamavano così? Fa niente, sono queste qui, me lo sento. Posa la cinepresa e abbracciami. Piangiamo un po’ su queste lapidi. Come sanno essere travolgenti questi ricordi creati ad hoc. Sento che mi trascinano con un’energia che tutta la realtà si sogna. È davvero pericoloso muoversi all’indietro in un indietro mai stato indietro, oscillare tra memoria e invenzione. Posala lì, a terra, che continui a riprenderci.

Zoom indietro. La scena è all’esterno, in un cimitero belga che nessuno di noi ha mai visto prima. Ma potremmo dire di sì, invece, e allora sarebbe vero. Verissimo. Ci vorrebbe qualcuno che decidesse una volta per tutte come si determina il reale. Ma a me questa memoria-plastilina piace da impazzire. Chi sta parlando tra noi due? Poveri, poveri attorelli sussiegosi che si dimenano sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla loro parte. E poi, di loro, nessuno saprà più nulla. La scena è finita. Zoom avanti. Ancora di più. Avanti. Avanti.

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↔ In alto: Foto di Gemma Evans su Unsplash.