Il realismo inquietante di Amparo Dávila

Roberto Comandè

«Al giorno d’oggi il reale, come parola, come vocabolo, è usato essenzialmente in maniera intimidatoria. Dobbiamo preoccuparci costantemente del reale, obbedirgli, dobbiamo comprendere che non si può fare nulla contro il reale»
(A. Badiou, Alla ricerca del reale perduto, Mimesis 2016)

Non conoscevo l’opera di Amparo Dávila.

La mai sopita attrazione letteraria verso il fantastico e il surreale mi ha tuttavia spinto senza troppe remore entro il disturbante universo narrativo de L’Ospite e altri racconti (Safarà, 2020).

Nell’accedere al libro mi attendevo di trovarci parecchio materiale dark e conturbanti gite fuori dalla porta del “normale”, nella direzione dell’oscuro e dell’inconsueto; aspettativa soddisfatta. È però stato ciò che non mi aspettavo di trovare a colpirmi maggiormente, e a innescare il detonatore della riflessione, che può rendere unica un’esperienza di lettura. Perché per quanto il tema predominante del breve scritto sia indubbiamente l’assurdo e le sue qualità perturbanti, sono le ripercussioni che esse hanno sul modo di concepire l’esatto opposto, il reale, a contenere qualcosa di estremamente interessante.

Occorre però muoversi progressivamente, perché progressivo è l’emergere di tale riflessione, che può imporsi nella sua piena chiarezza solo alla luce di tutti i racconti contenuti nell’opera; del resto, che in essa possa celarsi qualcosa di più profondo oltre agli eventi della narrazione lo si evince dal tema del primo racconto, Frammento di un diario: la scala del dolore.

«C’è chi sostiene che il dolore sia interminabile e non si esaurisca mai, eppure io credo che dopo il 10° grado della mia scala non resti altro che la memoria delle cose, che ferisce ormai solo nel ricordo».

Sarà proprio questa «memoria delle cose» che avrà molto da rivelarci più avanti, sviluppandosi lungo tutti i racconti, esprimendosi in essi proprio nella forma del dolore; non di un dolore, ma del dolore. Ci basti intanto sapere di essere solo all’inizio e che dunque, per quanto terrificante e dolorosa possa essere la scala, tocca iniziare a salirla.

Frammento di un diario è solo la prima delle dodici storie che compongono L’Ospite e altri racconti; si tratta di narrazioni brevi, i cui protagonisti sono persone “normali”, donne per la maggior parte, inserite in contesti di vita tutt’altro che sensazionali. L’elemento che accomuna tutti i racconti è la puntuale quanto veemente e improvvisa irruzione dell’irrazionale, dell’angoscioso, del terribile, del folle e dell’assurdo; attribuzioni sintetizzabili nella nozione del “perturbante”, tema cardine della riflessione psicologica e psicanalitica, che ha rivestito un importante ruolo anche nella disciplina estetica e letteraria lungo tutto il ‘900.

Così Sigmund Freud definisce il perturbante nelle prime battute dell’omonimo saggio, pubblicato nel 1919, alla luce dell’esperienza psicanalitica accumulata fino a quel punto: «Non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in un senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso» (S. Freud, Il perturbante, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri 1991).

Il perturbante è, ed è stato, oggetto prediletto di una lunga serie di romanzi, tuttavia quello messo in scena nei tenebrosi racconti di Amparo Dávila, per quanto rientri in questo quadro generale, si rivela peculiare; perché lungi dall’emergere nel contesto di situazioni di per sé spaventose, assurde o, per così dire, horror, esso viene a galla all’interno delle più basilari configurazioni sociali, come la famiglia, i rapporti di coppia o il lavoro, a differenza della stragrande maggioranza della letteratura che sonda il terribile e l’estraneo. Si tratta di un perturbante che, a livello narrativo, si impone spesso in assenza di un vero e proprio evento scaturente, o per lo meno di un evento sovrannaturale, fantastico o eccezionale. Esso, d’un tratto e semplicemente, appare e agisce.

Che caratteristiche ha, allora, il perturbante che serpeggia fra le pagine de L’ospite e altri racconti? Quali sono le ripercussioni sulla concezione del reale?

Possiamo iniziare interrogando i personaggi delle storie narrate nell’opera, leggendone le vicende raccontate; si avrà gioco facile nel sottolineare la presenza costante di tale generico senso di angoscia descritto pocanzi da Freud, che si impone improvvisamente e con intensità. Tina Reyes, giovane operaia messicana protagonista dell’omonimo racconto, viene d’un tratto colta da «una paura terribile, mortale» nel rendersi conto di essere seguita da un oscuro figuro, per la verità neanche troppo minaccioso, mentre il manager senza nome ricoverato in una camera d’ospedale per motivi imprecisati, soggetto de Il Funerale, attende «in preda a un’autentica angoscia» che qualcuno venga finalmente a trovarlo; allo stesso modo María, figlia e sorella tormentata dalla bigotteria della propria famiglia, protagonista de La Cella, si sente «invadere da uno sconfinato terrore» al solo pensiero di rimanere da sola in cameretta, non appena gli ospiti invitati a cena avranno lasciato la casa.

Siamo dunque di fronte a un insondabile sentimento abissale, qualcosa di non chiaramente definibile, ma definitivamente angoscioso. Una delle caratteristiche principali di tale sentimento, nella versione che ne tratteggia Amparo Dávila nei racconti che compongono il libro, è l’apparire come proiettato dai protagonisti fuori di sé, su soggetti esterni.

È necessario a questo punto notare, senza pretese di completezza, che la spiegazione psicanalitica generalmente accettata riguardo l’emersione del perturbante sia da rintracciare nei meccanismi di rimozione psichici, che incamerano nel baule dell’inconscio quello che la coscienza non è in grado di reggere o processare; poi, per raggiunto limite di rimozione, o per cause traumatiche interne e/o esterne, può darsi che tale rimosso riaffiori, possibilmente anche nella forma del perturbante. La versione junghiana di quest’ultimo è rintracciabile nell’archetipo dell’Ombra, che mantiene molte delle caratteristiche del concetto freudiano; proprio la proiezione è, per la scuola che fa capo a C. J. Jung, una delle fenomenologie più frequenti del perturbante. Secondo Mario Trevi, decano degli junghiani italiani, «poiché tutto ciò che è inconscio viene proiettato, una delle più facili e usuali proiezioni è proprio quella dell’Ombra» (Studi sull’Ombra, M. Trevi e A. Romano, Raffaello Cortina Editore).

Il racconto che dà il titolo alla raccolta, L’Ospite per l’appunto, è un esempio illuminante riguardo questo aspetto del perturbante. La protagonista è una donna sposata, la cui situazione emotiva è amaramente scolpita fra le prime righe della storia: «eravamo sposati da quasi tre anni, avevamo due bambini e io non ero felice. Mio marito mi considerava alla stregua di un pezzo da mobilio». La svolta perturbante, non certo per caso, avviene immediatamente dopo, quando la donna descrive l’essere introdotto in casa un giorno qualunque dal marito, senza alcuna apparente motivazione: «Quando lo vidi per la prima volta, non riuscii a reprimere un grido di terrore. Era lugubre, sinistro. Aveva grandi occhi giallastri, quasi rotondi e sempre sbarrati, che sembravano penetrare attraverso le cose e le persone».

Le terribili vicende successive sono marchiate dall’anatema di tale presenza demoniaca in casa, che non viene però mai realmente definita, se non per via di aggettivi e attribuzioni come nel passo sopracitato. Tutto il male provato dalla protagonista, ogni grammo dell’angoscia accumulata in una vita sacrificata sull’altare di un matrimonio infelice, si condensano nella terrificante creatura, dove acquisiscono forza e sostanza. Essa si muove in piena autonomia, decide di perseguitare la donna, fino a divenire tanto ingombrante, minacciosa e insopportabile da imporre un atto violento come unico finale possibile alla storia.

Il perturbante è quindi proiettato all’esterno del sentire personale della protagonista. Il dolore, tramite una sorta di estroflessione, fuoriesce dai personaggi assumendo forme vaghe e indefinite, ma pur sempre delle forme, reali e inquietanti;

«Nell’Io si forma lentamente un’istanza particolare capace di opporsi al resto dell’Io. Nel caso patologico del delirio di attenzione essa si isola, si separa dall’Io, diventa osservabile» (S. Freud, Il Perturbante, cit. – corsivo mio).

Non è però tutto qui, perché il racconto evidenza altri importanti aspetti del perturbante. Il primo è che, oltre ad apparire come una proiezione esterna ai personaggi, esso gode di totale indipendenza, assume cioè i caratteri di un vero e proprio essere volitivo, di un qualcosa che esiste a prescindere dal soggetto che l’ha generato. L’Ospite presidiava la porta della stanza da letto della donna, «odiava i bambini» e a lei «faceva costantemente la posta». Strettamente legata alla categoria dell’osservabilità, notiamo allora affiorare un’ulteriore caratteristica del perturbante, quella dell’autonomia.

Troviamo immediato riscontro in un altro degli scritti di Amparo Dávila, rivolgendoci a Moises e Gaspar, titolo di uno dei racconti che mi ha perturbato maggiormente. Il protagonista, il signor Kraus, a causa di un lutto familiare si ritrova a convivere con Moises e Gaspar, anch’essi, come nel caso della rivoltante creatura de L’Ospite, due esseri mai ben definiti, se non per sinistri aggettivi. I due sono l’eredità del fratello Leònidas, morto in solitudine, nonostante Kraus rievochi mestamente lontani ricordi risalenti a un’epoca di forte complicità, prima che le scelte della vita (per lo più economiche) lo allontanassero dalla famiglia, fin quasi all’estraneità. Ebbene, per il nostro Kraus, restano soltanto Moises e Gaspar, due strambe entità che sembrano vivere in virtù dell’altrui dolore e che, al primo incontro, lo fissano intensamente, non si capisce «se con ostilità o diffidenza, ma con uno sguardo terribile». Come terribile diviene l’esistenza di Kraus da quando i due entrano a far parte della sua quotidianità: «Con l’arrivo di Moisés e Gaspar tutta la mia vita si scompigliò. Dovevo alzarmi alle sei per andare a comprare il latte e le altre provviste; e poi preparare la colazione per le sette in punto, come d’abitudine. Se tardavo quei due si infuriavano, cosa che mi faceva paura, perché non sapevo fin dove poteva arrivare la loro collera».

Ecco il perturbante in tutte le sue forze, capace, tanto è autonomo e libero di agire, non solo di terrorizzare lo sfortunato protagonista ma addirittura di sconvolgergli completamente l’esistenza, rendendola una misera pantomima. Un’inerzia dolorosa che, anche nel caso di Kraus, non può che terminare con un atto violento, definitivo. Qui, parimenti che ne L’Ospite, il perturbante, o l’Ombra, è totalmente «abbandonata al negativo, al “male”, ed è forzata, per così dire, a vivere una vita autonoma, senza alcuna relazione con il resto della personalità» (Studi sull’Ombra, cit. – corsivo mio).

Allo stesso modo, gli innumerevoli e disperati piccoli esserini che popolano il crudo immaginario del racconto Alta cucina, sono in grado, seppur tramite la morte, di ossessionare il piccolo protagonista con le loro urla; ogni sera poco prima dell’ora di cena, quando finiscono fra le grinfie della perfida cuoca. «Strillavano a volte come bimbi appena nati, come topi schiacciati, come pipistrelli, come gatti strangolati, come donne isteriche…». Anche in questo caso, la pressione del perturbante sulla vita del protagonista è tale da costringerlo a un finale traumatico e risolutivo. Il racconto ci permette però di fissare un ultimo tassello, che ci condurrà verso la portata reale della riflessione sul perturbante nei racconti di Amparo Dávila. Perché, come in quelli citati finora, anche gli esserini dannati di Alta Cucina non vengono mai descritti direttamente, ma solo per via di aggettivi e attribuzioni:

«A volte vedevo centinaia di piccoli occhi attaccati al vetro gocciolante delle finestre. Centinaia di occhi rotondi e neri. Occhi brillanti, umidi di pianto, che imploravano misericordia».

Bisogna insomma notare la costante indefinitezza delle forme assunte dall’Ombra, che per quanto risulti sempre proiettata su esseri lugubri, malevoli e raccapriccianti, non riceve mai dei connotati, nemmeno grossolanamente abbozzati; è come se la scrittrice avesse voluto imprimere fra le vicende dei suoi tormentati personaggi la più generalissima idea del perturbante, quella che potrebbe sorgere in ognuno di noi, perché caratterizzata non in virtù del contenuto psicologico che le dà vita, ma della sua forma, della struttura tramite cui essa trasborda dallo psichico al reale, originata dall’insopportabile dolore dell’esistenza.

Tale struttura, ricapitolando, consiste allora in un perturbante che appare come proiezione incarnata nel corpo di esseri sconcertanti, non acquisendo mai sembianze chiare e riconoscibili, almeno per il lettore. Tale proiezione agisce in maniera totalmente libera e autodeterminata, devastando le esistenze dei personaggi da cui è stata in origine proiettata, costringendoli, nella totalità dei casi, a un gesto finale violento e disperato. Come il terribile epilogo di Musica Concreta, in cui il protagonista, Sergio, riesce infine a risalire fino alla matrice del perturbante, dove «afferra un paio di forbici e infilza, affonda, fa a brandelli… Il gracidio disperato si fa sempre più debole, come se stesse affondando in un’acqua scura e densa, mentre il sangue macchia il pavimento della stanza».

Va innanzitutto riconosciuto l’incredibile sforzo di Amparo Dávila; rappresentare narrativamente, e con tale precisione e crudezza, le caratteristiche strutturali del perturbante senza ricorrere all’elemento horror, sovrannaturale o fantastico, restituisce un’immagine dell’Ombra forse meno spaventosa, ma certamente molto più reale, consistente. In secondo luogo, ed è qui che a parere di chi scrive sta la vera potenza de L’Ospite e altri racconti, l’assenza di fenomeni sovrumani alla base dell’irruzione del perturbante costringe il lettore a farsi la domanda più scomoda: perché, allora, esso affiora? Cosa, mancando l’avvenimento puramente traumatico, ne causa l’irresistibile irruzione?

Per Freud lo scrittore che cerca di suscitare il perturbante in noi che lo leggiamo, «ci inganna promettendoci la realtà più comune e poi invece la scavalca» (S. Freud, Il Perturbante, cit). Esattamente quest’atto dello scavalcare la realtà comune manca in Amparo Dávila. Più precisamente, esso si verifica solo dopo che il perturbante prorompe e inizia ad agire, ma manca a livello di evento scaturente, di raison d’être del perturbante stesso; questa, in ultima analisi, è allora da rintracciare proprio nella realtà più comune.

Insomma, dall’universo de L’Ospite e altri racconti, usciamo con la consapevolezza che è il reale così com’è ad essere matrice del dolore e della sofferenza che danno vita all’Ombra. Esso è sufficiente a giustificare il terrore assoluto, la più profonda delle angosce, la paura e la disperazione; non c’è la necessità di qualcosa di sensazionale. Il reale tirato in ballo da Amparo Dávila a fare da motore al perturbante è quello delle convenzioni sociali, dello sfruttamento del lavoro, dell’oppressione della donna, dell’omologazione forzata, dell’alienazione dell’uomo contemporaneo, dell’instabilità dei rapporti professionali, personali e familiari, dell’emarginazione, della discriminazione, della solitudine, della fuga e dell’individualismo più scellerato. Né più né meno che la nostra realtà. Una realtà inquietante.

Emerge infine l’ultimo tratto comune ai racconti contenuti ne L’Ospite e altri racconti, l’irreprimibile pressione della realtà sui personaggi vittime del perturbante; si ricorderà la frustrante situazione familiare della protagonista de L’Ospite, così come l’insanabile lontananza tra Kraus e l’amato fratello Leònidas, in Moises e Gaspar, causata da scelte dettate da motivi lavorativi. Allo stesso modo, Marìa, protagonista de La Cella, si consegna volontariamente agli artigli del perturbante perché «desiderava solo una tregua da quell’immensa fatica, dall’andare per tutto il giorno da una parte all’altra, parlare con cento persone, dare opinioni, scegliere cose». O, ancora, la stanca e consumata madre che, ne L’ultima estate, reagisce alla notizia di una nuova gravidanza, considerando quanto possa pesare un figlio «quando ne hai già avuti altri sei e non hai più vent’anni, né qualcuno ad aiutarti e devi fare tutto da sola a casa e arrangiarti con pochi soldi, e con i prezzi che aumentano ogni giorno». Ma è forse Tina Reyes, non a caso donna, operaia, messicana – la triade “magica” dell’oppressione sociale – a darci forse il quadro più chiaro:

«Era stanca, come sempre alla fine della settimana: “Meno male che domani è sabato”. Solo mezza giornata di lavoro, e poi però c’era la domenica, e lei non sopportava quelle domeniche: la messa delle 11:30, il gelato vaniglia e cioccolato, il doppio spettacolo al cinema di seconda visione, la sala piena di gente, di cattivi odori e di fumo; un panino e una Coca-Cola all’uscita ed ecco che la domenica finiva, proprio uguale a centinaia di domeniche precedenti e ad altre di là da venire; poi il lunedì e il martedì e tutta la settimana di lavoro senza tempo per nulla, nemmeno per farsi le unghie».

Non è forse questa la «memoria delle cose» a cui si riferiva lo scalatore del dolore che fa da prologo al libro, e che abbiamo incontrato all’inizio dell’articolo?

Per lui, oltre il decimo livello della scala, le cose feriscono solo nel ricordo; ma tutti gli altri personaggi di Amparo Dávila non sono arrivati così in alto nell’ascesa alla conquista del dolore, non lo hanno addomesticato come il campione dell’infelicità protagonista di Frammenti di un diario; per loro la memoria delle cose, l’insostenibile peso di una realtà che non lascia spazio, che schiaccia, spreme e degrada, frantuma e ridicolizza caratteri, emozioni, sentimenti e rapporti, ferisce, ma nella realtà stessa, non nel ricordo. Per loro il reale è divenuto inquietante e insostenibile, per loro non rimane che la fuga psichica, l’estroflessione del dolore e la sua proiezione, la follia e l’angoscia, l’epilogo drammatico e violento.

«Quanto più è intensa l’identificazione dell’Io con il mondo dei valori collettivi, tanto più il polo opposto, divenuto inconscio, si carica di energia. Si determina allora un divaricamento tra conscio e inconscio, una dissociazione della personalità» (M. Trevi, Studi sull’ombra, cit.).

E noi? Non viviamo forse lo stesso medesimo reale?

L’abissale lascito di Amparo Dávila, inciso ne L’Ospite e altri racconti, è che per noi valgono le stesse regole; i suoi personaggi non sono avventurieri che combattono l’assurdo, né tanto meno eroi o personalità eccezionali alle prese con esseri o eventi sovrannaturali, ma semplici persone, persone che vivono la vita come ognuno cerca di vivere la propria, con i medesimi sforzi e le stesse difficoltà. Persone sconfitte dal reale, da quello stesso reale che torneremo ad affrontare una volta staccati gli occhi da questo schermo.

Esiste qualcosa di più perturbante?