«Giochi di pace» di Saki

Redazione

«Harvey» disse Eleanor Bope, porgendo al fratello il ritaglio di un quotidiano londinese datato 19 marzo: «per favore, leggi soltanto questo pezzo sui giocattoli; riprende esattamente quelle nostre idee sull’educazione e sul condizionamento dei bambini.»

«Secondo il Consiglio nazionale per la pace» diceva l’estratto, «sorgono gravi dubbi in merito all’esposizione continua dei nostri ragazzi a reggimenti di soldatini, batterie di armi, flotte di corazzate. I ragazzi – ammette il Consiglio – adorano del tutto naturalmente il combattimento e l’intera panoplia della guerra… tuttavia non c’è ragione di incoraggiarli e di dar corpo, per di più, a tali istinti primitivi. Alla Fiera nazionale per la salute del bambino, che apre a Olympia fra tre settimane, il Consiglio suggerirà ai genitori un’alternativa, dando vita a un’esposizione di «Giochi della Pace». Davanti alla riproduzione in scala del Palazzo della pace dell’Aia verranno esposti non soldatini ma civili in miniatura, non rivoltelle ma aratri e simili strumenti industriali… si spera che i produttori possano trarre da quest’esposizione la spinta necessaria per portare nuova linfa ai rivenditori di giocattoli.»

«L’idea è certamente di quelle interessanti e benintenzionate» disse Harvey, «ammesso che funzioni.»

«Dobbiamo assolutamente provare» lo interruppe la sorella, «visto che per pasqua scendi sempre giù da noi e porti dei regali ai ragazzi, potrebbe essere un’ottima occasione per inaugurare l’esperimento. Vai per negozi e compra quei giocattoli e modellini che rappresentano il meglio della vita civile nei suoi aspetti più pacifici. Ovviamente dovrai spiegare i giocattoli ai bambini e farli interessare alla novità. Mi duole ammettere che quel giocattolo sull’«Assedio di Adrianopoli», che gli ha fatto avere zia Susan, non aveva poi bisogno di tante spiegazioni: conoscevano tutte le uniformi e le bandiere, e pure i nomi dei rispettivi comandanti. Un giorno li ho sentiti parlottare nel più disdicevole dei linguaggi, e loro mi hanno detto che erano ordini in bulgaro; sarà stato anche vero, io comunque i giocatoli glieli ho tolti. Ora mi aspetto che i tuoi regali di pasqua diano nuovi stimoli, e una nuova direzione, alla testa dei ragazzi; Eric non ha ancora undici anni e Bertie ne ha soltanto nove e mezzo. Sono davvero nell’età più impressionabile».

«Be’, c’è l’istinto primitivo da prendere in considerazione» disse scettico Harvey, «per non parlare delle spinte ereditarie. Uno dei loro vecchi zii combatté in maniera intransigente a Inkerman – ebbe menzione speciale nei dispacci, se non erro – e il loro bisnonno distrusse tutte le serre dei suoi vicini Whig quando venne varata la Grande riforma. In effetti però, dici bene, sono davvero in età impressionabile. Cercherò di fare del mio meglio.»

Nel sabato di pasqua Harvey Bope spacchettò, sotto gli occhi speranzosi dei suoi nipoti, una grande e promettente scatola di cartone rossa. «Vostro zio vi ha portato l’ultimo grido in fatto di giocattoli» aveva detto Eleanor in maniera decisa, e l’aspettativa dei giovani si era divisa ansiosamente fra le truppe albanesi e la fanteria in cammello somala. Eric preferiva ardentemente la seconda eventualità. «Avranno gli arabi in groppa» sussurrava, «gli albanesi hanno strambe uniformi, e combattono tutto il giorno, e tutta la notte, quando c’è luna, ma il loro paese è roccioso, quindi non hanno la cavalleria».

Quando il coperchio fu rimosso la prima cosa che incontrò i loro occhi fu una grande quantità di pezzi di carta arrotolata; è sempre così che iniziano i giochi più eccitanti. Harvey spinse via l’ultimo strato ed estrasse un edificio squadrato e piuttosto anonimo.

«È un fortino!» esclamò Bertie.

«Non è un fortino, è il palazzo dello Mpret, il monarca albanese» disse Eric, estremamente orgoglioso di conoscere il nome di un titolo reale così esotico; «non ha finestre, vedi, così chi ci passa non può sparare alla famiglia reale.»

«È una discarica municipale» disse Harvey frettolosamente, «capisci, tutti i rifiuti e le immondizie di una città vengono raccolti qui, invece di rimanere sparsi e infettare la salute dei cittadini.»

In un silenzio agghiacciante dissotterrò un pupazzetto di piombo vestito di nero.

«Questo» disse «è un insigne cittadino: John Stuart Mill. Fu un’autorità in materia di politica economica.»

«E perché?» chiese Bertie.

«Be’ perché voleva esserlo, pensava che fosse utile.»

Bertie fece un grugnito espressivo, il che trasmetteva la sua opinione su quanto possano divergere i gusti delle persone.

Un altro palazzo squadrato spuntò fuori dalla scatola, questa volta aveva finestre e comignoli.

«Ecco un modello della filiale di Manchester dell’Associazione Giovani Donne Cristiane» disse Harvey.

«Ci sta qualche leone?» chiese Eric pieno di speranze. Recentemente aveva letto la storia di Roma e pensava che dove si trovassero dei cristiani ti saresti potuto ragionevolmente aspettare un paio di leoni.

«No, niente leoni» disse Harvey. «Ecco qui un altro cittadino, Robert Raikes, il fondatore delle Scuole domenicali, e qui c’è un modellino della lavanderia municipale. Queste cosette rotonde sono le pagnotte cucinate nei panifici pubblici. Questo personaggio invece è l’ispettore sanitario, questo è il consigliere, e questo l’ufficiale del Governo locale.»

«E che fa?» chiese Eric stancamente.

«Bada agli affari inerenti al suo dipartimento» disse Harvey. «Questa scatola con la fessura è l’urna. Ci si mettono i voti durante le elezioni.»

«E che ci si mette dentro gli altri giorni?» chiese Bertie.

«Niente… Qui ci sono alcuni strumenti industriali: una carriola e una zappa, e questi pali credo servano per far crescere il luppolo. Questo è un modello di alveare e questo è un ventilatore, per ventilare le fognature. Questa sembrerebbe un’altra discarica. Ah no, è un modellino dell’Accademia d’arte con la Biblioteca pubblica. Questo personaggio è Mrs. Hemans, una poetessa, e questi è Rowland Hill, che introdusse il sistema dei servizi postali a un penny. Questo è sir John Herschel, l’eminente astrologo.»

«Dobbiamo giocare con questi pupazzi civili?» chiese Eric.

«Ma certo» disse Harvey, «sono giocattoli, sono stati pensati per giocarci.»

«Ma come?»

Non era una domanda facile. «A due di loro potresti farli competere per un posto in Parlamento» disse Harvey, «e indire un’elezione.»

«Con uova tirate, zuffe a mani nude, e teste rotte come non mai!» esclamò Eric.

«E nasi tutti sanguinanti e tutti ubriachi come spugne» gli fece eco Bertie, che evidentemente aveva studiato con attenzione uno dei dipinti di Hogarth.

«Niente di tutto ciò» fece Harvey, «neanche lontanamente. I voti verranno posti all’interno dell’urna e il sindaco verrà a contarli, poi dirà quale dei due ha ricevuto più voti dopodiché i due candidati lo ringrazieranno per aver presieduto all’elezione, e ciascuno dirà che la competizione politica è stata condotta fino in fondo nella maniera più lodevole e trasparente possibile, facendosi da parte ed esprimendo stima reciproca per l’altro candidato. Un lieto gioco da giocare, davvero. Io stesso non ho mai avuto giochi così, quand’ero giovane».

«Non penso che ci giocheremo proprio adesso» disse Eric, senza traccia alcuna di quel medesimo entusiasmo dimostrato dallo zio. «Credo che faremo un po’ di compiti per le vacanze. Stavolta è il turno di Storia, dobbiamo imparare qualcosa del periodo borbonico in Francia.»

«Il periodo borbonico» disse Harvey, con un che di disapprovazione nella voce.

«Dobbiamo imparare qualcosa di Luigi XIV» continuò Eric, «io ho già imparato i nomi di tutte le principali battaglie.»

Non stava andando per niente bene. «Ci furono, certo, alcune battaglie durante il suo regno» disse Harvey, «ma posso immaginare quanto i loro resoconti fossero esagerati; la stampa era inaffidabile al tempo, praticamente non c’era alcun corrispondente di guerra, pertanto i generali e i comandanti potevano ingigantire ogni schermaglia intrapresa col nemico finché non avesse raggiunto le proporzioni di una battaglia decisiva. Invece Luigi era molto famoso per il suo gusto nel giardinaggio; il modo con cui aveva agghindato Versailles venne ammirato a tal punto da provocare imitazioni in tutto il mondo.»

«Sai niente di Madame Du Barry?» chiese Eric, «è vero che le tagliarono la testa?»

«Un’altra grande amante del giardinaggio» fece Harvey evasivo, «non a caso credo che la ben nota rosa Du Barry venga ancora chiamata così in suo onore, ma credo che facciate meglio a giocare un po’ adesso e conservare le vostre lezioni per dopo.»

Harvey si ritirò in biblioteca spendendo trenta o quaranta minuti a chiedersi se fosse possibile stilare una storia, per uso delle scuole elementari, in cui non si facesse menzione di battaglie, di massacri, di congiure e morti violente. Il periodo degli York e quello dei Lancaster, così come quello napoleonico, avrebbero presentato, dovette ammetterlo, considerevoli difficoltà, mentre la Guerra dei Trent’anni avrebbe creato una sorta di buco, se la si fosse lasciata fuori tutta quanta presa in blocco. Eppure, sarebbe tanto di guadagnato se, in età così impressionabile, i bambini potessero prestare attenzione all’invenzione della stampa su calicot piuttosto che all’Invincibile Armata o alla battaglia di Waterloo.

Era tempo, pensò, di ritornare nella stanza dei ragazzi, a vedere come se la stessero passando con i loro nuovi giocattoli. Come si avvicinò fuori dalla porta poté ascoltare la voce di Eric ergersi al comando; Bertie interveniva di quando in quando con un consiglio utile.

«Questo è Luigi XIV» diceva Eric, «quello con le culotte, che secondo zio ha inventato le scuole domenicali. Non è per niente come lui, ma andrà bene lo stesso.»

«Gli faremo subito il giacchetto viola, con la mia scatola di colori» disse Bertie.

«Sì, e i talloni rossi. Questa invece è Madame de Maintenon, quella che prima zio ha chiamato Mrs. Hemans. Lei implora Luigi di non andare alla spedizione ma lui fa orecchie da mercante. Si porta dietro Marshal Saxe e dobbiamo far finta che abbiano centinaia di uomini con loro. La parola d’ordine è Qui vive? e la risposta è L’état c’est moi – è una delle mie frasi preferite, sai? Arrivano a Manchester nel bel mezzo della notte dove un cospiratore giacobita dà loro le chiavi della fortezza.»

Sbirciando dalla porta Harvey osservò che la discarica municipale era stata forata per posizionare bocche di cannoni immaginari e ora rappresentava la principale posizione fortificata di Manchester; John Stuart Mill era stato immerso nell’inchiostro rosso e a prima vista interpretava Marshal Saxe.

«Luigi ordina alle sue truppe di circondare l’Associazione Giovani Donne Cristiane e di sequestrare molte di loro. “Una volta tornati al Louvre le ragazze saranno mie” esclama Luigi. Uffa, dobbiamo usare ancora Mrs Herman per fare una delle ragazze… ma la ragazza risponde: “Mai!”, e pugnala Marshal Saxe al cuore.»

«Sta sanguinando terribilmente» esclamò Bertie, schizzando all’impazzata tutta la facciata dell’Associazione d’inchiostro rosso.

«Irrompono i soldati e vendicano la sua morte con estrema brutalità. Un centinaio di ragazze vengono uccise» – al che Bertie svuotò tutto l’inchiostro rimasto sull’edificio religioso – «e le altre cinquecento sopravvissute vengono trascinate via sulle navi francesi. “Ho perduto un Marshal” dice Luigi, “ma non tornerò indietro a mani vuote!”.»

Harvey sgattaiolò fuori dalla stanza alla ricerca di sua sorella.

«Eleanor» disse, «l’esperimento…»

«Si?»

«È fallito. Abbiamo iniziato troppo tardi.»


Traduzione di Emanuele Giammarco