«Oh, fischia, e io verrò da te, ragazzo mio» di M. R. James

Montague Rhodes James è stato un professore di Storia medievale e rettore universitario prima a Cambridge e in un secondo tempo a Eton. La sua attività come medievista è ancora oggetto di studi. Nel tempo libero, però, era anche e soprattutto un grande scrittore di racconti, spesso dell’orrore e ancora più frequentemente di fantasmi. Nel 2000 la BBC ha organizzato un ciclo di letture delle sue short stories al King’s College di Cambridge, a leggere era Cristopher Lee e si possono trovare online su youtube.

«Suppongo che se ne andrà abbastanza presto, ora che il semestre autunnale è finito, professore» disse una persona che non fa parte della storia al professore di Ontografia, non appena si sedettero uno accanto all’altro per il pranzo nell’ospitale salone del St James’s College.

Il professore era giovane, curato, e meticoloso nei suoi discorsi. «Sì» disse; «i miei amici mi hanno fatto iniziare a giocare a golf questo semestre, e ho intenzione di andare sulla costa orientale – per la precisione a Burnstow – (credo che  conosca il posto) per una settimana o dieci giorni, per migliorare il mio gioco. Spero di riuscire a partire domani.»

«Oh, Parkins» disse il suo vicino dall’altro lato, «se va a Burnstow, vorrei tanto che osservasse il sito della precettoria dei templari, e mi facesse sapere se pensa che sarebbe una buona idea andare a scavare là in estate.»

A dirlo fu, come potrete immaginare, una persona interessata ai reperti antichi, ma, dal momento che il personaggio in questione compare solamente in questo prologo, non occorre fornire le sue ragioni al riguardo.

«Certamente» disse Parkins, il professore: «se mi descrive la posizione del sito, farò del mio meglio quando torno per darle un’idea della disposizione del terreno; oppure potrei parlargliene in una lettera, se mi dice dove è probabile che si troverà.»

«Grazie, ma non si disturbi. È solo che sto pensando di portare la mia famiglia in quella direzione nel Long, e mi è venuto in mente che, poiché soltanto pochissime delle precettorie inglesi sono mai state mappate in maniera corretta, potrei avere l’occasione di fare qualcosa di utile nei miei giorni liberi.»

Il professore arricciò un po’ il naso all’idea che mappare una precettoria potesse essere descritta come un’occupazione utile. Il suo vicino continuò:

«Il sito – mi chiedo se ci sia qualcosa di visibile sulla superficie – deve essere scivolato abbastanza vicino alla spiaggia al momento. Il mare ha sconfinato terribilmente, come saprà, lungo tutta quella parte di costa. Direi, dalla mappa, che si dovrebbe trovare a circa mille e duecento metri di distanza dal Globe Inn, all’estremità settentrionale della città. Dove soggiornerà?»

«Be’, al Globe Inn, in effetti» disse Parkins; «ho affittato una camera là. Non sono riuscito a prenotare da nessun’altra parte; la maggior parte delle locande sono chiuse in inverno, sembrerebbe; e, a quanto pare, mi dicono che l’unico tipo di camera che posso avere è una camera a due letti, e che non hanno un angolo dove poter sistemare l’altro letto, e così via. Ma ho bisogno di una camera piuttosto grande, dato che porterò con me alcuni libri, e ho intenzione di lavorare un po’; e sebbene non mi piaccia l’idea di avere un letto vuoto – figuriamoci due – in quello che potrei definire il mio studio provvisorio, credo che riuscirò ad arrangiarmi per il breve periodo in cui soggiornerò là.»

«Avere un letto in più nella sua camera lo definisce arrangiarsi, Parkins?» disse una persona schietta di fronte a lui. «Senta, verrò da lei e lo occuperò per un po’; le farò compagnia.» Il professore fremette, ma riuscì a ridere in maniera cortese.

«Assolutamente, Rogers; niente mi renderebbe più felice. Ma temo che lo troverebbe alquanto noioso; lei non gioca a golf, giusto?»

«No, grazie al Cielo!» disse maleducatamente Mr Rogers.

«Be’, vede, quando non scriverò sarò molto probabilmente fuori sui links, e ciò, come dicevo, sarebbe alquanto noioso per lei, temo.»

«Oh, non saprei! Ci sarà di certo qualcuno che conosco sul posto; ma, è ovvio, se non mi vuole con lei, basta che lo dica, Parkins; non mi offenderò di certo. La verità, come ci dice sempre, non è mai offensiva.»

Parkins era, per la verità, educato fino allo scrupolo e tassativamente sincero. C’è da temere che Mr Rogers a volte approfittasse del fatto che conosceva queste sue caratteristiche. Nel petto di Parkins infuriava adesso un conflitto, che per un momento o due non gli permise di rispondere. Una volta finito quell’intervallo, disse:

«Be’, se desidera la verità esatta, Rogers, stavo considerando se la camera in questione sarebbe davvero abbastanza grande da ospitarci entrambi comodamente; e anche (che sia chiaro, non lo avrei mai detto se non mi avesse pressato) se lei non costituisca qualcosa di simile a un intralcio al mio lavoro».
Rogers fece una risata sonora.

«Ben fatto, Parkins!» disse. «Va bene. Prometto di non interrompere il suo lavoro; non si preoccupi di questo. No, non verrò se non mi vuole; ma pensavo di doverlo fare per gentilezza al fine di tenere lontani i fantasmi.» A questo punto si sarebbe potuto vedere il Signor Rogers mentre faceva l’occhiolino e dava una gomitata al suo vicino. Si sarebbe potuto vedere anche Parkins che arrossiva. «Le chiedo scusa, Parkins» continuò Rogers; «non avrei dovuto dirlo. Mi sono dimenticato che a lei non piace trattare certi argomenti con frivolezza.»

«Be’» disse Parkins, «dal momento che ha menzionato la questione, riconosco con franchezza che non mi piace parlare in maniera superficiale di quelli che lei chiama fantasmi. Un uomo nella mia posizione» andò avanti, alzando un po’ la voce, «trovo che non possa mai essere troppo cauto nell’apparire tollerante riguardo alle attuali convinzioni circa certi argomenti. Come sa, Rogers, o come dovrebbe sapere; dal momento che credo di non aver mai fatto segreto delle mie opinioni…»

«No, non lo ha fatto di certo, vecchio mio» aggiunse sottovoce Rogers.

«… Ritengo che qualunque sembianza, qualunque parvenza di concessione fatta all’opinione che tali cose possano esistere sia equivalente alla rinuncia a tutto ciò che ho di più sacro. Ma temo di non essere riuscito a catturare la sua attenzione.»

«La sua completa attenzione, è ciò che il Dottor Blimber diceva per la verità» lo interruppe Rogers, con tutto l’aspetto di chi abbia sinceramente a cuore l’accuratezza. «Ma le chiedo scusa, Parkins; la sto interrompendo.»

«No, affatto» disse Parkins. «Non mi ricordo di Blimber; forse era qui prima di me. Ma non c’è bisogno che io vada avanti. Sono sicuro che sappia cosa intendo.»

«Sì, sì» disse Rogers, con fare piuttosto sbrigativo, «proprio così. Ne parleremo meglio a Burnstow, o da qualche altra parte.»

Nel ripetere il dialogo riportato qua sopra ho provato a rendere l’impressione che ebbe su di me, ossia che Parkins fosse come una sorta di vecchia signora – più simile a una gallina, forse, nei suoi piccoli gesti; completamente privo – ahimè! – di senso dell’umorismo, ma allo stesso tempo impavido e sincero nelle sue convinzioni, e un uomo che meritava il massimo rispetto. Che il lettore abbia o non abbia colto tutto ciò, era questa l’indole che Parkins aveva.

Il giorno seguente Parkins riuscì, come aveva sperato, ad andarsene dal college, e ad arrivare a Burnstow. Gli fu dato il benvenuto al Globe Inn, senza intoppi fu fatto accomodare nell’ampia camera a due letti della quale abbiamo sentito parlare, e prima di andarsi a riposare fu in grado di sistemare a modino il suo materiale da lavoro sopra un tavolo spazioso che occupava l’estremità più esterna della camera, e che era circondato su tre lati da finestre che davano sul mare; vale a dire che la finestra centrale si affacciava direttamente sul mare, e la prospettiva di quelle sulla sinistra e sulla destra era rivolta rispettivamente verso la costa a nord e a sud. A sud si vedeva il villaggio di Burnstow. A nord non c’erano case da vedere, ma solo la spiaggia e la bassa scogliera che la costeggiava. Appena di fronte c’era una striscia – insignificante – di erba incolta, punteggiata da vecchie ancore, argani, e così via; poi un largo sentiero; infine la spiaggia. Qualunque fosse stata la distanza originale tra il Globe Inn e la spiaggia, adesso non li separavano più di cinquanta metri lì.

Il resto degli ospiti della locanda, come è ovvio, era composto da golfisti, e comprendeva alcuni elementi che richiedono una descrizione speciale. La figura che spiccava di più era, forse, quella di un ex militare, segretario di un club di Londra, e in possesso di una voce dalla forza incredibile, e di opinioni di carattere dichiaratamente protestante. Quest’ultime erano inclini a essere sviscerate dopo la partecipazione alle cerimonie liturgiche del parroco, un uomo stimabile con l’abitudine di mettere in scena un rituale pittoresco, che per quanto possibile cercava cavallerescamente di contenere in ossequio alle tradizioni dell’East Anglia.

Il professor Parkins, che aveva tra le sue caratteristiche principali un certo fegato, passò la maggior parte della giornata successiva al suo arrivo a Burnstow a migliorare il suo gioco, per dirla con parole sue, in compagnia di un certo colonnello Wilson: e durante il pomeriggio – che il processo di miglioramento fosse da incolpare o no, non ne sono sicuro – l’aspetto del colonnello assunse un colorito così raccapricciante che persino Parkins fu restio al pensiero di tornare a piedi dai links alla locanda insieme a lui. Decise, dopo un’occhiata veloce e furtiva a quei baffi irti e a quei lineamenti color cremisi, che sarebbe stato più saggio lasciare che le influenze del tè e del tabacco facessero quello che potevano con il colonnello prima che l’ora di cena rendesse l’incontro inevitabile. «Potrei fare una passeggiata lungo la spiaggia prima di tornare alla locanda stasera» rifletté, «già, e dare un’occhiata – ci sarà abbastanza luce per farlo – alle rovine di cui parlava Disney. Non so esattamente dove si trovino, a proposito; ma suppongo che non potrò fare a meno di inciamparci sopra.» Ciò gli riuscì, posso dire, nel senso più letterale, dal momento che nell’incamminarsi dai links verso la spiaggia di ciottoli il suo piede si impigliò, in parte nella radice di una ginestra spinosa e in parte in una roccia piuttosto grande, e cadde giù. Quando si rialzò ed esaminò i dintorni, si ritrovò in un tratto di terreno alquanto crepato e ricoperto da piccole depressioni e montagnole. Quest’ultime, una volta che le ebbe analizzate, si rivelarono come delle semplici masse di selci incastrate nella malta e ricoperte di torba. Doveva, concluse a giusto titolo, essere finito sul sito della precettoria alla quale aveva promesso di dare un’occhiata. Non era fuori luogo ringraziare la fortuna dell’esploratore; una buona parte delle fondamenta si trovava probabilmente vicino alla superficie del suolo, abbastanza vicino da riuscire a gettare una quantità di luce sufficiente a illuminarne la pianta generale. Ricordava vagamente che i templari, ai quali apparteneva quel sito, avevano l’abitudine di costruire chiese a pianta circolare, e pensò che una serie particolare di quei dossi e di quelle montagnole vicino a lui sembrasse effettivamente disposta a formare qualcosa di simile a un cerchio. Poche persone riescono a resistere alla tentazione di provare a fare delle ricerche amatoriali in un settore diverso dal proprio, se non altro per la soddisfazione di dimostrare quanto successo avrebbero avuto se soltanto avessero intrapreso quel cammino seriamente. Il nostro professore, tuttavia, se pure era stato toccato da questo basso desiderio, era anche sinceramente ansioso di fare un favore a Mr Disney. Perciò misurò con i propri passi l’area circolare che aveva osservato, e ne annotò approssimativamente le dimensioni sul suo taccuino da tasca. Poi procedette a esaminare un’altura oblunga che giaceva a oriente rispetto al centro del cerchio, e che al professore sembrava probabile che fosse la base di un palco o di un altare. A una delle sue estremità, quella a nord, mancava un angolo di torba – rimosso da qualche ragazzino o da qualche creatura ferae naturae.

Potrebbe anche essere stato fatto, pensò, per sondare il terreno in questo punto al fine di cercare dei resti di muratura, e così tirò fuori il suo coltello e iniziò a raschiare via la terra. E a questo punto seguì un’altra piccola scoperta: nel raschiare con il coltello, una porzione di terreno cadde verso l’interno, e rivelò una piccola cavità. Accese un fiammifero dietro l’altro per cercare di vedere di che natura fosse quella cavità, ma il vento era troppo forte e li spense tutti.

Picchiettando e raschiando l’interno con il suo coltello, a ogni modo, riuscì a capire che doveva trattarsi di una cavità artificiale in muratura. Era rettangolare, e i lati, quello in alto e quello in basso, se non propriamente intonacati, erano comunque lisci e regolari. Naturalmente era vuota. No! Nel rimuovere il coltello sentì un tintinnio metallico, e quando vi inserì la mano andò incontro a un oggetto cilindrico che giaceva sul fondo della cavità. Abbastanza spontaneamente, lo tirò su, e quando lo portò alla luce, che stava adesso velocemente scomparendo, poté vedere che anche quell’oggetto era opera dell’uomo – un tubo di metallo lungo circa dieci centimetri, ed evidentemente abbastanza antico.

Quando Parkins fu finalmente sicuro che non ci fosse nient’altro dentro quello strano contenitore, per lui era ormai troppo buio e troppo tardi per pensare di poter condurre ulteriori ricerche. Quello che aveva fatto si era rivelato così inaspettatamente interessante che decise che al mattino avrebbe sacrificato un altro po’ di luce solare per l’archeologia. L’oggetto che teneva adesso al sicuro nella sua tasca doveva per forza valere almeno un po’, ne era sicuro.

Tetro e solenne era il panorama a cui lanciò un’ultima occhiata prima di incamminarsi verso la locanda. Una debole luce gialla proveniente da ovest mostrava i links, sul quale alcune figure che si muovevano verso il club erano ancora visibili, la bassa torre a martello, le luci del villaggio di Aldsey, i pallidi nastri di sabbia che si intersecavano a intervalli regolari con degli scuri frangiflutti di legno, il mare indistinto e mormorante. Il vento soffiava pungente da nord, ma era alle sue spalle quando si diresse verso il Globe. Attraversò veloce i ciottoli inciampando qua e là e raggiunse la sabbia, sulla quale, fatta eccezione per i frangiflutti che dovevano essere regolarmente scavalcati, l’andatura fu facile e tranquilla. Un ultimo sguardo indietro, per misurare la distanza che aveva percorso dalla chiesa dei templari in rovina, gli prospettò un po’ di compagnia lungo il cammino, sotto forma di un personaggio alquanto indistinto, che sembrava stesse facendo un grande sforzo per raggiungerlo, seppure con risultati scarsi, per non dire nulli. Quello che intendo dire è che dai suoi movimenti sembrava che la figura stesse correndo, ma che la distanza fra lui e Parkins non sembrava sostanzialmente diminuire. Questo, almeno, è quello che pensò Parkins, e decise che quasi certamente non conosceva quel personaggio, e che sarebbe stato assurdo aspettarlo finché non lo avesse raggiunto. Del resto, della compagnia, cominciava a credere, sarebbe stata molto benaccetta su quella costa desolata, se solo si fosse potuto scegliere il compagno. Nei suoi giorni non illuminati aveva letto di incontri in posti simili il cui pensiero faceva fatica a tollerare persino adesso. Continuò a pensarci, tuttavia, fino a che non raggiunse la locanda, e in particolare continuò a pensare a uno di quelli che prima o poi cattura l’attenzione della maggior parte delle persone a un certo punto della propria infanzia. «In quel momento vidi nel mio sogno che quel cristiano si era appena allontanato quando notò sul campo una figura maligna e ripugnante che gli veniva incontro.»

«Cosa dovrei fare» pensò, «se adesso mi guardassi indietro e notassi una figura scura nettamente stagliata contro il cielo giallo, e vedessi che ha corna e ali? Mi domando se sarebbe meglio restare o fuggire. Fortunatamente, il signore dietro di me non è di quella natura, e sembra essere più o meno tanto indietro adesso quanto lo era quando l’ho visto prima. Be’, a questa velocità non cenerà alla mia stessa ora; e, povero me! Manca un quarto d’ora alla cena. Devo correre!»

Parkins ebbe, in effetti, molto poco tempo per vestirsi. Quando incontrò il colonnello a cena, la pace – o quel tanto di essa che il gentiluomo poteva sostenere – regnava ancora una volta in seno al militare; e non fu nemmeno messa in fuga nelle ore di bridge che seguirono la cena, dal momento che Parkins era un giocatore più che rispettabile. Quando, infine, si ritirò verso la mezzanotte, sentiva di aver passato la serata in maniera abbastanza gradevole, e che, persino per un periodo tanto lungo come due o tre settimane, la vita al Globe sarebbe potuta essere sopportabile in condizioni simili… «Specialmente» pensò, «se continuo a migliorare il mio gioco.»

Nell’attraversare i corridoi incontrò il facchino del Globe, che si fermò e disse: «Chiedo scusa, signore, ma mentre stavo spazzolando il suo cappotto proprio ora c’era qualcosa che è cascato dalla tasca. L’ho messo nella sua cassettiera, signore, nella sua stanza, signore – una specie di pipa o qualcosa del genere, signore. Grazie, signore. Lo troverà nella sua cassettiera, signore – sì, signore. Buonanotte, signore».

Quel discorso servì a Parkins a fargli ricordare della sua piccola scoperta di quel pomeriggio. Fu con notevole curiosità che si rigirò l’oggetto fra le mani alla luce delle candele. Era fatto di bronzo, adesso riusciva a vederlo, e la sua forma assomigliava molto a quella di un moderno fischietto per cani; in effetti era – sì, lo era certamente – in realtà niente di più o di meno che un fischietto. Se lo portò alle labbra, ma era pieno di sabbia o terra sottile e compressa, che non voleva cedere ai colpi e doveva essere scalzata con un coltello. Ordinato come al solito nelle sue abitudini, Parkins raccolse la terra su un pezzo di carta, e lo portò alla finestra per svuotarlo. La notte era limpida e luminosa, come poté vedere aprendo i battenti, e si fermò per un istante a guardare il mare e a osservare un girovago tardivo stazionato sulla costa di fronte alla locanda. Poi chiuse la finestra, un po’ sorpreso dalle ore tarde che facevano le persone a Burnstow, ed esaminò di nuovo il suo fischietto alla luce. Be’, c’erano indubbiamente incisi dei segni, e non dei semplici segni, ma delle lettere! Uno strofinamento molto leggero rese quell’iscrizione così profondamente incisa abbastanza leggibile, ma il professore doveva confessare, dopo aver riflettuto con sincerità, che il suo significato gli era tanto oscuro quanto le scritte sulle mura di Baldassar. C’erano delle iscrizioni sia sulla parte anteriore che posteriore del fischietto. La prima diceva questo:

FLA FUR BIS FLE. L’altra: QUIS EST ISTE QUI VENIT.

«Dovrei essere in grado di decifrarle» pensò; «ma suppongo che il mio latino sia un po’ arrugginito. Pensandoci bene, non credo di conoscere nemmeno la parola per fischietto. Quella lunga sembra abbastanza semplice. Dovrebbe significare: “Chi è costui che viene?”. Be’, il miglior modo per scoprirlo è evidentemente fischiare e chiamarlo.»

Soffiò con esitazione e si fermò d’improvviso, stupito e tuttavia compiaciuto al sentire la nota che aveva prodotto. C’era l’essenza di una distanza infinita dentro di essa, e, delicata com’era, sentiva che in qualche modo doveva essere udibile per miglia e miglia tutt’intorno. Era anche un suono che sembrava avere il potere (che hanno molti profumi) di formare nella mente delle immagini. Per un momento ebbe in maniera abbastanza chiara la visione di una distesa ampia e scura immersa nella notte, con un vento fresco che soffiava e in mezzo una figura solitaria – non riusciva a dire cosa stesse facendo là. Forse avrebbe visto di più se l’immagine non fosse stata spezzata dall’impennarsi improvviso di una folata di vento contro i battenti della stanza, così improvvisa che lo fece guardare in alto, giusto in tempo per vedere il bagliore bianco dell’ala di un uccello marino che sbatteva da qualche parte fuori dai vetri scuri.

Il suono del fischietto lo aveva affascinato così tanto che non riuscì a trattenersi dal provarlo ancora, questa volta in maniera più audace. La nota fu, forse, un po’ più forte di prima, e la ripetizione ruppe l’illusione – non ne seguì alcuna immagine, come aveva quasi sperato che succedesse. «Ma che cos’è questo oggetto? Perdinci! che forza può raggiungere il vento in pochi minuti! Che folata tremenda! Ecco! Sapevo che fissare le finestre non sarebbe servito a niente! Ah! Lo sapevo – si sono spente entrambe le candele. È abbastanza forte da far crollare a pezzi la stanza.»
La prima cosa da fare era chiudere la finestra. Avreste potuto contare fino a venti mentre Parkins lottava contro i piccoli battenti, e si sentiva come se stesse cercando di respingere un ladro robusto, talmente forte era la pressione. Questa diminuì tutto d’un colpo, e la finestra si richiuse con un tonfo. Ora doveva riaccendere le candele e vedere quali danni, in caso, erano stati fatti. No, non sembrava ci fosse niente fuori posto; non si era neppure rotto il vetro dei battenti. Ma il rumore aveva evidentemente svegliato almeno un ospite: si poteva sentire il colonnello che poggiava i suoi piedi avvolti nei calzini sul pavimento del piano di sopra, brontolando.

Veloce come si era alzato, il vento non si placò immediatamente. Continuò a soffiare, gemendo e precipitandosi addosso alla casa, a volte ululando in maniera così desolata che, come disse Parkins in maniera indifferente, avrebbe potuto far sentire a disagio le persone eccentriche; persino quelli privi di fantasia, pensò dopo un quarto d’ora, sarebbero potuti essere più contenti se si fosse fermato.
Che fosse il vento, o l’eccitazione causata dal golf, o dalle ricerche nella precettoria a tenerlo sveglio, non ne era sicuro. In ogni caso, rimase sveglio abbastanza a lungo da immaginare (come temo di fare spesso anche io in tali condizioni) di essere la vittima di ogni tipo di malattie fatali: giaceva contando i battiti del cuore, convinto che avrebbe smesso di funzionare da un momento all’altro, e nutriva gravi sospetti sui polmoni, il cervello, il fegato ecc. – sospetti che era sicuro si sarebbero dissipati al ritorno della luce del giorno, ma che fino a quel momento si rifiutavano di essere messi da parte. Trovò un piccolo conforto sostitutivo all’idea che qualcun altro fosse sulla sua stessa barca. Anche un suo vicino di stanza (nell’oscurità non era facile distinguere la sua direzione) si stava girando e rigirando freneticamente nel letto.

Il passaggio successivo prevedeva che Parkins chiudesse gli occhi e si decidesse a concedere al sonno ogni possibilità. A questo punto la sovreccitazione si impose di nuovo in un’altra forma – creando immagini. Experto crede, le immagini compaiono davvero di fronte agli occhi chiusi di una persona che prova a addormentarsi, e spesso le sono così poco gradevoli che quest’ultima deve aprire gli occhi per liberarsene.

In quest’occasione, l’esperienza di Parkins fu molto angosciante. Scoprì che l’immagine che gli si presentava davanti era costante. Quando apriva gli occhi, ovviamente, se ne andava; ma quando li richiudeva di nuovo si ricreava ancora una volta, e si rimetteva in scena da capo, né più veloce né più lenta di prima. Quello che vedeva era questo: un lungo tratto di costa – dei ciottoli limitati dalla sabbia, che si intersecava a intervalli brevi con dei frangiflutti neri che correvano verso l’acqua – una scena, infatti, così simile a quella a cui aveva assistito durante la passeggiata del pomeriggio che, in mancanza di qualche punto di riferimento, non la si sarebbe potuta distinguere da quella. La luce era tanto scura che dava l’impressione di una tempesta che si addensa, di una tarda sera d’inverno, e di una debole pioggia fredda. Su questo tetro palco in un primo momento non si vedeva nessuno. Poi, in lontananza, apparve un oggetto nero e ondeggiante; dopo un altro momento, si riconobbe un uomo che correva, saltava, si arrampicava sui frangiflutti, e che a intervalli di pochi secondi si guardava alle spalle in maniera ansiosa. Più si avvicinava più era ovvio che non era soltanto ansioso, ma anche terribilmente spaventato, sebbene non si riuscisse a distinguere la sua faccia. Era, oltretutto, allo stremo delle sue forze. Continuava ad andare avanti; ogni ostacolo che incontrava sembrava causargli maggiori difficoltà del precedente. «Riuscirà a superare quest’altro?» pensò Parkins. «Sembra un po’ più alto degli altri.» Sì; per metà scalandolo, per metà gettandosi dall’altra parte, riuscì a superarlo, e si schiantò al suolo (dalla parte più vicina allo spettatore). Come se fosse davvero incapace di alzarsi di nuovo, rimase rannicchiato là sotto il frangiflutti, a guardare verso alto in una posa di ansia dolorosa.

Fino a questo punto non si era palesato alcun tipo di causa che potesse giustificare la paura di chi correva; ma adesso si cominciava a vedere, nella parte alta della costa, un piccolo scintillio provocato da qualche oggetto dai colori tenui che si muoveva avanti e indietro a grande velocità e in maniera irregolare. Diventando rapidamente più grande, anche quest’ultimo si rivelò essere una figura, vestita di drappi pallidi e svolazzanti, indefinita. C’era qualcosa nelle sue movenze che rendeva Parkins molto riluttante all’idea di osservarla da vicino. Si fermava, alzava le braccia, si piegava verso la sabbia, per poi correre curva lungo la spiaggia verso il bordo dell’acqua e poi di nuovo indietro; e poi, rialzandosi in posizione eretta, continuava ancora una volta il suo percorso in avanti a una velocità che era impressionante e terrificante. Arrivò il momento in cui l’inseguitore volteggiò da sinistra a destra a soli pochi metri di distanza dietro il frangiflutti dove l’inseguito stava nascosto sdraiato. Dopo due o tre lanci inefficaci qua e là la creatura si fermò, si raddrizzò, con le braccia alzate in aria, e poi sfrecciò diritto in avanti verso il frangiflutti.

Era a questo punto che Parkins falliva sempre nel suo proposito di tenere gli occhi chiusi. Con il sospetto di avere un incipiente indebolimento della vista, un cervello sovraccarico, di fumare troppo, e così via, si rassegnò finalmente ad accendere una candela, tirare fuori un libro, e passare la notte a camminare, piuttosto che essere tormentato da quello scenario persistente, il quale, lo capiva abbastanza chiaramente, poteva soltanto essere il riflesso morboso della sua passeggiata e dei suoi pensieri di quello stesso giorno.

Lo strofinare dei fiammiferi sulla scatola e il bagliore della luce dovevano aver spaventato alcune creature della notte – topi o chissà cos’altro – i quali zompettarono freneticamente lungo il pavimento a lato del suo letto facendo un gran brusio. Cielo, cielo! il fiammifero si era spento! Che sciocco! Ma il secondo bruciò meglio, e come da programma Parkins si procurò una candela e un libro che lesse attentamente fino a che un sano sonno non calò in poco tempo su di lui. Per quella che era probabilmente la prima volta nella sua vita ordinata e prudente si dimenticò di spegnere la candela, e quando fu chiamato il mattino seguente alle otto si poteva vedere ancora un baluginio che luccicava nel portacandele e un triste ammasso di olio coagulato sopra il tavolino.

Dopo la colazione si trovava nella sua camera, a dare gli ultimi ritocchi alla sua tenuta da golf – la fortuna gli aveva di nuovo assegnato il colonnello come compagno – quando entrò una delle inservienti.

«Oh, se permette» disse la donna, «gradirebbe delle ulteriori coperte per il letto, signore?»

«Ah, grazie» disse Parkins. «Sì, penso che ne gradirei una. Sembra volgere al freddo.»

In brevissimo tempo l’inserviente tornò con la coperta.

«In che letto devo metterla, signore?» chiese lei. «Cosa? Be’, quello – quello in cui ho dormito la scorsa notte» disse lui, indicandolo.

«Oh sì! Le chiedo scusa, signore, ma sembrava che li avesse provati entrambi; in ogni caso, li abbiamo dovuti rifare tutti e due questa mattina.»

«Sul serio? Ma che assurdità!» disse Parkins. «Di certo io non l’ho mai toccato l’altro , se non per poggiarci sopra alcune cose. Sembrava davvero che qualcuno ci avesse dormito?»

«Oh sì, signore!» disse l’inserviente. «Be’, le cose erano tutte spiegazzate e gettate alla rinfusa da tutte le parti, mi voglia scusare, signore – come se sopra quel letto qualcuno ci avesse passato una nottataccia, signore.»

«Povero me» disse Parkins. «Be’, potrei averlo messo in disordine più di quanto credevo quando ho disfatto i bagagli. Sono molto dispiaciuto di averla disturbata più del dovuto. Senz’altro. A proposito, a breve un mio amico – un gentiluomo di Cambridge – dovrebbe venire a trovarmi e occupare l’altro letto per una notte o due. Non dovrebbero esserci problemi, suppongo, giusto?»

«Oh no, di certo, signore. Grazie, signore. Nessun problema. Senz’altro» disse l’inserviente, e se ne andò a ridacchiare con le sue colleghe.
Parkins si incamminò, con una solida determinazione a voler migliorare il suo gioco.

Sono contento di poter riportare che ebbe talmente tanto successo in questa iniziativa che il colonnello, che si era alquanto lagnato alla prospettiva di giocare un secondo giorno in sua compagnia, divenne abbastanza loquace con l’avanzare della mattinata; e la sua voce tuonava oltre i vari piani, come anche alcuni dei nostri poeti minori hanno detto: «come qualche grossa campana in una torre campanaria».

«Che vento straordinario che abbiamo avuto la scorsa notte» disse. «Nel mio vecchio paese avremmo detto che qualcuno lo aveva chiamato fischiando.»
«Davvero!» disse Parkins, «Esistono ancora superstizioni di questo genere dalle vostre parti?»

«Non so se sia corretto chiamarle superstizioni» disse il colonnello. «Ci credono in tutta la Danimarca e la Norvegia, così come nella costa dello Yorkshire; e la mia esperienza mi dice, badi bene, che in genere c’è qualcosa di vero alla base di quello che credono, e hanno creduto per generazioni, i nostri contadini. Ma è il suo turno.» (O di qualunque cosa si trattasse: i lettori che sanno giocare a golf dovranno immaginarsi le digressioni appropriate agli intervalli più consoni).
Quando venne ripresa la conversazione, Parkins disse, con una leggera esitazione:
«A proposito di quello che stava dicendo un attimo fa. Colonnello, credo di doverle dire che le mie vedute circa certi argomenti sono molto forti. Sono, in effetti, un convinto miscredente in quanto a ciò che viene definito il “soprannaturale”».

«Cosa!» disse il colonnello. «Vuole dirmi che non crede nella chiaroveggenza, nei fantasmi, o nelle cose di questo genere?»

«In nessuna cosa di quel genere» disse Parkins di ritorno, fermamente.

«Bene» disse il colonnello, «ma a me sembra che in questo modo, signore, lei non sia tanto migliore di un sadduceo.»

Parkins era sul punto di rispondere che, secondo lui, i sadducei erano le persone più ragionevoli di cui avesse mai letto nel Vecchio Testamento; ma, avendo dei dubbi circa la probabilità che fosse fatta menzione di loro in quell’opera, preferì ridere dell’accusa.

«Forse è così» disse; « ma – coraggio, passami la mazza, ragazzo! – Mi scusi un momento, colonnello.» Un breve intervallo. «Ora, per quanto riguarda coloro che fischiano per chiamare il vento, lasci che le dica la mia teoria a riguardo. Le leggi che governano i venti non sono ancora perfettamente note – per i pescatori e persone simili, ovviamente, sono del tutto sconosciute. Un uomo o una donna dalle abitudini eccentriche, magari, o uno sconosciuto, viene visto più di una volta sulla spiaggia a qualche orario insolito, e lo si sente fischiare. Subito dopo si alza un vento violento; un uomo in grado di leggere perfettamente il cielo o in possesso di un barometro avrebbe potuto predirlo. Le persone semplici di un villaggio di pescatori non hanno barometri, e solo poche regole grezze per predire il tempo. Non è semplicemente naturale che il personaggio eccentrico che ho postulato prima venga visto come colui che ha fatto alzare il vento, e che lui o lei possa aggrapparsi avidamente alla reputazione che gli conferisce tale potere? Ora, prendiamo il vento della scorsa notte: a dire la verità, io stavo fischiando. Ho soffiato in un fischietto due volte, ed è stato come se il vento avesse risposto immediatamente alla mia chiamata. Se qualcuno mi avesse visto…»

Il suo pubblico era stato un po’ irrequieto durante questa arringa, e Parkins aveva, temo, assunto in qualche modo un tono cattedratico; ma nell’udire l’ultima frase il colonnello si fermò.

«Stava fischiando?» disse. «E che tipo di fischietto ha usato? Tiri lei per primo questo colpo.»

Intervallo.

«Per quanto riguarda quel fischietto di cui mi ha chiesto, colonnello. È abbastanza strano. Ce l’ho nella… No; devo averlo lasciato in camera. A dire la verità, l’ho trovato ieri.»

Dopodiché Parkins narrò come aveva fatto la scoperta del fischietto, e nel sentire la storia il colonnello emise un grugnito, e disse che, al posto di Parkins, lui avrebbe usato con cautela una cosa che era appartenuta a una setta di papisti, dei quali, in linea generale, si poteva affermare che non era possibile sapere cosa potevano aver combinato. Da questo argomento deviò fino ad arrivare a parlare delle atrocità del parroco, il quale la domenica precedente aveva fatto notare che il venerdì seguente sarebbe stata la festa di San Tommaso Apostolo, e che ci sarebbe stata la messa alle undici in chiesa. Questo e altri comportamenti simili costituivano secondo il parere del colonnello le basi per supporre con fermezza che il parroco fosse in segreto un papista, se non un gesuita; e Parkins, che non riuscì subito a seguire il ragionamento del colonnello, non disapprovò il suo discorso. Non solo, andarono così d’accordo durante la mattinata che nessuno dei due sentì il bisogno di separarsi dopo pranzo.

Continuarono entrambi a giocare bene durante il pomeriggio, o, perlomeno, abbastanza bene da far dimenticare loro ogni altra cosa finché la luce non cominciò ad abbandonarli. Fu soltanto allora che Parkins si ricordò che avrebbe voluto condurre altre indagini alla precettoria; ma non aveva importanza, rifletté. Un giorno valeva l’altro; sarebbe potuto tranquillamente tornare alla locanda con il colonnello.

Non appena svoltarono l’angolo, il colonnello per poco non fu quasi scaraventato a terra da un ragazzino che correndo a tutta velocità gli era finito addosso, e che poi, invece che scappare via, era rimasto aggrappato a lui, respirando in maniera affannosa. Le prime parole del guerriero furono naturalmente di rimprovero e di richiamo, ma si rese conto molto velocemente che il ragazzo era rimasto quasi senza parole dalla paura. Le domande furono inutili all’inizio. Quando il ragazzo riprese fiato iniziò a gridare, e rimase ancora aggrappato alle gambe del colonnello. Alla fine venne staccato da lui, ma continuò a gridare.

«Cosa diamine ti succede? Che cosa hai combinato? Cosa hai visto?» dissero i due uomini.

«Oh, l’ho visto che mi gesticolava dalla finestra» disse piangendo il ragazzo, «e non mi è piaciuto.»

«Quale finestra?» disse il colonnello, irritato. «Forza, datti un contegno, ragazzo mio.»

«Era la finestra di fronte, alla locanda» disse il ragazzo. A questo punto Parkins era favorevole a rimandare il ragazzo a casa, ma il colonnello rifiutò; voleva arrivare al nocciolo della questione, disse; era molto pericoloso spaventare un ragazzino in tal modo, e se veniva fuori che qualcuno si era divertito a fare certi scherzi, ne avrebbe pagato le conseguenze in qualche modo. E grazie a una serie di domande riuscì a ricostruire questa storia. Il ragazzo stava giocando sull’erba di fronte al Globe con altri bambini; poi questi erano andati a casa per il tè, e anche lui se ne stava andando, quando si ritrovò a guardare in alto verso la finestra di fronte dove vide un personaggio che gli faceva dei cenni. Sembrava essere una figura di qualche tipo – per non dire una persona poco per bene. C’era una luce nella stanza? No, non aveva pensato di guardare se ci fosse una luce. Quale finestra era? Era la prima in alto o la seconda? Era la seconda – quella grande con due piccoline ai lati.
«Molto bene, ragazzo mio» disse il colonnello, dopo qualche altra domanda. «Corri a casa adesso. Sospetto che si trattasse di qualcuno che cercava di spaventarti. Un’altra volta, da coraggioso ragazzo inglese, gli tiri semplicemente un sasso – be’, no, non proprio, ma vai a parlare con il cameriere, o con Mr Simpson, il locandiere, e – sì – e gli dici che io ti ho consigliato di fare così.»

Il volto del ragazzo esprimeva parte della perplessità che provava al pensiero che Mr Simpson sarebbe stato ad ascoltare le sue lamentele, ma il colonnello sembrò non accorgersi di ciò, e continuò:

«Ed ecco una moneta da sei pence – no, vedo che è uno scellino – e vai a casa, e non pensarci più».

Il giovane se ne andò affrettandosi e ringraziando in maniera concitata, e il colonnello e Parkins girarono attorno all’abitazione fino ad arrivare alla parte anteriore del Globe e fecero una ricognizione. C’era solo una finestra che corrispondeva alla descrizione che avevano sentito.

«Be’, è curioso» disse Parkins; «il ragazzo parlava chiaramente della mia finestra. Verrebbe su un momento, colonnello Wilson? Dovremmo essere in grado di capire se qualcuno si è preso delle libertà in camera mia.»

Furono presto nel corridoio, e Parkins fece per aprire la porta. Poi si fermò e si toccò le tasche.

«Questa faccenda è più seria di quanto pensassi» fu il suo commento successivo.

«Ricordo ora che stamattina prima di scendere a giocare avevo chiuso la porta. È chiusa adesso, e, inoltre, ecco qui la chiave.» E la fece vedere al colonnello. «Ora» continuò, «se gli inservienti hanno l’abitudine di frugare nelle stanza durante il giorno mentre gli ospiti non ci sono, posso solo dire che – be’, che non approvo assolutamente la cosa.» Consapevole del fatto che stavano arrivando a un climax alquanto debole, aprì la porta (che era davvero chiusa) e accese le luci. «No» disse, «non sembra che ci sia niente fuori posto.»

«Eccetto il suo letto» precisò il colonnello.

«Scusi, quello non è il mio letto» disse Parkins. «Io non uso quello. Ma sembra davvero che qualcuno gli abbia giocato un brutto tiro.»

E dava proprio quell’impressione: i vestiti erano ammucchiati e mischiati insieme in un intreccio davvero complicato. Parkins ponderò. «Deve essere andata così» disse alla fine: «ho messo in disordine i vestiti la scorsa notte mentre disfacevo i bagagli, e il letto non è stato rifatto da allora. Forse le inservienti sono entrate per rifarlo, e quel ragazzo le ha viste dalla finestra; poi sono state richiamate, sono uscite e hanno chiuso la porta dietro di loro. Sì, penso che debba essere andata così.»

«Be’, suoni e chieda» disse il colonnello, e ciò sembrò a Parkins una cosa ragionevole da fare. L’inserviente comparve, e, per farla breve, depose che aveva rifatto il letto quando il signore era nella stanza, e che non c’era tornata da allora. No, non aveva un’altra chiave. Era Mr Simpson a tenere le chiavi; lui sarebbe stato in grado di dire al signore se qualcuno era stato nella camera.

Era un mistero. Le indagini dimostrarono che non era stato preso niente di valore, e Parkins ricordava abbastanza bene la disposizione dei piccoli oggetti sui tavoli e delle altre cose da essere piuttosto sicuro che nulla fosse stato spostato. Mr e Mrs Simpson oltretutto concordarono nel dire che non avevano dato a nessuno il duplicato della chiave della camera durante il giorno. E Parkins non poté nemmeno, imparziale com’era, rilevare qualcosa nel comportamento del locandiere, della locandiera, o dell’inserviente che fosse indice di un qualche senso di colpa. Era molto più incline a pensare che il ragazzino si fosse approfittato del colonnello.

Quest’ultimo fu stranamente silenzioso e pensieroso durante la cena e per tutta la serata. Quando diede la buonanotte a Parkins, mormorò in tono sommesso e rauco: «Sa dove trovarmi se ha bisogno di me durante la notte».

«Be’, sì, grazie, colonnello Wilson, credo di saperlo; ma non credo sarà necessario disturbarla, spero. A proposito» aggiunse, «le ho mostrato quel vecchio fischietto di cui le parlavo? Credo di no. Be’, eccolo qua.»

Il colonnello se lo rigirò fra le mani con attenzione, alla luce della candela.
«Riesce a decifrare l’iscrizione?» chiese Parkins, mentre lo riprendeva. «No, non con questa luce. Cosa intende farne?»

«Oh, be’, quando tornerò a Cambridge lo sottoporrò ad alcuni degli archeologi che ci sono là, e vedrò cosa ne pensano loro; e molto probabilmente, se considerassero che valga la pena esporlo, lo potrei presentare a uno dei musei.»

«Mmm!» disse il colonnello. «Be’, potrebbe avere ragione. Quel che so io è che, se fosse mio, lo getterei direttamente nel mare. Non serve a niente tenerlo. Ne sono ben consapevole, ma suppongo che con lei tutto finisca per diventare una questione di esperienza e apprendimento. Lo spero. Senz’altro, e le auguro una buona notte.»

Si voltò, lasciando Parkins in fondo alle scale nel mezzo di un discorso, e presto entrambi furono nelle loro stanze.

Per qualche sfortunato caso, non c’erano né imposte né tende alle finestre della camera del professore. La notte precedente non ci aveva fatto molto caso, ma stanotte c’erano tutte le avvisaglie di una luna luminosa rivolta direttamente suo letto, che lo avrebbe probabilmente svegliato più tardi. Quando si accorse di ciò ne fu molto seccato, ma, con un’ingenuità che posso soltanto invidiare, riuscì a imbastire, con l’aiuto di una coperta da viaggio, delle spille da balia, un bastone e un ombrello, uno schermo che, se solo avesse retto, avrebbe tenuto la luce della luna del tutto lontana dal suo letto. E subito dopo stava sdraiato comodamente su quello stesso letto. Quando ebbe finito di leggere un’opera piuttosto massiccia e abbastanza lunga da farlo desiderare fortemente di addormentarsi, lanciò un’occhiata assonnata tutt’intono alla stanza, spense la candela, e ricadde con la testa sul cuscino. Doveva aver dormito pesantemente per un’ora o più, quando un improvviso clangore lo scosse e lo svegliò in maniera davvero sgradita. Realizzò in un momento cos’era successo: il suo schermo costruito così scrupolosamente aveva ceduto, e una luna ghiacciata e luminosissima stava risplendendo direttamente sulla sua faccia. Tutto ciò era decisamente seccante. Poteva alzarsi e ricostruire lo schermo? O magari sarebbe riuscito a dormire se non lo faceva?
Per qualche minuto rimase sdraiato a ponderare le possibilità; poi si girò di scatto, e si mise ad ascoltare con tutti gli occhi aperti senza fiatare. C’era stato un movimento, ne era sicuro, sul letto vuoto dal lato opposto della stanza. Domani lo avrebbe fatto spostare, dato che ci dovevano essere dei topi o qualcosa del genere che ci giocherellavano dentro. Adesso era tutto tranquillo. No! Il trambusto era ricominciato. Ci furono un fruscio e un tremolio: certamente più di quanto un qualunque topo potesse causare. Posso in qualche modo immaginarmi il disorientamento e l’orrore del professore, dato che trent’anni fa in sogno ho visto succedere la stessa cosa; ma il lettore avrà difficoltà, forse, a immaginare quanto sia stato spaventoso per lui vedere una figura che d’improvviso si alzava e si metteva a sedere in quello che sapeva essere un letto vuoto. Il professore saltò fuori dal letto in un unico balzo, e fece una corsa verso la finestra, dove stava la sua unica arma, il bastone con cui aveva fissato lo schermo. Quella fu, come si accorse più tardi, la cosa peggiore che potesse fare, poiché il personaggio sul letto vuoto, con un movimento improvviso e fluido, scivolò via e prese una posizione, a braccia aperte, fra i due letti, e di fronte alla porta. Parkins lo osservò colto da una perplessità orrenda. In qualche modo, l’idea di passare oltre la figura e scappare attraverso la porta gli era intollerabile; non avrebbe potuto sopportare l’idea – non sapeva perché – di toccarla; e per quanto riguardava l’idea di essere toccato da quel personaggio, avrebbe preferito lanciarsi dalla finestra piuttosto che lasciar succedere una cosa del genere. Al momento stava in piedi avvolto in una matassa di ombre nere, e il professore non era riuscito a vedere che faccia avesse. Adesso aveva iniziato a muoversi, assumendo una postura ricurva, e tutto d’un colpo lo spettatore realizzò, in parte con orrore e in parte con sollievo, che la creatura doveva essere cieca, perché sembrava che si spostasse a tentoni e in maniera casuale muovendo le sue braccia avviluppate. Voltandogli in parte le spalle, la figura divenne improvvisamente consapevole del letto che il professore aveva appena lasciato, sfrecciò verso di esso, e si piegò a tastarne i cuscini in una maniera che fece rabbrividire Parkins come mai avrebbe pensato possibile. In pochi attimi la creatura sembrò capire che il letto era vuoto, e poi, spostandosi in avanti verso l’area dove si trovava la luce e rivolgendosi verso la finestra, mostrò per la prima volta che sorta di cosa fosse.
Parkins, il quale detesta che gli vengano fatte delle domande al riguardo, cercò una volta di descrivere la figura in mia presenza, e io colsi che ciò che lui principalmente ricordava di essa era una faccia orribile, incredibilmente orribile, fatta di lenzuola sfilacciate. L’espressione che vi lesse sopra non riuscì a riferirla o non volle riferirla, ma che la paura che gli provocò rischiò quasi di farlo impazzire è certo.

Ma non rimase a guardarla con comodo per molto. Con una velocità formidabile essa si mosse verso il centro della stanza, e, nel procedere a tentoni e ondeggiare, un angolo dei suoi drappi passò sul volto di Parkins. Il quale non riuscì – sebbene sapesse quanto fosse pericoloso emettere anche solo un suono – non riuscì a trattenersi dal cacciare un urlo di disgusto, e ciò diede al cercatore un indizio immediato. Balzò su di lui in un istante, e subito dopo il professore si ritrovò alla finestra a sporgere all’indietro per metà della sua altezza, urlando e urlando al massimo del volume che poteva raggiungere la sua voce, con la faccia fatta di lenzuola pressata vicino alla sua. A questo punto, quasi all’ultimo secondo utile, arrivò qualcuno in soccorso, come avrete già immaginato: il colonnello aprì la porta con un tonfo, ed entrò giusto in tempo per vedere lo spaventoso groviglio alla finestra. Quando raggiunse le figure solo una ne era rimasta. Parkins affondò svenendo nella stanza, di fronte a lui giaceva un cumulo disordinato di lenzuola.
Il colonnello Wilson non fece domande, ma si impegnò affinché nessun altro entrasse nella stanza e Parkins ritornasse sul suo letto; e lui, avvolto in una coperta, occupò l’altro letto per il resto della notte. Di mattina presto il giorno successivo arrivò Rogers, più benaccetto di quanto sarebbe stato il giorno precedente, e i tre si consultarono a lungo nella camera del professore. Alla fine il colonnello lasciò la porta della locanda tenendo fra l’indice e il pollice della mano un piccolo oggetto, che lanciò tanto lontano nel mare quanto un braccio molto muscoloso poteva riuscire a mandarlo. Più tardi il fumo di un fuoco si alzò dai locali posteriori del Globe. Devo confessare che non ricordo di preciso quale spiegazione fu messa insieme per il personale e per i visitatori della locanda. Il professore fu in qualche modo assolto dal sospetto che si venne prontamente a sollevare circa la possibilità che soffrisse di delirium tremens, e venne salvata anche la locanda dal guadagnarsi la reputazione di essere un’abitazione infestata.
Non c’è nemmeno da domandarsi cosa sarebbe successo a Parkins se il colonnello non fosse intervenuto al momento giusto. O sarebbe caduto dalla finestra o sarebbe impazzito. Ma non è nemmeno molto chiaro cos’altro avrebbe potuto fare la creatura che aveva risposto al fischio oltre che spaventarlo. Non sembrava fosse fatta di qualcosa di concretamente materiale eccetto che per le lenzuola grazie alle quali si era creata un corpo. Il colonnello, che si ricordava di un evento non molto diverso successo in India, era dell’opinione che se Parkins avesse cercato un contatto con la creatura questa avrebbe potuto fare veramente poco, e che il suo unico potere era quello di terrorizzare le persone. L’intera faccenda, disse, era servita a confermare la sua opinione circa la Chiesa di Roma.

Non c’è davvero niente di più da raccontare, se non che, come potete immaginare, le opinioni del professore riguardo certi argomenti sono adesso meno definite di quanto lo fossero un tempo. Anche i suoi nervi ne hanno sofferto: ancora oggi non riesce a vedere una tonaca appesa a una porta senza intimorirsi, e lo spettacolo di uno spaventapasseri in un campo in un tardo pomeriggio invernale gli è costato più di qualche nottata insonne.

 

Traduzione di Gessica Destito