Sto qui. Dichiaro. Chiamo. Paul Celan e «La sabbia delle urne»

Nel 1970, sul punto di dare ordine all’intero organismo delle sue raccolte, Paul Celan aveva indicato nella Sabbia delle urne, pubblicato nel 1948, il primo dei passi che avevano tracciato un percorso, accidentato e denso, che avrebbe avuto il suo ultimo respiro nelle acque della Senna, ad Aprile inoltrato, in quello stesso anno.

Avaro di prosa – con la cospicua eccezione dei Microliti, annotazioni che nella loro brevità si rivelano verticali e liriche, e del Meridiano, documento scritto nel 1960 in occasione del conferimento del premio Büchner – Celan non era rimasto soddisfatto delle cinquecento copie con le quali La sabbia delle urne gli avrebbe permesso di emergere come poeta compiuto. Sfortunate prime tirature: Rimbaud non aveva finito di pagare Una stagione all’inferno (la tiratura ammontava a cinquecento copie), e la tipografia, di stanza a Bruxelles, inchiavardò in buona sostanza nel magazzino tutta la tiratura; Montale, più prosaicamente, vide le prime copie dei sui Ossi prendere fuoco, felicemente, come avrebbe dichiarato più di quarant’anni dopo il fatto.

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Nel caso di Celan, furono gli errori di stampa, a suo dire troppi, e troppo invalidanti, a determinare il ritiro delle copie in commercio. E questo primo passo è rimasto nascosto, almeno in Italia, fino a quando Dario Borso non se ne è preso carico insieme alla Einaudi (va dato merito a Borso di essersi rivelato un eccellente curatore dell’opera di Celan; sue la traduzione e la cura dei Microliti, usciti per Zandonai, e di Oscurato, comunque per Einaudi: il diario della prigionia, del corpo e della mente, nella clinica psichiatrica della Sorbona, nel 1966, in seguito al suo tentativo di accoltellare Gisèle).

Nel licenziare la sua prima raccolta Celan poteva esibire un percorso geografico già duramente frastagliato: nel 1945 aveva lasciato Czernowitz, prima territorio romeno quindi territorio ucraino, per raggiungere Bucarest; due anni dopo sarebbe andato, per un tempo breve, a Vienna, fino al suo approdo parigino. La sabbia delle urne viene assemblata proprio a Vienna. La contabilità può aiutare la comprensione della poesia più di quanto si ammetta di immaginare, e un conteggio dei testi che compongono questa raccolta lo dimostrano: diciotto poesie erano state scritte nella sua Bucovina, ventiquattro a Bucarest, appena sei a Vienna. Quattro anni dopo il passo falso dell’esordio, siamo allora nel 1952, Papavero e memoria ha vita. In queste pagine sono incluse le poesie del transito viennese, vengono sacrificate cinque poesie scritte a Bucarest, e tutte le poesie scritte nella Bucovina risultano obliterate. Dario Borso nota con indovinata suggestione come le poesie bucovine rappresentino il meridiano di Celan, la sua prima luce.

Eppure di questo meridiano rimangono dei frammenti insepolti. Sappiamo che Fuga di morte è un testo che Celan completò nell’avvio del 1945 – un testo cui negli anni successivi avrebbe guardato con comprensibile ambivalenza, annusato il rischio di vedere il proprio profilo espressivo irrimediabilmente schiacciato dal peso di quegli esclusivi versi – poco prima, nella fine del 1945, aveva completato Fiocchi neri e La freccia di Artemide.

Entrambi i testi si liberano della rima. E proprio nella Sabbia delle urne, ci indica ancora Borso, si trovano due testi nei quali Celan pone una domanda, e constata l’abbrivio di una presenza che lo avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni. La domanda ha questo suono: «E tolleri, madre, ah come in passato a casa / la dolce, la tedesca, la dolorosa rima?», la constatazione è forse apparentemente più elusiva: «Come potrà su celeste ghiaia / volteggiò con le ninfe, lieve, / non pensare che una freccia di Artemide / nel bosco ancora vaga e infine lo raggiungerà?». Diana, contraltare femminile del già femmineo Apollo, dispensa morte a chi è giovane. A niente vale un raggio della luna (della «silenziosa luna», mi costringo ad annotare) nel suo resistere nell’acqua.

Celan si tolse a venticinque anni il peso della rima, l’unità di ritmo e di senso che gli veniva garantita non aveva più alcuna corrispondenze nel suo vissuto. La roccia stava iniziando a sgretolarsi; i microliti sarebbero arrivati a distanza di venti anni, quando il giorno dopo il Natale del 1966 Celan dichiarò «e non musicizzo più […]. Ora distinguo rigorosamente tra lirica e musica». (La preziosa dichiarazione, sempre con la sponda di Borso, si deve a Hugo Huppert). Ma la stessa dichiarazione prosegue con un assunto nitido e perentorio sull’oscurità che Celan sembrava esibire: «E per quanto concerne le mie presunte cifrature, direi piuttosto: polisemia senza maschera, che così corrisponde esattamente alla mia sensibilità per l’accavallarsi dei concetti, il sovrapporsi dei riferimenti».

L’oscurità che è propria della Poesia, leggiamo in Meridiano. Una oscurità non cercata né esibita, al contrario: patita come riflesso di chi ha l’Arte (l’espressione) negli occhi e nella mente, tanto abbacinati da rendere il soggetto dimentico di sé, fino a ritrovare nel linguaggio «figura, e direzione e respiro».

Tanta la distanza da questa Sabbia nelle urne, che ancora permetteva di raggiungere e abbracciare una malinconica cantabilità e una densa narrazione, argini per simboli quali il cedro (per una patria mai vissuta) il bianco della neve (che cade sugli insepolti), tra miracoli strozzati in tende vuote: Shekhinah in cui un dio ha scelto di essere assente.