«Big White» di Alessandro Maradini

18 Aprile

Sono arrivato con l’ultimo battello prima della stagione delle piogge. Da allora sono trascorsi quattro mesi, le piogge sono cessate e niente è andato come previsto. Nel corso della prima escursione alle pendici del vulcano sono scivolato fratturandomi la caviglia e danneggiando l’apparecchiatura. La famiglia da cui ho preso in affitto una stanza si è incaricata di non farmi mancare l’essenziale durante la degenza. Trascorro le giornate a letto, proiettando mentalmente sul quadrato bianco della parete ogni possibile variazione dell’incontro.

3 Maggio

Ho ripreso a camminare con l’aiuto di un paio di stampelle. Per ripararmi dal sole ho comprato un vecchio cappello a falde larghe che indosso arrancando per le salite del villaggio. Sembro un buffo uccellaccio. Se mi vedesse il Francese scoppierebbe a ridere. Il Francese, Martin, Igor, ogni membro della squadra è già arrivato fin qua: gli stessi preparativi, lo stesso battello, lo stesso zaino logoro e polveroso. Io sono stato l’ultimo a sbarcare sull’isola. Tutti dicono di non credere più alla sua esistenza, ma la verità è che aspettano solo un’altra occasione per tornare.

8 Maggio

La gente del luogo sembra cordiale, sulle labbra ha il sorriso di chi sa apprezzare il poco che possiede, eppure c’è qualcosa di sfuggente in loro. Con gli stranieri evitano ogni contatto che non sia indispensabile a mantenere una pacifica convivenza. Rifiutano la contrattazione e una volta comunicato il prezzo è inutile chiedere uno sconto. Si limitano a sorridere, come se tu non fossi realmente presente, lì, a neanche un metro da loro.

11 Maggio

Cosa stai facendo Gwen? Non ti ho scritto, e non a causa delle difficoltà di questo luogo senza tempo. Avrei potuto infilare un foglio di carta in una bottiglia, affidarlo al mare e in un certo senso sia tu che io l’avremmo saputo, ma non l’ho fatto.

Mentre passeggiavamo sul ponte, la sera prima di partire, all’improvviso ti sei fermata e hai detto che non ti avrei scritto. Ti ho risposto di no, che non era vero, che questa volta sarebbe stato diverso. Poi le parole sono state spazzate via dai vagoni del treno e quando è passato abbiamo ripreso a camminare in silenzio.

Non ti ho dimenticato Gwen. La tua pelle color dell’alba. Gwen.

14 Maggio

Un suono di tamburi mi ha svegliato. Mi sono affacciato e ho visto grandi fuochi interrompere il buio della notte. I canti accompagnavano i tamburi propagandosi per l’isola come uno sciame di bocche urlanti. La caviglia ha ripreso a farmi male, mi sono disteso sul letto rimanendo in ascolto fino al sonno profondo.

Quando ho riaperto gli occhi avevo ancora nelle orecchie la vibrazione degli strumenti. Sono sceso per chiedere alla donna cosa significasse, quale festa si fosse celebrata. Ha risposto che non capiva di cosa stessi parlando e mi ha guardato in silenzio, con l’espressione riservata agli stranieri.

Sono uscito e ho domandato a un vecchio seduto lungo il ciglio della strada ricevendo in cambio lo stesso sguardo. Allora mi sono diretto dalla signora da cui ogni giorno compro la frutta e ho chiesto se almeno lei potesse aiutarmi. Mi sono spinto fino all’estremità meridionale del villaggio, quella più vicina ai fuochi, ma nessuno aveva visto o sentito nulla. La rabbia si è arrampicata sulla mia spina dorsale. Ho gettato le stampelle dimenandomi come un ossesso fino a perdere l’equilibrio. Sono caduto in ginocchio nella polvere bianca che ricopre l’isola e ho pianto.

17 Maggio

Nei giorni scorsi i tamburi hanno risuonato con cadenza regolare. I fuochi compaiono, notte dopo notte, e sembrano le lettere ardenti di un alfabeto cosmico.

Mi hanno ricordato i pomeriggi trascorsi da bambino sul terrazzo di casa a guardare l’alfabeto vegetale formato dalle sagome degli alberi sulla sommità delle colline. Messaggi che anche allora non ero in grado di interpretare.

18 Maggio

La caviglia continua a migliorare. Potrei liberarmi di queste stampelle che invece mi ostino a utilizzare. Quando mi vedono arrivare i bambini della piazza ridono e il loro sorriso è diverso da quello degli adulti. Presto anche loro si abitueranno a fissare gli stranieri come fossero delle ombre. Per il momento non lo fanno e questo mi basta.

19 Maggio

La macchina fotografica deve essere riparata. Finalmente ho trovato la persona di cui avevo bisogno. Quando sono entrato non c’era nessuno nel locale. Non è un vero negozio, piuttosto una capanna stipata di obiettivi, libri, carte geografiche e oggetti di un’altra epoca. Ho aspettato fino all’arrivo di un uomo con gli occhiali scuri. Si chiama Abasi, mi ha detto di tornare fra qualche giorno.

21 Maggio

I canti hanno cessato di arrivare alla mia finestra. Per quattro notti ho atteso fino all’alba con un’ansia crescente. Possibile sia stato solo il frutto della mia fantasia? Forse niente è accaduto, uno di quei sogni che nascono e muoiono nella stessa giornata come la vita di alcune creature di questa foresta.

Ho ripensato al vecchio sulla sedia, alla signora del negozio di frutta e a tutti coloro a cui ho domandato con rabbia se avessero visto o sentito qualcosa. Devono aver pensato che fossi pazzo. Un uccellaccio matto che si trascina su e giù per le strade di un villaggio a migliaia di chilometri da casa.

1 Giugno

Mi sono tagliato la barba per la prima volta dal giorno della caduta, ho preparato lo zaino e senza l’aiuto delle stampelle sono andato a ritirare la macchina fotografica. Quando sono entrato Abasi stava parlando con un cliente. Si è allontanato dicendomi di aspettarlo, che sarebbe tornato subito.

Sotto una pila di libri ho trovato una vecchia mappa dell’isola. Una porzione dell’area meridionale era contornata di rosso, come se si trattasse di un minuscolo stato a sé. In quel momento è rientrato Abasi. Mi sono scusato per aver rovistato in giro in sua assenza, lui ha sorriso dicendo che gli oggetti erano lì per essere guardati e magari comprati. Mi ha consegnato la macchina fotografica. Ripartivo dall’inizio.

4 Giugno

I dati raccolti indicavano la zona nordorientale come la più probabile per un avvistamento. Camminando ho notato appeso al tronco di un baobab un pupazzo a forma di coniglio che ricordavo di aver visto nelle fotografie dell’ultima spedizione.

Quella era opera di Igor, il Francese col suo carico di cinismo non sarebbe mai arrivato lassù. Igor al contrario era privo di ogni sovrastruttura, un ragazzo grande e grosso, incapace di controllare la propria fisicità, che nessuno avrebbe mai scambiato per un ricercatore.

Avremmo dovuto seguire gli spostamenti del molosso di Gallagher sul fiume Congo o cercare di documentare finalmente la presenza di una Mirafra williamsi nel deserto di Garba Tula, invece di perderci in questa allucinazione. Un branco di dissociati sulle tracce di un miraggio, ecco quello che eravamo.

6 Giugno

Al rientro dalla giornata di esplorazione ho incontrato Abasi al bar della piazza. Mi ha chiesto come si comportasse l’apparecchio e se avessi scattato delle belle fotografie. Ho risposto che aveva fatto un ottimo lavoro, però non ero ancora riuscito a utilizzare la macchina come avrei voluto. Mi ha invitato a sedermi al suo tavolo offrendomi una bevuta di acquavite locale. Al terzo giro gli ho detto di scusarmi per quello che stavo per chiedere, che forse era solo una mia fantasia, ma nelle settimane precedenti avevo visto dei fuochi durante la notte. Ha riso dicendo di non preoccuparmi, che non ero pazzo. Ha finito il suo bicchiere e alzandosi mi ha fatto cenno di seguirlo. Lasciando la piazza sentivo su di noi lo sguardo degli altri uomini. Abbiamo camminato in silenzio fino alla sua casa al limitare del cerchio abitato. Il sole era ormai tramontato e Abasi si è tolto gli occhiali per la prima volta in mia presenza da quando ci eravamo conosciuti. Non avevo mai visto occhi come quelli.

Ha messo sul tavolo due bicchieri e una bottiglia di acquavite ed è andato ad aprire un cassetto da cui ha preso una carta dell’isola percorsa da linee che partivano dal centro per terminare nella zona meridionale. Ha detto che in quattro giorni dei fuochi ancora più imponenti avrebbero brillato nel buio e i canti sarebbero stati così vigorosi da essere uditi ovunque sull’isola. Mi ha pregato di portare la carta con me e accompagnandomi alla porta mi ha augurato buona fortuna. Avrei voluto fargli altre domande, ma i suoi occhi dicevano che aveva svolto la sua parte.

8-9 Giugno

Ho battuto ogni centimetro dell’area stabilita per la ricerca. Pur non volendo sono finito più volte a puntare verso sud. Ero una bussola rotta il cui magnete segnava un’unica direzione.

Ho passato la notte alla finestra. Poi ho sognato confusamente di lui, di Gwen, di Abasi.

10 Giugno

Sono partito alle prime luci dell’alba. Dopo quattro ore di cammino la strumentazione ha cominciato a registrare valori di umidità superiori alla media. Mi sono fermato per riempire la borraccia a una sorgente nei pressi di un gruppo di rocce ricoperte da uno spesso strato di muschio. Mentre scattavo delle fotografie a un esemplare di Moraea Callista la bussola è scivolata nella scarpata. Ho cercato di recuperarla ma senza riuscirci. Questo complicava non poco il ritorno.

Le cascate di luce che bucherellavano lo schermo della foresta non erano sufficienti a farmi da guida. Per non perdermi l’unica possibilità era di seguire il corso d’acqua. Procedendo la vegetazione diveniva più fitta, mi sembrava di camminare nel ventre di una foglia gigante.

Un rumore alle mie spalle mi ha spaventato. Sono rimasto in ascolto sperando si trattasse di un cefalofo sceso per un bagno o di un caracal intento a capire se fossi una preda adatta alla sua taglia.

Ho ripreso la marcia sentendomi osservato. La stessa sensazione provata lasciando la piazza con Abasi. In quel groviglio di piante cercavo di non allontanarmi dal fiume. Certo di essere seguito mi voltavo all’improvviso ottenendo come unico risultato di mettere in fuga qualche coppia di Nectarinia johnstoni.

La luce perdeva velocemente di intensità, ormai disperavo di raggiungere il villaggio prima del tramonto. Ho ammassato la legna ripetendo che tutto andava bene. Il buio è arrivato senza che fossi riuscito ad accendere il fuoco. Ho continuato con l’aiuto della pila fino a vedere una scintilla.

Seduto in una bolla luminosa mi sono ricordato della cartina di Abasi. Mentre tentavo d’interpretare il significato di quelle linee percepivo di essere l’oggetto di uno sguardo a pochi passi da me.

Uno strepito concentrico di foglie e di rami spezzati mi ha terrorizzato. Ho cominciato a correre senza vedere, cercando di ripararmi il viso, fino a inciampare in un tronco. Sono atterrato sul morbido. Non sapendo come, ero arrivato alla spiaggia.

Nell’aria si modulavano canti portentosi. Lingue di fuoco vibravano lungo l’orizzonte rispecchiandosi in mare.

Davanti a me occhi che conoscevo mi invitavano ad alzarmi:

«Karibu nchi ya Zeru Zeru».IKaribu nchi ya Zeru Zeru: «Benvenuto nella terra degli albini» (lingua swahili).

Foto ProfiloAlessandro Maradini è nato all’inizio degli anni Ottanta a Fidenza, un paese adagiato lungo la via Emilia. Ha vissuto in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Attualmente risiede a Salsomaggiore Terme.

Note   [ + ]

I. Karibu nchi ya Zeru Zeru: «Benvenuto nella terra degli albini» (lingua swahili).