Identità e sconfitta – Tre domande a Giorgio Falco

Roberto Galofaro

C’è una scena, in Ipotesi di una sconfitta (Einaudi), che trovo esemplare della narrativa di Giorgio Falco nella sostanza e nella forma, che non posso citare per esteso perché copre circa quattro pagine, ma che meriterebbe un posto nelle antologie per le scuole di domani.

Comincia così: «Durante il mio anno da ripetente c’erano stati fermenti studenteschi. In teoria, arrabbiato per il trattamento ricevuto dagli insegnanti, avrei dovuto sfogarmi innestando la mia rabbia individuale nella protesta collettiva; invece, deluso dalle vicende personali, avevo partecipato a una sola manifestazione».

Si tratta sempre, per Falco, di mettere in relazione individuo e collettività, senso dell’esistenza individuata e storia. E nella costruzione del suo romanzo biografico, questa relazione è disturbata, non è mai armonica, è sempre segnata da un’esclusione.

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Andando poco avanti si legge: «Ero uscito dal corteo per rifugiarmi in una delle migliori pasticcerie della cittadina. Avevo ordinato un cappuccino e tre melanelle. La melanella era una brioche squisita, a base di mele, preparata da un pasticcere lombardo nato nel 1933; a metà degli anni Ottanta il pasticcere era poco più che cinquantenne e le melanelle un’esperienza indimenticabile».

Vorrei sottolineare il modo in cui Falco rovescia la proustiana connessione di esperienza sensoriale e ricordo: con un’inversione, sulla memoria di un evento non particolarmente piacevole si innesta invece quella di un sapore delizioso. E non solo. Seduto al tavolino di quel bar, le dita impolverate di zucchero, il ragazzo Giorgio Falco osserva oltre la vetrina accadere la manifestazione, gli slogan imbelli, la militanza politica appassionata e violenta degli anni Settanta sostituita da una sfilata e dalla morbida recitazione di rime contro nemici inarrivabili (le superpotenze nucleari, il ministro di turno presto dimenticato), una ribellione di facciata, pronta a ricomporsi in tempo per le interrogazioni autunnali. Dall’altra parte, però, all’interno del locale, un televisore trasmette una sit-com che, come molte degli anni Ottanta (e ancora oggi), è infarcita di risate registrate. Da una parte la declamazione vuota che non ha finalità, dall’altra un suono contagioso che non ha origine precisa. Da lì la riflessione risale indietro fino all’invenzione di questo potente strumento della televisione (da parte dell’ingegnere statunitense Charles Douglass, ci racconta il narratore Falco), che indirizza la reazione del pubblico, contribuendo a plasmarne le intenzioni e i desideri. «Gli sketch comici del 1985 erano il presagio di un modello produttivo immateriale. Ma quel modello doveva essere supportato dall’applauso e dalla risata [registrati], uniti nel medesimo processo.»

Ecco, dispiegata, la funzione di cerniera della narrazione di Falco, tra ciò che è estremamente materiale (la melanella-madeleine), l’evento contemplato nel suo dispiegarsi e il senso più ampio in cui questo evento si innesta.

La realizzazione di un modello produttivo immateriale e le sue conseguenze umane. Questa frase potrebbe valere da sola un riassunto disidratato del romanzo autobiografico di Giorgio Falco. Non è una storia di passioni e di aspirazioni, non è una storia d’amore e di relazioni tra individui. È piuttosto la storia di un uomo incapace di trovare un lavoro e tenerlo a lungo, dei suoi tentativi e dei suoi fallimenti, e insieme della sua personalissima vocazione di scrittore. Una biografia sub specie laboris in cui emerge l’irriducibilità di un essere umano rispetto a qualsiasi occupazione.

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Per il padre di Falco (dal suo trasferimento dalla Sicilia verso Milano prende l’avvio il libro), autista dell’ATM, valevano ancora le categorie novecentesche, secondo le quali era possibile l’identificazione tra un uomo e il proprio mestiere, tra ciò che un uomo fa e ciò che un uomo è. Per Falco, invece, questo non è più possibile. Nessun lavoro consente l’identificazione, nessun lavoro dura abbastanza a lungo, tutti i lavori lasciano un margine di disagio, di irrisolto.

Dapprima, a diciassette anni, il narratore racconta di esser diventato operaio per gioco: restando per poche ore a trafficare su un macchinario, per mettere da parte il necessario per una vacanza estiva, Falco sente di essere profondamente diverso e distante dagli operai veri. Produce spillette – merchandising per concerti e cantanti famosi come Bruce Springsteen ma anche con l’effigie di papa Woytila. È un accesso alla catena lavorativa dal passato delle fabbriche, la creazione di un bene materiale da consumare, e tuttavia è già contaminato, è già marketing, identificazione, oggetto prestato all’immaginario e perciò all’immaterialità simbolica.

Falco si impiega poi come consulente per la grande distribuzione: deve girare per i piccoli e grandi supermercati della Lombardia, per registrare posizione e vendibilità della merce. Ecco, la merce: altra entità in via di sparizione nelle occupazioni successive (e nel mondo tutto). Commesso in un grande magazzino; commesso in un rivenditore all’ingrosso; venditore porta a porta del servizio di consegna a domicilio dei quotidiani; addetto alla valutazione e approvazione dei piani finanziari per l’attivazione dei cellulari. Cioè, infine, impiegato del fantasmatico terziario.

Falco registra fin troppo spietatamente le minuzie di questi mestieri che non hanno storia. I tram guidati da suo padre sono ancora lì, soltanto ammodernati; tutto ciò che Falco tocca è invece segnato da un’impermanenza costituiva. Così anche l’umanità di chi quei lavori si ostina a compiere, lasciandosene avvelenare o accontentandosene come fossero la destinazione finale che non sono, mai. Una procedura di selezione del personale, in particolare, è descritta come la dura battaglia tra pari per accaparrarsi, a suon di colpi bassi e di risposte in linea con i desideri del mercato, un posto di lavoro che sembra destinato a un essere glaciale e subumano, materiato di diagrammi di vendite e flussi di cassa. Manco a dirlo, Falco è scartato.

Sotterranea e parallela, la vocazione letteraria di Giorgio Falco è raccontata come l’attività dei ritagli di tempo, non rappresenta un lavoro vero e proprio ed è pure malvista dai colleghi e dai superiori, nonostante le pubblicazioni, le presentazioni, la finale del Campiello. La prima attestazione è l’invenzione di trame inesistenti a partire dagli schemi, appuntati sul notes, della disposizione degli interni dei condomini, visitati per la vendita porta a porta. La vita reale, schematizzata e ridotta a tabella dal lavoro, che ridiventa narrazione e finzione. Non ancora libertà, perché un’altra caratteristica di questa parabola umana, di questa circonferenza che non si chiude, è il fatto che il picco di maggior consapevolezza della propria abilità di scrittore coincide con il punto più basso del dipendente Falco: quando si rinchiude in uno sgabuzzino a scrivere, senza neanche darsi la pena di fingere di lavorare per la multinazionale che lo ha assunto e lo stipendia. Quando la sua insubordinazione finisce nel radar dei superiori, Falco ha maturato una sorta di nevrosi. Da quel cubicolo non esce, per paura di essere scoperto e cacciato, neanche per pisciare. Ecco: la nevrosi che rende impossibile continuare quel lavoro e che porta con sé la paranoia e l’idea di una persecuzione sembra essere il contrappasso per una matura condizione di autore. Scrivere finisce per essere una scommessa tra le altre, in una nuova condizione al di qua (o al di là) dal lavoro.

Della sua scrittura si apprezzano l’attenzione per il dettaglio materiale, immune da tentazioni mistiche; la minuta e studiata descrizione che non è mai espediente per dilatare un tempo narrativo ma è invece sempre scavo; il taglio brusco di una riflessione che di colpo, a volte con il ricorso alla prima persona plurale, include, coinvolge, compromette anche il lettore, chiama a partecipare, mettendo improvvisamente in comunicazione abissi non contigui del pensiero. L’ultimo capitolo del romanzo si apre con una breve considerazione teorica sullo scrivere «immettendosi nel flusso invisibile, che esiste». Vi si legge: «la letteratura è questa cosa negli oggetti, nella materia che testimonia la consunzione del mondo, cresce e perisce rinascendo ogni volta, invisibile eppure di una propria fisicità già presente, qualcosa che corteggia il dio dei credenti, il mezzo spirito di chi dubita sempre, anche davanti al proprio lavoro terminato […]». Partendo da questo a parte, le chiedo: nella genesi e nella composizione di Ipotesi di una sconfitta (in questo concentrare le linee narrative della biografia sul lavoro, tralasciando altri temi più facili e battuti dalla tradizione occidentale, come l’amore, per citare il più diffuso), in che misura e in che modo il testo era già presente nella materia della sua vita?

Ho scritto il testo grazie a tutte le esperienze che ho scelto di fare. Certo, c’è stata anche casualità: voglio dire, aver letto alcune inserzioni lavorative sui quotidiani quasi trent’anni fa, quelle specifiche inserzioni e non altre; però alla fine bisognava andare lì, provare, vedere cosa si nascondesse dietro la propaganda degli annunci. «Vivere era già una verifica?», mi chiedo a un certo punto nel libro. Avrei potuto esaudire le aspettative dei miei genitori: dopo il liceo, finire l’università, conquistare un lavoro migliore di quello di mio padre, forse tentare una specie di carriera universitaria. Ma volevo altro. «Vivevo l’apprendistato per diventare qualcosa di ignoto.» Un artista che non confessava di voler scrivere. E come artista ho cercato sempre più vita. Dopo molti anni e sei libri, ho potuto scrivere anche questo romanzo. Ho potuto scrivere del rapporto con mio padre nella cinquantina di pagine che compongono il primo capitolo; e questo grazie al lavoro, che mi ha evitato possibili pudori. Ma Ipotesi di una sconfitta è anche molto altro: un libro comico, un romanzo con molte pagine sulla scrittura, sulla fotografia, sullo sport, sul basket, sulle performance artistiche che progettavo da ragazzo, descritte nel romanzo attraverso la creazione di una mia agenzia, un’agenzia che avrebbe dovuto progettare eventi deprimenti; le performance non le avrei fatte io, ma i clienti, tutti appartenenti alle élite, perché quelli come me si deprimevano gratuitamente e non dovevano accedere all’arte. Ma capisco, è più comodo rinchiudere il romanzo nel recinto del lavoro. E certo, concordo con quanto dici: avere il lavoro come punto di partenza, soprattutto in questi anni, è fuori dai canoni del gusto del lettore medio italiano, ammesso che esista il lettore medio italiano. Del resto, a un certo punto scrivo: «Ciò che era astratto e distante diventava vicino, ciò che era concreto e vicino diventava invisibile». È tipico del periodo in cui viviamo.

Abolita la possibilità di identificazione che il lavoro determina (Sono questo in luogo di Faccio questo per lavoro), la ricognizione dell’individuo narratore-Giorgio Falco sembra passare per la negazione. Non sono questo, Non sono quest’altro. Invece che una messe di relazioni cogenti, l’utilizzo della propria forza-lavoro, la sussunzione e l’alienazione di sé persino, ciò che rimane dopo i vari fallimenti è un soggetto minimo, ritagliato da ogni parte, slegato dal contesto e frustrato. In questo senso l’immagine di copertina (uno scatto di Sabrina Ragucci, che ritrae una fotografia del volto dell’autore da giovane, ritagliata e posta su uno sfondo a tinta piatta) è estremamente icastica: l’io che narra la propria storia si è tagliato via dalla storia, vi si trova giustapposto, vi interagisce malamente. A un certo punto lei scrive: «Essere ai margini da un lato ti mette in una condizione favorevole per vedere, dall’altro ti rende sensibile alla diserzione». È insolito che un autore rivendichi per sé la propria peculiarità di scrittore raccontando la marginalità della propria esperienza, perciò le chiedo: quanto è centrale nella sua narrativa il punto di vista dell’escluso, che è insieme, tuttavia, il tentativo di inscrivere l’esclusione nel dominio della storia collettiva?

Mi fa piacere il riferimento alla copertina, per me un libro inizia davvero dalla copertina. L’immagine di Ipotesi di una sconfitta è una mia fototessera del 1987, prelevata e conservata, per più di vent’anni, da Sabrina Ragucci, che l’ha fotografata con la luce del 2017. Fa parte di un lavoro che, chissà, forse un giorno diventerà un libro intitolato, come l’opera, 30 novembre (sono nato in quel giorno). E sì, del mio corpo è rimasta soltanto la testa, peraltro rabberciata con lo scotch.

Per quanto mi riguarda, la possibilità di disertare è salvifica, benché disertare sia considerato come qualcosa di negativo, di sleale. Prima di arrivare alla diserzione, però, ho verificato: disertare, dopo essere stato soldato, non prima. Ho verificato che per me è più semplice vivere stando ai margini. Vivo nei margini, scrivo dai margini, scrivo di margini, senza però mai enfatizzare questa condizione, che mi pare del tutto naturale, la sola possibile, per la mia vita: del resto i margini fanno comunque parte di una superficie, seppure remota rispetto al centro.

Molto spesso, in inverno, vivo in una località marina, sull’Adriatico, una località, in teoria, davvero deprimente; be’, lo è pure in pratica, è un luogo quasi disabitato, non abitato né da vivi né da morti – non c’è il cimitero – ma è vissuto da pochissimi pensionati, da alcune colonie di gatti abbandonati. Sulla spiaggia a volte incontro carcasse di animali morti: gabbiani, stamattina una tartaruga, oltre a tutti i resti delle cose – cassette di plastica, bottiglie di plastica, copertoni di auto – che rimangano adagiati sulla sabbia, tanto la stagione balneare è ancora lontana, e alla spiaggia non servono finzioni. È un luogo che frequento con Sabrina Ragucci dal 1993. Così alla fine ho fatto un libro proprio con Sabrina Ragucci, uscito nel 2014 per L’orma: Condominio Oltremare. Non a caso in quel romanzo c’erano pure 49 immagini di Ragucci: il punto di vista di chi non partecipa – escluso, in tal senso, come il personaggio del libro – consente di guardare meglio, di vedere. Insomma, se fossi un protagonista perderei qualcosa.

In questo romanzo, come anche nella Cortesforza dei suoi racconti (Pausa caffè, Sironi, 2004; la raccolta che considero il suo capolavoro: L’ubicazione del bene, Einaudi Stile Libero, 2009; La compagnia del corpo, duepunti, 2011), lei racconta un’umanità disgregata e atomizzata, interessata al più all’autoaffermazione e a un edonismo spicciolo e a tratti meschino, immersa in un paesaggio puntellato da capannoni per la maggior parte in disuso, una periferia umana in dismissione, insomma, e nella quale, cancellata ogni comunione di intenti derivante dalla coscienza di classe, annullata ogni ipotesi di utopia rivoluzionaria, la più alta forma di solidarietà orizzontale resta la conservazione di rapporti di buon vicinato. Nell’ultima parte di Ipotesi di una sconfitta c’è una scena nient’affatto casuale, in cui ci si imbatte in una copia gettata in terra di Lotta comunista: un giornale di carta, venduto porta a porta, venuto da un passato remoto e che parla con le parole di quel passato remoto, come se i suoi estensori e i suoi lettori e il mondo intero fossero relitti di un’epoca che non può più essere: carta straccia. È un’allegoria, come a me pare, dell’inagibilità di un armamentario teorico e pratico valido fino al secolo scorso e tuttavia caro perché non ancora rimpiazzato?

Il mondo, il linguaggio di Lotta comunista è finito da decenni, ma credo pure che quanto stiamo vivendo sia finito, andiamo avanti perché non riusciamo a immaginare altro. Per dirla con le parole di Hans Hinner, uno dei personaggi di La gemella H: «Ognuno contribuisce come può alla distruzione del mondo». Qualche tennista, tanto per restare in ambito sportivo, ha detto, dopo aver partecipato a tornei cinesi: non tornerò in Cina, stavo male, non riuscivo a respirare. Ci sono molti luoghi della Terra in queste condizioni? In ogni caso non crediamo davvero che il pianeta finirà. Gli scrittori italiani che raccontano la lenta – o meglio, velocissima – trasformazione verso la fine sono tacciati di catastrofismo, o ignorati. A meno che non siano statunitensi, in quel caso diventano visionari, profetici. Per esempio: la luce attorno ai supermercati dell’hinterland milanese, in estate, il sabato pomeriggio, è sabbiosa, il cielo non è nemmeno più «d’acciaio», come ai tempi di Pagliarani, ma pare fatto della stessa sabbia di riporto scaricata dai camion sulle spiagge dell’Adriatico. Ho scritto L’ubicazione del bene circondato da quella luce di riporto. A un certo punto di Ipotesi di una sconfitta scrivo: «Quanto poteva mancare per boccheggiare? Cinquant’anni? Cinquecento? Pochissimo». Cinquecento anni per boccheggiare. A questo ritmo mancherà molto, molto meno. E poi chiudo scrivendo: «Sapevo di essere uscito per sempre dal mondo del lavoro. Mi restava quanto restava del mondo. Le ombre delle tortore in volo svanivano lasciando per alcuni istanti l’insistenza del loro canto». Concentrarsi soltanto sul lavoro, anche sulla fine del lavoro, è duro, ma in fondo consolatorio. Proprio per questo infliggo la stoccata dell’ultima frase, quando appaiono le ombre delle tortore in volo. Questo non significa rinserrarsi nella natura medicamentosa. Ma è indubbio che io lì veda la luce. E di conseguenza le ombre delle tortore. Il loro canto. Ancora per poco, voglio dire, è molto.