«Un classico moderno» di Roberto Lapia

Roberto Lapia

«Sono realmente esistito?»: Karl si pose la domanda scrutando l’immagine del suo volto riflessa su un pentolino di rame appeso alla parete della cucina. Un’immagine deformante. Nella mano destra stringeva una rivoltella. Si disse che nel caos del proprio cosmo era sempre stato solo.

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Le imposte sono abbassate, la villetta rosa, monade immobile nascosta dalla folta vegetazione, sembra riposare quieta in questo pomeriggio d’estate mancata. È il trentuno di luglio, piove fittamente sulla campagna lombarda. Le viti soffriranno. Karl, che mai ha amato la calura estiva, pensa che è troppo pure per lui. La radio è insolitamente spenta, c’è silenzio tutto intorno. Considera il suo isolamento, la sua penosa sofferenza. Gli vengono in mente i versi di una vecchia poesia, è il suo cuore, il paese più straziato.

In ultimo, non sa per quali ragioni, il pensiero va a Calvino; il più duro e il più pugnace di tutti, pur nella sua cortesia costumata: «Nessuno conosce i comunisti meglio di me». Avvicinò l’arma alla tempia e sparò. Il gatto, accovacciato sulla poltrona, ebbe un sussulto. Poi si riaddormentò, come se non fosse morto nessuno.

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In una foto del 1933 Karl è ritratto a Forte dei Marmi; è vestito interamente di bianco, i calzoni gli arrivano sino all’ombelico e i due bottoni superiori della camicia sono aperti. È abbronzato, in bocca porta una sigaretta, anch’essa bianca. Ha i capelli impomatati e le braccia conserte; lo sguardo è fisso in camera. Emerge come un corpo che voglia pensarsi e pesarsi, un’idea di luogo. Dietro Karl si scorge una barca a vela. Si tratta di una delle poche immagini che esistono di lui. Non si trovano, a quanto sembra, delle foto che lo ritraggono in compagnia di altre persone. Nel retro dell’immagine una scritta fatta con una biro blu: «Eredi M.».

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Nel 1969 Karl passeggiava tranquillamente per il centro di Bologna, la sua città natale. Nel porto sepolto dei suoi ricordi quel luogo conservava il dolce volto della madre Nora e la tenue leggerezza dell’infanzia. Mentre da piazza Santo Stefano si spostava verso la zona universitaria avvistò Umberto Eco. Aveva la barba incolta e una giacca beige piuttosto sciatta. La montatura degli occhiali era molto spessa. Probabilmente lo pedinò col solito garbo, celandosi di tanto in tanto dietro i pilastri scrostati che reggevano il porticato. Finché, approfittando di un semaforo rosso, gli balzò dinnanzi fingendo un incontro casuale.

«Professore, quale onore!» disse Karl con forzata sorpresa; Eco, impossibilitato a divincolarsi, si mostrò sorridente e pronto alla battuta. Ma il tono di Karl si fece subito serio ed iniziò a disquisire su un presunto articolo del Professore apparso qualche giorno prima sulle colonne dell’Espresso. Eco, colto alla sprovvista, intese solamente l’ultima frase: «[…] in filigrana al suo saggio si legge bene la parola “democrazia”, ma le pare che aversi un briciolo di democrazia nella stampa, e fuori, basti che il “notiziario” sia intelligente e sincero? Ci vuole qualcosetta di più, caro Professore…». Umberto Eco si guardò intorno, cercando un appiglio per mettere fine a quella sofferenza. Puzzava di sudore. Se avesse avuto un cellulare l’avrebbe fatto squillare. Non trovò alcuna via di fuga. Raschiando nelle sue immense sacche di sapere riuscì a cavarne fuori una frase sensata che risuonò più o meno così: «Caro M., non è più un problema di giornali ma di nuovo clima politico».

Karl, che di cognome faceva appunto M., fu tentato dal polemizzare: la risposta gli apparve tronca, forzata. Ma il Professore non gli diede tempo, e con un pretesto qualsiasi si allontanò verso il Portico della Morte. Fu un episodio sintomatico di come all’epoca la crème culturale del Paese considerasse Karl: un frustrato maniacale, carteggiatore compulsivo, ossessionato dall’idea di diventare uno scrittore di successo. Un uomo solo, una specie di malato terminale. Karl seguì i movimenti di Eco tra via San Vitale e via Guerrazzi. Lo vide entrare da un fruttivendolo della piazza Aldrovandi. Ne uscì con un sacchetto pieno di pere Conference. In quel momento colse appieno tutta la sua inadeguatezza.

Anni dopo, interrogato sul presunto incontro con Karl per le vie di Bologna, Umberto Eco rispose di non sapere affatto chi fosse Karl M., escludendo di aver potuto intrattenere un qualsivoglia dialogo col Signor M. in tal data ora e luogo: il Professore sostenne di trovarsi, in quel preciso momento, sull’espresso Napoli-Milano 8341, all’altezza di Lodi; il treno viaggiava con venticinque minuti di ritardo, precisò Eco. Alle pere Conference aveva sempre preferito le Williams. 

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Karl aveva costruito una fitta rete di rapporti epistolari con le più alte figure della cultura e della politica italiana. Spesso queste relazioni assumevano le caratteristiche di un monologo forsennato insabbiato nei fitti silenzi delle non-risposte. Karl non capiva come si potesse pensare di lasciare una persona marinare nell’odioso limbo dell’attesa inutile. Fatto sta che tra le lettere ritrovate nei cassetti del suo eremo vi sono anche alcune brevi missive di Eco, perlopiù risposte sintetiche ed essenziali, tipiche di chi non intende perder tempo su questioni che gli danno noia. Odorano tutte di caminetto. Questo smentirebbe la tesi del Professore secondo cui egli non conoscesse affatto Karl M. Rimane il dubbio per quanto riguarda le pere Conference.

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Karl tenne un diario, metodicamente, dal 1938 fino alla sua morte. Diceva di confidarsi alla banalità che era in lui. Alla fine degli anni Cinquanta, una frattura viene a prodursi nella sua esistenza: dal fervore e dall’esaltazione per la scrittura egli passa alla nuda consapevolezza del fallimento. Ogni tentativo di rompere il silenzio, di imporre la propria voce, è andato a male. L’ostinazione primigenia viene offuscata dalla coscienza luttuosa. La vicenda di Karl diverrà d’ora in poi una dura lotta contro l’infelicità e il dolore. Il trenta di ottobre del 1959 annota (in francese): «Beaucoup d’êtres m’aiment encore, mais désormais ma mort n’en tuerait aucun – et c’est là ce qui est nouveau».

Bisognava lavorare onestamente per sé e per l’arte, non per il successo. Ne discusse con Vittorio Sereni, all’epoca responsabile editoriale della Mondadori, che continuava a incoraggiarlo a scrivere nonostante si rifiutasse di pubblicare i suoi lavori. Karl, sfibrato dalle pellegrinazioni presso le case editrici e dall’ostinato muro di silenzio che continuava a ergersi dinnanzi a lui, trovava nella vita di campagna un’assiduità consolatoria sconosciuta presso gli uomini. La sua solitudine dilatava indefinitamente la propria interiorità; coltivava la quiete per auscultare meglio se stesso, dedicandosi inoltre a un’attività fisica regolare e a un regime alimentare sano e rigoroso. La scrittura e lo studio diventavano così irrinunciabili, uno strumento per combattere l’ansia e una certa inclinazione alla depressione. Insomma, non proprio una vita da sogno. 

Fu a partire dal momento della cosiddetta frattura che iniziò a interessarsi al suicidio, medium per dare finitezza al suo maniacale studiare e per consacrare il silenzio ultimo. Un modo per trovare ciò che infinitamente sfugge: la luce. E la luce non è che l’avvenire del buio a se stesso.  I suoi carteggi mutarono di tono. Si tinsero di sommessa disperazione. Da un lato non si capacitava di tanto ostracismo, dall’altro desiderava – e pensava di aver ragione di farlo – di prender parte, da protagonista attivo, al dibattito culturale nazionale. Decise, all’inizio degli anni Sessanta, di insistere nel dar ragione di ciò che aveva scritto attraverso lunghissime postfazioni ai suoi romanzi inediti. Quello che i poeti provenzali chiamavano razo: il chiuso fondamentale del canto. Quest’attitudine condusse spesso fuori strada i lettori delle case editrici e invece di sortire un effetto positivo funzionò come un boomerang, causandogli ulteriori inimicizie platoniche. Persino i suoi interlocutori privilegiati iniziarono a darsi per assenti. Purtroppo Karl non si era reso conto del fatto che la sua scrittura, stravagante rispetto al canone dominante, veniva avvertita in patria come un corpo estraneo. Disse di lui Giorgio Manganelli: «Un perfetto disadattato».

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Nella sua piccola tenuta Karl possedeva un cavallo, oltre ad altri numerosi animali. L’aveva chiamato Sprachen. Secondo Origene, il cavallo su cui viaggia il poeta è la voce, la parola come proferimento sonoro che solo il pensiero rende intelligibile e chiara, arrestandone lo slancio. La sua parola fu arrestata non dal pensiero, ma dall’arbitrarietà del giudizio unanime. Il trentuno luglio del 1973, di prima mattina, Karl esce in giardino. Sprachen lo attende, emette un lieve nitrito. Ha gli occhi velati da un’antica tristezza, la sua voce è inintelligibile. Karl lo accarezza, gli sussurra all’orecchio una frase in latino, «Increscunt animi, virescit volnere virtus». La ferita fortifica l’anima e rinvigorisce il coraggio. Pensa a Nietzsche, che qualcuno aveva soprannominato cavallo pazzo. Nietzsche, che aveva detto di sé «sono un filosofo postumo». Karl spera che la posterità lo renda scrittore, almeno quella. Non ha mai detto a Calvino di avere un cavallo, gli ha parlato del gatto forse, ma mai del cavallo. Ha nella tasca dei pantaloni la lettera manoscritta datata cinque di ottobre 1965. La prende in mano, ne rilegge per l’ennesima volta il finale: «Spero che Lei non s’arrabbi per il mio giudizio. Si scrive per questo e solo per questo: non per piacere, o stupire, o “avere successo”. Un cordiale saluto». Quanta compostezza, pensa Karl. Rimette la lettera in tasca e gli vien quasi voglia di piangere. Le ultime parole di Vittorio Sereni erano state ancora più amare se possibile: «Vedo con rammarico che non ci siamo». Un colpo di grazia. La guerra con i fantasmi l’aveva dissipato. Karl rientra in casa e prende un foglio di carta intonso. Ci scrive sopra «Non ho rancori» e firma, nome e cognome. Poi affranca la lettera e la spedisce alla Questura della città attigua. Prima di spararsi si concede un ultimo, frugale, pasto.

Un possibile epilogo

Nel finire del 1973 Giuseppe Pontiggia ha in mano un dattiloscritto dal titolo Roma futura. Lo poggia sulla scrivania del suo ufficio situato al terzo piano di un vecchio immobile milanese. Si lascia sfuggire un «Merda!». È raro ricevere testi simili, in particolare da parte di autori inediti. Pontiggia non attende il responso degli altri lettori a cui ha sottoposto lo scritto in questione; chiama la segretaria di redazione e le chiede cortesemente di contattare tale signor Karl M. La segretaria ritorna nell’ufficio del dott. Pontiggia quaranta minuti più tardi, è scossa e infreddolita. Con il fiato spezzato annuncia al suo capo che il signor Karl M. è deceduto il trentuno luglio del corrente anno all’età di anni sessanta. Suicidio. Un colpo di rivoltella alla testa.

Nell’anno 1974 la Adelphi edizioni dà alle stampe La dissipazione e Roma futura, nel 1975 Edelweiss Expedition, nel 1976 Il compagno; seguirono altri sei volumi. Tutti a firma Karl M. In una ristampa dell’aprile del 1987 di Edelweiss Expedition, si legge nella quarta di copertina: «Tutti i romanzi di Karl M. (1912-1973) sono apparsi postumi, presso Adelphi, a partire dal 1974. Oggi M. è considerato un classico moderno della letteratura italiana e numerose sono le traduzioni di suoi libri all’estero».

Un classico moderno.

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Nel 1976 Giorgio Agamben, Italo Calvino e Claudio Rugafiori s’incontrano regolarmente nello studio di Italo Calvino a Parigi per definire il programma di una rivista che avrebbe dovuto essere pubblicata dalla Einaudi. Un progetto ambizioso. Una mattina di primavera il postino bussa alla porta e consegna a Calvino un plico in arrivo da Milano. Calvino firma la ricevuta e saluta il postino. Dopo aver chiuso la porta guarda il pacchetto, poi fa un cenno di sorpresa rivolto ai due amici. È curioso Italo: decide di aprire immediatamente il plico. Dentro vi è un libro. Legge il titolo, poi il nome dell’autore. Il compagno, Karl M., una bellissima edizione Adelphi.   

Rugafiori sta leggendo un articolo a Giorgio Agamben, un pezzo di un etnologo francese. Nel frattempo Calvino riflette sull’assurdità della situazione. Gli ritorna in mente un passo della lettera che aveva redatto il cinque di ottobre del 1965, in risposta al manoscritto inviatogli da Karl M.: « […] dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo inventare».

Italo adesso sta guardando la copertina di Il compagno e con compostezza dice, tra sé e sé: «Sono proprio un coglione». Ma lo dice piano, quasi senza udirsi. Agamben, che ha colto il pallore improvviso dell’amico, gli chiede «Che hai detto Italo?». Niente, gli risponde sommesso Calvino, «niente… ho solo detto che sono un coglione».

Il progetto non si realizzò e la rivista non venne mai pubblicata.

Nota a margine

Pare che Karl M. nel suo testamento avesse espresso il desiderio di essere sepolto nel cimitero di Staglieno, vicino Genova, dove riposava uno dei filosofi per lui più importanti. Inoltre, Karl specificava che sulla lapide avrebbero dovuto incidere la seguente epitaffio: Etiam omnes, ego non. Tutti sì, io no. La richiesta venne rifiutata.