«Primo volo» di Sara Gambolati

Sara Gambolati

Piove; il cielo che si era incavernato tre giorni fa si sta finalmente sciogliendo. È una sorta di promessa in questi posti: i bambini scendono nelle strade e anche gli adulti guardano in su per sentire l’acqua così rara sulla fronte e sulla bocca. Oggi è giorno di festa per loro e da fuori provengono i rumori dei carri e degli orci che cozzano l’uno sull’altro, richiami, voci. Mio figlio si è già alzato e ha messo in tavola i datteri e le focacce di grano saraceno. È un ragazzo premuroso, con tante piccole attenzioni nei miei confronti neanche fossi una donna.

Una volta addirittura l’olio profumato. «Mettilo via, per tua madre» gli ho detto. Ha sempre avuto una predilezione per lei e le sue cose. Da piccolo gli piaceva sedersi ai piedi del letto e appoggiarle la testa sulle ginocchia ma ora gli proibisco questi atteggiamenti. Non è voluto venire sulla collina, l’altro giorno, e anche se inizialmente ero risentito, forse è stato meglio così. C’era tutta la città: bambini sulle spalle dei genitori, zoppi che si trascinavano, ciechi che si facevano raccontare quello che succedeva da chi gli stava accanto. Un tale assembramento di gente faceva paura e noi stavamo attentissimi, ma alla fine non è successo nulla, solo un paio di banchi rovesciati; la gente fischiava o piangeva, qualcuno si strappava drammaticamente i vestiti. In generale, sembravano un branco di pecoroni allo sbando. Non sono una popolazione di pastori? Tutti a belare ai crocicchi, tutti a fare ala chiassosa; gente primitiva, è bene che mio figlio non si sia mescolato con loro. Si sarebbe impressionato, eccitabile com’è. Perfino a me spiaceva per quella donna inginocchiata nella polvere, che si batteva il petto.

Mi sono avvicinato e le ho detto: «Madre, coraggio». Uno degli altri ha fatto per allontanarla ma mi sono toccato il casco per fargli segno di starsene alla larga. «Madre» ho detto. Era più giovane di me, con il viso ovale e le sopracciglia folte che hanno le donne di qui, gli zigomi alti. Ho detto: «Madre, tra poco te lo restituiscono».

Senza guardare accennavo col mento a suo figlio che ormai, finalmente, era morto. Lei ha aspettato il corpo con le altre donne, io tre passi più indietro. Quando gliel’hanno abbandonato fra le braccia, l’ha stretto al seno piangendo con la bocca aperta e le lacrime che le piovevano dal viso: era un giovane uomo, coi capelli incollati di sangue e il corpo bianchissimo, quasi azzurrino.

Poi sono arrivati un tizio e un ragazzo con le lenzuola per avvolgere il corpo. Il ragazzo l’ha abbracciata sollevandola dalla polvere; forse sarà stato il figlio minore, avrà avuto più o meno l’età del mio che in quel momento era rintanato qui dentro con i pugni sugli occhi. Sta sempre in casa, tutto il giorno con gli scuri accostati a parlare fitto fitto col fantasma di suo nonno, solo ultimamente aveva messo il naso fuori, proprio quando la città era sotto sopra per l’arrivo di quello là che adesso è sotto terra. Ma meglio che sia andata così: le rivoluzioni non portano bene a nessuno. È una forma di stupidità, credere di cambiare le cose.

«Come fai a non capire?» ha urlato mio figlio, tre giorni fa, quando sono rientrato e sono crollato sullo sgabello; avevo tutto un gelo nelle ossa per colpa dei quella donna. «Accendi un po’ di fuoco, per Giove!» gli ho detto ma lui niente, continuava ad andare avanti e indietro con le mani nei capelli dicendo: «Non può finire, non può finire così».

«Parli col fantasma?» gli ho chiesto. Non era sarcasmo, anche io nelle notti di vento sento gemere il fantasma di mio padre. La vecchiaia l’aveva trasformato, non era più l’uomo valoroso che mi aveva insegnato a marciare e a medicarmi le ferite. Il mio corpo è diventato un edificio putrido e decadente, scriveva nelle lettere. Una mattina, mi hanno raccontato, si è seduto in cortile e ha messo una mano dentro l’acqua di un catino che si intiepidiva al sole. Quando l’hanno trovato, l’acqua del catino era rossa e lui era morto. Gli abbiamo messo la statuetta nell’edicola e acceso i lumi ma il suo fantasma continua a ululare e mio figlio a tormentarsi. Ha incominciato a fare discorsi strani – sulla sofferenza e sulla consolazione, per esempio, o sui soprusi contro la gente di qui – poi, appena è giunta la notizia che stava arrivando quello, prende e corre alle porte della città.  È tornato a casa con gli occhi accesi.

«Gli ho parlato» ha detto. L’avevo visto anche io, il tipo, seduto sui sacchi di granaglie nella zona del mercato, tutta la gente che gli si accovacciava attorno. Era alto, con gli occhi all’ingiù e il sorriso mesto, un po’ da stupido.

«Pensi fosse uno ze…» Gli ho messo la mano sulla bocca, stamattina, appena ha cominciato.

«Non sono parole da dire in questa casa» gli ho urlato stringendogli la faccia «non devi frequentare gente di qua con quelle idee per la testa.»

Non ho mai avuto tanto desiderio di picchiarlo. Lui non abbassava lo sguardo e questo è strano perché mi ha sempre temuto e solo una cosa può guarire la paura: la disperazione.

«Che importanza ha per noi, se è morto?» gli ho detto un po’ ammansito «rifletti, figlio mio. Capisco quello che sentivi per tuo nonno…»

«L’altro giorno abbiamo parlato di lui» ha risposto abbassando piano le mie mani «mi ha detto come fare per riuscire di nuovo a dormire.»

«E cosa?» gli ho chiesto perché anche io, con quei gemiti, ho perso il sonno. Mio figlio si porta la mia mano sul petto e la stringe, ha gli occhi pieni di lacrime, il sorriso ebete. Per la prima volta sento che non verremo mai fuori da questa storia: lui non diventerà mai un uomo, un uomo forte, intendo. E quando si è molli si crolla come mio padre o gli altri, prima o poi, ti abbattono. Come è successo a quel tale.

«È vero che siamo uomini liberi ma lasciarsi andare è una colpa, pensa al cuore di quella povera madre. Giura che ti prenderai cura di te, che non ti lascerai trascinare via.»

«Mi ha raccontato uno storia» ha detto mio figlio come se non avesse udito mezza parola «parlava di uccelli.»

E così dicendo si mette e battere le braccia e a correre attorno alla stanza. Fuori il vento deve essere calato – anche quando eravamo sulla collina è successo, verso l’ora nona, un silenzio improvviso come se tutti stessero trattenendo il respiro. Ora non si sente più il pianto… Ora non si sente più il pianto del fantasma ma solo il riso sottile di mio figlio. Ride piano, per non farmi arrabbiare. Le sue lunghe braccia ondeggiano nell’aria come quelle di una danzatrice, le lacrime gli colano fino al mento.

«Ha detto che anche gli uccelli nati in gabbia, se gliela apri, provano a volare.»

«E finiscono spiaccicati per terra» rispondo scoraggiato.

Mio figlio si ferma; è al centro della stanza muta, alza un dito con gli occhi via via più luminosi.

«Ma cadere: è già volare» dice.

Poi dalla strada arriva baccano. Qualcuno, una donna, grida. Altre donne, voci basse, passi. Forse sta cominciando la loro festa. Mio figlio corre alla finestra e apre gli scuri.

«Che succede?» grida con voce garrula. Gli rispondono, lui è proteso verso la strada, vedo solo la sua schiena magra e i fianchi stretti come quelli del giovane uomo fra le braccia di sua madre; aveva le gambe lunghe di chi vuole andare lontano, i piedi magri, la mani callose, la pelle segnata, lacerata, sfatta. Che brutta fine che hai fatto, ragazzo, ne valeva la pena?

Mio figlio scoppia a ridere e dice verso la strada: «Lui fa nuove tutte le cose». Poi si volta verso di me e mi abbraccia come io ho abbracciato mio padre prima che partissimo e mi sentivo che non l’avrei più rivisto; come abbracciavo lui quando era piccolo e scappava dal rumore dei tuoni. Mio figlio piange contro mia spalla.

«Lo sapevo che non era finita.» Si scioglie dal mio abbraccio, corre verso la porta. «Devo andare» dice prima di varcare la soglia. «È tornato.»

«Aspetta» grido correndogli dietro.

La strada è piena di luce, l’acqua si è raccolta in piccole pozzanghere che stanno già evaporando. Diverse persone camminano assieme, tutte nella stessa direzione, veloci. Si portano via mio figlio come un fiume. Vedo un attimo la sua testa ricciuta e il viso che si schiarisce in un raggio di sole. Non piange più.

«Aspettami» grido mescolandomi alla gente e aprendomi un passaggio fra gomiti e fianchi. Solo quando la strada curva verso i sepolcri mi ricordo di non aver chiuso. La porta è rimasta aperta sulla stanza vuota.

Gerusalemme, Pesach 33 d.C.