La fiera

Roberto Galofaro

L’arrivo all’aeroporto di Francoforte è una meccanica conseguenza delle premesse: prenotazione elettronica, treno per Fiumicino, check-in, controllo bagagli, il terminal, il decollo, il volo, l’atterraggio. Il cielo qui è sempre grigio, direbbe una cartolina. L’editore lo conferma al ragazzo. Lo guida lungo i freddi corridoi e le scale, fino allo spazio sotterraneo per la riconsegna delle valigie. Lì sotto non piove, almeno. Nel paesaggio metallico si avviano i tapis roulant, rovesciano i primi colli. Il capo è impaziente. Non ti fare allontanare, resta lì, prendili subito e usciamo. Mentre aspetta, il ragazzo osserva le gabbie per i fumatori, i cubi dalle pareti di plexiglas all’interno dei quali le sigarette sono ancora concesse, come un’ora d’aria al contrario. Afferrate le valigie, l’editore lo richiama con un semplice andiamo e riparte con la sua andatura veloce, attraversano corridoi luminosi e tappeti sui quali l’accelerazione del capo è impressionante, arrivano all’uscita, fingono di non capire dove sia la fila in attesa e s’infilano dritto nel taxi appena arrivato. Al Radisson, e di corsa. Appare la sagoma tonda, la moneta di alluminio conficcata nel terreno che è l’hotel, poi sono dentro il lusso laccato. Tra cinque minuti qui sotto, non uno di più. L’ascensore sfreccia fino al diciassettesimo piano. La stanza è piccola, la moquette corre dall’ingresso alla grande finestra che fa da parete. Forse il precedente inquilino fumava, c’è un odore di chiuso opprimente, e non c’è modo di far entrare l’aria pulita. Uno schermo piatto di fronte al letto, ma il vero colpo di scena è la stanza da bagno: una stampa di rose rosse enormi ricopre il muro accanto alla tazza, mentre tra la vasca e la stanza da letto una parete di vetro trasparente lascia agli occupanti l’ammiccante possibilità di giochi lascivi. Deve chiamare casa. Il tempo di lavarsi la faccia, e suona il telefono. Possibile? È il capo, gli urla nella cornetta di raggiungerlo immediatamente. Adagia sul letto le due camicie e la giacca blu, senza prendersi la briga di appenderle, e ridiscende. C’è già un taxi in attesa, e l’editore scalpita, lo spinge dentro l’auto. Appena arriviamo, tu vai allo stand, io ti raggiungerò dopo venti minuti esatti, devo correre al padiglione americano per il primo appuntamento. Davanti alla Buchmesse ignorano la lunga serpentina dei visitatori e si dirigono all’ingresso riservato agli operatori professionali: sembra ci sia ressa anche lì, ma è solo un nugolo di uomini e donne con il pass in mano, intenti a succhiare un’ultima sigaretta prima di entrare. Varcano la soglia di quello che assomiglia a uno sconfinato hangar industriale, e si separano. Lo spazio è enorme, finestroni alle pareti, dai soffitti altissimi pendono festoni rossi, a distanza regolare. Anche i corridoi sono sterminati, ogni cosa sembra sovradimensionata. Una cartina per orientarsi, e poi su e giù per le scale mobili, poi dritto per qualche metro, poi a sinistra, fino al padiglione Italia. Intorno: piccoli stand spogli, tavolini e sedie tutti uguali, forniti dalla fiera, eccetto che per gli editori più grandi, attrezzati con pareti luminose e scaffali di legno, persino con divani e tavolini, come da Portadoni. Nello stand dell’editore ci sono soltanto un tavolino di metallo e tre sedie pieghevoli, perché della vendita dei diritti si occupa un’agenzia. I poster alle pareti sono attaccati male. Il ragazzo si fa coraggio e ne stacca un paio per riappenderli nella giusta sequenza, lasciando ben in vista i titoli più tradotti. Poi esamina la schedule, la cronistoria di un’impresa impossibile, con appuntamenti a ritmi serrati di quindici minuti l’uno. È quasi ora del primo, con una casa editrice francese. Si alza e si guarda intorno, cercando un posto tranquillo per telefonare a casa, quando l’editore gli arriva alle spalle: Cosa fai? Non c’è niente da vedere qui, ogni anno è più triste. Questa fiera è una battuta di caccia, perciò non perdere tempo. Hai fatto colazione? Bene, se mangi o bevi qualcosa, ma questo te l’avranno già detto in amministrazione, chiedi sempre la ricevuta, o niente ti sarà rimborsato. E fa un occhiolino. Cos’hai adesso? I francesi di Belleville? Ci vado io, tu vai dagli australiani, quelli da cui l’anno scorso abbiamo preso Freak. Tutta questa cordialità impressiona il ragazzo. Di norma il rapporto tra i due è formale, intere giornate trascorrono soltanto con un paio di sì o di no. Dagli australiani è scena muta: non conosce la casa editrice, non ha letto le mail, non ha idea di cosa discutere. L’imbarazzo gli inceppa l’inglese. Quando si decide a mostrare il suo catalogo si accorge di un refuso sulla copertina, arrossisce, balbetta. Dopo l’Australia si sposta verso gli Stati Uniti. Attraversa corridoi contrassegnati da numeri e lettere, le lettere riportate su cartelloni in alto e in fondo alle file, cardi e decumani della fiera. Vede stand arredati da architetti fantasiosi, gigantografie, ritratti di autori di fama, banconi con receptionist affascinanti come modelle di lingerie, pupazzi alti due metri e miniature di plastica esposte in teche di vetro. Esibizioni di un’opulenza stravagante, a contrasto con gli stand minuscoli, come quelli dei remainder, che sembrano bottegucce di Bangkok, stipati di volumi nati per prendere la polvere. Il secondo appuntamento va meglio, con l’americano si scambiano persino qualche sorriso. Se ne va via rincuorato. Nessun messaggio dal capo, quindi gli tocca l’incontro con Schultz&Meyer. Maledice Ivana, l’editor della narrativa straniera, che ha pensato bene di licenziarsi dall’oggi al domani, e maledice anche l’editore, che con la sua scelta di partire di sabato mattina ha costretto tutti gli appuntamenti in un giorno e mezzo, obbligandolo a correre come una lepre. La strada verso il padiglione tedesco è lastricata di libri. Libri, libri, libri, libri ovunque: sugli scaffali, sui tavolini, sulle sedie, alle pareti, fotografati, disegnati, finti libri, libri giganti e libri piccolissimi, tomi d’arte e paperback supereconomici. Molte copertine hanno lettering osceni, fotografie inguardabili, progetti grafici tristi. Poche sono le eccezioni, come lo stand di Criton, con i bellissimi libri illustrati, poderosi e geniali. Come i libri per bambini, carichi di colori e di glitter. Con la ragazza tedesca c’è qualche piccolo impaccio, nonostante la cordialità è difficile comprendere l’inglese così accentato. Impressionato dai nomi in catalogo, l’ultimo premio Nobel e i nordamericani e i sudamericani che più ha amato, chiede tre libri in lettura. Prima dell’ingresso nella zona degli agenti, un altro controllo dei pass, del tutto inutile. La zona è un reticolo ortogonale di tavoli quadrati e sedie, una scacchiera. Molti agenti dividono i costi, per risparmiare, e in qualche caso si vede chiaramente che la conversazione tenuta in piedi davanti al bar è soltanto l’ennesimo appuntamento, spostato per ragioni di coincidenze e travestito da pausa caffè. Ed eccolo lì l’editore, con uno dei più quotati agenti degli Stati Uniti. Il capo lo invita ad avvicinarsi e lo presenta brevemente a Simon Levin. Quell’uomo ha l’aspetto di un rabbino, pochi capelli grigi e il viso segnato da rughe di saggezza. La stretta di mano è vigorosa, il sorriso appena accennato è tutto negli occhi stretti. La trattativa riprende, in silenzio. L’editore sfoglia il catalogo. Indica una copertina. Alza tre dita. Levin risponde con una mano aperta. No, fa segno l’editore, poi mostra quattro dita. L’altro fa un ok ed entrambi annotano la cifra. La scena si ripete, muta, per sei libri. Poi, soddisfatti, si salutano con un abbraccio. Riattraversando i corridoi, verso le scale mobili presidiate da chioschi di hot dog, waffel e brezel, il capo gli spiega che ci penserà l’ufficio diritti a formalizzare le offerte, non serve sprecare parole. L’inglese qui è solo una lingua di compromesso. Hai fatto caso alla quantità di errori in tutti i cataloghi tedeschi, spagnoli e francesi? Anche i nostri sono approssimativi, pensa il ragazzo. Sono così pure quelli di Portadoni o di Ziroli: non se ne accorge nessuno. Una domanda alla fine gli viene alle labbra: cerchiamo qualcosa di preciso? Roba che si venda da sé, taglia corto l’editore. Solo commercial, il nostro target non è il lettore forte. Anzi, il lettore forte in Italia si è appena estinto, conclude. Guarda quelli, gli indica un gruppo di ragazzi. Sono cosplayer, ragazzi e ragazze vestiti come a carnevale, con ali di stoffa, spade di plastica, abiti succinti e calzamaglie sgargianti. Sono assurdamente fuori luogo in mezzo al rigore che ispirano tutti gli altri visitatori tedeschi, bibliofili convinti e sussiegosi. Un uomo brizzolato in un completo elegante attraversa la ressa dei travestimenti e si fa loro incontro a passo deciso e con un sorriso congelato. Il ragazzo lo ha già visto da qualche parte ma non ne ricorda il nome, gli viene in mente solo una qualifica: amministratore delegato. Carissimo, Carissimo, si salutano l’uomo e l’editore. Al ragazzo l’uomo riserva solo un cenno del capo, a cui lui risponde educatamente. Come va la fiera?, si chiedono a vicenda. E a vicenda si rispondono: Alla grande, alla grandissima. Nessuno dei due si sbottona. Poi l’uomo prende l’editore sottobraccio, vieni a pranzo con noi, e si allontanano lasciando il ragazzo in fila davanti al bancone. Tutti i bar della Buchmesse sembrano identici, hanno gli stessi piatti: panini confezionati con tranci di pallido prosciutto o pallidissimo tacchino e ciuffi di insalata unti di maionese. La scelta di addentarne uno con mozzarella e pomodoro si rivela una pessima idea: è del tutto insapore, ma non c’è tempo a sufficienza per ricominciare la fila. Il pomeriggio è una frenetica alternanza di corse da un padiglione all’altro, impossibile fermarsi per telefonare a casa. Trafelato, raggiunge il capo che passeggia sornione lungo il suo stesso corridoio. Indica al ragazzo il tizio che è appena andato via, con dei vistosi occhialoni neri. Cos’ha che non va? A parte la cravatta marrone con le scarpe grigie, intendo. Aveva in mano il folder di Ataturk, povero illuso. L’avrà preso da un subagente, perché lui, l’editore, ha chiuso l’altroieri, con Ataturk, ma sta solo aspettando un ok per fare il comunicato. Sarà questo il colpo della fiera?, si chiede il ragazzo. Difficile. Portadoni, con quarantacinquemila si è portato a casa un ragazzino prodigio tedesco, in giro ne parlano tutti, la notizia era pure nei trafiletti dedicati alla fiera sui giornali italiani. Quarantacinquemila euro suonano come una cifra con pochi precedenti. Per cinque minuti, il tempo sospeso del tragitto sul tappeto mobile, il ragazzo continua a chiedersi quale cifra può aver offerto il suo capo, nell’asta dei diritti per quel libro. Dopo sei frenetici colloqui con colleghi severi e giovani simpatici e sorridenti, viene l’ora di incontrarsi di nuovo allo stand, per andare via. Il capo gli consegna due libri, in regalo: sono di Fratelli, l’editore italiano. Allo sguardo interrogativo il capo risponde che li ha avuti in cambio di due thriller dei suoi, e sorride. Poi gli indica la borsa stracolma da portare in albergo e quindi in Italia. In taxi, un taxi raggiunto trascinando la borsa sotto una gelida pioggia battente, il capo si lascia andare alle confidenze. Ci sono due o tre cose che succedono a Francoforte. Una, vedo che l’hai già scoperta da solo. È il Frankfurt cold, il raffreddore che ti becchi qua e che ti porti dietro fino a Natale. Un capannello di uomini e donne in cappotti scuri attraversa proprio davanti a loro. L’editore si distrae a guardarli. Poi gli mostra una busta, con il suo nome inciso in oro. È l’invito per la cena da Kunstbook, più tardi. È una cena di rappresentanza: il fatto che mi abbiano invitato, spiega al ragazzo, significa che siamo una delle realtà editoriali più grandi e importanti del paese. È un onore, insomma. C’è un rinfresco che vale come un pranzo di gala, ma è costume andare dopo cena, e così faremo. È una serata elegantissima, ma dopo due o tre bicchieri di vino, vino toscano per l’esattezza, vedrai i vecchi e le vecchie provarci spudoratamente gli uni con gli altri, le cravatte allentate e qualche fanciulla con le scarpe in mano. Nella hall dell’albergo, prima di cambiarsi per cena, fanno la selezione dei libri. Di venti che ne poggiano sul tavolo, l’editore ne tiene soltanto tre, sui quali vuole il suo parere entro le dieci di domattina – la rapidità è tutto. Sembra il momento opportuno per proporre i tre libri che ha preso lui. Quando li vede, l’editore si inalbera. Questo non è un libro, gli dice. Non me ne frega niente se è finalista al premio Goethe o al Booker Prize, i racconti non vendono, neanche quelli di Stephen King. Il libro, lanciato in malo modo, scivola giù dal tavolo, il ragazzo si piega a raccoglierlo in fretta. Ma non ti ho spiegato niente? In Italia, e non solo in letteratura, le dimensioni contano. Se scrivi racconti, ce l’hai piccolo, non hai niente da dire. Scrivi un romanzo o un romanzone e tutti ti leggeranno con rispetto. Guarda il paradosso della Szymborska: scrive poesie, ha vinto il Nobel, e da noi è finita in classifica solo con un librone di più di quattrocento pagine. Hai visto con Levin, no? Ho letto al massimo tre righe dalla brochure e mi sono bastate. Perché io ho fiuto, perché io guardo le copertine e i titoli e ti posso già dire il potenziale di un libro. E perché con Levin facciamo affari da vent’anni, ed è una garanzia. Facendo gli scongiuri, il peggio che mi aspetto dai suoi autori è che ripaghino tutte le spese. La lezione finisce con uno sbuffo d’impazienza. Il ragazzo sale in camera, indossa la giacca blu sulla camicia bianca e si precipita nella hall, deciso a battere il capo in quanto a puntualità. Forse di sotto riuscirà a telefonare. Ma il capo è già lì, e quando lo vede fa un cenno di approvazione. Poi esamina la sua giacca e sul volto gli compare una smorfia: l’occhio di pernice non si spezza. Il ragazzo non capisce. Non si può usare come uno spezzato la giacca dell’abito occhio di pernice. E poi ti serve una cravatta. Senza non si entra da Kunstbook, te ne presto una delle mie. Il tassista che li preleva cerca di attaccare bottone un po’ in inglese e un po’ in italiano. Il capo svicola attaccandosi al cellulare, così tocca al ragazzo dare qualche risposta: Italia, stamattina, Bookfair, sì, domani, grazie, altrettanto. Fosse per lui, chiederebbe qual è la specialità di Francoforte e dove si può mangiare. Ma sono già arrivati: l’ingresso dell’Hi-Lo è segnato da un neon fosforescente; l’arredo, si nota al primo sguardo, non è quello di una birreria mitteleuropea, è piuttosto un locale newyorkese o americano. Australiano, corregge i suoi pensieri il capo, è il mio ristorante preferito. Una bisteccheria, dove ordino solo rossi italiani, anche se la birra, come dappertutto qui, è impagabile. Sai perché non mi piacciono i locali tradizionali? Fanno solo stinco di maiale o carne alla pietra. E le verdure bollite hanno un colore innaturale. Poi hanno dei wurstel di ogni colore e dimensione, pallidi o scuri, di fegato, di manzo, di maiale, forse anche di bambino. A Francoforte in genere sono bolliti, considera. Il cameriere, avvezzo ai turisti, mostra i tagli di carne avvolti nel cellophane, recitando in quel modo l’intero menu. Prese le ordinazioni, si ritira e li lascia alla conversazione. È la tua prima fiera, no?, domanda retorico il capo. E che cosa significa per te essere qua? Impacciato, il ragazzo guarda il piatto. Vorrebbe dire che la Buchmesse sembra un teatro di posa. Ma si morde la lingua e si limita a definirla una grande occasione professionale. L’editore chiede: te la immaginavi così? Lui risponde che è tutto molto più veloce di quanto pensasse. Questa è un’ottima osservazione, commenta il capo, e lo invita al brindisi. Il vino, un Brunello di sei anni fa, è stato vendemmiato prima che il ragazzo firmasse il contratto di assunzione. La seconda cosa, dice il capo, che succede a Francoforte è: l’aperitivo al Frankfurter Hof, in mezzo al meglio che questo mondo può offrire. Troverai affreschi, arazzi, quadri secenteschi, busti di marmo, mobili antichi. E bagni di lusso con asciugamani di cotone, specchi enormi, rubinetti in oro. Portarci dentro una donna, ammicca, è un’esperienza. Perché Francoforte è un’isola felice in cui le leggi sono sospese. Puoi flirtare con chi ti pare e nessuno ti guarderà storto – a Torino, per esempio, non è così. Ci vuole attenzione, però. Per le tedesche è solo turismo, non ti seguirebbero mai in hotel, hanno mariti e figli che le aspettano, a poche ore di macchina o di treno. Le americane, a trovarne di decenti, si lasciano andare, ma è dura. Le francesi sono difficili, le inglesi invece, se potessero, non farebbero altro. Anche le spagnole sono spudorate. È inutile che ti dica di stare alla larga dalle italiane, perché vedrai che o ti si appiccicano come educande alla festa della prima comunione, o ti sfuggono come avessi la peste. Se incroci lo sguardo di una bella svedese che non è a braccetto con un vecchio milionario, il capo ride e gli assesta una gomitata, chiamami subito e lasciala a me. Il ragazzo tenta qualche domanda sul giro d’affari che ruota tra anticipi e percentuali, tra tirature e lanci promozionali, marketing, presentazioni, passaggi tv e persino fiere come quella. Ma l’editore mugugna solo frasi generiche e torna a condurre la conversazione. Meglio Il cadavere del collezionista oppure A cena con l’assassino? Meglio Dimmi solo che ami o Amami e fammi sognare? Meglio Un mare di rose rosse o Voglio solo rose rosse? Per non sbagliare, il ragazzo li appunta tutti, sul notes squadernato accanto a ciò che resta dell’entrecôte. So cosa stai pensando, gli dice l’editore. Ma questi sono solo titoli, troveremo dopo i libri a cui assegnarli. Niente dessert, l’editore paga il conto con la carta aziendale, quindi saluta il maître con una pacca sulla spalla, come un vecchio amico. Salgono sul taxi. Quando sente il nome dell’hotel a cui sono diretti, il tassista assume un contegno più grave. Hai chiaro dove stai per andare?, gli chiede il capo. Kunstbook significa un colosso dell’editoria, il più grande gruppo al mondo. Una rete globale di editori di libri e giornali, network televisivi, riviste, quotidiani, magazine online e qualsiasi mezzo di comunicazione ti possa venire in mente e in tutti i paesi d’Oriente e d’Occidente. Non farmi fare brutte figure. Gli passa la busta con il nome inciso in oro. Il ragazzo chiede perché l’invito lo debba tenere lui. Scherzi?, ribatte quello. L’invito ce l’ho io, la tua busta è vuota. Quando scendono dall’auto entra per primo l’editore e, dopo qualche minuto, anche il ragazzo. Nessun problema, per fortuna, è dentro. Una sfilata di camerieri in divisa, con tanto di cilindro, lo guida al guardaroba, gli indica il buffet, gli offre da bere al bancone, lo conduce al salone principale. La hall è immensa, e piena di uomini in abiti eleganti e donne in vestiti d’alta moda. Lampadari di cristallo pendono dai soffitti, alle pareti mobili art nouveau, vedute di caccia e ritratti di nobildonne. L’editore lo raggiunge e lo presenta a un gruppo di signore di mezza età: Queste sono le agenti più in gamba d’Italia. Quelle si schermiscono, e mentre lui racconta della carriera appena iniziata nell’editoria, il capo si defila per andare a salutare l’amministratore delegato incontrato in mattinata. Il ragazzo si impone di superare l’imbarazzo delle presentazioni, Onorato di fare la sua conoscenza, ripete, passando da un capannello a un altro, ora incoraggiato, ora ignorato. Ha perso di vista il capo, ma la festa sta iniziando a piacergli. Al sesto bicchiere di rosso gli presentano una ragazza carina, finalmente. Non è molto alta, nonostante i tacchi gli arriva alla spalla. Indossa un abito ampio, che ne nasconde le forme. Ma ha delle bellissime labbra e un sorriso malizioso. Dev’essere più piccola di lui, quindi appena ventenne. È messicana, è un’autrice esordiente, si chiama Lucy. The Bookfair is amazing, dice lei, but everyone seems to be in a rush! It’s breathtaking! Let’s slow down and sit together for a minute, propone lui. Lucy ride. I’ll go get a drink, ok? Lì dentro telefonare è impensabile. Decide di mandare un messaggio: Ciao amore, qui tutto a posto, siamo a un ricevimento in un posto fantastico. Grandi cose all’orizzonte. A domani. All’altra estremità del bancone intravede il capo. È con una donna molto più giovane di lui, mora, alta e procace, stanno flirtando, sembra. Il ragazzo sorride, il capo lo vede e si avvicina. Gli porge cinquanta euro, dissimulando il gesto con una stretta di mano. Per tornare in hotel, gli dice. Lui deve andare via per un brutto mal di testa. Il capo e la donna mora escono insieme dalla hall. Figurarsi, un mal di testa. Il ragazzo fa un respiro profondo e torna da Lucy. Nice to meet you again, le dice impostando la voce, I’m an editor junior. Lei ha scritto un thriller on the road, di cui ha appena venduto i diritti a Hollywood. Brindano al successo. Lui le chiede di mandargliene una copia, ma è inutile, dice lei, perché in Italia lo ha già preso Portadoni. Oh, ma io ne voglio una per me, una copia con dedica, scherza. Ridendo e parlando si appartano verso un divano. Quando lui si alza per prendere ancora da bere, lei si toglie la stola dalle spalle. Ha una bella pelle, pensa lui, chissà che sapore ha. 

Di fuori, quando il maître apre la portiera del taxi, la donna dà un bacio sulla guancia al capo. Lui la osserva accomodarsi e andare via. Si guarda intorno, chiama un altro taxi e all’autista dà prima l’indirizzo dell’hotel, poi, ripensandoci, dà indicazioni per un civico a caso dello Zeil. C’è un secondo quartiere a luci rosse a Francoforte, meno noto dell’altro, occupa soltanto due o tre isolati, e si trova in una traversa della zona pedonale, in disparte dalle vetrine. È la terza cosa che lui non si perde mai, a Francoforte: una visita al primo piano della Pension Herzlich. L’insegna è spartana, il solo nome in corsivo, e due cuori neri. Ci sono posti e donne migliori, in Germania. Ma le escort sono troppo impegnative. E poi non gli interessa un amplesso, sarebbe faticoso. È un rito propiziatorio, quello che vuole. Perché tutta la fiera è solo una corsa verso una scommessa, nient’altro. Non c’è niente di sicuro, lì dentro, né i numeri né i soldi, che verranno o non verranno in un momento imprecisato del futuro. Tutta la febbre di questo giorno, però, a breve si scioglierà in un sospiro. Ignora gli uomini che distribuiscono inviti e volantini, entra nel portone e sale al primo piano. Ci sono due sole porte aperte, e due ragazze né belle né brutte. Sceglie quella con i denti più bianchi. Nella stanza ci sono un letto, un comodino e una poltrona, illuminati di rosso dall’abatjour. La ragazza è nuda dalla vita in su, indossa soltanto un perizoma e autoreggenti neri, segni della cellulite sulle cosce. Ha dei bei seni alti, merito di un chirurgo. Si accomoda sulla poltrona. La ragazza, dall’alto, lo guarda interdetta per un secondo, e quando lui sorride risponde al sorriso, gli sfila i pantaloni e li piega da una parte. Avvicina il viso, i capelli rossi gli solleticano le gambe. Le mani scostano la camicia, lo massaggiano, delicate ma non troppo, lo spogliano del tutto. Si lascia andare. Le labbra della ragazza sono morbidissime, com’è giusto che sia. Questa è verità, riflette ad alta voce. Questa è letteratura. Ecco dove bisogna fermarsi. No, non tu, tu non fermarti.

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↔ In alto: foto © Frankfurt Book Fair.