Lucrezia

Giulia Sara Miori

Al funerale non ci sono andato. Avrei voluto, però non ci sono andato. Era come se fossi lì, proprio come se fossi in chiesa, e avrei mandato una corona di fiori se solo avessi potuto, una corona di rose bianche sporcate di rosso, le preferite di Lucrezia, una corona di rose con un biglietto indimenticabile, anche se non se lo meritava, Lucrezia non si meritava proprio niente a dire il vero, ma io non porto rancore, ho tanti difetti ma non porto rancore, e mi ero perfino preparato un discorso, un bel discorso su Lucrezia, forse un po’ polemico ma di una certa profondità, perché quello che abbiamo condiviso è stato intenso, troppo breve ma intenso.

Non lo dico per darmi arie, ma credo che mi avrebbe voluto lì con lei, avrebbe voluto che mi sedessi in prima fila, ma non è stato possibile, ci ho provato ma mi hanno detto no, non è proprio il caso, è una cerimonia per pochi intimi, non pensarci neanche alla cosa dei fiori, sarebbe un insulto alla memoria di Lucrezia. Ma io Lucrezia non l’avrei mai insultata, io Lucrezia l’amavo, e non è che ora posso smettere di amarla solo perché è dentro una bara, non è che smetto di amarla solo perché mi dicono di farlo, non pensarci più, mi dicono, non pensare più a Lucrezia, devi togliertela dalla testa, ormai quel che è fatto è fatto ma devi togliertela dalla testa. Tu non l’amavi, mi dicono, questo non è amore, lo sappiamo tutti cos’è l’amore e non è questo, l’amore è tutto il contrario, proprio tutto il contrario, quindi stai zitto, sciacquati la bocca, non parlare di amore, non parlare di niente, ucciditi pure ma non parlare di Lucrezia, bisognerebbe che ti mettessi un cappio al collo prima di parlare di lei, perché tu lo sai che non meritava di morire, lei non meritava di morire in quel modo, e invece tu sì, tu meriti di morire con l’osso del collo spezzato, tu meriti che gli altri detenuti ti inculino a sangue. 

Ma io non me la prendo mica, io non sono permaloso, non mi importa niente di quello che dicono, io lo so che Lucrezia l’amavo, e se è andata com’è andata non è certo per colpa mia. Non dico che sia tutta colpa di Lucrezia, ci mancherebbe, ma devo ammettere che mi ha deluso, non sta bene parlare male dei morti ma mi ha deluso, l’amo ancora ma mi ha deluso. 

Aveva l’aria di una che gli uomini non li capiva, e nonostante quello che faceva si fidava ancora di loro, ma io non ero come lei, io gli uomini li conoscevo bene, li conoscevo perché sono uno di loro, io so cos’hanno in testa gli uomini, io sapevo esattamente come la guardavano, sapevo come parlavano di lei, lo sapevo e non potevo sopportarlo, tanto che li avrei uccisi tutti, avrei ucciso chiunque le si fosse avvicinato. Le dicevo stai attenta, stai attenta agli uomini, Lucrezia, ma lei rideva, Lucrezia non mi dava peso e rideva, Lucrezia diceva di no e rideva, Lucrezia sbatteva le ciglia e rideva, Lucrezia diceva non esagerare e rideva, è un lavoro come un altro, cosa credi? Ma non era un lavoro come un altro e lo sapevamo entrambi, sapevamo che doveva farla finita, che doveva smetterla di fidarsi degli uomini e smetterla di parlare di soldi, i soldi c’erano se solo avesse voluto, ma lei non voleva, Lucrezia non voleva saperne, io ho bisogno di essere libera, diceva, e non c’era verso di convincerla. 

Con me era diversa, non chiedetemi perché ma era diversa, lo è stata fin dall’inizio e fino alla fine, anche se i soldi glieli davo lo stesso, si capisce che glieli davo lo stesso, dovevo darglieli perché non c’era alternativa, Lucrezia era ossessionata dai soldi, prima i soldi e poi il resto, dammi i soldi amore mio e poi facciamo quello che vuoi, mettili qui, i soldi mettili pure qui sul comodino, fammi vedere se ci sono tutti, amore mio, dammi un attimo la busta, non è che non mi fido ma sai com’è – no, non so com’è, Lucrezia, spiegamelo tu com’è, dimmi perché di me non ti fidi.

Io non ero come gli altri, e questo si capiva dai dettagli, questo era ovvio, eppure lei aveva paura di baciarmi – perché non mi dai un bacio, Lucrezia? Io con lei parlavo di tutto, e cioè del mio lavoro, perché la mattina mi alzavo alle sei e la sera tornavo a casa alle undici e non c’era posto per nient’altro, nella mia vita non c’era posto per nient’altro che non fosse il lavoro, e siccome c’era posto solo per il lavoro, con Lucrezia parlavo solo di lavoro, ma quando ho iniziato a parlarle del mio amore e del disgusto per gli altri uomini, quando parlavo di queste cose Lucrezia alzava gli occhi al cielo e mi diceva non c’è più tempo, amore mio, oggi non c’è più tempo, ci vediamo la prossima volta – ma quando?

Io non volevo vederla la prossima volta, io Lucrezia volevo vederla tutti i giorni e tutte le notti, ma quando gliel’ho detto lei ha aperto il comodino, ha tirato fuori la busta coi soldi e mi ha detto: vattene. 

Lucrezia non diceva sul serio quando mi ha detto vattene, io lo so che non diceva sul serio, ma in quel momento non ci ho capito più niente, Lucrezia mi ha detto vattene e io le ho dato uno schiaffo, non molto forte, s’intende, ma il naso ha iniziato a sanguinare, era uno schiaffo da nulla, davvero uno schiaffo da nulla, non le avrei mai fatto del male, non avrei mai fatto del male a Lucrezia, la amavo, Lucrezia, ma lei si è messa a piangere e allora ho aperto la porta e sono corso giù per le scale, via da lei, lontano da lei. Pensavo che non l’avrei più rivista, ma l’idea di non vederla più, l’idea di non vedere più Lucrezia era insopportabile, e allora ho pensato che non facevo sul serio, ci ho pensato per un istante ma non facevo sul serio, io Lucrezia volevo vederla tutti i giorni e tutte le notti, e anche per lei era lo stesso, ero sicuro che anche per lei era lo stesso, avevamo solo litigato, una cosa da nulla, un litigio da nulla, e io ero scappato via. Allora l’ho chiamata, ho chiamato Lucrezia molte volte, ma c’era la sua voce che diceva lasciate un messaggio, e il messaggio gliel’ho lasciato, anzi: di messaggi gliene ho lasciati due tre quattro dieci cento mille – rispondi Lucrezia, cosa stai facendo? Rispondi, alza quel telefono, rispondi o mi fai incazzare, mi stai facendo davvero incazzare Lucrezia, ti prego rispondi, non sono incazzato, non sono più incazzato, sono tranquillo basta che mi rispondi, dimmi con chi sei, non sono incazzato ma rispondi Lucrezia, ti devo parlare, devo dirti una cosa importante, rispondimi o ti ammazzo, giuro che stavolta ti ammazzo. 

Ma Lucrezia non mi rispondeva, e allora non c’era altro da fare che andare da lei. Ho chiamato al lavoro per dire che avevo la febbre, e sono andato sotto casa sua, ho citofonato ma niente, non mi ha aperto. Mi sono detto non fare scenate, aspetta tranquillo in macchina ma non fare scenate, prima o poi scenderà. 

E alla fine Lucrezia è scesa: era da sola, vestita di bianco, con i ricci sciolti sulle spalle. Le sono andato incontro, ma lei mi ha visto e ha indietreggiato. L’ho presa per un braccio, volevo solo parlarle, ma lei ha gridato – perché gridi, Lucrezia? 

Fammi entrare, Lucrezia, voglio solo parlarti, ti giuro che voglio solo parlarti, devo dirti una cosa, ti prego, lasciami entrare, non capisci che ti amo, Lucrezia, non capisci che tutti gli altri ti pagano solo per scopare? Lei stava chiudendo il portone ma io ho infilato un piede e sono entrato. Andiamo su, Lucrezia, andiamo a casa, non piangere Lucrezia, non voglio farti del male, dammi le chiavi, dammi le chiavi di casa, non fare cazzate, Lucrezia. Ho chiuso la porta dell’appartamento e mi sono accorto che tremava – perché tremi, Lucrezia? Lascia che ti baci.

Lucrezia si è lasciata baciare, per una volta si è lasciata baciare, per una volta non ha preso i soldi, per una volta non mi ha detto di no, per una volta non mi chiesto di andarmene, per una volta sono rimasto con lei, ho passato la notte con Lucrezia, l’ho tenuta stretta e le ho baciato il collo e non importa se era immobile, non importa se quando sono entrato dentro di lei era già fredda, non importa se la sua faccia era piena di sangue, non importa se non mi amava –  nessuno ti pagherà più, Lucrezia, adesso nessuno ti pagherà più.

Dormi, Lucrezia.

Non pensare a niente e dormi. 

________________
↔ In alto: foto Annie Spratt / Unsplash.