La quiete di Carys Davies

Chiara Messina

Traduzione di Chiara Messina

Non lo sentì arrivare.
Infuriava il vento, la pioggia rimbombava contro il tetto di stagno come una cascata di pietre e, in mezzo a tutto quel frastuono, non avvertì lo sferragliare del suo vecchio calesse che si avvicinava. Non udì il grattare delle ruote bordate in ferro sul sentiero, il leggero tonfo dei suoi piedi sulla terra bagnata. Non si accorse della sua presenza finché non alzò lo sguardo dal secchio d’acqua e sapone e scorse il suo viso alla finestra, i pallidi occhi verdi con le loro minuscole pupille scure simili a capocchie di spillo che si aprivano e chiudevano mentre lui la fissava attraverso il vetro.
Si chiamava Henry Fowler e lei detestava che venisse a far loro visita.
Detestava che se ne stesse lì seduto per ore a parlare con Tom di galline, barbabietole e maiali, riempiendo la sua pipa puzzolente di pizzichi di tabacco che tirava fuori dalla tasca del suo gilet di montone screpolato per poi premerne i frammenti all’interno del fornello col pollice minuto. Accendeva e riaccendeva la testa di quell’aggeggio, succhiandone il bocchino mentre sorseggiava rumorosamente il suo tè appollaiato sul bordo della sedia come un uccello attento, lanciandole di continuo sguardi furtivi coi suoi occhi acuti, quasi potesse vederle attraverso. La riempiva di una sorta di vergogna. Sentiva che sarebbe stata pronta a fare praticamente qualsiasi cosa purché Henry Fowler smettesse di guardarla a quel modo, qualsiasi cosa per spingerlo ad andar via e a tornarsene nel suo versante della valle. Le sembrava non ci fosse nulla di peggio al mondo di lui che la guardava a quel modo.
La stava fissando anche in quel momento dall’altra parte del vetro, sbattendo le palpebre a causa della pioggia. Avrebbe preferito non doverlo invitare a entrare. Avrebbe voluto poterlo mandare via senza chiedergli di accomodarsi e offrirgli una tazza di qualcosa, ma era il loro vicino e aveva attraversato la valle facendosi più di un chilometro e mezzo a bordo di quel vecchio calessino cigolante. L’acqua aveva già cominciato a raccogliersi sulla tesa del consunto cappello di feltro e a colargli sulle spalle della camicia stropicciata. Rimbalzava a terra, schizzando contro gli stivali e i calzoni larghi di lana. Sarebbe stata costretta a dargli una sedia vicino alla stufa, qualcosa da bere. Una tazza di tè, se non altro. Si asciugò le mani insaponate sulla gonna, andò alla porta, la aprì e lo invitò a entrare.
«Mr. Fowler, farà meglio a venir dentro. Al riparo dalla pioggia.»

Si chiamava Susan Boyce e aveva ventisei anni.
Erano passati otto mesi ormai da quando lei e Thomas erano salpati da Liverpool a bordo della Hurricane in cerca di una nuova vita. L’idea di ricominciare da zero li aveva entusiasmati entrambi. Erano rimasti piacevolmente colpiti dall’aspetto desolato e deserto di tutto quello che c’era sulla mappa, dalle sconfinate distanze prive di punti di riferimento. All’inizio, non si era curata del fatto che a tenerle compagnia avrebbe avuto soltanto il suono del vento e quello della pioggia, il crepitio dell’erba battuta dal sole.
All’inizio, la quiete non le aveva creato problemi.
Non le era importato che al loro arrivo in città non avessero trovato altro che un’unica strada polverosa. Nessuna stazione del treno, né una chiesa, solamente un hotel deserto e un commerciante di tessuti, una merceria che fungeva anche da ambulatorio medico, un fabbro e un’area recintata per il giorno del mercato. Non le era importato che, quando si erano spinti per venti chilometri all’interno delle terre riarse oltre il confine cittadino, si fossero trovati davanti solo alberi della gomma, piccoli cespugli spontanei e il cielo più grande che avesse mai visto e, nel bel mezzo di tutto questo, il loro appezzamento di terreno e la loro bassa casa diroccata. Non le era importato che non ci fossero altre fattorie nei dintorni, altre mogli. Non le era importato che non ci fosse nessuno a parte Henry Fowler, che viveva a nove chilometri da lì e non era sposato. No, non le era importato niente di tutto questo e, ne era sicura, non gliene sarebbe importato nemmeno adesso, se la situazione con Tom non fosse stata quella che era.
Ora avrebbe voluto ci fosse un’altra moglie da qualche parte, non troppo lontano.
Una persona che a quel punto avrebbe potuto considerare un’amica; una persona con cui avrebbe potuto confidarsi. Ma non c’era nessuno. A Poole aveva una sorella sposata a cui avrebbe potuto scrivere, ma a cosa sarebbe servito dal momento che ci sarebbe voluto un anno prima di ricevere una risposta? Un anno era un’eternità; non era sicura che sarebbe riuscita a resistere un anno, e in ogni caso non era sicura che sarebbe stata in grado di mettere tutto nero su bianco.

Una volta, il mese prima, quando lei e Tom erano andati in città e lui si era allontanato per comprare dei chiodi, era arrivata sino alla porta dipinta di nero dell’ambulatorio del dottore, che si trovava all’interno della merceria. Era rimasta lì fuori, le mani strette sulla borsa, ad ascoltare il quieto mormorio di una voce femminile dell’altra parte della porta; aveva provato a immaginare la propria voce al suo posto e non c’era riuscita. Non c’era stato verso. Non avrebbe mai potuto farlo. E se il dottore le avesse chiesto di parlare con Thomas? Che sarebbe accaduto?
Se ci fosse stata una chiesa in città, sarebbe potuta andare dal prete. Con un prete, pensava, sarebbe stato più semplice aprirsi; allo stesso tempo, però, non aveva idea di cosa avrebbe potuto dire un prete a proposito della sua situazione. E se si fosse limitato a suggerirle di tornare a casa e pregare? Avrebbe avuto il coraggio di rispondergli che ci aveva già provato. Che ogni notte per sei mesi era stata sdraiata a letto a pregare con tutte le sue forze e non era servito a niente? E comunque pensare a un prete era una perdita di tempo perché non c’era una chiesa nel raggio di centinaia di chilometri. Erano andati a finire in un posto senza Dio. Senza Dio e senza amici, solo la faccia rugosa come una noce di Henry Fowler alla finestra, alle nove del mattino, che ficcava il naso nei fatti suoi.
Be’, non avrebbe permesso che questo l’annientasse. No. Aveva affrontato altri ostacoli nella vita, altre delusioni e traumi di varia natura. E sarebbe stato così anche stavolta, avrebbe sopportato come aveva sempre fatto, perché col tempo tutto passava, no? Sarebbe passato anche quello. Alla fine, c’era un rimedio per ogni cosa. Doveva solo trovarlo.

Non appena lei e Fowler furono entrati in casa, lo informò che Tom era andato in città per comprare sale, olio e aghi e che non sarebbe tornato prima di sera. Fowler annuì e domandò se poteva vuotare nel secchio l’acqua che gli era finita sul cappello.
«Certo» rispose lei, fredda, formale, a stento cortese.
Lo invitò a sedersi e annunciò che avrebbe messo a bollire l’acqua per il tè.
Armeggiò col bollitore davanti ai fornelli, domandandosi cosa volesse il suo ospite, come mai fosse venuto. Si chiese se sarebbe rimasto a fissarla in quel modo che le faceva venir voglia di alzarsi e allontanarsi da lui, andare in un’altra stanza, dietro una porta, un muro, un paravento, così che le togliesse gli occhi di dosso. In qualche modo, essere guardata, soprattutto da qualcuno come Henry Fowler, peggiorava le cose. Le era capitato di rado d’incontrare qualcuno dall’aspetto così sordido. Si chiese se fosse stato in galera.
Era andato a trovarli tre volte prima di allora: la prima poco dopo il loro arrivo, la seconda qualche mese più tardi, e la terza solo la settimana precedente. Ogni volta si era presentato con gli stessi abiti sudici, la stessa camicia gualcita e lo stesso vecchio gilet di montone, gli stessi pantaloni bisunti, lo stesso straccio di cotone avvolto intorno al collo sottile. L’unica differenza che Susan aveva notato quel giorno era che non aveva niente con sé; da buon vicino, aveva sempre portato qualcosa in dono. La prima volta un cento grammi del suo burro, la seconda un barattolo di semi di zucca. L’ultima, una pagnotta. Stavolta le sue mani segnate dalle intemperie erano vuote; quel giorno Henry Fowler sembrava non avere portato altro che se stesso.

Aveva quarantacinque anni; un ometto minuscolo e ossuto con le gambe storte e mani scure e ruvide non più grandi di quelle di una donna.
Al sorgere del sole se n’era stato in piedi con una di quelle mani appoggiata alla ringhiera di legno del suo portico pericolante in fondo alla valle, a osservare il cavallo nero e il carretto del nuovo vicino che procedevano lentamente lungo la strada in direzione della città, domandandosi se il bel marito stesse viaggiando per conto proprio, se la giovane consorte sarebbe rimasta sola quel giorno.
Ormai erano passati sei mesi da quando li aveva visti arrivare su quella stessa strada con un mucchio di mobili legati al calesse. Da allora aveva incontrato la donna tre volte. Per tre volte, da buon vicino, era andato da loro con un regalo. Per tre volte era uscito fuori col marito ad ammirare i progressi fatti. Le barbabietole, i piselli e i fagioli, le patate e i nuovi maiali grassi. I duecento polli, la mucca. Per tre volte si era accomodato dentro casa a bere un tè, e da settimane trascorreva i suoi pomeriggi seduto sul portico, a osservare il deserto d’erba che separava le loro abitazioni.
Susan. Era così che si chiamava. Susan Boyce. Da settimane non pensava praticamente ad altro che a lei. Al suo viso duro, distante e altero, al modo sprezzante con cui lo apostrofava, a come detestasse il fatto che lui la guardasse.
Quando non era più riuscito a scorgere il calesse all’orizzonte, quando era completamente svanito dalla sua vista, era tornato dentro per un po’ e poi si era allacciato gli stivali, aveva indossato il cappello, era montato sul suo carretto alto e sbilenco ed era partito lungo il sentiero che attraversava la valle e conduceva a casa della donna.

Adesso era seduto alla sua tavola, intento a premere il tabacco all’interno della pipa col pollice minuto e a guardarla armeggiare ai fornelli.
È vero che Henry Fowler aveva l’aria del detenuto. Aveva anche l’aria di un attempato marinaio e quella di una scimmia da circo a cui qualcuno aveva messo addosso un paio di pantaloni, un panciotto e un vecchio cappello di feltro. Era smilzo, raggrinzito dal sole e brutto mentre se ne stava lì seduto, ad ascoltare il vento e la pioggia, il grufolare dei maiali di Thomas Boyce, il crepitare del fuoco della cucina e il ribollire della teiera su di essa. Gli sembrava anche di riuscire a sentire i battiti del proprio cuore.
Il problema era che, in quel momento, Fowler era persino più nervoso di quanto lui stesso si fosse aspettato.
Il suo gilet in pelle di montone frusciò; non sapeva da dove cominciare. Si era preparato bene prima di venire, era rimasto di fronte allo specchio per un’ora e anche più a fissare il proprio corpo seminudo, ed era andato tutto abbastanza liscio. Le parole erano arrivate senza troppa fatica. Ora, vedendo la moglie dell’altro uomo davanti ai fornelli, la schiena sottile rivolta verso di lui, quelle parole gli sfuggivano.
Prese un paio di boccate dalla sua pipa e decise che la cosa migliore sarebbe stata svestirsi.
Si sfilò il gilet e lo sistemò sulla spalliera della seggiola, slacciò il sudicio riquadro di tessuto che portava intorno alla gola e ve lo poggiò sopra. Aprì i bottoni della camicia di lino gualcita finché non rimase a penzolare trattenuta solo dalla cintura di tela che gli reggeva i pantaloni, e fu allora che Susan Boyce si voltò. Si voltò, cacciò un urlo e lasciò cadere la teiera, coprendosi la bocca con la mano.
Lo stretto torace da piccione di Henry Fowler era bitorzoluto e irregolare come la mappa di un paese sconosciuto. Tutto intorno, aveva una specie di cresta nodosa e rosata; all’interno, la pelle sembrava cotta, rosolata; era annerita, incartapecorita come quella di una mummia o di una creatura rimasta sepolta per un migliaio d’anni in una palude dimenticata.
Si girò. Tre triangoli scuri come prugne rosse gli ornavano le spalle; sotto di esse, a coprirgli gran parte della schiena, c’era un’altra forma scura, anch’essa color prugna, il marchio ruvido di qualcosa di largo e rotondo.

Più in basso, sul fianco, appena sopra la cintura di tela che gli teneva su i calzoni, c’era uno schizzo simile a un gioco di fuoco formato da una dozzina di profondi solchi grinzosi.
«Mia moglie,» disse Henry Fowler, le parole che finalmente giungevano in suo soccorso, «era più grossa di me.»
Abbassando lo sguardo e volgendolo sul proprio corpo martoriato spiegò come si fosse procurato la bruciatura sul petto (una tinozza di rame piena d’acqua bollente), i tre triangoli scuri sulla schiena (il ferro da stiro), il segno circolare al di sotto (la padella), i solchi (l’attizzatoio rovente) e, infine, la voce che si faceva bassissima, confidò a Susan Boyce che c’era dell’altro sotto la cintura di tela, ma che non glielo avrebbe mostrato. No. Se avesse provato a immaginare la cosa peggiore che una moglie con un brutto carattere avrebbe potuto fare con un paio di forbici da sarto affilate, ci sarebbe arrivata anche da sola.
Susan Boyce non disse nulla, si limitò a osservarlo.
«È sotto alle barbabietole» mormorò Fowler. Una notte, mentre dormiva, l’aveva pugnalata al cuore con la lama spessa e tagliente di un coltello da cucina e l’aveva seppellita con tutte le sue cose: le gonne e gli zoccoli, le forcine per capelli, la padella e il vecchio recipiente di rame, il ferro da stiro e l’attizzatoio, le forbici affilate e qualunque altra cosa avesse posseduto o toccato e che avrebbe potuto ricordargli di lei o indurlo a pensare che sarebbe tornata a tormentarlo; qualunque cosa avrebbe potuto riportagli alla mente il fragore dei suoi zoccoli rabbiosi che lo ricorrevano sul pavimento di argilla.
In città, spiegò, aveva dato a intendere che fosse scappata e lo avesse lasciato.
Susan Boyce lo fissava.
Il viso immobile, privo di espressione, e Henry Fowler pensò tra sé, ho commesso un errore. Ho frainteso tutto.
Ne era stato così sicuro, ma ora che si trovava dinanzi a lei, il panciotto appoggiato alla spalliera della seggiola, il fazzoletto da collo sulla seduta e le maniche della camicia che gli pendevano tra le ginocchia come una corda per saltare, Henry Fowler disse a se stesso: L’ho vista andare in giro per casa con lo scialle e quel semplice vestito a collo alto, passare dietro la sedia di suo marito e versargli del tè, e ho percepito qualcosa che non c’era. E stasera, quando lui tornerà a casa, gli racconterà quel che le ho detto, e lui chiamerà a raccolta un gruppo di uomini in città e arriveranno qui con le loro pale, a scavare sotto le barbabietole; daranno un’occhiata alle cicatrici che ho addosso e io gli dirò come me le sono fatte, e loro si guarderanno a vicenda e ricorderanno che Henry Fowler non è altro che uno squallido vecchio detenuto con un pezzo di terra e scuoteranno le teste, mi daranno del bugiardo e alla fine m’impiccheranno.

Allungando a tentoni le mani tra le gambe storte, cercò di afferrare i polsini della camicia, ripetendo a sé stesso che non appena si fosse rivestito sarebbe rimontato sul suo calesse malandato e avrebbe attraversato la valle. Una volta a casa, avrebbe riflettuto sul da farsi: se sedersi sul portico ad attendere che venissero a prenderlo, o partire quella notte stessa per trovare rifugio in un luogo in cui non sarebbero riusciti a trovarlo, o magari tornare la mattina seguente e parlare con Boyce per chiarire le sue parole, in modo che potesse capire. Si chinò sulla sedia sulla quale aveva posato i vestiti e prese il fazzoletto da collo, se lo avvolse intorno alla testa abbassata e ficcò le braccia dentro le maniche della camicia cadente, e se ne sarebbe andato in quel preciso istante, probabilmente senza aprire bocca, limitandosi a recuperare il cappello e a dirigersi verso la porta se, dopo essersi tirato su e aver rivolto lo sguardo verso il punto della stanza in cui si trovava Susan Boyce, lei non avesse cominciato ad aprirsi il corpetto.
Si tolse la gonna, si sfilò la sottoveste da sopra la testa, slacciò i nastri delle sottogonne, e man mano lasciò cadere tutto sul pavimento, intorno ai suoi piedi, sui cocci della teiera e sul lago d’acqua che andava raffreddandosi, finché non rimase davanti a lui con indosso soltanto la canotta e i mutandoni di cotone. Dopo si liberò anche di quelli. Lo fece in fretta, precipitosamente, come se temesse che non avrebbe avuto altra occasione per mostrarsi, come se, persino in quel momento, dubitasse che lui potesse essere dalla sua parte.
Sembrava più piccola senza i vestiti, diversa da ogni punto di vista mentre girava di fronte ai suoi occhi, lasciando che vedesse la carne ferita e gonfia delle cosce e delle natiche, la macchia verde, nera e giallo sul suo ventre, la lunga e serpeggiante cosa viola che cominciava alla base della nuca e le correva lungo la schiena come un canale scavato a metà. Gli andò incontro, passando sulla pozza di tè e scavalcando il piccolo mucchio di vestiti. Prese la sua piccola mano scura, se la portò alla guancia e chiuse gli occhi come qualcuno che prima di allora non si era mai reso conto di quanto fosse stanco, e infine gli chiese se, per favore, avrebbe potuto aiutarla a scavare la fossa.


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↔ In alto: foto Jowsick Imran / Unsplash.

The Quiet from The Redemption of Galen Pike
Copyright © 2014 Carys Davies
First published in 2014 by Salt Publishing Ltd
Reproduced with permission from The Sayle Literary Agency