Nuova Poesia Americana – Intervista a Freeman, Abeni, Reggiani

Roberto Galofaro

È storia recente: non un grande gruppo ma un libraio-editore napoletano è stato l’unico a riconoscere e pubblicare il genio poetico del futuro premio Nobel Glück (sempre onore al merito al Di Maio giusto, quello di Dante e Descartes). Potrebbe essere l’avvio di una riflessione sull’abissale differenza nella ricezione della poesia in Italia e negli Stati Uniti, ma non è questo lo spazio adatto. È però una premessa da non sottovalutare, quando ci si trova di fronte alla seconda antologia di Nuova Poesia Americana che l’editore Black Coffee manda in libreria. Un denso volume di 224 pagine curato da John Freeman (nume tutelare del progetto di ricerca della casa editrice) e Damiano Abeni (traduttore di poesia di grande lustro e di lungo corso e, tra le altre cose, il primo a proporre in volume in Italia i versi di Glück, nella raccolta West of your cities da lui curata con Mark Strand per minimumfax, nel 2003).

La prima osservazione rilevante da fare è che non si tratta di un’operazione peregrina o avventurosa, non è una silloge di oscuri nomi dell’underground portati in primo piano per un pubblico di nicchia. Tutt’altro, ed è questo uno dei punti di forza dell’antologia. Tra i poeti presenti nel primo volume figuravano nomi di vincitori del National Book Award (Terrance Hayes, Robert L. Hass e Robin Coste Lewis); vincitori del Pulitzer (Tracy K. Smith e Robert L. Hass); poeti laureati degli Stati Uniti (Tracy K. Smith, Robert L. Hass) e di Los Angeles (Robin Coste Lewis). Questo secondo volume non è da meno, con il premio Pulitzer Kay Ryan e il finalista Garrett Hongo; il premio Whiting Aracelis Girmay, la finalista al National Book Award Kim Addonizio e il candidato allo stesso premio (nonché voce del poetry podcast del «New Yorker») Kevin Young.

Sono grandi nomi, insomma. E nessuno di loro era mai stato tradotto in Italia prima d’ora. Ora, l’impressione è che davvero ci si trovi davanti, maneggiando i due volumi, a dei libri che domani andremo a cercare nei nostri scaffali e a compulsare freneticamente, alla ricerca di quei versi che ricordavamo di aver letto del nuovo prossimo premio Nobel, esattamente com’è accaduto pochi mesi fa con Louise Glück e l’antologia minimumfax che citavo prima, o i Nuovi poeti americani di Einaudi o con l’edizione a tiratura minuscola di Dante e Descartes del suo Averno, per i pochi che la conoscevano da prima che il Saggiatore ne rilevasse i diritti di traduzione per l’Italia.

Sull’importanza e il merito dell’antologia abbiamo posto alcune domande ai curatori e all’editore, Sara Reggiani.

Tre domande a John Freeman

In Italia si sente spesso dire che la poesia è morta, perché non ha pubblico, perché non ha mercato, perché è percepita come trastullo amatoriale (si dice che gli italiani siano un popolo di santi, poeti e navigatori…). Negli Stati Uniti la situazione è radicalmente differente, ci sono corsi universitari, borse di studio, fellowship, oltre alle sezioni dedicate nei premi più importanti, e ci sono poi poeti laureati dello Stato e delle singole città. Quanto è importante (e quanto è a rischio) lo spazio pubblico che ha la poesia oggi negli Stati Uniti?

La poesia è sempre stata centrale nella vita americana, perché la retorica – il potere esortativo della parola scritta – lo è stata altrettanto sin dal primo giorno. Come fa un gruppo di colonie ribelli a separarsi dalla corona e a darsi una nuova definizione? Come fanno gli afroamericani a ricordarsi la propria casa e a sopravvivere all’esperienza della schiavitù? Lo fanno raccontando storie, cantando canzoni, parlando alle folle e utilizzando l’arte oratoria. La poesia è una parte importante di questo spazio carico di tensioni.

E ancora, questo intreccio tra la libertà e la sua mancanza richiede ai cittadini americani quella che Keats chiamava capacità negativa (negative capability), cioè l’abilità di vivere nelle contraddizioni. La poesia, con la consolazione della bellezza del suono delle parole, è da sempre fondamentale per sopravvivere all’interno di queste contraddizioni. I nostri primi massimi poeti, da Phyllis Wheatley a Walt Whitman, nei loro versi immaginavano che cosa potesse significare essere americani, che effetto potesse fare la voce di un americano, come essa potesse essere importante per la sua esistenza. In che modo un americano dovesse affermare i propri diritti in contrasto con le norme esistenti.

Tutto questo è filosofia, ma le istituzioni a cui fai riferimento non avrebbero alcuna ragione di esistere se questi elementi non fossero profondamente radicati nel suolo americano. Nel 2020 questa capacità di convivere con la contraddizione e tuttavia continuare a credere nella giustizia è stata minacciata. La poesia è più viva che mai, però, perché in tutte le proteste a cui ho assistito quest’anno, tutte, nessuna esclusa, erano contraddistinte da persone che marciavano con dei versi scritti su cartelloni. Versi di Audre Lorde, Adrienne Rich, James Baldwin, Lucille Clifton. Non si può partecipare a una protesta in America senza incontrare della poesia. Questo non significa che la poesia è strumentale, ma che essa viene fuori nei posti in cui la gente rivendica il proprio diritto di vivere, di respirare, ma anche di gioire insieme. In tutte le istituzioni della vita americana oggi la poesia è più studiata, letta e amata che mai. Le riviste continuano a pubblicarla. Gli editori continuano a pubblicarla, anche (anzi soprattutto) quelli grandi. Tra i poeti presenti in questo secondo volume di Nuova poesia americana, Kevin Young, Garret Hongo e Lawrence Joseph sono tutti pubblicati da sigle appartenenti a grandi corporation. Nessuno sano di mente potrebbe mai definire i loro libri dei bestseller. Queste compagnie li pubblicano perché farlo è importante e conferisce nobiltà al catalogo, ma loro vendono, in maniera silente ma consistente.

Parliamo per un secondo dell’identità. Nel Novecento era indagata come dispersa e frammentaria, un concetto sfuggente, da recuperare. In questo quinto di secolo, in generale e non solo in poesia, l’identità è diventata spesso oggetto di rivendicazione, cardine dei diritti civili e fulcro paradossale dei discorsi egualitari. La poesia rispecchia o contribuisce a creare e diffondere questo sentire?

La poesia, come il romanzo, come il teatro, è un’arte sociale, e i tempi di crisi o di mutamenti sociali sollecitano il linguaggio. La lingua cambia, altera le sue norme o ne rifiuta alcune. In quest’ultimo periodo in America la nazione stessa, dalle più alte sfere, ha deriso e minacciato i cittadini sulla base della loro provenienza etnica, del genere e della razza. Sono state messe in atto politiche precise volte a trasformare in armi quegli aspetti dell’identità. Quasi fossero dei marchi posti a indicare chi arrestare, o persino chi uccidere nel nome dello Stato. Cose del genere sono sempre accadute nella storia americana, ma non erano mai state celebrate pubblicamente, e urlate, da un presidente. Un modo per rispondere a questa ferocia è rivendicare proprio ciò che il potere cerca di rendere pericoloso in te, e celebrarlo e ridefinirlo in termini personali. Si tratta di un lavoro importante, necessario, e la poesia lo compie pubblicamente. Non è un suo requisito indispensabile, tuttavia, né esistono regole precise che indichino come farlo accadere. La buona poesia, come sempre, trova la propria lingua, il proprio suono, i propri parametri, le proprie vie verso i pensieri più riposti della mente. Le poesie di Kay Ryan possono dirci tutto ciò che serve sapere sull’amore e il dolore, ma senza mai fare ricorso alla lingua che ti aspetteresti di leggere, per esempio, in un articolo sull’amore tra persone dello stesso sesso. Eppure i suoi essenziali, bellissimi versi hanno spazio anche per quello, nella loro cosmologia.

Nell’introduzione a questo secondo volume lei afferma che «la poesia è un’ottima candidata a ricucire il tessuto strappato della nostra collettività». La poesia sarebbe, insomma, un antidoto all’isolamento («Una buona poesia ci ricorda che siamo soli insieme»). Quando scrive questo, nel mezzo della pandemia globale e di una crisi della politica statunitense che ha contribuito a creare tensioni sociali e opinioni fortemente polarizzate, ha in mente scenari praticabili di letture condivise? Non pensa che, forse, l’isolamento dietro gli schermi abbia indebolito anche la capacità della poesia di creare un senso di comunità?

Oh, spero proprio di no. Io penso che così come ogni scrittore parla a un lettore immaginario, ogni lettore legga affiancato da altri lettori immaginari. Mi capita di avvertire questa sensazione quando sono completamente immerso in un libro: mi sembra di sentire che qualcuno, da qualche altra parte, stia leggendo lo stesso romanzo, la stessa raccolta di poesie, soprattutto se è un’opera molto valida. Un grande libro rende quella folla invisibile quasi concreta. Non dimentichiamoci che la poesia, che dipende fortemente dal suono, vuole smuovere qualcosa. La puoi anche leggere sul tuo portatile, da solo, nel mezzo della pandemia, ma rimane lì, anche dopo tempo, quella poesia, vibra nella tua mente come una freccia tesa su un arco, pronta a essere scoccata. Quanto spesso abbiamo spedito dei versi a qualcuno negli ultimi mesi? O ne abbiamo letti online? È come dire che siamo stati raggiunti dalle frecce che qualcun altro ha scagliato. L’ultima cosa che mi è accaduto di fare in pubblico è stata partecipare, a Roma, al reading per l’uscita della prima antologia di questa serie, con Damiano Abeni e Black Coffee. Ne serbo un ricordo vividissimo, così come, credo, lo serbano tutti quelli che c’erano. Era febbraio, e faceva piuttosto freddo, fuori, ma dentro era caldo. Una bravissima attrice, seduta su uno sgabello, ha letto le poesie di Natalie Diaz e di Robin Coste Lewis e degli altri, con una voce così chiara, così meravigliosa che è stato come se cantasse. L’intera stanza era in un silenzio totale, e in quel silenzio eravamo uniti nella meraviglia e nel piacere. Possiamo anche essere soli, ma abbiamo una memoria, e quando questo tempo terribile sarà infine passato, la memoria ci permetterà di riunirci, rinnovati dalla vicinanza reciproca, dal suono, dal contatto – e per quelli come noi che ne sono appassionati, anche dalla poesia.

Tre domande a Damiano Abeni

Un’antologia che comprende non solo una pluralità di voci ma voci che sono tutte nuove, che non hanno mai risuonato in italiano. Immagino un lavoro di traduzione intervallato da lunghe pause e lunghe riflessioni e ripensamenti, perché si tratta di accordare lo strumento linguistico a stili, lessici, intenzioni e intonazioni diverse: dal sussurro commosso al grido della rivendicazione civile. Immagino innumerevoli confronti con gli autori per limare un participio o invertire un sintagma. Può dirci qualcosa sul suo metodo di lavoro per questa specifica antologia?

Da un lato io lavoro a tempo pieno in un ospedale di ricerca, e ho la responsabilità di condurre una piccola ma fiera e produttiva unità di epidemiologia clinica. Dall’altro, se Glenn Gould nello stesso recital suona Orlando Gibbons e Paul Hindemith, perché non si possono tradurre Kim Addonizio e Kevin Young nello stesso giorno? In effetti nel mio taccuino i vari poeti si alternano con una certa irregolarità: leggere voci diverse in rapida successione costringe a udire e a interpretare voci diverse con maggiore concentrazione.

E poi quanto agli “innumerevoli confronti”, no, nessun confronto con nessuno dei dodici autori finora presentati nella collezione di Black Coffee. Detesto la retorica della “simbiosi con l’autore”, la ritengo un segno di sdolcinata, insopportabile debolezza e anche una risibile auto-illusione e auto-incensazione. Il rapporto è con il testo non con il poeta. Non fraintendetemi, come sono stato molto amico di Mark Strand e di tanti altri grandi, così diversi di questi autori sono cari amici: ma con loro si parla di viaggi, di vino, di scarpe, di posti, di persone, di film, e si parla anche di poesia e anche di letteratura, ma mai e poi mai con nessuno di loro ho mai discusso una mia traduzione. Il loro mestiere è pubblicare, il mio mestiere è leggerli e interpretarli – la responsabilità della traduzione è solo mia. Detesto la retorica della traduzione come duro lavoro, lavoro impossibile, lavoro alchemico, ecc.
Ho lavorato anni e anni nel tragico periodo in cui HIV/AIDS era assolutamente incurabile, ho contribuito a ridurre (allora le strutture pubbliche erano dotate di veri epidemiologi) l’impatto dell’epidemia di “influenza suina”, lavoro su un sacco di cose pesanti tra cui il Covid-19 – e niente di tutto questo è duro, impossibile (cioè, la stolida sordità dei politici è impossibile), alchemico…

Da anni sto scrivendo un testo a cui tengo molto, il mio Tractatus logico-traductorius. Finora ho completato solo il capitolo 7, che legge: «Ciò che non si è in grado di tradurre, non va tradotto». Perché mendicare presso gli autori?

Scorrere tra i versi di autori tanto distanti tra loro significa anche attraversare la storia e la geografia umana degli Stati Uniti: dagli spazi sterminati che spingono al sentimento del sublime alle complicate artificiosità delle metropoli, con i loro condensati di sopraffazioni e gerarchie sociali. Quanto peso hanno, nei versi che ha tradotto, le coordinate spaziali che identificano luoghi e culture di riferimento così apparentemente distanti dai nostri?

Lo spazio fisico, che nella buona poesia è sempre metafora dello spazio mentale ed emotivo, è inestricabile segno del tempo. «Nessuno se ne avvede, ma l’architettura del nostro tempo diviene l’architettura del tempo a venire», dice Mark Strand (cito a memoria), e questi dodici poeti sono tutti poeti del nostro tempo.

La grande ricchezza, il grande dono degli Stati Uniti d’America è lo spazio. Non si ha un’idea della “America” se non si guida da Nogales a Flagstaff, da Tampa a Key West, da San Francisco a Portland. E spazio significa concretezza, e la concretezza in atto è poesia (si ricordi l’etimologia della parola): i poeti, come ricorda lo spirito di Wystan Hugh Auden in una lezione che tiene a James Merrill e al suo partner David Jackson (in The Changing Light at Sandover, la più grande poesia dai tempi di Shakespeare), sono i più concreti di tutti gli scribi. (Detesto la retorica di poesia come emozione, sentimento, “espressione profonda”, etc.).

E a proposito di spazio vorrei sottolineare come diverse delle poesie qui presentate (Addonizio, Hongo, Girmay, su tutti) siano concretamente legate all’Italia, a specifici luoghi – precisi, concreti – dell’Italia. Come tanti poeti statunitensi lo siano: forse Charles Wright su tutti, ma…nemmeno li posso elencare tanti sono, tanto innamorati del nostro paese – tanto concretamente innamorati dell’Italia.

In questo secondo volume, la mia preferita è una poesia di Aracelis Girmay, Elegia, che quasi in chiusa ha dei versi in grado di turbare, in questi dannati tempi di social distancing: «Questo è l’unico regno. / Il regno del toccare […]». Ci può raccontare se c’è una, fra tutte le poesie dell’antologia, sulla quale non ha avuto dubbi, una poesia della cui presenza o della cui traduzione è particolarmente felice e orgoglioso?

No, non sono particolarmente orgoglioso di nessuna, ma sono particolarmente felice di tutte. E proprio per sfatare la banale, facile, lagnosa idea di poesia come pura emozione, sentimento e via dicendo, vorrei leggere brevemente con voi la prima poesia del libro, Prima poesia per te, di Kim Addonizio. È un sonetto, con rima ABABCDC / DEFEFGG. Moira Egan, mia moglie e grande amica di lungo corso di Kim, ha scritto in Dear Mr. Merrill: «Le belve più feroci richiedono le gabbie più solide», intendendo che le più forti emozioni non si possono sbrodolare sulla pagina, ma vanno analizzate, composte, illimpidite, tenute a bada da un nitido disegno architettonico.

La divisione, assolutamente atipica, del sonetto in due strofe (e che in più non rispetta la sequenza CDCD delle rime, con una cesura durissima) è immagine della spaccatura tra i due amanti uniti nel sonetto, della loro formidabile attrazione e della loro insanabile dissonanza, che risuona anche nei dodici versi a rima alterna. Figura formale che viene magicamente esplicitata nell’immagine del “serpente” che “affronta un drago”. E questa insanabile divisione viene ulteriormente reiterata nel significato dei versi che contrappongo da una parte il corpo e l’amore e dall’altra i segni portati dal corpo – corpo come vulnerabile veicolo del segno – metafora di poesia –, e segno/poesia che, desolatamente, sopravvive al corpo. Nella rima baciata dell’ultimo distico (solo assonante in italiano) si sublima l’unione della spaventosa permanenza del segno/poesia con la vana speranza che la tangibilità del segno possa preservare corpo e amore. Rima baciata per una delle più strazianti lontananze possibili.

Non c’è buona poesia fuori da una forma che la giustifichi.

Prima poesia per te

Mi piace toccare i tuoi tatuaggi nella più assoluta
oscurità, quando non posso vederli. So per
certo dove stanno, so a memoria la minuta
linea del lampo che pulsa appena sopra
il capezzolo, so trovare, come d’istinto, le spire
azzurre d’acqua sulla tua pelle dove un serpente
s’attorce, affronta un drago. Quando ti tiro

a me, prendendoti fino a quando non resta niente
di noi silenziosi sui lenzuoli, adoro baciare
le figure nella tua pelle. Dureranno finché
non verrai bruciato a cenere; qualsiasi cosa potrà durare
o mutarsi in dolore tra noi, loro saranno in te
ancora. Il pensiero di tale permanenza è spaventoso.
Così li tocco al buio; ma li tocco, ci provo.

Kim Addonizio

Tre domande a Sara Reggiani

A chi trova su uno scaffale un libro in traduzione sfugge il grande quadro della produzione estera, della quale non arriva in Italia che la punta dell’iceberg. Con l’importazione in Italia della rivista Freeman’s e ora con queste antologie, il discorso intrapreso da Black Coffee per ampliare il quadro delle voci statunitensi si arricchisce ulteriormente. È già possibile un bilancio di questa meritoria impresa?

Innanzitutto grazie di aver riconosciuto il valore dell’operazione, non era scontato. Nuova Poesia Americana rientra in un percorso di attenta ricerca e costante dialogo della casa editrice con gli Stati Uniti. A me, come sapete, interessa più di ogni altra cosa imparare a raccontare la complessità di questo sconfinato Paese che cambia davanti ai nostri occhi. Da questo punto di vista, credo quindi che l’operazione abbia colto nel segno e il risultato sia un prodotto prezioso per chiunque abbia voglia e tempo di grattare sotto la superficie. Certo, è un azzardo, ma già col primo volume abbiamo registrato un interesse che non ci aspettavamo. Non sono grandi numeri, ma l’attenzione della stampa e dei lettori ci ha dimostrato che c’è bisogno che qualcuno si prenda la briga di cercare, di studiare, e fornire al mercato stimoli nuovi. Il primo volume è stato d’ispirazione per tanti e ha dato lustro alla nostra piccola casa editrice. Come ho raccontato durante l’evento dello scorso gennaio organizzato a Roma per il lancio della prima antologia, personalmente avevo abbandonato la poesia, non la leggevo più. Poi John ha iniziato a inviarmi componimenti di giovani poeti che secondo lui stavano animando una rinascita della poesia americana, e ho capito che il discorso era ampio, profondo, e fondamentale per completare il ritratto del panorama letterario statunitense di oggi. Così ho azzardato, sicura dell’appoggio di John e Damiano. Il mio bilancio è dunque positivo sotto ogni aspetto: se le vendite cresceranno ne saremo senz’altro felici, ma a spingerci a continuare è il pensiero di aver tenuto fede all’intento indagatore della casa editrice e il piacere di lavorare con due grandi amici e luminari del campo.

La mia speranza è che di alcuni di questi autori si traducano le opere per intero. Perché la bellezza di un’antologia di questo tipo è tutta seminale: non è il frutto di un canone di nomi consolidati ma un invito alla lettura, l’indicazione di un cammino di ricerca su voci nuove. Pensa che il Nobel a Glück possa servire ad ampliare la platea di lettori di poesia in Italia, e in particolare quelli di poesia angloamericana?

Sicuramente ha attirato l’attenzione di chi già aveva voglia di un ritorno alla poesia, di chi sapeva già che la poesia può quello che altre forme letterarie mai potranno. Con l’assegnazione del Nobel a Glück se non altro è apparso evidente che l’interesse dei lettori era solo sopito, andava alimentato, lo dimostra il fatto che in tanti sono corsi a procurarsi ciò che di lei era ancora reperibile solo perché ne avevano sentito parlare. Dunque si torna sempre lì: bisogna fornire poesia, darle importanza, visibilità, e confidare nei lettori. Forse se le case editrici e le librerie iniziassero a spingerla di più, a proporre poesia – di qualunque Paese – in dosi massicce, i lettori si lascerebbero incuriosire, si avvicinerebbero, tornerebbero a vederla per quello che è: uno strumento alla portata di tutti, una risorsa insostituibile per la vita di ognuno. Nessuno si appassiona a qualcosa che non vede. Per primi dobbiamo crederci noi editori.

Voglio citare Aracelis Girmay, la mia preferita: «Dobbiamo costruire case per le nostre madri nelle nostre poesie»: con la fondazione di queste città-antologie, che risuonano di voci femminili profonde e potenti, Black Coffee sta portando avanti anche un discorso di genere. Se lei dovesse scegliere una sola poesia, o un solo verso che, razionalmente o sentimentalmente, racchiude in sé la forza politica dell’intera raccolta, quale le verrebbe in mente?

Hai citato un verso importante di Aracelis, che è anche la mia preferita, oltre che un’amica ormai (le email che mi scrive sono a loro volta poesie bellissime e mi hanno aiutato tanto durante questi mesi di isolamento), ma credo che una poesia di Kay Ryan, Nuove stanze, la dica lunga su cosa stiamo facendo. Lì dentro ci sono la paura, la frustrazione, lo spaesamento che si prova davanti a qualcosa di nuovo, al cambiamento, la fatica che facciamo per adattarci a vivere in una “stanza” che muta continuamente, e il coraggio che ci vuole a lasciarsi cambiare, ad aprirsi al nuovo. Questa è l’anima del nostro progetto, e in particolare di questa operazione. Ogni antologia ribadisce una cosa, e una soltanto: abbraccia il cambiamento, non aver paura, vedi?, non sei solo.

Nuove stanze

La mente deve
riadattarsi
ovunque va
e sarebbe
comodissimo
imporre le sue
vecchie stanze – basterebbe
picchettarle
come una tenda
interiore. Oh, ma
i nuovi fori
non stanno dove
prima c’erano
le finestre.

Kay Ryan