La comunicazione nel secolo ventunesimo

Gabriele Esposito

La Comunicazione nel secolo ventunesimo m’appartiene. Suino antropomorfo: troia distesa; ampie le narici tipiche dell’animale, i seni multipli a perdere il latte che nessuno berrà, la bava che scivola tra i lunghi canini da onnivora. È nuda la scrofa, un drappo cremisi le copre le dune del corpo bramato. Giochi di trasparenze, chiaroscuri, echi del Caravaggio. Intenso il profumo d’olio di lino vergine rovinato dalla trementina. Spunta abbondanza di pelo, il pigmento è opaco lì dove il pennello ha immaginato il monte di Venere. E Venere è. Il bianco Mac giace davanti a lei, sul tavolino SALTHOLMEN giallo, mela mangiata da Eva, produzione sostenibile; lei si tocca e chatta, chatta col mistero, il mistero del suo fascino, il fascino dello sconosciuto; lo sconosciuto dall’altra parte del gioco anche lui si tocca, tocca a lei parlare, parlare d’amore, amor profano; profano come me in tema d’arte contemporanea, contemporanea come questa femmina dipinta che ama la distanza, la distanza tra gli uomini, uomini di una nuova epoca: epoca triste.

Questo dipinto m’appartiene già; solo mancano pochi minuti; solo, lei non lo sa; solo, i presenti non lo sanno. Io posso pagare. La Comunicazione nel secolo ventunesimo: nel catalogo è scritto in grassetto, n’è il titolo. Prendo posto. Sono il quattordici, così è scritto nel cartoncino A4 che m’hanno consegnato in cambio delle generalità. Cartoncino con il potere di rovinarmi, base d’asta mille soldi: infinito il potenziale. Io posso pagare. Come in una bisca, avrei dovuto preparare il massimale con sapienza, conoscere quel che posso perdere, quel che in una sera posso spendere. E invece lo ignoro: penso a due, forse a tre stipendi, importa niente. Io posso pagare. È il quadro che desidero, non un accumulo di bit crittografati e racchiusi virtualmente nel sito e nell’app d’una banca, pochi risparmi. Non è questo il valore della vita. Io bramo la Comunicazione, la sua mano al centro del corpo che indugia e carezza la carne suina, la vulva di donna, il fuoco di tutto. Io posso pagare.

Lotto numero trentacinque, vaso di porcellana, il tale a fianco si rovina contro il telefono che continua a squillare e vomitare offerte, rispondono gli uomini del banditore, urlano gli uomini del banditore, urlano più forte di tutti, offrono le loro deleghe, forse vanno oltre, offrono sempre di più, masturbazione collettiva. Il tale a fianco se ne va, il vaso di porcellana sottobraccio ma il sorriso lasciato nella poltroncina, vittoria maledetta.

Sono pronto. Lotto numero trentasei: la Comunicazione nel secolo ventunesimo. Mille soldi.

Mille e cinque la concorrenza, mille e sei io. Si alzano mani. I telefoni urlano, mille e nove; duemila. Due e due lo dico io convinto, due e tre, due e cinque. Il banditore è attratto dal quadro, si rispecchia, offre egli stesso due e sette, io arrivo a due e nove. La Comunicazione è il fulcro della serata, è l’attenzione di tutti. La vedo che perde ancora latte dalle mammelle, effetto del pittore, tintura bianca molto densa, sperma prezioso che si dipana come il tema della sonata per pianoforte numero 21 di Beethoven: la Waldstein, primo movimento. Musica tentacolare: vanno ovunque le dita del pianista, va ovunque il messaggio da comunicare, è vuoto il messaggio da comunicare, è irresistibile il messaggio da comunicare. Lo percepiamo tutti in sala, siamo a tre e cinque, tre e sei dico io, l’uomo al telefono suda, puzza il mio vicino, tre e sette dice, quattromila.

Si è gonfiato il valore della Comunicazione, s’è gonfiato, sì: c’è un grande lavoro dietro. Non era così una volta. Di sicuro un pool di artisti, quattro e cinque, la Comunicazione vale, la tecnica pittorica è basilare, è un quadro fatto da un bambino, il re è nudo, lo so, è nuda la scrofa, quattro e sette, ciò che conta è che tutti ne siamo rapiti. Mi parla, il vicino. Una Società, mi dice, potremmo dividercelo, un tanto a testa, un mese da me, un mese da te, un mese dalla puttana che insiste al telefono, insiste, la puttana. Settemila. E settemila sia, rilancio io, ma a testa. Il vicino annuisce, applaude, applaude la sala intera, si potrebbe anche fare ottomila, il telefonista annuisce, riceve il benestare della sua cliente, siamo d’accordo tutti, la Società vince, si aggiudica il lotto. È una rovina, sì, la Comunicazione è chiaramente la rovina di questa nostra Società. Usciamo mano a mano dalla sala, io e il vicino, sorridiamo, scambiamo un bacio alla francese, ne assaporo la saliva, gli tocco le natiche sode. Non ceneremo questa sera, abbiamo speso tutto, eppure siamo felici.

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↔ In alto: foto Miguel Á. Padriñán / Pexels.