L’abito bianco. La bontà dispersa in un prisma di luce

Giulia Valori

La bontà comporta uno svantaggio in quel grande gioco di competizione che è la vita. Agnes Heller, filosofa ungherese, tra le massime esponenti della «Scuola di Budapest» in un’intervista ha dichiarato:

La bellezza presuppone un certo tipo di visibilità o di conoscenza.

E in fondo l’idea etica del buono si unisce a quella estetica del bello nel momento in cui la bontà trova una sua visibilità, qualcuno che la racconti. Sempre citando Heller: «Tali atti possono essere di suprema bontà, ma se nessuno sa di essi, se non sono contemplati, non possono essere chiamati belli».

I due titoli di Nathalie Léger pubblicati in Italia da La Nuova Frontiera, prima Suite per Barbara Loden, ora L’abito bianco, rappresentano entrambi il tentativo di riparare all’omissione, e quindi all’ingiustizia, di un gesto di bontà silenziato o, semplicemente e forse ancor più immeritatamente, dimenticato.

Il racconto si mescola tra autofiction e biografia, racconto di sé e saggio, partendo dalla storia di un’artista: nel caso dell’Abito bianco la storia di Pippa Bacca e della sua ultima performance, quella di attraversare i paesi europei colpiti dalla guerra in autostop vestita da sposa per promuovere la pace nel mondo.

La bontà è una parola che mette in difficoltà, certo, è una parola che viene voglia di scuotere, e tuttavia, ho chiesto con ancora più ardore dato che nessuno mi ascoltava, chi potrebbe dire che questa parola non ha alcun senso, chi oserebbe dire che è una parola disonorevole, e magari anche nociva? […] Un grande gesto può essere un gesto mancato, la storia lo dimostra facilmente, a meno che non conservi solo i gesti riusciti, immortalandoli a lettere maiuscole quando invece si potrebbe affermare ipoteticamente che il senso delle cose e degli esseri, mi riferisco a quelli viventi, sì, i viventi non possa essere scritto che a lettere minuscole e magari anche cancellate.

La fragilità, la cedevolezza, l’errore, la fallibilità del gesto sono i parametri che li escludono dalla memoria, dal racconto della Storia con la “S” maiuscola. Qui la scrittura, nonostante la sua inadeguatezza di fronte al racconto della vita degli altri, diventa unico mezzo per imprimere un “esserci”, il tentativo di restituire un’esistenza, costantemente depistato dal pensiero che si muove frenetico, sincopato, alla ricerca di un senso altro, che vada oltre al singolo dato.
Non c’è una maniera giusta per definire i libri di Nathalie Léger, racconto personale biografia saggio, nessuna denominazione può restituire la frammentarietà e la brillantezza di uno sguardo capace di captare zone di luce laddove i fatti si fanno convulsi, opachi, per distanza o eccessiva vicinanza, generando corrispondenze impreviste, associazioni irrelate, pronte a unire l’io a un tu a un noi.

Appunto il racconto dell’altro si frantuma e finisce per proiettarsi nel racconto di sé, come quando la luce, attraversando un prisma, si disperde. La scrittura di Nathalie Léger capovolge la direzione del movimento, parte dalla dispersione degli eventi, delle vite, segue a ritroso le traiettorie delle storie per ricercarne l’origine comune, stabilendo un senso di unità inedito. È un processo puramente mentale e non fattuale, un gioco di specchi, di riconoscimenti e agnizioni, in cui viene colta la reciprocità di fenomeni distanti. È tentativo, mai definitivo, di dissipare la dispersione di senso, quello che dovrebbe essere, forse, il fine ultimo della letteratura se ne ha uno, dando appunto forma all’indistinto:

È sempre tutto indistinto, inestricabile e forse lo è ancor di più quando si è convinti di stare nella più algoritmica delle certezze, c’è bisogno di fare nomi eclatanti? È così che, decidendo mio malgrado di fare di questa confusione il soggetto incerto della mia ricerca, affidandomi allo scintillio smorzato che era esploso silenziosamente dietro le quinte del mio spirito […], mi sono interessata alla storia di questa giovane donna, proprio quando (e forse perché) mi è stato detto che non era certo fosse un’artista, ma a detta di alcuni un’idealista.

Soffermarsi solo sul soggetto raccontato potrebbe depistare su cosa è contenuto all’interno dell’Abito bianco. Come in Suite per Barbara Loden, alla scrittrice viene imposto (e si impone) di descrivere la vita Pippa Bacca, renderla dunque oggetto intorno al quale ricostruire la storia biografica con disinteressata precisione. Il tentativo si rivela fortunatamente fallimentare perché nel racconto dell’ultima performance dell’artista, terminata tragicamente, la scrittrice finisce per liberarla dalla sua singolarità, dal dato fattuale e oggettivo, rendendo la sua storia porosa, innervandola con il racconto personale, quello della storia della madre.

La scrittura si muove per momenti, gesti, attimi che cristallizzati sulla pagina diventano occasioni di riflessione, momenti di epifanica scoperta, la corrispondenza di un comune destino di violenza che partendo da un nucleo originario trova diverse e disforiche forme di espressione nella vita di ogni donna, artista e non.
La visibilità data dal gesto artistico è l’imporsi di un esserci, così la scrittura al servizio della memoria di altre vite è il riparare all’ingiustizia omertosa, ai buchi perniciosi della memoria di fronte alla violenza sulle donne, unendo frammenti di storia pubblica, quelli della artista, alla storia privata, quelli della madre. La memoria dunque riscrive, persegue traiettorie irrelate, collega punti distanti, crea ponti e proprio per questo diventa strumento di denuncia nel racconto della pervasività di un torto (l’entropia dispersiva della storia che dimentica la storia del singolo e nasconde l’origine comune dell’ingiustizia subita e della violenza secolare perpetrata) che riecheggia e annulla le differenze personali, temporali e culturali.

Ammettiamo per un istante che l’oblio sia stato inventato per gli assassini.

Però, nonostante le grandi domande e tentate risposte sull’arte, sulla scrittura, sulla vita di Pippa Bacca, quello che veramente si muove nervoso, inquieto, tra confessioni e omissioni, tra accettazione e rifiuto, è il racconto di una figlia che vuole parlare della storia di sua madre e non riesce a farlo, se non confondendo e dissimulando, in un labirintico gioco di specchi, inclinando la prospettiva di sghembo.

Ma in fondo il fallimento. Ancora grida, di notte. I tuoi sforzi per nascondere l’antica malinconia, dissimilata, no, lasciami descrivere, è anche questo, i tuoi sforzi per nascondere la malinconia devastante che ti prendeva nella forma di un’inquieta deferenza nei riguardi dell’esistenza, la tua sofferenza camuffata dalla gentilezza, il tuo gusto esasperato per la rinuncia.

Se la bellezza presuppone un certo tipo di visibilità o di conoscenza, raccontare significa rendere visibile tutto quello che era destinato a rimanere nell’ombra, è la maniera per far ritorno dentro al prisma, ricongiungersi con l’eredità materna, costellata di fragilità e fallimenti, di torti e violenze, di una bontà dimenticata e oscurata dal gesto più eclatante, una storia che, inizialmente evitata, dispersa e spersa, finisce per ritrovarla infranta e riflessa nelle vite di altre donne, di altri fallimenti, di altre violenze: vorrebbe allontanarsene, ma finisce per tornare indietro, dentro il nucleo originario, il momento esatto in cui la luminosa bontà si è infranta, l’unità spezzata.