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Per mia madre la magrezza è sempre stata un fatto di opposizione. Ma questo l’ho capito quando ero grande, una donna fatta. 
Mia madre è sempre stata magra. Il suo fisico ossuto non ha tracce di grasso. Il minimo indispensabile di muscoli. Il tutto coperto da un sottile strato di pelle. Nel suo fisico, le ossa sono il tratto più evidente. Non le ha mai messe in mostra, ma è inevitabile vederle.
Da piccola, le sentivo in ogni nostro abbraccio. Erano ovunque. C’erano quelle del bacino, molto sporgenti. Quando mi prendeva in braccio, mi accomodavo sulla sua anca come se fosse uno scalino. Poi c’erano le scapole. Quelle erano fastidiose. Ogni volta che appoggiavo la testa sulla sua spalla, sentivo l’osso duro puntare contro la tempia. Quando eravamo in spiaggia, potevo contare le costole una a una. Lo sterno era il più scocciante. Ogni volta che mi abbracciava, che mi appoggiavo al suo petto, invece di sprofondare nel morbido, mi imbattevo in una durezza poco amichevole. 
A ben pensarci, in ogni abbraccio finiamo sempre per essere io, mia madre e le sue ossa. Ma nonostante questo, mia madre mi ha sempre abbracciato molto.

Mia madre è stata una bambina magra. Anzi magrissima. Da piccola ha sofferto la fame. I suoi genitori erano immigrati dal Veneto, e nel dopoguerra gli immigrati dal Veneto facevano la fame. Sua madre era mondina. Suo padre è stato prima bracciante, poi muratore. Mia madre lo accompagnava a raccogliere la legna che sarebbe servita per scaldarsi in inverno.
A cena mangiavano latte e un pezzo di pane. A pranzo un uovo e un pezzo di pane. Mia madre era pelle e ossa e aveva sempre fame. A scuola gli altri bambini la prendevano in giro per la sua magrezza. Lei se ne faceva un cruccio e appena poteva mangiava a più non posso, ma restava comunque magra.

Crescendo, è rimasta magra. Ma la sua magrezza è diventata simbolo di una protesta silenziosa contro tutti quelli che mangiavano a oltranza, contro tutto il cibo che le veniva propinato a ogni costo, contro chi le diceva «Sei tutta pelle e ossa, metti su qualche chilo». Un giorno mi disse che lei era quella magrezza. In quel corpo si riconosceva. Era il suo corpo da una vita. Non poteva essere altrimenti. 

La sua magrezza ebbe più fasi. Sempre controllate da una volontà di ferro. Ma comunque tutto è partito da quel voler sfidare le convenzioni sociali. Non volerne fare parte. A qualunque costo.

Così i pranzi di famiglia, dove si mangiava all’inverosimile e ci si stordiva con il cibo, divennero il male. Allo stesso modo delle catene di junk food, dove vendevano panini enormi a prezzi ridottissimi. E mentre il mondo scopriva McDonald’s, mia madre se ne teneva alla larga. La società dell’opulenza mangiava a più non posso. Mia madre misurava il cibo. La società dell’opulenza metteva su chili. Mia madre restava un filo. La società dell’opulenza comprava a più non posso. Mia madre faceva durare il televisore, la lavatrice, il divano il più a lungo possibile.
Il suo motto era: si mangia per vivere, non si vive per mangiare.

Mia madre ha sempre mangiato poco. Misurato il cibo che ingurgitava. Non per questo non ha fatto cose. Correva con mio padre e camminava molto. Ogni domenica andavano in montagna a camminare. Camminavano tutto il giorno. Raggiungevano i posti più improbabili. Per mia madre raggiungere le cime delle montagne era una sfida. Per lei significava dimostrare a se stessa che ce la faceva. Che era una donna forte.
Poi sono nata io.

Arrivò all’ospedale con le doglie in una notte fredda e nevosa di gennaio. Venendole incontro, il medico la guardò, poi si voltò verso l’infermiera e chiese quale fosse la donna che doveva partorire. Allora l’infermiera indicò mia madre e il medico disse: «Impossibile! Questa donna sarà al massimo al quinto mese.» 
Proprio così disse il medico e poi nacqui io e pesavo due chili e nove.

Mia madre è sempre stata una donna attiva. Indipendente. Ha lavorato dall’età di sedici anni. E quando è andata in pensione, e lei ci è andata presto, ha pianto per giorni. Pianto di dispiacere, intendo. Ricordo che ero alle elementari e lei aveva quarantacinque anni. Non so grazie a quale legge era riuscita a prendere la pensione anticipata per cinque anni e poi, all’età di cinquanta, ottenere la pensione. Lo fece per dedicarsi a me.
Prima di allora non avevo mai visto mia madre piangere e la cosa mi fece una certa impressione. Piangeva di tristezza. Disse che per cinque anni avrebbe preso novecentomila lire al mese. Con  novecentomila lire mia madre non riusciva a considerarsi una donna autonoma ed emancipata e questo la faceva soffrire. E poi lavorare le piaceva. Eravamo io e lei sulla poltrona, il libro Il Bosco delle Meraviglie aperto sulle gambe, e mia madre piangeva perché sarebbe andata in pensione.
In quel momento ho pensato che lavorare doveva essere bello come andare a scuola.

Mi ebbe tardi, non tardissimo. Ma per l’epoca era tardi. Mio padre aveva trent’anni, lei trentasette. Anche questo per l’epoca era un po’ strano. Non erano sposati e mia madre era già divorziata. Una situazione particolare. 
Ora è tutto normale. Avere figli a quarant’anni, avere uno o più mariti, avere uomini più giovani. Ma per l’epoca c’erano tante cose che stridevano. 
Come dicevo, mia madre non sopportava le convenzioni sociali e sbandierava la sua magrezza e la sua indipendenza a dispetto di tutto e di tutti.

Nonostante mangiasse poco, mia madre ha sempre avuto un amore spassionato per la cioccolata. Le sue grandi passioni sono state: camminare, mangiare cioccolata rigorosamente fondente e indossare camicette di Max Mara. Ma la cioccolata extra fondente è sempre stata il suo massimo. In casa non è mai mancata una barretta di cioccolata. Mancava il pane, ma la cioccolata no.
Arrivava a esserne tanto gelosa da nasconderla. Così che io o mio padre non potessimo trovarla. 

La sua disciplina marziale si esprimeva nei miei confronti sotto forma di un controllo rigoroso del mio andamento scolastico. Prima il dovere, sempre e comunque. Ci scontrammo. Gli anni dell’adolescenza furono anni di furore. Lei con il suo carattere di ferro, io con i miei fumi esistenziali. Comunque non fu mai per il cibo. Piuttosto sul mio modo blando e insicuro di vedere la vita e il suo progredire. Com’era possibile che dal suo corpo fosse uscita una creatura tanto volubile? Furono anni di scontri e lotta. 
Le cose migliorarono quando andai all’università e a vivere in un piccolo monolocale tutto mio.

Siamo molto diverse. La quiete che ho nell’affrontare la vita deve essersi sviluppata in opposizione a lei. Non ci eravamo mai perse del tutto, ma avevamo smesso di frequentarci. Di parlarci per raccontarci le cose. Ci limitavamo a un approccio formale. Asciutto. Succinto. Limitato al minimo degli scambi: Natale, Pasqua, compleanni. Le chiedevo se stava bene e lei faceva altrettanto con me. Questo era ciò che contava. 

Saremmo andate avanti così, se non fosse che si ammalò.
Fu un male brutto e cattivo. Lo venni a sapere per caso perché lei non parlava mai dei suoi mali, dei medici non si fidava, degli ospedali ancora meno. Fu tremendo. Non voleva farsi curare.
Ormai ero una giovane donna e lavoravo. Tornai a casa per convincerla. Perché sapevo che se c’era una persona che poteva farle cambiare idea, quella ero io. Ma quando mi trovai davanti a lei, il mio intento vacillò.
Ci vedevamo dopo tanto tempo, lei era invecchiata.
«Non puoi obbligarmi» fu la prima cosa che disse.
E io muta la guardai con gli occhi di una figlia che guarda il genitore malato. Rispettavo la portata della sua scelta. Ne comprendevo perfino le ragioni e la capivo. Ma non ero affatto d’accordo. Ero combattuta tra l’immenso rispetto che nutrivo nei confronti di quella donna e allo stesso tempo il desiderio spasmodico che avevo di aiutarla. 
Andammo a fare una passeggiata e fuori l’aria era leggera. Il cielo limpido. I campi di spighe di avena e grano si alternavano, così i verdi a tratti più gialli a tratti più blu. L’aria muoveva le spighe che scintillavano di riflessi argentei contro la luce del sole. Quel moto ondoso mi ricordò il mare. L’ultima volta che c’ero stata con lei, ero una bambina.
Allora mia madre respirò e si rilassò in un raro momento di sollievo dal dolore. «Così deve andare» disse.
E cercò di spiegare alla figlia, a me, perché certe cose non si possono cambiare. Perché a certe cose non voleva opporsi. Una, dieci, cento mila volte avrebbe ripetuto e urlato il suo desiderio di libertà. Con furore. Fino alla fine. Fino all’ultimo respiro.
Ormai conoscevo bene quel desiderio di libertà. Sopra tutto e tutti. Fino all’estremo. Mi sono domandata più volte quanto davvero contava quella libertà.
Per lei tutto. Valeva più di ogni cosa. Mi si strinse il cuore così forte che sentii uno spasimo al petto. Scoppiai a piangere. Mi abbandonai alle lacrime. Allora lei mi abbracciò forte come faceva quando ero bambina. Eravamo di nuovo madre e figlia. Sentii le scapole sporgenti sotto la tempia. Il suo profumo di sempre mi avvolse. Potrei avere due anni come cinquanta, il sentimento non cambia, come il suo odore.

Invecchiando, la magrezza di mia madre è diventata più evidente. Le sue ossa si sono fatte più sporgenti, quella poca carne si è consumata. Gli occhi sono diventati grandi e malinconici. Il verde brillante dello smeraldo ha lasciato il posto a un verde più mesto e tiepido. Ma lei continua a camminare. Indossa gli occhiali scuri quando esce. Mangia ancora cioccolata e difende a spada tratta la sua magrezza. 
«I tessuti cedono, il corpo cade, ma sono ancora io.» Mi ha detto un giorno. «Finché posso camminare e godermi un cubetto di cioccolata ho ancora di che gioire.»

Questo racconto è un’opera di fantasia e qualsiasi riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

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↔ In alto: Anh Tuan To / Unsplash.

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