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Disclaimer: questo è un racconto di finzione.

Mi hanno detto che mio padre è morto, per messaggio: sono a lavoro t devo dire una cosa firmato mamma. Firmato mamma è nel testo. L’ho richiamata e mi ha spiegato attraversando la strada, che stava andando a pranzare dal sindaco o forse stava tornando non ha capito. Le dico: come Roland Barthes. Chi? Ma poi quale sindaco? Quello nuovo di Roma, ieri è salito. Ah. Ah dici? Devi tornare giù, come ti senti? Devi tornare sei il più grande i tuoi fratelli sono distrutti. E io no? (No). Sì, ma sarei tornato comunque, ho il treno domani. Ah già. Che passa da Roma, dopodomani per Reggio. Annulla quello per Reggio, se vuoi, mi fai compagnia con la salma, la portiamo domani. Devi vederlo, non si riconosce in volto ma la pancia è sempre quella, ride e poi scoppia in lacrime.
Nello sgabuzzino c’è lo swiffer tarocco che spruzza acqua e disinfettante. Me lo ha regalato papà per l’onomastico in dicembre, che ho il nome di suo padre, il ventidue. È a L’Avana o in Marocco non è morto, mi ripeto, provando un piacere perverso alla possibile coincidenza tra questa verità e il potere attrattivo dei panni in tessuto testurizzato: quella balla di peli e capelli si inumidisce e si schiaccia e non ha ancora compiuto gli anni di suo padre. Me lo appunto sulle note del cellulare, titolando: motivi per cui papà non è passato a miglior vita, con tanto di frase fatta. La cosa che non ha ancora superato suo padre va sotto la parentesi (da dire a mamma). Suo padre è morto nel millenovecentonovantanove, quando io avevo quattro anni, non compiuti. Credevano fosse meglio non dirmelo, perché tra me e lui c’era un affetto non abituale, una sorta di affinità elettiva. Quando ha cominciato a stare male era l’inizio dell’estate, se ne accorse mia madre perché mentre guidava tendeva a sinistra, così gli esami, cancro stadio avanzato, una storia ormai non così nuova. Andavamo nell’orto io a sconquassare quello che lui aveva piantato, lui a ripiantare, sistemare. La mattina presto e a un certo punto no, di colpo. Allora, lui chiuso in quella camera da letto che mi era proibita, dicevo che non mi amava più, che aveva smesso di amarmi. Mia madre quindi mi prende per mano, apre la porta e fa: tuo nonno è qui (lui mi sorride) e sta molto male, morirà. Mi fa cenno di entrare e mi siedo con lui. Non mangiava da giorni solo questa flebo lunghissima che avevano appeso al manubrio della cyclette. Una mattina (me lo raccontano, io non lo ricordo) porto un vassoio con latte e rigoli e mi siedo. Gli dico: ora mangiamo. Intingo il biscotto e do un morso io, lo reintingo e lo dà lui. Finché non si riaddormenta per la stanchezza. È comunque morto.
Lo swiffer l’avevo messo nello sgabuzzino a Pavia perché né Emma né Noè né Anna lo vogliono in casa, dicono che non è igienico, invece quel cagnaccio vecchio ungherese sì. Ma due su tre sono via e io lo tiro fuori di nascosto, mentre Noè lavora con le cuffie noise cancelling, cominciando a passarlo fino a che non finisce l’acqua. Poi riempio e così per diversi minuti, però mi suona la sveglia, che il treno sarebbe partito, da Rogoredo, in un’ora.

Mio padre è un profeta del tempo. Nevicherà, dice, e nevica. Farà giorno e fa giorno. Come ogni profeta è inascoltato. Rientrava in casa così dicendo eccovi Cassandro e si sedeva sul divanetto in pelle con le mani alle tempie, dal dolore, e io: che è successo? Niente [virgola] e poi cominciava a raccontare. Di ambiente parlava decenni fa, dicendo Io non sono un ambientalista ma un ecologista, credendo di essere capito, ma facevano sì sì e poi di testa loro. Del surriscaldamento globale e non dei cambiamenti climatici, che non vuol dire nulla, il clima è sempre cambiato. Piccole cose anche, o più piccole: passando sul Ponte Morandi, il giorno prima del crollo, di ritorno da Marsiglia in una macchina sette posti, dopo una vacanza, piovendo, guardando i piloni, osservando la portata, il carico delle macchine a occhio, diceva: non c’è stabilità, non c’è stata la giusta manutenzione. Eravamo all’altezza del Vulcano Buono quando alla radio la notizia.           
Mi torna in mente la telefonata di qualche giorno fa, non dire sempre sono stanco, sono stufo, alla fine rischi di convincerti, mi hai mai sentito dire che ho mal di testa? No, eppure ce l’ho sempre.         
Penso alle sue profezie in treno mentre un prete parlotta con il collega, già seduti attaccati, senza mascherina. Gli chiedo se dio lo protegge in via preferenziale, lui sorride e la rialza, forse perché poco dietro comincia a sentirsi la voce del controllore, biglietto dice, green pass. Queste cose come lo sbattere le porte nei film di Bresson sono elementi ritmici, tu che infili la mano in tasca, recuperi il codice a barre e lo mostri e in quei pochi secondi d’attesa sei in bilico tra fede e scetticismo come di fronte all’ennesima alba che dici non può ripetersi sempre uguale.      

Mia madre guarda la strada attraverso occhiali graduati per miopia leggermente storti, come ci si fosse addormentata sopra, cosa che fa quotidianamente, a Roma, nel divano rosato della casa in affitto, il pomeriggio di ritorno dal lavoro. Fa la psichiatra ma questo non la difende dal pianto, anzi mi sembra la introduca in una maniera tutta particolare, emotiva e assieme razionale. Guida lei il furgoncino, ha fatto sedere a lato l’autista delle pompe funebri Gigi e dietro me. Quando decide non c’è molto da fare e quindi apposto, Gigi si è appisolato al finestrino e ogni tanto sobbalza, in corrispondenza di ogni passaggio di regione. Ha una teoria su questo, che abbiano messo un dosso più alto proprio sui confini geografici, per avvisare a livello fisico i conducenti; poi – si rivolge a mia madre – per un pilota fisico e inconscio sono la stessa cosa. Mia madre chiede di spiegare. Eh sì, chi guida l’ho letto su una rivista sente la macchina come un’estensione di sé e quindi della propria mente. Mia madre dice va bene, che è vero, e che l’inconscio non esiste, Freud è morto e al massimo che dobbiamo cambiare la nostra idea di coscienza, ammettere che il corpo e la mente abbiano pari ruolo nella cognizione qui la fermo, perché ai cambi epistemologici sento un balzo al cuore, di quelli emotivi, come al primo bacio, come alla vittoria di una scommessa online, come alla notizia di papà: papà è a L’Avana, le dico, non è morto, non è in questa bara. E batto con la mano sul legno lucido.        
Mia madre rimane in silenzio. Gigi fa: ok, non so se alla cosa della mente e del corpo o a me, che cerco di intuire lo sguardo di mia madre dallo specchietto. Continuo: a L’Avana, lo diceva sempre quando fumava con zio Saso, in balcone. Dobbiamo andare a L’Avana un giorno, o in Marocco. Papà mentre parlava di L’Avana fumava il sigaro ricordi? A Bova, e tu dentro a sistemare per la cena gli urlavi smettila, che ti viene un cancro, ti viene qualcosa. Lui rideva perché – mi fa lei io scherzavo. Ma infatti mamma lui rideva perché ti conosce, che esorcizzi così. Mia madre singhiozza prima delle lacrime, penso perché ha una malformazione alla trachea. Fumava il sigaro mamma e poi mentre so che Gigi non può più dormire continuo a raccontare, in quei rituali post mortem, la nuvoletta più densa gli copriva il volto, boccheggiava come un pesce fuori dall’acqua. Una volta gli ho detto: sembri Pablo Escobar. E ci ha raccontato di quando nel Novanta in Svizzera lo fermano alla dogana, se nell’auto ci fossero contanti o altro, armi. Mi hanno scambiato, rideva. Sì mi ricordo, fa mamma. E lui, proseguo io, gli dice: non siamo nel Sosia di Dostoevskij. Non ha riso nessuno, lui e Ypsilon sì, suo amico d’infanzia che ha le gambe piccolissime, una struttura a Y, appunto, e guida statisticamente sopra i centocinquanta all’ora. Sei Papàblo Escobar, gli dico, aspettando la sua risata, che arriva con le spallucce come sua madre come suo padre immagino come me, che lo ripeto. Zio Saso invece è tutta una risata di mento, le ginocchia che si muovono continuamente in un tic assieme alle sopracciglia.      

Ci fermiamo a Rosarno per un caffè, a meno di due ore da Reggio. Gigi rimane in macchina a completare il riposo. Appoggiati al bancone mamma mi fa: è qui che vi hanno fermato? Io finisco il caffè come faceva lui, in un sorso, da uomini veri, e le rispondo di sì. Ad aprile dell’anno scorso, durante il primo Lockdown, mia madre sentendomi al telefono con una voce che non aveva mai sentito ha spedito mio padre a prendermi, contro tutti i decreti e tutto. Mio padre in undici ore in macchina da Reggio Calabria a Pavia non ha incontrato un solo posto di blocco, non ha pisciato una volta. Sotto casa mi sembrava che il campanello fosse nella mia testa, un particolarissimo acufene che mi ero creato in sua attesa. Mi chiama al telefono e mi dice aprimi, io mi affaccio e lui mi saluta col sorriso pieno delle guance gonfie, non grasse. I pensieri che facevo: non posso toccarlo, non posso stare a meno di due metri di distanza, è bene che dorma in una stanza separata, che usi un bagno separato (sarebbe stato una notte, il tempo di lasciare la casa in stato accettabile, di firmare la resa con la padrona che col sudore acido e la mascherina sotto il naso rideva, dicendo certo che il figlio è così bello, guardate il padre). Lasciata la porta socchiusa lo vedo entrare e in un secondo, con ancora tutte le cose indosso, tra la giacca nera il borsello e il poco che aveva portato per sé, lo abbraccio e scoppio a piangere. La banalità di sentire pronunciare il mio nome dal vivo, non attraverso uno specchio, e di sentirlo da una persona amata, da un uomo che sa la mia sofferenza intuitivamente, che la vive su di sé.
La sera abbiamo visto un brutto film di fantascienza, District 9: le prime immagini di alieni che sbarcano a Città del Capo come migranti, affamati, stremati. Buoni presupposti, sviluppo pessimo. Camera a mano e cose così, moralismo da blockbuster. Abbiamo mangiato una pasta svuotafrigo, con ‘nduja e tonno, e l’indomani siamo ripartiti. Le dodici ore al ritorno, con una sola pausa vescica, hanno questo stesso sapore, di nostos, con lo scorrere velocissimo del paesaggio attorno. La pausa è avvenuta proprio qui a Rosarno non volontariamente, perché ci eravamo portati tutto, persino la bottiglietta di plastica vuota, ad ogni evenienza. Lui mi fa: c’è il posto di blocco. Allora reindosso la ffp2 e mi sdraio dietro nascondendomi e fingendo di dormire. Ci ferma una carabiniera: dove andate? A Reggio. Da dove venite? Da Pavia. Mh. Perché? Sono andato a prendere mio figlio, era solo in casa. Molti sono soli in casa ma questa cosa non si può fare. Lo so, dice papà, ma ha una diagnosi di depressione grave. Questa cosa non me l’aveva detta, tira fuori un foglio con la firma di mia madre che scrive che dalle conversazioni al telefono mostravo segni incipienti di euforia e disforia tipici di condizione depressiva. Lei guarda il foglio con attenzione, esamina il timbro medico. Poi guarda più attentamente mio padre piegandosi al finestrino. Dice il suo nome e mio padre risponde, sì? Non ci credo, fa. Poi dice il mio e togliendosi la mascherina dice sono io! Mia madre ride ancora a questo racconto, ha finito il caffè ed è in fila a pagare. Le faccio che pago io e lei dice si vede che sei diventato grande. La carabiniera era una vecchia amica di famiglia, tutti bardati così non ci aveva riconosciuto. Fa, andate andate e salutatemi tutti, a casa. Pure tu pure tu.        
Mio padre è fortunato. Lo sanno tutti. Sfortunato nelle cose che contano, va da sé, ma nelle piccole come trovare parcheggio o vincere a carte sì. Quando smettiamo di parlare di lui come se fosse vivo ce lo figuriamo sdraiato e silenzioso e freddo nel lungo cofano del furgoncino. Anche in fila al bagno le dico: non è morto mamma, è a L’Avana. Te lo dico io che è a L’Avana. Lei, prima di entrare, scuote la testa e dice: no, fermati.

Abbiamo debiti o cosa? Di solito i morti lasciano debiti e per papà non mi stupirei. Poi misuro il battito di Gigi che non parla da ore, per sicurezza. È vivo, sorrido a mamma che ricambia. Sì, mi fa poi, ed è strano. Prende dal cruscotto un fascicolo con dentro centinaia di bollette non pagate, utenze telefoniche e televisive, Vodafone Sky Tim. È strano perché prima di morire mi fa che le devo dare a te se qualcosa accade. Mi squilla il telefono. Spe mamma, che rispondo. Buongiorno, lei è Demetrio Marra? Dico sì. Siamo un’agenzia di recupero crediti per Sky. Risulta che alla scadenza dell’abbonamento del luglio duemilaquattordici mancano cinquecento euro di saldo. Cinquecento euro? Ma poi io non ho mai avuto Sky, nel duemilaquattordici avevo diciottanni. A noi risulta il suo nome. Senta, non sono io. E chiudo. Mi richiama un altro paio di volte finché non blocco il numero. Sfoglio il fascicolo e vedo che tutte le bollette non pagate sono intestate a me, per decine di migliaia di euro. Ma queste non le avevi aperte, mamma? Non ci capisco niente di ste cose. È successo qualcosa? Siamo a Villa San Giovanni ormai e guardo il mare e la Sicilia, le navi Caronte che traghettano. Sul curvone autostradale che devia per Reggio ho sempre l’impressione di cadere. Mamma sono tutte intestate a me. Sono debiti su debiti con operatori. Lei fa non è possibile. Abbiamo questi soldi? No con la testa e poi: no, non li abbiamo.

Arriviamo a casa che manca il numero civico. È normale? I miei fratelli sono già dentro, arrivati col treno il giorno prima per il funerale, che si terrà domani, ventisette settembre duemilaventuno, al cimitero di Condera, sarà sepolto sotto suo padre. Suoniamo e ci apre il secondogenito, con in mano il numero. Mi fa: l’ho trovato sulla scrivania dello studio, sopra una busta di vecchie foto di papà, è mai stato in Sud America? Possibile? Lascio lo zaino all’entrata e dico a Gigi di togliere il cardine del portone, intanto, se vuole far entrare la bara. La metteremmo sul tavolo di design della cucina per omaggiare il suo buon gusto. Il secondogenito è in camera a disegnare, ascolta musica è solo. Di foto nello studio ce n’è una di fronte alla Casa Bianca, che tiene per mano un bambino. Sembro io, mi volto da mamma e le faccio e questa? Non lo so, sempre con la testa.      
A cena facciamo due piadine e c’è anche Gigi con noi, che occupa il posto di mio padre, a capotavola. La bara adesso è sul tavolo da Ping Pong. Gli abbiamo chiesto se volesse rimanere qui visto che poi deve guidare fino al Camposanto. Camposanto lo ha detto mia madre che sta cominciando a usare parole strane. Ci chiede anche di pregare prima di mangiare e noi che abbiamo tutti fatto gli scout l’accontentiamo. Mia mamma chiude la preghiera baciandosi una croce al petto che non credevo avesse, una collanina che non le appartiene, almeno a livello iconografico. La lampada emette luce gialla, mettendo la scena in posizione surreale. Questa luce, dico, è gialla come le patate. Tutti ridono e pure Gigi, che lava i piatti come mio padre e gli vedo anche la sua pancia. Dico: assomigli a mio padre oggi. Lui ride e ci asseconda, sembra un figurante, addirittura abituato a recitare queste parti. Ha dei baffi che mio padre non porterebbe mai, gli stessi di Pablo Escobar.

Ho messo le foto trovate da mio fratello sul divanoletto da un lato, dall’altro le bollette. Penso ci siano delle corrispondenze con la luce leggermente blu per il colore delle pareti, azzurrino anzi, della mia adolescenza. Vado a controllare se ci sono date o scritte dietro ogni foto e in quella della Casa Bianca leggo il mio nome e il suo, duemila. Ma nel duemila il secondogenito non aveva solo un anno? Un’altra foto con lui mezzo nudo e me in pigiama, bianco con fantasie che non distinguo. Un’altra ancora col colbacco, una con me ancora in braccio, appoggiato a un’automobile. Mamma, urlo. Mia madre già dorme e sento sommessamente che c’è?         
Non le rispondo leggendo in tutte le bollette il mio nome e la mia firma. Non ho mai firmato nulla, va da sé. Decine di abbonamenti a servizi che non abbiamo mai pagato. La cifra è poco sotto i diecimila, un’enormità per noi che a malapena abbiamo da pagare il funerale. Tutto questo mi convince di più del fatto che mio padre non sia morto, non capisco perché. Mentre rimetto in pila i fogli, mi colpisce una lettera che apparentemente assomiglia a un’altra bolletta ma è indirizzata a me. È scritta a penna in stampatello e la griglia è esattamente quella di una bolletta. La capovolgo e vedo che ha scritto dentro l’ombra di una richiesta di pagamento da parte di Tim, del duemilaquindici:

io e mamma siamo contenti di quello che stai facendo. È una strada difficile ma del resto non lo sono tutte? Farai il tuo bestseller, lo so. Studia e vedi di passare gli esemi. Héctor Cúper. papà.

È la bozza del messaggio whatsapp che mi ha inviato dopo uno dei primi esami, non andato granché. Glottologia. Avevo preso ventiquattro. Lui mi scriveva Héctor Cúper che era il nostro correlativo oggettivo per la pacca sul petto, come la dava l’allenatore dell’Inter prima che i giocatori entrassero in campo. Mi dava la carica. Non sapevo scrivesse le bozze dei messaggi così la porto a mamma, dorme con la bocca aperta e russa. La sveglio scuotendola e poi le do un bacio sulla guancia. Al bacio apre gli occhi. Che c’è amore? Le mostro la lettera e dice: dove l’hai trovata? Le chiedo se sapesse che prima di inviarmi messaggi li scriveva. Fa sì, certo. Gliel’ho detto io, così potevo correggerli. Tuo padre spesso dice cose che non pensa, non è così bravo con le parole. Cioè è bravo ma non è bravo a usare le parole per parlare con il cuore. Non lo so mamma, è così strano. Non lo è. Per esempio mi ricordo che in questa gli dissi di togliere “vedi di passare gli esami”, troppo assertivo. Faccio una ricerca messaggi su whatsapp e lo trovo, undici di sera del tre febbraio:

io e mamma siamo contenti di quello che stai facendo. È una strada difficile ma del resto non lo sono tutte? Farai il tuo bestseller, lo so. Intanto impegna questa strada dell’università. Magari se passi gli tutti gli esami ad agosto ci facciamo un viaggio premio, io e te, come ai vecchi tempi. Mi raccomando, Héctor Cúper. papà.

Mi siedo sul cornicione del letto. Non può essere morto è a L’Avana: la frase prende le forme di un pensiero intrusivo. Cerco di allontanarlo perché fa male quasi più adesso della morte perché vorrebbe dire che è andato via, perché chi lo sa. Ma se è a L’Avana devo saperlo. Mia madre ha quasi ripreso a dormire e le sussurro che papà è vivo. Allora lei mi dice, se sei così sicuro apri la bara.

Al Cimitero ci sono tutti i parenti, poi gli amici e i conoscenti, e gli amici dei conoscenti come si trattasse dell’insieme di ricondivisione di Facebook. Riconosco Ypsilon e l’altra collega Ics col caschetto appena fatto, mio papà alla fine si faceva chiamare Zeta, sempre facendo spallucce. Poi il sindaco di Reggio che si fa fotografare, quello di Roma che si fa fare un video con lo Stretto alle Spalle. E poi l’assessore-editore, l’assessore-economo, l’assessore-imprenditore, l’assessore-assessore, l’assessora-attivista, l’attivista-assessora, l’assessore-assessora, l’ex-assessore, quindi il presidente del Parco Aspromonte, l’ex presidente del Parco Aspromonte e il suo possibile successore, ora assessore all’acqua potabile al comune, la proprietaria della pizzeria sotto casa a Roma, il benzinaio di Via Palmi, e un uomo che non riconosco in giacca e cravatta, giacca e cravatta? Mio padre una cravatta non l’ha mai messa e infatti nessuno la indossa, per coerenza formale. Come da testamento, il funerale è sobrio, senza giri di parole. Il parroco-assessore fa il suo discorso e mia nonna, la mamma di papà, piange con un velo in testa, mi dice all’orecchio che l’ha fatto lei, a macchina. Piangono tutti ma io non riesco, anche se vorrei. Vorrei per nascondere quello che ho scoperto ieri, aprendo quella bara. In casa non l’ho detto a nessuno, neanche a Gigi che dormiva nel divanetto della cucina. Mio padre è a L’Avana, non è qui e questi o non capiscono o sono proprio quelli da cui mio padre vuole andar via. Il tizio in giacca, poi penso, può essere un agente di recupero crediti. Effettivamente assomiglia a quello del film, a Santamaria, ridacci a noi i nostri crediti dice il parroco a quel punto, sorridendo. Perché sorride? Mi avvicino al man in black e gli dico piacere, non ci conosciamo. Lui tentenna e fa salve, sono della SUD-ARCH, Agenzia Recupero Crediti del Sud, la acca serve per non dire arc. Piacere. Lei è il figlio, no? Sì, sono io. Sa che suo padre ha molti debiti. Lo so (intanto mi sudano le mani che asciugo sui jeans) ma i soldi non li abbiamo. Ah. Ah lo dico io, le sembra il caso, la situazione? Ero amico di suo padre. E dimmi, perché c’è la mia firma su quei contratti? Fa sì con la testa, volta le spalle e poi dice condoglianze, allontanandosi. Grazie. Mi allontano anche io e noto con piacere che non mi segue, che non impegna nessun tragitto strategico, che rispetta questo momento. Però mi assalirà dopo, al piccolo rinfresco, o addirittura mi seguirà da qui in poi, come un cane randagio. Vado via allora piano dalla funzione ed esco dal Cimitero, che dà sulla città. Abusivismo ovunque e sarebbe piaciuto a papà lamentarsi qui con me, che merda, che schifo, avrebbe detto scuotendo la testa. Poi penso a quella volta, che raccontava della battuta di caccia. Suo nonno che portava il suo nome le organizzava per i ricchi che volevano sparare la domenica, facevano i pallini in casa e li accompagnavano. Uno di loro segue una quaglia ma la segue troppo finché non passa dietro a mio nonno e bam, centinaia di pallini nella parte superiore del corpo. Rimuoverli tutti era impossibile e ancora si sentivano sottopelle, quando ero piccolo, come punti neri. Mio nonno che ha il mio nome non è morto di tumore per il fumo ma per il piombo. Questa cosa mi dà ancora il nervoso perché forse avrebbe potuto vivere. Perché ci sto pensando ora?

Torno a casa in fretta e riguardo le foto. Le guardo bene alla luce del cellulare e vedo i ritocchi. Non siamo io e lui sono foto di Pablo Escobar e sono dei messaggi. Non significano niente se non che ho ragione, penso. Che non è morto ma cosa vuole che io faccia? Ci ha abbandonato, lasciato indietro e Héctor Cúper mi arriva sul cellulare. È un sms. Mi salta il cuore in gola, poi penso che potrebbe essere chiunque, anche l’agenzia di recupero crediti che mi torturerà mi seguirà mi assillerà finché non darò al dio Vodafone al dio Sky e al dio Tim quello che è loro di diritto, finché non avrò un lavoro e mi decurteranno le spese, e poi mi obbligheranno a fare altri contratti patteggiando per evitare le more e poi mi persuaderanno a chiedere un prestito e poi quando non potrò pagarlo comincerò a lavorare per loro, a lavare i piatti nella mensa dell’agenzia che fonderanno apposta per quelli come me e con me lavorerà Gigi, che forse è sempre stato uno di loro sotto copertura e anche in quel momento mi sorveglierà, se toglierò le macchie se terrò la retina per capelli in testa nonostante io sia calvo, se terrò i guanti se userò le quantità indicate di detergenti, Gigi stesso che mi ha accompagnato a casa, per favore Gigi ho bisogno, ho bisogno di capire e lui come il dungeon master annuisce, sa già tutto Gigi e dimmelo allora, dimmelo! Non voglio finire i miei giorni come lavastoviglie dell’agenzia dimmi che devo fare dimmi – mi arriva un altro messaggio, di nuovo Héctor Cúper e dandomi un pugno al petto come Héctor Cúper come Matthew McConaughey come il suo personaggio in The Wolf of Wall Street come di Caprio come tutti quelli su TikTok e Instagram che continuano il trend chiamo il numero, mi risponde una segreteria telefonica Cubacel. Este es el contestador de Escobar. Por favor deja un mensaje después del tono Papà papà torna per favore come faccio.


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↔ In alto: foto di Ronald Cuyan / Unsplash.

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