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Traduzione di Cristina Massaccesi.

Ecco come penso di aver preso il virus dell’AIDS.

Era un venerdì sera durante il fine settimana del Memorial Day del 1980 e io ero andato allo Spike, il bar leather più in voga di New York in quel periodo. Si trovava a Chelsea, dalle parti della West Side Highway che non era ancora stata demolita. Non si trattava che di una prima tappa, di un modo per dare inizio alla notte. Sapevo benissimo che alla fine mi sarei ritrovato qualche isolato più in là al Mineshaft dopo una passeggiata di una decina di minuti elettrizzante anche se terrificante attraverso una di quelle terre di nessuno che si trovano nelle grandi città, durante la quale non si poteva fare altro che sperare di non incappare in una gang di teppisti adesca-froci delle case popolari appena a est del quartiere.

Il Mineshaft era un sex club leather, anche se le parole “sex” e “club” non gli rendono affatto giustizia. Le leather queen europee, californiane e australiane venivano a New York solo per passarci qualche ora e poi ritornare a casa con racconti sul suo decadente splendore fradicio di piscio. Anche noi leather queen di città eravamo d’accordo sul fatto che si trattasse di un posto speciale, ma la libertà di potervi accedere ogni volta che volevamo ci aveva viziato. Del resto, da una decina d’anni, New York era diventata il centro dell’universo gay sotto ogni punto di vista. Lo Studio 54, gli aforismi wildiani di Diana Vreeland e le cene del Costume Institute, gli spacciatori che, già pratici nell’uso del cercapersone, vendevano una varietà sconcertante di stimolanti e sedativi, cocaina, speed e acido dalle loro limousine a noleggio. Andy e Truman e Halston (modelli di comportamento raccapriccianti, ma che dettavano legge in fatto di mode), e poi scene musicali, artistiche e fashion in continua evoluzione, con glamour ed energia a perdita d’occhio.

Il Mineshaft aveva il suo glamour e, di certo, aveva la sua energia. Occupava un angolo del Meatpacking District che, con le sue distese di quarti di bue appesi ai ganci e omoni grassi con i camici bianchi insanguinati, era quanto di più notturno e inquietante noi leather queen avremmo mai potuto immaginare. Era appena a sud della Quattordicesima Strada, a un solo isolato dal fiume. C’erano due piani, uno nel seminterrato e quindi costantemente umido, e l’altro più simile a uno studentato pieno di matti, con tanto di tavolo da biliardo e panche perfette per mettersi in mostra. Si poteva anche accedere al tetto. Entravi, salivi al piano di sopra, venivi controllato dai tizi alla porta (conoscitori del leather e maestri di perversioni e immoralità), che si assicuravano che tu non indossassi pantaloni di cotone, mocassini o magliette Lacoste. Se lo facevi, ma dimostravi comunque di avere un certo potenziale, ti concedevano la possibilità di affidare quegli abiti degni di biasimo al guardaroba oppure di lasciare il locale con la coda fra le gambe, ma senza rancore, per tornare un’altra notte. (La cosa peggiore era avere addosso del profumo, un’offesa per cui si poteva fare ben poco, e per la quale si era costretti ad andare via, frustrati e imbarazzati). Quasi tutti gli avventori, però, non erano nudi. Anche quelli con cazzi enormi e attraenti non avrebbero mai voluto separarsi dalle loro giacche di pelle, dai gambali e dai gilet che li trasformavano in icone di virilità, trasgressione e machismo. Inoltre, c’era sempre in giro qualche uniforme. Tizi vestiti da agenti della stradale californiana con stivaloni tirati a lucido allacciati fino al ginocchio e pantaloni a sbuffo proprio sopra il bordo degli scarponi, e poi caschi con la visiera, occhiali a specchio, distintivi e manganelli; oppure uniformi militari scrupolosamente autentiche nella scelta di cinture, berretti, targhette di riconoscimento, mostrine e, fra i veri perfezionisti, calzini e biancheria. Certo, quelle uniformi di solito erano stirate e pulite, qualità che per molti di noi non erano affatto seducenti, ma non importava. Se non altro c’era qualcuno davvero dedito alla causa che si preoccupava di tenere alto il nome dei feticisti di tutto il mondo.

Ma veniamo alle vostre domande.

Gli uomini erano tutti sexy? Certo che no. Ce n’erano parecchi che venivano considerati dei mostri – uno, per esempio, noto come “Parti di ricambio”, con un’anca finta, una protesi al posto di una mano, il parrucchino e un occhio di vetro, e spero di non aver dimenticato nulla – ma la maggior parte era semplicemente poco attraente anche se voleva comunque toccarti o farti un pompino o rimorchiarti per la notte, proprio come chiunque altro. Molti, poi, erano insignificanti, con tutte le carte in regola per superare la soglia del locale, ma senza alcuna immaginazione, e si aggiravano per il club nella speranza di un orgasmo che non aveva nulla a che fare con il visuale. C’erano comunque abbastanza uomini affascinanti, di solito una dozzina o giù di lì, tipi in grado di tenerti sulle spine, alcune vere bellezze, altri che incarnavano lo stereotipo perfetto della virilità. Chi avrebbe mai detto che nel giro di quindici anni una metà di loro, così giovani e vigorosi e muscolosi, sempre impegnati a mettersi in mostra e farsi belli, sarebbe stata – lo avrete già indovinato – morta, oppure, in una condanna altrettanto tragica in un mondo dominato dal narcisismo, sfigurata o cadaverica.

C’erano anche delle donne al Mineshaft? Molto raramente. C’erano alcune donne stile Mad Max, essenziali e vestite di pelle, che si erano guadagnate la fiducia e, cosa ancora più importante, l’ammirazione degli uomini e che era sempre un piacere incontrare. In fondo, le donne mi sono sempre piaciute più degli uomini, in ogni senso, tranne che dal punto di vista sessuale. Per quel che ne so, non passavano molto tempo fuori dai bar (ce n’erano due, uno al piano superiore, uno a quello inferiore) e si comportavano sempre in maniera impeccabile, modelli del loro particolare e minaccioso senso del decoro.

E la droga? Ovviamente è impossibile saperlo con certezza, ma ho sempre immaginato che quasi tutti si facessero di qualcosa. La cocaina era dovunque. Alcuni fingevano di prenderla in maniera discreta, in un angolo del locale o in uno dei bagni. Altri, quelli che alle tre del mattino avevano ancora la coordinazione indice-naso, si sedevano nella penombra sul bordo del tavolo da biliardo. Quelle manovre, ovviamente, dovevano essere ripetute di continuo, non appena la tirata precedente smetteva di fare effetto. Era un inconveniente, ma rappresentava anche l’occasione per comportarsi male, per fare il ribelle e non essere un semplice pupazzo di carta, ed era anche un modo per dimostrare di avere soldi da buttare (un’arma di seduzione nella comunità gay di quegli anni, anche se il benessere economico non contava molto in quel particolare ambiente). La gente che prendeva speed o acido, oppure MDA, di solito aveva già fatto il pieno prima di uscire di casa, visto che l’effetto di quella roba durava per ore. L’erba era dappertutto, così come i popper, e la polvere d’angelo. Alcuni avevano i riflessi talmente rallentati che si poteva quasi indovinare quante pasticche di metadone avevano preso. E poi quasi tutti mischiavano a quella roba una notevole quantità di alcol.

E cosa sarebbe questo MDA? Per un po’ è stata la mia droga preferita. Non era costosa e la punta bagnata di un dito (prezzo di mercato intorno ai quindici dollari) messa sulla lingua ti faceva andare avanti per ore. L’MDA ti dava l’impressione di essere felice, ti regalava un atteggiamento amichevole (un reale vantaggio per chi, come me, era davvero timido) e in apparenza sensibile, e ti faceva sentire anche molto, molto sexy. È per quel motivo che veniva chiamato “acido degli amanti”, anche se non credo ci fosse alcuna connessione chimica fra le due droghe. Le poche volte in cui ho preso dell’acido, è stato difficile sopportarne gli effetti persino disteso sul divano del soggiorno, figuriamoci poi in una stanza con della gente vestita solo con stivali da motociclista e sospensorio, oppure con un’uniforme da comandante dei Marines. In seguito, sono passato alla cocaina che, con tutte quelle striscioline sottili, in teoria era più facile da dosare.

Fino a che ora si restava al Mineshaft? Spesso fino all’alba oppure, il sabato notte, anche fino al giorno seguente. Una volta, mi ricordo di essere tornato a casa alle nove e mezza del mattino, scapigliato e bagnato ed esausto, e di aver incontrato lungo la pittoresca strada del Village in cui abitavo, un signore anziano ed elegante, con capelli bianchi e baffi, che aveva già sistemato il suo cavalletto e si era messo alacremente al lavoro in una di quelle cristalline mattine di primavera così tipiche di New York. È stata una delle visioni più umilianti della mia vita.

Cosa aveva di tanto speciale il tetto? L’aria fresca era rivitalizzante, si poteva addirittura vedere l’arrivo dell’alba, rosa oppure offuscata. Non c’era mai troppa gente lassù e si poteva anche fare sesso, non che al Mineshaft ci fossero posti in cui non si potesse. Si poteva tirare cocaina in santa pace. Io lo trovavo terribilmente romantico, anche se la maggior parte delle persone preferiva l’atmosfera caotica e sovrappopolata, degna di un quadro di Bosch, del piano inferiore.

Qual è stata la cosa più scioccante vista al Mineshaft? Lo shock più grande e durevole è stata senza dubbio la stanza nel seminterrato in cui c’erano le vasche da bagno in cui la gente si faceva pisciare addosso. Gli uomini restavano dentro quelle due o tre vasche dall’aspetto convenzionale fino a raggiungere l’orgasmo con l’urina che gli colava lungo il petto e il mento. Potevano volerci delle ore. Altri avventori forse menzionerebbero le altalene usate per la pratica, all’epoca molto diffusa, del fisting. Ma anche quelle impallidirebbero alla vista del tizio che, sul finire di una notte di Capodanno, si era messo a piantare dei chiodi nello scroto di un altro uomo. Lo aveva fatto con grande attenzione, forse addirittura con premura, ed era ovvio che sapeva cosa stesse facendo. Qualcuno mi ha spiegato in seguito che tutte le terminazioni nervose si trovano nei testicoli, e non nelle sacche che li contengono. Ma, ammesso che sia vero, a chi cazzo è saltato in mente di farlo la prima volta?

Si divertivano tutti al Mineshaft? Assolutamente no. Gli animi si scaldavano. Scoppiavano spesso litigi fra amanti e una volta un tipo mi ha tirato un pugno allo stomaco senza alcun motivo e poi se l’è data a gambe. La gente si addormentava sulle panche che circondavano il perimetro del bar al piano superiore, difficile a dirsi se lo facessero per stanchezza o frustrazione. La maggior parte di noi, però, sembrava convinta di divertirsi. E alla fine, se non altro, il Mineshaft era un vero spettacolo.

Cos’è successo al club? Il Mineshaft è stato chiuso nel 1985, insieme a un paio di saune e a qualche sex club etero. È stato chiuso in un momento che potrebbe essere descritto solo con il termine isterico, e soltanto dopo un’estenuante discussione fra l’ufficio del sindaco (quell’ipocrita non dichiarato di Ed Koch) e la comunità gay di New York, mentre l’epidemia di AIDS guadagnava forza e nessuno aveva idea di come sarebbe andata a finire. Del resto, che altro avrebbero potuto fare? Sapevamo tutti che era la fine di un’epoca, e che non ce ne sarebbe mai più stata una uguale. Ricordo di aver pensato che l’intera situazione – l’epidemia, il dissolversi di tutta quella decadenza ed energia e libertà, in gestazione già dagli anni Sessanta – sarebbe stata dell’ottimo materiale di partenza per un’elegia.

E quindi, come pensi di essere stato infettato? Non è successo esattamente al Mineshaft. Ma lasciate che vi racconti di Louie, che avevo incontrato nel locale. O forse ci eravamo andati insieme partendo dallo Spike, attraverso la terra di nessuno.

Non ero innamorato di Louie, qualsiasi cosa potesse voler dire. Non avevo neanche una cotta per lui. Ma mi piaceva la sua spavalderia, più piratesca che da biker. Non intendo dire che portasse braghe al ginocchio e una benda sull’occhio (anche se entrambi l’avremmo indossata senza problemi; anzi, in seguito, ne ho acquistata una da Pleasure Chest, la famosa boutique di giochi erotici). Il punto è che quando lo incontravi, la prima cosa che ti veniva in mente non erano le Harley Davidson. Per esempio, malgrado Louie indossasse abiti in pelle come tutti noi, aveva soltanto una barba cortissima, un taglio di capelli che non aveva nulla a che vedere con le acconciature fuori controllo degli Hell’s Angels e i suoi avambracci non erano coperti da un intreccio di tatuaggi. Doveva avere circa quattro anni più di me, ma era decisamente più esperto del mondo e quando passavamo del tempo insieme, pareva quasi che mi stesse prendendo sotto la sua ala protettrice. Assumeva un’enorme quantità di droghe e finivamo sempre per tornare nel suo appartamento che si affacciava sull’ingresso del Lincoln Tunnel.

Louie era una persona piacevole (quando ti notava, dato che era piuttosto snob), ovviamente molto intelligente e indipendente. Eravamo quello che si definisce “scopamici”, termine indispensabile che indicava che si faceva sesso solo quando ci s’incontrava per caso in un bar ed entrambi da soli. Non ci si sentiva spesso al telefono (Louie mi ha chiamato una sola volta per invitarmi a una cena che avrebbe dato in onore di alcune leather queen tedesche in visita a New York) e non c’era gelosia. Non uscivamo “insieme”. D’altra parte, ci sarebbe da domandarsi cosa ci impedisse di instaurare un vero legame. Penso che Louie, meno paralizzato di me nei suoi comportamenti, avrebbe accolto l’idea con favore.

La nostra era una relazione sadomaso vecchio stile, con uno a fare il top e l’altro il bottom, un enorme baule di legno pieno dei “giocattoli” di Louie (manette e legacci e stringicapezzoli e plug anali eccetera eccetera) e tutto l’armamentario di tecniche S&M ben testate (cera calda, un po’ di frustate ma senza esagerare, legature e bavagli, ma nessuna rasatura, per quanto mi ricordi). Spesso ci scambiavamo i ruoli, anche se Louie era molto più sicuro di sé come top di quanto non lo fossi io, e ho imparato molto da lui. Scambiarsi i ruoli non era impensabile nel mondo delle relazioni sadomaso fra uomini, ma non era neanche una pratica comune. La maggior parte degli uomini tendeva a essere rigida nel proprio ruolo di top o bottom, e non gli piaceva cambiare certe dinamiche o, ancora meno, portare gente nuova all’interno della relazione. Io finivo per passare la notte da lui, e sul fare dell’alba, andavamo a letto, nel letto di Louie, sotto un’enorme coperta di pelliccia nera degna di un vichingo. Eh, sì, allora ci coccolavamo. A quanto pare, non bisogna essere innamorati o avere appena fatto l’amore in maniera gentile e rispettosa per scambiarsi delle coccole. Dopo, andavamo in un caffè, io con ancora addosso i vestiti puzzolenti del giorno prima e Louie messo un po’ meglio, a mangiare uova e patate. Di solito, Louie proseguiva verso Stompers, il negozio di stivali di qualità impeccabile di cui era proprietario sulla Quarta Strada, appena a ovest di Sheridan Square.

Quello che non ho detto esplicitamente, anche se immagino sia ovvio, è che alla fine di una di quelle sessioni, il top si scopava il bottom, un’umiliazione finale, durante la quale il bottom veniva paragonato a una donna affamata di cazzo. O a qualcosa del genere. Oppure il bottom doveva supplicare per farsi scopare, e alla fine era costretto a succhiare il cazzo del top per ripulirlo. Non era solo Louie a fare queste cose, erano pratiche standard nel mondo del sadomaso. E poi si andava a dormire.

Non mi è mai piaciuto farmi scopare. Faceva male, a meno che l’ano non fosse ben allargato, una cosa non facile, quando non ci si era trovati spesso e felicemente in quella posizione. Lo avevo fatto forse una dozzina di volte dall’estate del 1968. Ero arrivato a New York come rappresentante di Yale nel Men’s College Fashion Board da Saks, sulla Quinta Strada. Insieme ai rappresentanti di Princeton, Harvard, Columbia e così via, avevo il compito di convincere gli studenti che stavano per iniziare il primo anno a comprare un blazer, un paio di completi, una giacca di tweed e magari uno smoking e, se si faceva davvero un ottimo lavoro di persuasione (non che qualcuno di noi ci riuscisse) un mucchio di altre cose prima del loro arrivo all’università. Per certi versi, ne avevano davvero bisogno. Nel 1968, a Yale esisteva ancora un particolare codice d’abbigliamento per accedere alla mensa (per non parlare delle regole e dei criteri che stabilivano la divisione degli studenti fra i due sessi, e di un sistema di valutazione accademica esclusivamente numerico). Già nel 1969, però, le cose erano cambiate. Nessuno si preoccupava più di indossare una cravatta con i colori dell’università e una giacca a spina di pesce con macchie di uova strapazzate sulle maniche per andare a cena, e men che meno a colazione. Inoltre, molta gente si vestiva sempre allo stesso modo anche per gli appuntamenti del fine settimana, e le faccende accademiche erano diventate più semplici da gestire con l’introduzione di un sistema di valutazione basato su lode/sufficienza/insufficienza. Proprio come la chiusura del Mineshaft, quei cambiamenti hanno rappresentato la fine di un’epoca. Persino Yale era entrata, con un po’ in ritardo, e soltanto nel 1968, negli anni Sessanta.

L’estate di quell’anno è stata anche quella in cui ho fatto il mio coming out, almeno con me stesso. Condividevo un appartamento con cinque compagni di università, un appartamento piuttosto elegante, a dire il vero, con tanto di pianoforte a coda e accesso a un giardino interno, nella parte ovest di Bleeker Street. Ho scoperto di essere gay una sera mentre tornavo da Saks, con addosso un abito gessato e delle scarpe Gucci. Stavo camminando lungo Christopher Street, che nel tratto fino alla Sesta Strada era già un punto cruciale di rimorchio, anche se il mio radar interno non se ne era accorto, e il mio unico intento era tornare a casa. Un paio di minuti prima, però, avevo rimorchiato un giovane delinquente dai capelli biondo cenere, una specie di Stanley Kowalski in carne e ossa, con jeans attillati e t-shirt, scarponi da motociclista, e un pacchetto di Marlboro arrotolato nella manica della maglietta. Il nostro incontro è stato la collisione di due distinte iconografie e, proprio per quella ragione, lo avevo trovato molto eccitante. Di colpo, ci siamo ritrovati a limonare davanti all’ingresso di una di quelle pittoresche case a schiera che si trovano, che ci crediate o no, su Gay Street. Non abbiamo fatto altro che baciarci e toccarci, ma io sono venuto all’istante nei miei boxer di cotone Oxford blu. È stato il primo segnale di un grosso problema, l’eiaculazione precoce, che mi avrebbe perseguitato fino alla scoperta della cocaina. Quell’incontro, però, mi aveva permesso di capire come mai, durante gli anni dell’università, uscire con qualcuna mi fosse sembrata una pantomima fatta di riluttanza e goffaggine. Quanto alla mia prima conquista maschile, ho scoperto in seguito che il suo nome era Shelly e molti anni dopo l’ho incontrato su un treno della linea F intento a lavorare a un ricamo che raffigurava Marilyn Monroe con la gonna a pieghe alzata dal vapore che usciva da una grata della metropolitana. Di sicuro conoscete la foto di cui parlo.

Ma torniamo al sesso anale. Uno fa coming out, si impegna a imparare le abitudini di quel nuovo paese, fa uno sforzo per integrarsi, magari è attraente, ma certo non troppo sicuro di sé, e cerca di essere cortese con le nuove conoscenze, la maggior parte delle quali, si scopre ben presto, vuole scoparti, o almeno pensa di volerlo fare. O, per usare le immortali parole di Yeats, “Amore ha piantato la sua reggia nel luogo dell’escremento”. Non mi piaceva allora e non mi è piaciuto mai, e poi non avevo alcun interesse nello scopare qualcuno in quella maniera, un grosso problema sia dal punto di vista della cortesia che dell’ospitalità. Non avevo, però, nulla di meglio da suggerire, e ancora meno tecnica per spingere qualcun altro in quella direzione. Immagino già sapessi cosa desideravo davvero: eseguire un’accurata imitazione del mio partner, con addosso la sua maglietta sudata e una Marlboro accesa fra le labbra, ma non riuscivo a credere che quella trasformazione avrebbe riscontrato molto successo nei menù sessuali della maggior parte degli uomini.

E così Louie mi scopava, o io scopavo lui, a seconda del gioco di potere di quella determinata notte. Come ho già detto un centinaio di volte, la cosa non mi piaceva affatto (a Louie sembrava piacere e gemeva e si contorceva, anche se quelle reazioni avrebbero potuto essere una versione delle cose che si dice facciano spesso le mogli). Ne capivo la logica: era il culmine perfetto delle politiche e del dolore del sesso.

Come so di essere stato infettato proprio da Louie? Non lo so, ovviamente. È soltanto una congettura.

Quel Memorial Day del 1980 è stata l’ultima volta in cui ho permesso a qualcuno di scoparmi. Durante i cinque anni precedenti, secondo la mia ricostruzione, lo avevo fatto non più di tre o quattro volte. Dodici anni dopo, avevo l’AIDS conclamato, una tempistica da manuale per un “sopravvissuto di lungo corso”. Nel 1986, Louie stava già male (io e lui non “giocavamo” più insieme, aveva un amante in quel periodo, che sarebbe morto poco tempo dopo di lui, nel 1989). Ovviamente nel 1980, e anche negli anni successivi, nessuno aveva idea di come si trasmettesse l’AIDS, e men che meno di che evoluzione avesse la malattia. La sua tempistica era comunque fonte di enormi perplessità: pochissime persone si erano ammalate ed erano morte, di solito con una diagnosi di epatite, intorno alla fine degli anni Settanta. Altre persone che vivevano in maniera pericolosa stavano bene per parecchio tempo, e cedevano soltanto alla fine. Alcuni non cedevano proprio, e stanno ancora bene. All’inizio degli anni Ottanta, non esisteva un test diagnostico (e comunque non c’erano terapie), e per un paio di anni nessuno aveva davvero capito cosa implicasse il risultare positivi.

A ogni modo, Louie è morto. Non sono andato al suo servizio funebre, ma l’anno precedente ero stato a una specie di commemorazione prematura, un concerto in sua memoria, mentre lui, pur fragile, era ancora vivo. La musica era tutta dedicata all’epidemia, anche se è difficile credere a me, che non so distinguere una polka da una sinfonia. E al concerto era venuto fuori che Louie non era soltanto il proprietario di un negozio di stivali, ma anche un compositore, e che aveva studiato con Elliott Carter ed era stato nominato a un Pulitzer. Il che ci porta alla parte della storia di Louie che preferisco.

Lo avevo incontrato per la prima volta a Roma, nell’estate del 1969, a Piazza Navona, uno spazio studiato per essere teatrale, e che serviva, appropriatamente, da terreno di rimorchio in una città famosa per la sua ostilità nei confronti dei locali notturni. Ero seduto sul bordo della più-che-barocca fontana del Bernini, al cui centro sono raffigurati quattro fiumi, uno per ogni angolo del mondo: il Danubio, il Nilo, il Gange e il Rio de la Plata per il Nuovo Mondo. La adoravo per la sua esuberanza sopra le righe più che per la geografia, che è sempre stata un mio passatempo. Per la cronaca, sono ancora in grado di nominare i centonovantadue Stati indipendenti del mondo in ordine alfabetico.

Louie era una di quelle persone che pesano più di centocinquanta chili e detestano se stesse. In un possibile tentativo di ergere una barriera fra sé e il mondo, si era votato al sacerdozio, un ambiente a suo modo ricco di uniformi e ossessioni carnali.

Poi, non so come, aveva perso tutto quel peso, scoprendo nel frattempo che la gente, specie gli uomini, si interessavano a lui, desiderando un po’ di quella sua attitudine e spavalderia. Aveva vinto un Prix de Rome e si era sistemato per un paio di anni all’Accademia Americana. Avevamo parlato su per giù per un’ora. Nient’altro. Ma non lo avevo mai dimenticato, un po’ come il vecchio in Quarto potere che da giovane vede una ragazza con un vestito bianco sul traghetto per il New Jersey, non le parla neanche, ma non riesce più a scordarla.

La prima volta che avevo rivisto Louie a New York, mi ero ricordato immediatamente di lui, ma per circa un anno, avevo tenuto la cosa per me. Era troppo rischioso: avrebbe voluto dire dare un vantaggio a qualcuno, una sorta di potere nell’ammettere che lo ricordavi, mentre lui, era ovvio, non si ricordava di me. Alla fine glielo avevo detto una notte mentre ci spostavamo dallo Spike al Mineshaft. Non gli aveva dato fastidio, come forse avrebbe dato fastidio a me, e ne era stato quasi lusingato. Non aveva avuto nessuna reazione speciale, ma per me era stato uno di quei momenti davvero importanti, che dimostravano come la vita fosse piena di sorprese. Anche volendo ignorare l’interpretazione dell’incontro voluto e rivoluto dal destino, quel fatto diceva qualcosa sulla limitatezza, qualcuno forse direbbe la claustrofobia, del mondo gay, sulla precisione e la capacità di ricordo della memoria umana, e su una fratellanza sessuale che pareva ancora destinata a proseguire ininterrotta.

Alla fine, però, alcuni di quei fratelli, o forse tutti, sono morti.

* * *

Vorrei ringraziare Carl Palazzolo, erede ed esecutore testamentario di William Wilson, per avermi dato il permesso di tradurre questo racconto apparso in stampa un’unica volta in tiratura limitata all’inizio degli anni Novanta.

Nel 2017, l’artista e regista americano Vincent Gagliostro (https://www.gagliostro.com) ha diretto un film (After Louie, con Alan Cumming e Zachary Booth) ispirato alla sua amicizia con Wilson. Sul suo sito è inoltre possibile trovare informazioni sull’installazione del 2012 intitolata Is There a Queer Future? ugualmente legata al suo rapporto con William Wilson.

After Louie 
Copyright © William Wilson
Reproduced with permission from the Estate of William Wilson


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↔ In alto: foto di Ezekiel Elin / Unsplash.

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