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Li vide entrare da Ranzini verso ora di pranzo. Era una giornata grigia di inizio marzo e aveva seguito lo scrittore basco Aramburu in compagnia di quello che doveva essere l’irlandese John Banville, entrambi ospiti di un importantissimo evento letterario che si teneva a Torino. Pure se a quei tempi non poteva permettersi di entrare da nessuna parte, decise di pedinarli e andarsi a sedere a un tavolo proprio dietro di loro.
Nonostante la vicinanza, il vociare della sala piena non gli permetteva di intercettare molto di quanto si dicevano i due autori, ammesso che si dicessero qualcosa di rilevante, ad ogni modo a lui sembrò un grande privilegio poter carpire anche solo qualcosa, un segreto su quel mestiere che lo affascinava e, a dire il vero, lo ossessionava forse un po’ troppo e senza grandi risultati.
Fu Aramburu a ordinare, lo fece in italiano: chiese un mezzo litro di Gragnolino e un tagliere di salumi e formaggi. Dopo che la cameriera se ne fu andata, come per magia, si abbassò il vociare nel locale e solo allora poté sentire qualcosa della conversazione tra i due scrittori. Parlavano in inglese, e a un certo punto sentì la parola Joyce uscire dalla bocca dell’irlandese e vide il basco che annuiva serioso e non sapeva se mettere o no le mani nel cestello con il pane che gli avevano messo di fronte.
Quando la cameriera passò per il suo tavolo ordinò in fretta, come a togliersela dai piedi, per poi ritornare a origliare la conversazione – evidentemente letteraria – che si stava svolgendo a due spanne da lui. Capì che stavano parlando di Joyce e che Banville sosteneva che era stato un ottimo poeta, il suo collega non doveva pensare qualcosa di diverso anche se sembrava articolare la stessa opinione in maniera distinta. Il volume nel ristorante tornò ad alzarsi e allora non gli restò che concentrarsi sul suo piatto e farsi distrarre, di tanto in tanto, dai pochi passanti che a quell’ora circolavano su via Porta Palatina. Fu solo verso la fine del pasto, con la sala ormai mezza vuota, che ebbe di nuovo occasione di ascoltare la conversazione tra i due scrittori, anche se a quel punto non sembrava poi così interessante: parlavano di viaggi in aereo e jet lag, taxi e mal di testa cronici. Finì a malapena il suo piatto e chiese il conto senza neanche controllare che gli avessero dato il resto giusto.
Li vide andare in direzione di via Roma e li seguì per circa duecento metri fino a che i due non entrarono in un albergo di Piazza Carlo Felice. Entrò nella struttura dopo di loro e davanti al banco del ricevimento non trovò cosa migliore che dire queste parole: «Sono un giornalista della Stampa, ho un appuntamento per le 15 con i signori Fernando Aramburu e John Banville ospiti di questo albergo». La ragazza fu molto gentile, gli indicò un posto dove avrebbe potuto aspettare, uno di quei divanetti rossi che risaltano all’occhio dall’esterno, quando si passeggia sul marciapiede sotto i portici. Passarono dieci minuti ma nessuno dei due si presentò. Tornò al ricevimento e quando rivide la receptionist le chiese il favore di chiamare nelle stanze dei due autori: «Sono già le tre e venti», disse indicando l’orologio sulla colonna centrale. Tornato al suo posto, provò a spiare la ragazza dalla vetrata della hall, poi il suo occhio cadde sui due lunghi posaceneri di ferro che c’erano all’ingresso, al vertice basso del tappeto. Fu a quel punto che vide Aramburu uscire dall’ascensore e fermarsi lì davanti, per parlare con la ragazza che scuoteva la testa come a dire lo sapevo, quel tizio non me la conta proprio giusta. Lui fece finta di nulla e riprese a guardare il posacenere pensando che lo avrebbe volentieri spaccato in testa ad Aramburu: uno scrittore realista in meno!
A quel punto la receptionist venne a chiedergli di andarsene via, dietro aveva un buttafuori, e disse: «Verifichi bene con il suo giornale: i due mi hanno detto di non avere nessun appuntamento». Tenendo la coda dell’occhio sul buttafuori, trovò la lucidità di rispondere e di continuare nel numeretto: «Va bene, chiamo subito in redazione per verificare», poi chiese scusa per il disturbo e se ne andò via con i pugni nel pantalone.
Fece due passi ed entrò in una libreria di San Salvario. All’interno c’era un povero diavolo che faceva finta di interessarsi ai libri per difendersi dal freddo e il proprietario che, come sempre, parlava di letteratura con un cliente, un tizio tutto impostato, scapigliato e con la barba sale e pepe. A un certo punto sentì il libraio dire: «Dopotutto, dal momento che ognuno vive nella sua realtà, gli scrittori sono tutti realisti», «E anche le scrittrici!», chiosò il cliente, lasciando la libreria con passo cinematografico. Uscì da lì e dopo un po’ tornò a casa, angustiato come sempre. Bussò alla mia porta e mi domandò se stessi scrivendo. Gli dissi di sì ma che non mi usciva nulla di buono.
Aveva bisogno di parlare, raccontare. Lui era fatto così, una finestra al centro del petto e nessuna cassaforte dove rinchiudere i pensieri: era sempre preda dei venti. Andammo nel soggiorno e prendemmo il tè al tavolo di lavoro del fumettista proprietario di casa. Mi raccontò di aver incontrato Aramburu e Banville in un ristorante – all’inizio non mi disse di averli pedinati – e poi di aver chiesto loro un incontro nell’albergo dove soggiornavano – all’inizio non mi disse di essersi fatto passare per un giornalista del maggiore quotidiano cittadino. Mi domandò se fossi d’accordo col fatto che tutti gli scrittori sono realisti dal momento che ognuno vive nella sua realtà. Gli dissi che mi sembrava una posizione difficile da difendere.
«Che cosa vuoi dire?»,
«Che ci vuole un certo spessore per dire una cosa del genere».
Fece un sorso dalla tazza di tè e dopo una smorfia di dissapore prese un’altra zolletta di zucchero, di quelle che il padrone di casa aveva vicino al bicchiere con penne e matite. Mi chiese se quella sera sarei andato all’ultimo dibattito del festival e io gli dissi di no e che gli avrei potuto lasciare anche il biglietto che avevo comprato. Poi fece di nuovo il suo numeretto, prima si mise il biglietto nel portafogli e dopo mi chiese un prestito di venti euro che si sarebbero andati ad aggiungere ai sessanta euro che mi aveva chiesto due settimane prima. Mi venne spontaneo afferrarlo per il collo della felpa, proprio nel momento in cui entrava il fumettista con le buste della spesa in mano. Lo lasciai e andai nella mia stanza. Mi stesi sul letto e con la finestra aperta guardai il cielo sopra la città, una sorta di fiume grigio al contrario che mi faceva compagnia. Poi non capii bene come andarono le cose ma, da come le raccontò il fumettista, il nostro coinquilino venne beccato dal padrone di casa con le mani nel suo portafogli e a quel punto volarono insulti e arrivò un ceffone assestato come dio comanda. Due giorni dopo la stanza venne affittata ad una studentessa ligure.
La cosa curiosa è che nonostante questo episodio trovò la forza di andare a quell’evento. Partecipò attivamente alla manifestazione ed ebbe il coraggio di alzare il dito per fare una domanda a Enrique Vila Matas, suo scrittore di riferimento e anche lui ospite di quell’edizione. Da come mi hanno detto, gli chiese se anche secondo lui ogni scrittore si poteva considerare realista dato che ognuno vive nella sua realtà. «¡Usted parece ser muy realista!» rispose il maestro, e quella risposta dovette segnare un prima e un dopo nella sua vita: diciamo un prima di cui ho saputo fin troppo e un dopo di cui non so nulla.

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↔ In alto: foto piqsels.

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