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Tutte le pupille ci puntano come fossimo opere da fotografare. Immaginate due esseri di mezza età, lei malata e bella come un fantasma preraffaellita e io fuori forma come sempre. Le nostre teste calve luccicano tra i dipinti. I visi sono bianchi di cipria da parere porcellana, gli occhi e la bocca neri di trucco e vino. Sembriamo sacerdoti di un culto tutto nostro.
Scorriamo i quadri decisi a regalare al mondo il nostro capolavoro d’amore. Lei mi sorride complice e raggiunge il prescelto con il pennarello in mano. Invidio la sua grafia e adorerei guardarla scrivere i nostri nomi sulla tela del bacio, come fanno gli adolescenti sulle panchine scrostate. Ma ho un compito da portare a termine. Scoppio a ridere attirando gli ultimi visitatori che ancora non ci osservavano; forse per colpa dei farmaci che rincoglioniscono pure me o della terapia-del-dolore-di-vivere che ci somministriamo, abbasso i pantaloni e scarico tutto il male sul blu della moquette. Chissà cosa penserebbero i clienti dello studio. Qualche volta li raggiravo con una tabella di Snellen dalle lettere già sfuocate, oppure usavo quella normale facendo leggere in sequenza “S-O-N-O C-I-E-C-O” o anche peggio, per poi annunciare che la situazione dei loro occhi non era così grave. Per lo più apprezzavano, ma defecare nel museo avrebbe scandalizzato anche quelli con più senso dell’umorismo.
La trovata funziona: mentre i fotorecettori dei presenti deprecano la mia massa accovacciata, lei ha tutto il tempo di scrivere i nostri nomi e cerchiarli con un cuore. Anche se non lo vedo, sono sicuro che il capolavoro è kitsch come volevamo. Lei mi prende la mano e mi bacia le labbra. Scoppiamo di gioia quando galoppiamo per la galleria; delle conseguenze legali non ci frega nulla perché la morte ci arresterà prima.
Non corriamo per scappare dagli agenti ma per esaurire le energie: allora sì che il riposo della tomba sarà meritato. Quella notte non dormiamo e sputiamo fumo di erba contro il cielo.
«Dopo l’opera d’arte del nostro amore, cos’altro vuoi fare prima della fine?», le chiedo e depenno la voce dalla lista. Lei sorride e mi prende la mano mentre il fumo bianco le accarezza la fronte. Quando ricevo la risposta, impallidisco sotto la cipria. Lo dice con voce tremante da bambina gaia, e io sprofondo all’idea di ricevere nella retina l’immagine di lei lasciva con un altro.
«Sesso a tre, ti va?».

Non è facile raccontare cosa ci ha ridotti così. O aumentati. È straziante focalizzare su noi poco più che ragazzi senza intasarmi l’apparato di deflusso del pianto: io non ho mai avuto un aspetto memorabile, ma lei era un cerbiatto che attraversava strade, una festa per coni e bastoncelli. Le auto inchiodavano a guardarla con fari così lampeggianti da azzerare le diottrie. Tutte e venti.
La disparità tra noi mi svegliava la notte; sentivo che la nostra storia non poteva durare e disperavo senza godere della fortuna che avevo. Era una forma di presbiopia che non dipende dall’età e non ha nemmeno a che fare con lo sguardo, una presbiopia del desiderio. Il desiderio di quel che mi sembrava inarrivabile – un avvenire insieme a lei – mi consumava come il fuoco di certe danze; l’unico modo per non bruciare era non fermarsi. Escursioni, mostre e attività le architettavo la notte per non farla annoiare di me. Era come se la impegnassi a giocare a squash da mattina a sera: le tiravo palline da rincorrere e far rimbalzare. Per fortuna lo studio oculistico non mi dava grane e l’unica preoccupazione che mi tormentava era posticipare all’infinito l’appuntamento con la nostra separazione.
Ho visto tutto nero il pomeriggio in cui ha detto di non volermi vedere. Intendeva per pochi giorni, ma io pensavo fosse la fine: ho annullato gli appuntamenti allo studio e mi sono buttato sul suo balcone. La finestra era aperta e lei ha urlato. Che sollievo scoprire che era solo un brufolo scarnificato sulla punta del naso, proprio dove i campi visivi dei due occhi si sfiorano senza toccarsi. Perfezionista com’era, non voleva mostrarsi a nessuno finché il difetto non fosse sparito.
Non so dove ebbi l’ispirazione, la più grande idea dei cinquanta e passa anni della mia vita. Mi sono incollato sul naso un cerotto di quelli che usavo per coprire i bulbi oculari dei pazienti. Era così grosso da invadermi il campo visivo e insozzarsi di unto a ogni pasto. Avevo tenuto quel pannolone in faccia per giorni: i conoscenti che ci incontravano non notavano il cerotto color pelle sul naso di lei, ma chiedevano cosa fosse capitato a me. La storia del morso di un topo che voleva mangiarmi il naso l’avevo inventata per divertirla: sono sempre stato un campione di stronzate e a volte finisco per convincermi da solo.
Per colpa del cerotto sono sprofondato sottoterra: era così ingombrante da nascondermi il tombino aperto sul marciapiede. Lei non smetteva di ridere mentre gli operai mi riempivano di scherno. Mi imbestialiva leggere nei loro sguardi la certezza che il deficiente incerottato che spuntava dal tombino non potesse andare a letto con la cerbiatta che moriva dalle risa, come fossimo due occhi mal assortiti per lo stesso viso. Una rivalità binoculare irrimediabile, sembrava.
Mi sono rialzato a livello degli altri e ho zoppicato via veloce malgrado la storta. Gli sguardi addosso si diradavano ma un rumore mi seguiva come un peso morto che ara l’asfalto. Quando mi sono girato, la retina ha elaborato la visione angelica. Dicono che ogni retina ne registra almeno una nella vita, per poi ammirarla in loop quando le palpebre vengono sigillate in eterno. Era lei, che zoppicava più disarticolata di me e mi sorrideva incurante dei presenti. Così come io l’avevo protetta dagli sguardi con il cerotto al naso, lei mi aveva reso il favore: per amore verso di me, era scesa nel mondo dell’imperfezione. Mano nella mano, ci siamo allontanati nella nostra danza sciancata.
È stata la nostra svolta, la creazione di una routine che rompeva la routine: appena l’uno s’imbatteva in un malanno, l’altro fingeva di averlo ancora più grave e nessuno capiva più chi dei due fosse malato davvero. Così, il giorno in cui diagnosticai che le servivano occhiali da vista, già avevo preparato quelli che avrei indossato io: le lenti erano finte ma la montatura era spessa e invadente come giocassi a fare il pagliaccio. La volta che mi sono rotto il polso a squash, invece, mi chiedo quale dottore scriteriato abbia accettato di ingessare il braccio anche a lei. La notte del nostro matrimonio abbiamo ballato più a lungo di tutti, malgrado le sue stampelle e la mia sedia a rotelle. O era il contrario?
In ogni caso, il nostro gioco ci regalava situazioni di spasso così unico verso il mondo che finivamo per dimenticare il male, qualunque fosse, e ci divertivamo come complici malati. Di testa. Così abbiamo fatto la scoperta da trascrivere su ogni foglio illustrativo: anomalie, diversità e malattie nascondono diamanti, se non si perde tempo a temerle. Avevamo imparato a giocare con loro, e in cambio ricevevamo spunti che rinforzavano il nostro amore all’infinito.
Purtroppo.
È stato perché credevamo la nostra relazione indistruttibile, che ha colpito la presbiopia. Dopo aver impiegato una vita a rinsaldare il nostro rapporto, diagnosticavo proprio in noi due quel calo del potere di accomodazione dell’occhio interiore, per cui il desiderio focalizza solo su ciò che è lontano e irraggiungibile e non vede ciò che ha vicino, anche fosse quanto di più abbagliante. La presbiopia del desiderio, insomma.
Lei rideva sempre meno e il suo umore diventava graffiante. Non per questo l’avrei lasciata se non fosse passata in studio mentre era presente la tirocinante, una ragazza così bella da ridare la vista ai casi più disperati. Quando vidi la pelle perfetta di ventenne accanto a quella di mia moglie, ho focalizzato d’un colpo le rughe che ne avevano solcato il viso in quegli anni trascorsi assieme. Era come se un maleficio le avesse tracciate ai miei occhi in quell’attimo: come fossi stato da sempre ipovedente e un oculista migliore di me avesse sostituito le mie lenti finte.
Le pratiche di divorzio avanzavano senza che ci parlassimo più. Malgrado siano passati solo pochi mesi, ricordo quel periodo terribile quasi fosse sfocato come il tabellone di Snellen che avevo sabotato per i pazienti. Mi dissero che lei stava per partire per un grande viaggio, sicuramente non da sola. Pochi giorni dopo ho ricevuto la chiamata: l’ospedale mi avvisava dell’accaduto, visto che per loro eravamo ancora marito e moglie.
La stanza della clinica era meno deprimente del responso medico: malgrado di norma siano gli uomini i primi ad andarsene, a lei restavano solo poche settimane. Non so dove ho raccolto la forza per organizzare il ricovero di me stesso. Al risveglio mi ha trovato vestito del suo camice e degente nel letto accanto. Ricordo il suo sorriso, amico come se non ci fossimo mai odiati e rassicurante neanche fossi io il malato da accudire.
Agli orari prestabiliti, lei smezzava le pasticche con me: ci guardavamo negli occhi mentre le nostre teste cadevano all’indietro per deglutire. Corpo e testa anche miei risentivano degli effetti collaterali, ma era fondamentale che condividessi la terapia per immedesimarmi a fondo. Malgrado i letti fossero separati, ci tenevamo la mano fino a che il sonno ci strecciava le dita.
Quando mi svegliavo la mattina, lei usciva dal bagno già triste: la testa era calva dei lunghi capelli chiari che non aveva tralasciato fino alla sera prima di spazzolare. Per me è stato più facile perché ne avevo già pochi. Rinchiusi in un luogo di malati dove non eravamo più noi quelli speciali, il nostro gioco perdeva efficacia. Non critico medici e infermieri – erano già troppo gentili a reggere la nostra follia – ma ho deciso di levare le tende quando una crisi ci ha insozzato. Forse è venuta lì l’idea che avrei riciclato come diversivo al museo: di sicuro ho capito che l’ospedale andava lasciato quando vidi il ribrezzo con cui gli infermieri ci pulivano sotto. Le mie ghiandole lacrimali scoppiarono a vederla ridotta così.
Uscire dalla clinica è stato una resurrezione. I medici la imploravano di pensare alla salute e non dare retta al malato di mente che le stava accanto. Come papa e papessa, abbiamo istigato i degenti a seguirci e riprendersi le loro vite. È da non credere quanti aspettassero quelle parole: tantissimi ci hanno seguito, le flebo trascinate dietro come cani pigri al guinzaglio. Se resta poco tempo da vivere, non è lì dentro che va sprecato.

Afferro la balaustra e deglutisco il lamento. La pellicola lacrimale mi intasa le cornee su cui le luci della notte si sfaldano come gocce di colore su una pozza scura.
«Sesso a tre?», le faccio eco, mentre le mie palpebre sbattono come volessero volare via.
Vederla ridursi a oscena appendice del membro di uno sconosciuto non è la maniera in cui avevo immaginato il nostro gran saluto, ma non ho la forza di negarglielo.
«Certo, amore. Con chi ti piacerebbe?».
La risposta è straziante perché mi sbatte in faccia la sua superiorità; ragiona come se non spettasse a lei il diritto di vivere le ultime gioie, ma a me.
«Una ragazza giovane e perfetta com’ero io», dice gaia.
Confesso che la proposta non mi contraria più tanto: «Chi?».
«La tua tirocinante».
Sembra leggermi in testa, o forse il nostro gioco di immedesimazione ci ha resi così uguali da indurci le stesse voglie?
Non so dove raccolga la forza di organizzare tutto; a me non resta che spogliarmi nella stanza d’albergo. Siamo noi tre, sulle coperte di un velluto blu molto più scuro del cielo e delle pasticche azzurre per la miopia della voglia carnale. I nostri quattro occhi sono rapiti dal corpo giovane che rifrange le luci basse come un serpente che striscia sotto la luna. Quando allungo le dita per afferrarla, la sua vita mi sfugge dalle mani.
È la tirocinante a chiamare i soccorsi. L’unico modo che ho per aiutare mia moglie è continuare il gioco, sdraiarmi a terra e fingermi anch’io in punto di morte; il panico negli occhi non c’è bisogno di simularlo. Mi immedesimo così bene da confondere i soccorsi, già distratti dalla bellezza in sottoveste; non capiscono niente e portano via me prima di mia moglie agonizzante.
Nella corsia ci stringiamo le mani su letti vicini, un orecchio premuto contro il cuscino a non sentire il baccano terrestre. Non spiccichiamo parola, ma i nostri occhi comunicano l’un l’altro creando un “8” di potenziali elettrici che trasmettono la luce del mondo dal suo cervello al mio, un circuito chiuso infinito, come fosse una respirazione bocca a bocca, ma fatta con lo sguardo. Avviene prima che i chirurghi possano strecciare le nostre dita, la visione angelica che la mia retina conserverà. Non io ma lei trova la forza di alzarsi dal letto e venire a baciarmi un’ultima volta, mentre le sussurro di non avere paura. Quando sollevo la mano pesante come pietra a carezzarle la testa, sento le radici dei suoi capelli graffiarmi i polpastrelli: spingono per ricrescere come germogli sulla terra di una tomba che non si arrende all’aridità.
Come se il nostro gioco gabbasse anche loro, i medici portano me in sala. Io sono così commosso da non riuscire a protestare. Il mio campo visivo è attaccato dai cerchi abbaglianti delle luci al soffitto che sfrecciano come Ufo impazziti. Poi un viso maschile s’affaccia quasi a baciarmi: gli vedo i pori sul mento e provo a scansarmi. Le mie pupille sono fisse, mentre la sua mano mi leva gli occhiali finti da pagliaccio, mi sfiora la fronte e scende a sigillarmi gli occhi una volta per tutte.


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↔ In alto: foto Bárbara Fróes / Unsplash.

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