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If I could only turn back the clock to when God and her were born
“Come in”, she said
“I’ll give ya shelter from the storm”

Bob Dylan, Shelter from the storm

Credono che io creda che non mi stiano seguendo. Ma io li sento, vicini. Li sento bisbigliare nel buio le loro cose, le loro piccole cose di nessuno. Però non mi vedono, questo lo so. Mi cercano, mi annusano, continuano a parlottare, a digrignare le loro vocette contro l’afa della notte. Ma non mi vedono; non ancora.

Un frinire di grilli. È vicino, reale. Lo tengo stretto e guardo avanti. Questa notte dura da troppo tempo, questa strada anche. Non mi importa dove andrò a finire, l’importante è che sia abbastanza lunga. Questa strada. Questa notte. Più è buio, più loro non mi potranno vedere. Più è lunga, più non sapranno dove trovarmi.

Sotto le ciabatte l’asfalto è duro; il calore che ha ingoiato durante il giorno mi soffoca. Potrei superare le sbarre, andare per i campi o per qualunque cosa ci sia oltre, lasciare che il fresco delle piante mi faccia respirare… ma no. Lì non avrei una strada che mi dice dove andare. Una strada serve, sempre. Una strada come questa: dritta. Avanti, solo avanti. Così semplice. Non ci servirebbe sapere altro; dovremmo seguirla tutti, questa strada. Ogni strada dovrebbe essere così, senza incertezze, senza curve, perché dietro la curva ci si può nascondere, può esserci qualcuno in attesa. No; dritta. Nuda, dritta. Il cielo terso, magari con qualche nuvola all’orizzonte, che ti guida, che ti dice “là bisogna arrivare, forza”, e allora vai, vai, per anni – perché anni ci passi su questa strada – ma almeno hai sempre qualcuno, senza vergogna, che fa il tifo per te. Così avremmo dovuto sempre vivere. Nudi e dritti.

Dio mio, dio mio hanno riso. Stanno ridendo. Allungo il passo, che non mi trovino. Continuano a ridere, le loro voci, le sento che dicono cose, cose che non capisco, cose che hanno il senso di un corpo straziato, dicono il mio nome, dicono dove vivo, come muoio come moriranno tutti, e ridono. Non hanno un senso del ridere, loro. Almeno ridessero per schernirmi, perché sono cattivi. No. Loro ridono e basta. Non c’è alcuna parvenza d’umano nelle loro voci. Non sono parole, le loro. Sono solo vociare; ogni tanto ti sembra di carpire qualcosa, ma è tutto un inganno – non loro, ma tuo, dei tuoi sensi, della tua mente – e ci vuoi credere perché così potresti andare da loro e dirgli che dicono solo cazzate. Invece no, invece non dicono niente. E quindi non puoi rinfacciare nulla. Puoi solo ascoltare il loro ridere.

Metto la mano nella tasca della vestaglia. Sotto le dita, liscio, tasto quel che rimane della mia magia. Quante ce ne sono? Le conto con l’indice. Una, due… tre. Solo tre. E poi basta, niente più magia. Ne prendo una. Loro continuano a ridere. A vociare. Cerco nell’altra tasca. La mano non trova nulla. Loro ridono. Nulla, non c’è nulla qui.

E invece c’è. Una piega lo nascondeva. Afferro la magia. L’accendo. Sbuffo. Tossisco. Un passo. Un altro sbuffo. Un passo. No, no, più lento. Se no perdo. Devo vincere, uno sbuffo, passo, passo, passo, passo, un altro sbuffo, passo, passo, passo, tossisco. Un ultimo sbuffo. Di magia ce n’è ancora, ma se voglio vincere devo fare cinque sbuffi. Non di più, non di meno. Getto via la magia.

Non ridono più. Ho vinto io ancora una volta. Ma due, solo due ne rimangono. Poi niente più magia.

Passo sotto un ponte. Un altro, un altro ponte. Dopo il ponte, un cartello. Non lo guardo. Poco più in là, un altro cartello. Non so cosa indichi – quanto mi manca o quanto ho camminato – ma non lo leggerò. 1000m. No, non l’ho letto, non è vero. Se lo leggo faccio il loro gioco; se lo leggo so dove sono. Se so dove sono gli do qualcosa per trovarmi. E non posso farmi trovare. Solo due. Poi niente più magia. Poi vincono loro.

Inciampo. Cado. Ssssssshhhh. Non gridare. Non dire nulla, ti sentono, ti trovano, fai finta di niente e continua a camminare; è solo una ciabatta che si è rotta, ma hai i tuoi piedi nudi, puoi camminare con quelli, lasciare indietro i pesi inutili, tanto l’asfalto non è così caldo, soffoca ma non è caldo, quindi puoi andare a piedi nudi. Cammino a piedi nudi. Me li fisso, con quel po’ di luce che la notte porta, un lume alieno in mezzo al niente. Sono piedi consumati, di chi non li ha mai lasciati in pace, di chi li ha infilati a forza dove non volevano stare. Sono piedi agonizzanti, sfruttati per una vita intera senza mai protestare. Poveri piedi. Vorrei lasciarvi indietro come ciabatte vecchie, a dormire dentro una scarpiera che odora d’anziano, ma non posso, non ancora. Dovete portarmi un po’ più avanti, ancora un po’, vedete laggiù, in mezzo al buio? Anche se non vedete, la strada continua; là, in fondo in fondo in fondo, ci sono delle nuvole. Ecco: arrivati là potrete riposarvi. Più di questo non voglio chiedervi.

Poi lo sento. Prima lontano, che quasi non ci fai caso – poi si avvicina, quasi lusinghiero, quasi rassicurante, finché diventa un urlo e ti volti. E li vedi. Gli occhi luminosi di un’auto in corsa.
No.
Non voglio.
Non deve.
Vai via. Vai via.
E invece lei continua nel suo galoppo animalesco, a inghiottire il buio e sputarselo alle spalle, mostrando tutto, con quello sguardo lascivo che non mette in luce, ma denuda, divide, sputtana… puttana, PUTTANA! VAI VIA! E invece lei passa, e io rimango nella mia nudità, per un attimo, un istante soltanto, che basta che però basta, perché li sento che mi hanno visto, in quell’attimo, come straccio rannicchiato, piangente. E lei è passata, indifferente a loro, a me, indifferente all’inferno che si è lasciata alle spalle.

Eccoli. Sono di nuovo qui. Il graffio sulla gamba che non ricordi com’è successo. Il nido, caduto da un ramo, schiacciato da un bimbo che gioca. Il padre che non ti chiama col tuo nome, la voce sorella che ti dà ogni colpa. La nebbia che bisbiglia tragedia, che copre tutto, lasciami, vattene, spostati un attimo, un istante solo e poi basta, mi basta, poi puoi tornare con le tue voci con le tue vuote voci, mi va bene; ti chiedo solo un attimo di farmi vedere il mondo com’è. No. Loro sono il momento perenne in cui, soli in casa, ci prende la fugace certezza di non essere soli. O di esserlo da sempre.

Le dita tremano, ma afferro la magia. Dopo questa, una sola. Dovrà bastarmi per tutta la strada, per tutta la notte. Per tutta la vita. L’accendo. Uno sbuffo. Passo, passo, passo. Uno sbuffo. Passo, passo, altre risate, altri bisbigli, altra nebbia. Tremo, mi cade. Mi cade per terra, vedo la sua luce, piccola, luce di magia, che rotola oltre le sbarre, nel buio dell’erba, lì dove non posso andare, dove non ci sono strade. Loro ridono. Quattro, ho fatto quattro sbuffi. Hanno vinto loro. No: ne ho fatti cinque. Me li ricordo, uno, due, tre, quattro. Cinque. Cinque, ne ho fatti cinque. Ridono. Vociano. So che cosa dicono. Che non ne ho fatti cinque. Perché è vero, lo so, lo so. Quattro, solo quattro. Avete vinto, contenti? Era quello che volevate. Voi che vincete. Voi che mi togliete tutto. Quasi tutto: ho ancora i miei piedi. Consumati, agonizzanti, vivi. Corro. Non ascolto, non guardo; corro.

Forse passa un’altra macchina. Forse passo sotto un altro ponte. Forse c’è un altro cartello, altre scritte. Forse mi seguono. Ma continuo a correre. Ad ansimare, a fatica, a scorticarmi i piedi sull’asfalto, caldo, caldo asfalto, ma voglio arrivare in fondo, voglio arrivare laggiù, piedi, portatemi laggiù, dove ci sono nuvole che non si vedono, dove loro non vociano più nulla, non ridono, dove c’è un mondo ad aspettarmi, un mondo altro, vero, che non vacilla come casa schiantata dal terremoto, come il sogno che permane anche quando hai aperto gli occhi, si deve correre, ansimare, per andare dritti, si deve soffrire, svilirsi, per andare nudi, e così voglio; voglio un’unica corsa, vuota di magia, nuda e dritta come ogni cosa dovrebbe essere. Come ci avevano promesso troppo tempo fa. Il cielo perdona tutto a chi non ha mai vinto il dubbio. Questo lo so. E a me il dubbio ha dato scacco. Non ho mai vinto nulla, ma almeno il perdono…

Una svolta. La strada prosegue, si biforca e si getta nel buio. Dovrei andare dritto, ma forse è quello che si aspettano. Me lo aspetto anch’io, è quello che ho promesso. Non rifletto, corro, imbocco il buio, lascio indietro il vociare, loro, fino a che i piedi sentono un terreno umido, di sassi e terra, fino a che non vedo nulla, a parte luci, vaghe, come lucciole di giardino, calde, zampilli di casa, e mi attraggono, insetto o lucertola, e come insetto o lucertola mi avvicino, rimango a fissarle, a farmi scaldare. Per poco tempo.
Vociare alle mie spalle. Sono solo pochi secondi.
Ridacchiare. Solo pochi secondi.
Bisbigli gettati in pasto al ricordo. È già troppo tempo.
La magia, l’ultima. La faccio uscire dalla tasca. Stanno arrivando. Il timore sordo, ansante, che non farò in tempo ad accenderla; saranno già qui. È solo un timore, ma per loro è abbastanza. Sono già qui. E allora mi getto su un albero, afferro il tronco, i primi rami, aspri e robusti come braccia di padre, i piedi spingono; qualcosa cade – è il fuoco che accende la magia, l’ultima magia – ma mi isso su, ancora su, perché loro rimangono in basso, loro non sanno scalare, non sanno guardare in alto, loro affogano, sguazzano, melmano, sono fanghiglia, viscosa umanità, scivolano sempre in basso. E io sono già ai rami più alti.

Mi fermo. Guardo le luci. Non ci avevo fatto caso: sono finestre. Pare uno di quei rifugi per chi ha corso tutta la notte e cerca soltanto un posto in cui riposare. Certo, ora la magia mi farebbe comodo. Da qui sarebbe potentissima; potrei far tremare il mondo, potrei scacciarli per sempre, vincerei, vincerei una volta per tutte. Mi accontento di stendermi su questo ramo e guardare queste finestre. Le tre davanti a me; due luci accese, le tende tirate, quella al centro invece è spenta. Sembra che m’inviti. Sembra che dica: ti aspetto. Sembra che dica: ti perdono. Sembra che prometta che una luce si può sempre accendere e spegnere. Sempre.

Scusate piedi: vi ho ingannato. Penso che starò qui, a fissare luci che si accendono e spengono, con le mani avvinghiate a un ramo certo, senza più magia, per tutta questa notte, lunga come una strada, come il tempo che non passa, guardando il luogo a cui manco. Una stanza. Non importa; dalla mia ho i miei piedi, qualche parola e un ridicolo perdono; e loro – loro – aspetteranno fuori.


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↔ In alto: foto Vladimir Fedotov / Unsplash.

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