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Nessun aratro si ferma perché muore un uomo
Proverbio fiammingo

I.

Qui è tutto secco dice, e con la mano fa uno sventolio verticale, un gesto brutto che non spiega niente e non copre nessuna terra. Ci mette un po’ a capire che quella mano non parla di estensione ma di pioggia, e quando lo capisce ha già scostato lo sguardo. Solleva appena il mento, in ritardo; osserva il vuoto all’altezza dell’orizzonte. E sotto il vecchio, ancora: Sono mesi che non piove. Ha rimesso la mano lungo il fianco, la pelle sulle braccia è molle e già abbronzata.
È vero. Non piove da così tanto tempo che sembra non abbia mai piovuto. Non piove da così tanto tempo che se piovesse sembrerebbe un miracolo – e quelli sarebbero pure disposti a crederci: Madonna mia, madonninamiabella, tutto il legno tutti i tarli che sei sotto la stoffa, concedici la grazia, dacci indietro il cielo i campi l’alluvione, bagnaci le mani tese, le mani secche, le mani sporche di terra tu falle sporche di fango – si aggrappano all’orlo della veste, la tirano giù, posano baci sui due piedi di polvere, appendono ex voto alle pareti – per grazia ricevuta per fiume riempito per stomaco pure, e già che ci siamo grazie anche per il sangue per il sudore e per i figli. Che schifo. Sputa per terra. Nessuno la vede ma la saliva è una schiuma bianca indigeribile, il suolo non la assorbe; quando le bolle scompaiono rimane un alone viscoso, poi solo il suo contorno, poi nulla.
Ha i passi larghi e pesanti. Raggiunge il vecchio mentre dice: Io non sono giovane – No, non lo sei, pensa – ma un aprile così non l’ho mai visto. Un aprile così non c’è mai stato.
Dietro le loro teste passa qualcosa. Potrebbe essere un uccello in picchiata, un uccello morente. Ma nessuno lo vede.

II.

Non è una bella giornata per fare un picnic. Quando si sono svegliati hanno visto il cielo azzurro – Ok, allora si va – sono andati a fare la spesa – birra, vino rosso, focaccia, tovaglioli – a casa avevano già un salame buono – È quello che ha portato zio dalla campagna, non lasciatemelo in frigo altrimenti poi lo mangio – tagliere tovaglia coltello – Perché nessuno pensa mai a frutta e verdura – C’è la torta salata agli spinaci, che vuoi – Magari porto due pomodori.
Poi il cielo s’è coperto. Se ne sono accorti a danno fatto, che erano già tutti sulla porta pronti per partire, il pranzo imbustato e i teli sottobraccio. Si sono guardati.
Il meteo dice che non piove.
Io andrei lo stesso, ormai è tutto pronto.
Sono d’accordo.
Sì. Restare a casa ora è triste.
Dai andiamo che ho già fame.
Così sono partiti. Hanno superato le ultime case e hanno preso la statale; non hanno trovato traffico. Hanno detto: Com’è possibile, son spariti tutti – Grazie al cielo, almeno arriviamo prima – Be’ non è poi così strano: guarda che tempo di merda.
I campi che hanno attraversato non erano arsi – non fa ancora abbastanza caldo – ma semplicemente asciutti; i canali d’irrigazione sembravano piste da biglie. A volte alla loro sinistra, altre dentro il parabrezza anteriore, spuntava il mare.
Poi sono arrivati. Hanno mangiato e bevuto e adesso hanno le pance piene. Sono sdraiati sull’erba, si arrotolano attorno ai fianchi i lembi di stoffa sgombri per avere meno freddo. Pensano: Se ci fosse stato il sole saremmo stati meglio. È già un pensiero al passato: sono appena le tre e la giornata sembra finita. La birra li ha dissetati, il vino li ha stesi. Forse ci voleva un dolce. Non parlano più, iniziano a chiudere gli occhi. Il mare è dietro gli alberi. Il vento gli schiaccia addosso l’odore del sale.
Verso sera si alzano.
Alla fine non ha piovuto.
Vero.
Meno male.
In fondo al campo vedono una macchia bianca sollevare polvere, iniziano a muoversi più in fretta.
Ma quando sono arrivate le pecore?
Fortuna che ce ne stiamo andando.
Poi, lontano, arriva uno schianto. Si tirano le spalle alle orecchie, le riabbassano, distendono il collo. Il belare si interrompe, poi riprende più forte; non vedono nulla, non sentono altro. Non sanno se lo sventolio d’ali nei timpani è stato reale.
L’avete sentito anche voi?
Forse era un tuffo.
Sì, di un elefante.
Un ammaraggio direi.

III.

Ravana nell’acqua tutto gobbo. Si è distratto un secondo, uno solo, non è possibile. Ha alzato lo sguardo verso la nave che aveva di fronte, ha pensato che avrebbe voluto essere a bordo, ha fatto per salutare il vuoto, il parapetto, i passeggeri e la conchiglia è caduta in mare. E ora chi lo dice a quella. Ha sei anni, è impossibile spiegare. Che fine ha fatto il tuo regalo papà, m’è caduto in mare, non ti piaceva il mio regalo papà non ti piaceva e l’hai perso questa è la verità. Che fatica.
[L’ho regalata a una sirena
L’ho regalata al principe dei paguri
Il principe dei paguri è venuto da me e mi ha detto che era casa sua
Il principe dei paguri è venuto da me e mi ha detto che ci era affezionato perché era la casa in cui sono cresciuti i suoi nonni. Per qualche tempo è stata anche casa sua ma poi ha dovuto trasferirsi. Comunque lì aveva bei ricordi. Sul caminetto c’era un vaso di fiori in pasta di sale, le mani di sua mamma impastavano per lui, il sale le bruciava tutti i tagli, la pelle seccava male sulle nocche – ma i paguri non hanno le mani
La pasta di salsedine]
Ride, continua a cercare.
[La tua conchiglia era magica me l’ha detto una strega che ho incontrato tornando a casa. Mi ha detto: Non porterei quella conchiglia in giro con tanta naturalezza se fossi in te, è pericoloso. Le ho chiesto di darmi delle spiegazioni, le ho detto Signora strega se questo è un tentativo di rubarmi la mia conchiglia non ci casco, è un dono prezioso, me l’ha data la mia bambina, ma lei ha allungato le sue rughe, le sue unghie verso di me, verdi e viola e piene di funghi, e mi ha detto Ridammela è mia, se non me la rendi perderai la strada di casa e allora io ho avuto paura di non saper più tornare da te e gliel’ho data mi dispiace ho avuto paura
La tua conchiglia mi ha salvato
La tua conchiglia si è trasformata in marmo nel momento in cui una pallottola vagante mi stava per colpire proprio in tasca, dove la tenevo. Si è infranta ma io sono qui grazie a lei, il tuo regalo mi ha salvato, mi hai salvato tu
Un affogato ha allungato le mani verso di me, da sotto l’acqua, e me l’ha strappata via. No lui non faceva paura, era un affogato buono, non ho dovuto combatterlo, ho deciso che se gli piaceva era giusto che fosse sua, non aveva altro. Così mi ha detto: Posso dirti un segreto, questa conchiglia in realtà è magica, se la porto dalla Regina degli Abissi mi ridà indietro mia moglie e ci libera entrambi. No che non faceva paura ti ho detto non è che tutti quando muoiono fanno paura la maggior parte delle persone muore senza fare paura]
Solleva lo sguardo, la nave è lontanissima. Cerca ancora. Sta diventando buio, è stanco. Qualcosa di pesante cade in acqua a qualche metro da lui, gli schizzi gli arrivano addosso. Inizia a fare freddo, il sole cala: non asciugherà. Si arrabbia. Cos’è stato. Gli sembra di vedere una gamba che affonda. Decide di tornare a casa.

IV.

Hanno tutti la testa bassa – chi ce l’ha per aria guarda altrove, è distratto, è troppo lontano – hanno tutti gli occhi chiusi – hanno gli occhi aperti disegnati sulle palpebre chiuse – sono tutti stanchi tutti presi da altro. Così è ovvio che nessuno vede.

V.

La cera che cade.

VI.

L’acqua non registra gli urti che ne infrangono la superficie. La lingua dei pesci è un segreto.

VII.

E ancora: la capra nera che scende verso la spiaggia. Gli insetti – i carapaci friabili, i loro mille occhi, le antenne. Le serpi. La serpe che mangia il topo. Il topo mangiato. Il teschio fra i cespugli. I gabbiani. Il vento che gli soffia tra le piume. Le foglie degli alberi – quelle vive e quelle morte, quelle sui rami quelle in volo e quelle a terra. I rami. La pietra. La città sulla sinistra. Le montagne più in fondo. Il cielo che diventa giallo intorno al sole, la luce nuova del tramonto.

VIII.

Da qualche parte, un padre atterra e piange. Pensa è morto in aria è morto per lo schianto è morto in acqua. Non si sa. Quello che sa: aveva le gambe e le braccia della madre, i capelli ricci erano tutti suoi – e gambe e braccia e capelli gli saranno rimasti attaccati fino alla fine, spera; le ali erano proprio belle. Sente sotto il palmo, tra la mano e la pietra, il vuoto che doveva essere la mano del figlio.
Ricorda: quando hanno superato la schiuma delle nuvole e lo ha visto controluce dentro al sole è diventato il padre di un dio. E il dio ha fatto una capriola, ha lanciato un urlo felice – lo stesso verso tra gola e polmoni di quando ha imparato ad andare in bicicletta tra le tuie – Guarda papà. Il suo bambino che pedala l’aria e ride. Non gli ha detto Stai attento è pericoloso, non ha fatto in tempo a pensarlo. Ha pensato solo: Siamo salvi dalla pietra buia, ho partorito un dio. Lo ha guardato finché la luce non gli ha segato le palpebre, gli sono esplose le pupille, ha battuto le ali alla cieca per restare a galla. Un pezzo di figlio sciolto gli è arrivato sui piedi. Anche al buio ha capito. Il vuoto si è mangiato l’urlo prima che tornasse a vedere. Non sa dov’è caduto.
Pensa: Dovevamo partire di notte.


↔ In alto: Pieter Bruegel il Vecchio, Caduta di Icaro, 1558.

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