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Cielo coperto, la pianura sprofondata nella più lugubre delle oscurità. Zoltan aveva ancora da guidare almeno due ore prima di poter fermare il suo autocarro su una banchina di sosta, azionare le luci di posizione e sistemarsi nella scomoda cuccetta nel retro del veicolo alla ricerca di un frammentario, nervoso, riposo notturno. Zoltan era decisamente affranto, molto più del solito. Tornava da un’impegnativa consegna in Südtirol, dopo cinquecento e rotti chilometri percorsi a tempo di record. Ormai era abituato, si definiva “saturo di calli”, ma restava un essere umano, un uomo sensibile che in un tempo passato, lontano più di qualsiasi trasferta alle frontiere del mondo, sognava di fare l’infermiere per soddisfare la sua più intima e innata vocazione: quella per il prossimo.

Rispetto alle precedenti, e oramai ripetitive spedizioni, quella volta sperava in un piccolo diversivo, una deviazione dal solco già tracciato imposto dalla sua professione: due giorni di permesso per visitare il luogo di consegna. In Südtirol, Zoltan sperava di svestire per quarantacinque ore i panni del conducente di mezzi pesanti e indossare i lindi abiti del turista. Ma perso nel piattume della tarda notte paludosa, il suo sguardo era vitreo come gli occhi di chi combatte con lo Xanax i dispiaceri di grame esistenze. Si sentiva defraudato; aveva deciso di fidarsi ancora una volta, dimostrando a se stesso che, alla soglia dei quarantotto anni, non aveva ancora imparato ad evitare i subdoli tranelli tesi dalla vita. E il problema non era il mancato giro turistico in Südtirol, ma l’ennesima, sporca, parola d’onore tradita senza il benché minimo straccio di pudore.

«Consegnami la merce con almeno dodici ore d’anticipo e di giorni liberi te ne concedo anche sette. Südtirol? Figurati, ti prenoto una camera nel miglior albergo di Bolzano che da lì a Merano sono pochi chilometri. Sei il mio miglior uomo, Zolt, non mi va di saperti amareggiato!» Ecco le chiacchiere, tronfie di piaggeria, che gli aveva sciorinato Cesare per convincerlo ad accettare quel lavoro alle condizioni massacranti imposte dall’agguerrita concorrenza. In quel momento cosa avrebbe dovuto dirgli? Rinfacciargli che promesse da marinaio inconcludenti come quella ne aveva già sentite abbastanza? Con tempismo diabolico, sempre nei momenti meno indicati, nella sua testa faceva capolino la voce di suo padre Roman: il fantasma del genitore gli consigliava di accettare, di abbassare il capo e rispettare quell’uomo che gli garantiva un lavoro sicuro in tempi di magra come mai ne ricordava dal momento in cui aveva messo piede in Italia. Ma una volta giunto a destinazione, l’amara comunicazione: «Zolt scusa, la JVL ha una consegna urgente e soltanto tu puoi sbrigarmi questa rogna; non odiarmi, per Natale prometto sul mio onore che ti renderò tutte le ferie arretrate». In quel preciso istante, Zoltan teneva stretto il cellulare talmente forte che a momenti rischiò di frantumarlo. E in malora anche il nome di suo padre, morto dieci anni prima ad appena sessantotto anni proprio per non aver mai imparato a dir di no, lui e quella sua servile riconoscenza verso il caporale, il capocantiere o chiunque gli offrisse anche il più lurido degli impieghi. Mai come in quel momento, con le nocche delle dita bianche per la forza della morsa con la quale attanagliava il cellulare, Zoltan aveva provato una così forte pulsione di far male ad un suo simile.

Il panorama al di là del parabrezza dell’abitacolo del grosso mezzo appariva ostile, come se fosse la concreta rappresentazione di un incubo di un pittore folle: alberi scheletrici emergevano dalla terra come lapidi, disseminati nella sterminata pianura senza confini né colori. Un sudario di destabilizzante buio incancreniva l’ambiente, striato da nubi dalle tonalità porpora che si stagliavano nel tossico cielo.

Con gli occhi fissi e sbarrati, Zoltan era vittima di una profonda inquietudine. L’amarezza gli stava avvelenando l’anima come non gli succedeva da quando Olga gli aveva confidato che i loro due bambini a malapena ricordavano che faccia avesse loro padre. E Zoltan era ben conscio dei sacrifici e delle rinunce dovute al suo mestiere: in cuor suo sapeva quanto dolore gli stava infliggendo quella prigione su tre assi e quel nuovo sopruso mascherato da necessità gli bruciava come tizzoni ardenti conficcati nello stomaco.

Decise dunque di fermarsi, di respirare dopo ore e ore al volante senza nemmeno una sosta. Il clima all’esterno era sempre più ostile e lui era consapevole di non avere totalmente i nervi sotto controllo. Per quella notte avrebbe interrotto prima del previsto la marcia in barba ai dettami di Cesare, ai tempi della nuova consegna ed anche quello strumento del diavolo chiamato cronotachigrafo. Proseguendo a passo lento, si augurava di trovare, possibilmente al più presto, una stazione di servizio ancora aperta. La sua mente prostrata da tanto nervosismo vagava priva di scrupoli nel suo passato, riportandogli alla mente gli anni di gioventù in patria, l’amore per Olga, conosciuta tra i banchi di scuola, i suoi adorati figli e il trasferimento in Italia con una sola valigia carica della tenacia di chi percorrerebbe a piedi nudi l’intera catena montuosa dei Carpazi per il bene dei propri cari. L’ambizione di fare l’infermiere, ricordava con fotografica nitidezza, durò meno di un sogno: presto scoprì che senza un’adeguata preparazione gli sarebbe stato impossibile non solo fare l’infermiere, ma anche ambire ad un incarico da semplice inserviente di reparto. Ma in quella porzione di vita, forte del vigore dei venticinque anni e della voglia di scappare dal destino beffardo toccato a suo padre, non si lasciò prendere dallo sconforto: rimboccandosi le maniche, incassò a muso duro le asprezze di una realtà ben lontana dalle dicerie romanzate che circolavano fra i palazzoni dei quartieri popolari di Bucarest.

E la ricordava bene la periferia della capitale. Il padre, volto rugoso e mani possenti, impegnato come manovale a servizio del regime. I tanti discorsi la domenica, l’orgoglio di servire un Paese che credeva di poter guardare al futuro restando fermo; un uomo un tempo tornito di muscoli, addestrato in un campo militare e tornato in città con il chiaro intento di formare una famiglia solida e dai granitici valori. Zoltan rammentava la progressiva usura di suo padre, che, sordo alle richieste di ragionevolezza da parte del figlio, visse contento di lasciarsi logorare: in premio il plauso delle istituzioni e quei casermoni eretti tra macerie e strade dissestate, infaustamente nati sotto un brusco cielo serrato agli occhi indiscreti dell’Occidente. Zoltan non aveva ancora compreso la natura dei suoi sentimenti verso il padre: in fondo ammirava la sua caparbietà, la difesa strenua delle proprie idee, seppur a costo di indicibili sacrifici. Ma non poteva non detestare l’ostinata ottusità che motivava ogni sua scelta, ogni gesto, dall’attimo in cui apriva gli occhi, ancor prima che il sole sorgesse, per raggiungere il cantiere. Avrebbe potuto scegliere di andare via, garantirsi e garantire ai suoi cari un avvenire aperto al mondo, ma forse Roman Darida, lontano dalla Romania e da Bucarest, sarebbe morto ancora prima che lo uccidesse un fatale infarto da fatica.

Alla guida del suo autocarro, Zoltan saltava da un frammento all’altro della sua vita, mentre un cartello stradale lo avvertiva di una stazione di servizio ad appena cinque chilometri. Cinque chilometri, come quelli che lo separavano dall’abitazione dei genitori di Olga negli anni di infanzia prima e adolescenza poi. Si conoscevano da sempre, i rispettivi genitori erano amici di vecchia data, e loro, coetanei, trascorsero da compagni di banco l’intero arco del periodo scolastico. Roman Darida conobbe il padre di Olga durante la leva militare: commilitoni e vicini di brandina, la stagione dei vent’anni l’affrontarono pelle a pelle, guardandosi rispettivamente le spalle e condividendo sudore, sigarette e zuppe di carne di pollo. Anni dopo, a loro dire per puro segno del fato, ma Zoltan sapeva che l’idea fu presa di comune accordo, si ritrovarono vicini di casa a Bucarest: Roman impegnato in cantiere, Olexander a fabbricare materiale bellico in uno stabilimento industriale.

Poi c’è Olga. Olga, seconda ed ultima figlia dell’amico di suo padre, è la sola donna che abbia mai conosciuto. Riavvolgendo il nastro, si diceva convinto di aver sempre nutrito per lei un trasporto particolare: da ingenua amicizia a tenero affetto, fluttuando fra infanzia e prima adolescenza; le incerte scoperte della pubertà gli svelarono la natura del suo sentimento per lei. Prima di diventare la donna a tratti inflessibile e ferrea che anni dopo avrebbe sposato, Olga era stata una ragazzina spensierata ma saggia, contraddistinta da un abbozzato sorriso sospeso che le donava un’aria intelligente, quasi ineffabile nel suo essere perennemente in anticipo. Probabilmente, nascondendosi dietro gli scudi dell’età e della candida gelosia di suo padre, aveva sempre saputo che Zolt sarebbe diventato il suo unico compagno, l’amore della maturità e la quercia della famiglia che desiderava segretamente fin dai tempi del diario d’infanzia, gelosamente custodito sotto il letto dell’angusta camera che condivideva con suo fratello. E proprio quel fratello maggiore divenne, suo malgrado, la causa della trasformazione di sua moglie. Amato forse più dell’affetto che la legava ai genitori, in particolare a suo padre, Olga e Sergiu erano stati molto uniti, un’unica entità da rapporto simbiotico, cementato da piccoli ma costanti gesti privati di cui soltanto loro, tacitamente, conoscevano l’esistenza. Ad Olga e Sergiu bastavano pochissime parole intervallate da banchi di nebuloso e persistente silenzio, per comunicare. Zoltan stesso mai era riuscito a penetrare quella cortina che proteggeva i due, incredibilmente indistinguibili sia nell’aspetto che nelle espressioni del volto e del corpo malgrado i cinque anni di distanza che li ponevano su due piani generazionali differenti.

Lo strombazzare di un automobilista che chiedeva strada strappò Zoltan dal vivido fluire dei suoi pensieri. Solitamente quelle manifestazioni di prepotenza lo irritavano come poche cose, ma in quel momento, con gli occhi colmi dei contorni di Sergiu, con quella peculiare postura dinoccolata che gli conferiva sfumature da anima solitaria e in perpetuo tormento, non prestò attenzione al frettoloso conducente appena sfrecciato via.

L’immagine di quel giovane uomo, con cui non era riuscito a trovare la sperata sinergia, continuava a infestargli la mente; ci aveva provato, ma il carattere evanescente e invalicabile del cognato gli appariva come un castello di cristallo in cui, spingendo forzatamente la sua visione ortodossa e ingombrante della vita, non poteva ottenere altro che infrangerne la magnifica ma fragile struttura architettonica. A volte si consolava amaramente, cercando di convincere se stesso che forse, con l’età adulta, sarebbe riuscito a trafiggere la teca di ghiaccio dentro la quale Sergiu nascondeva la sua essenza e incolpava il fato per averglielo impedito. Ma nelle solitarie notti di guida, notti uguali a quella, mentre macinava chilometri tra la Bassa ed il passo del San Gottardo, si ritrovava, colpevole ed in flagrante, ad accusare silenziosamente il cognato di essere stato la causa della metamorfosi di Olga, della fanciulla alla quale dedicava toccanti poesie, la fanciulla sorridente che impreziosiva le vacanze familiari sulle coste di Costanza. Sua moglie Olga, la donna che aveva sposato, che aveva amato e che amava; la donna che aveva sposato anche se era andata via irrimediabilmente, quel giorno, morta con il giovane fratello in un vicolo, un vicolo di una città in decadenza, non illuminato dalla luce del sole.

Spense il motore dell’autocarro parcheggiando nel deserto autogrill annunciato cinque chilometri prima. Oltre il suo mezzo, due auto vuote posteggiate sul retro della struttura, probabilmente quelle dei dipendenti di turno, tre Fiat malandate in fondo in prossimità dell’uscita ed una vettura ferma a circa una decina di metri dal suo camion; all’interno dell’auto una figura scura che dalla sagoma sembrava appartenere ad una donna.

«A malapena ricordano che faccia abbia loro padre.» Nell’oscurità dell’abitacolo quelle parole squarciarono i pensieri di Zoltan come un allarme antiaereo squarcia il silenzio delle città sotto assedio. «A malapena ricordano che faccia abbia loro padre.» La voce di Olga gli penetrava nella mente, sottopelle, nelle viscere. Ultimamente ripensava spesso a quella discussione. Ormai era sempre più convinto che i suoi figli avessero sviluppato la stessa deriva della madre: un’ostinata capacità di conservazione che non lasciava margine alle emozioni. E lui, spesso lontano per lavoro, si era ritrovato con una moglie indurita e due figli amati ma che sentiva sempre più distanti. Improvvisamente, una delle scalcagnate Fiat in fondo al parcheggio ripartì placidamente nel freddo della campagna padana. Decise di incamminarsi verso l’autogrill, sciacquarsi il volto e distogliere la mente dalla crisi interiore di quella notte.

All’interno della tavola calda due avventori, seduti solitari a due diversi tavolini, entrambi con lo sguardo perso nel vuoto o forse smarrito nelle rispettive beghe familiari. Uno dei due volse una fugace occhiata a Zoltan, come se avesse percepito la presenza di un suo simile, di un uomo nella sua stessa critica, identica, situazione. Dietro al bancone un giovanotto dai tratti mediterranei, corpulento e dagli arruffati capelli nerissimi, che probabilmente voleva essere ovunque tranne che in quella tavola calda a servire nottivaghi disperati. Nessuna traccia dell’altro dipendente, presumibilmente intento a sistemare qualche faccenda in cucina. Zoltan decise di recarsi verso il bagno e una volta dentro si osservò titubante allo specchio: pur essendo prossimo alla cinquantina e occupato in un lavoro usurante, credeva di essere riuscito a preservare un accettabile decoro fisico; a tradire il tumulto delle sue preoccupazioni le odiate rughe d’espressione che gli intaccavano, come dossi sull’asfalto, la fronte. Uscito dal bagno, chiese al ragazzo, che dall’accento confermò le sue origini meridionali, un cornetto alla crema ed un caffè lungo e si sedette a uno dei tavoli adiacenti i finestroni che davano sull’esterno. Lì fuori, la sagoma indistinta nell’auto parcheggiata a pochi passi dal suo camion si rivelò essere effettivamente una donna: quarant’anni circa, figura longilinea, scese velocemente dalla vettura, una Ford di seconda mano, sfilando dalla tasca un vistoso cellulare. Si portò il dispositivo all’orecchio e quel gesto meccanico tradì una certa apprensione, ma forse aveva soltanto freddo o imbarazzo nel dover telefonare a quell’ora della notte. L’arrivo del ragazzo del bancone riportò Zoltan all’interno dell’autogrill; per un attimo ancora dedicò la sua attenzione alla sconosciuta, per poi voltarsi verso il cameriere e ringraziarlo del celere servizio.

Dopo aver consumato in rigoroso silenzio il proprio spuntino, Zoltan uscì dal locale e si fermò dinanzi la porta d’ingresso con le mani affondate nelle tasche anteriori del pesante giubbotto invernale. Lasciava che l’umidità della notte gli intorpidisse i muscoli e che il freddo gli si infiltrasse nella testa per congelargli le preoccupazioni. Si guardava attorno, volto stanco e una sensazione di malessere sulla pelle. I suoi compagni di sosta erano ancora all’interno, volti immobili come totem secolari, concentrati a fissare un punto indefinito tra le mattonelle scolorite del bar. Tremante per l’aria gelida dell’aperta campagna, si incamminò verso l’autocarro, intenzionato a proseguire per al massimo una dozzina di chilometri prima di sostare sulla prima banchina disponibile e coricarsi affogando nel sonno, almeno per quella notte, ogni turbamento.

Avvicinandosi al camion si accorse della donna: era in piedi di fianco alla Ford e discuteva animatamente al telefono incurante del progressivo abbassarsi delle temperature. Da quella distanza, e con il tono della voce della sconosciuta moderatamente elevato, poteva ascoltare con discreta accuratezza lo svolgimento della telefonata. Per una frazione di secondo valutò se andare via; si disse che stava commettendo una scorrettezza: nel corso della sua lunga carriera di conducente, era stato in grado di guadagnarsi la stima dei colleghi proprio perché lui degli affari degli altri si curava soltanto se espressamente interpellato dai diretti interessati. Allora per quale ragione impicciarsi delle diatribe di una sconosciuta? Se la donna l’avesse notato, si sarebbe potuta insospettire o ancora peggio allarmare: d’altronde era sola e lui un uomo adulto di circa un metro e ottantacinque per novanta chili. Eppure un flebile bisbiglio dentro di sé lo convinse a restare, di ascoltare per qualche minuto le chiacchiere di quella persona e capire se anche lei fosse un’ombra tratteggiata nella quale cercare una parvenza di comunanza tra cumuli di reciproche macerie.

Zoltan si appoggiò alla portiera del mezzo, con le orecchie tese ad ascoltare il confronto tra la donna e l’interlocutore misterioso. Intorno a loro, come se quel concitato dialogo potesse in qualche modo istigare il risentimento della natura, iniziarono a turbinare acuminate raffiche di vento; i due solitari avventori dell’autogrill avevano lasciato il parcheggio perdendosi nella notte ed uscendo definitivamente dalla vita di Zoltan. L’uomo si concentrò sulla donna al telefono, attento a non farsi notare e promettendo che, se la conversazione avesse imboccato una china troppo personale e impervia, avrebbe messo in moto l’autocarro e sarebbe ripartito lasciandosi alle spalle tutta quella situazione.

«Vuoi ascoltarmi invece di continuare a rivangare il passato?» Furono queste le prime parole che udì nitidamente. Una voce, forse quella della sua pudica coscienza, gli urlò di girare i tacchi. Ma la conversazione riprese impetuosa come un fiume che ormai ha travalicato l’argine.

«Non è ancora abbastanza, vero? Quanto dovrò patire prima che questa follia abbia fine?» Zoltan non poteva esserne sicuro, ma ebbe come l’impressione che la donna fosse completamente in lacrime. Il vento continuava a sobillare, indifferente verso quanto stava accadendo. La sconosciuta iniziò a camminare in tondo, con i capelli che, tempestati da bordate di corrente che annunciavano un imminente temporale, le imprigionavano il viso. Il conducente intuì che il litigio era già sull’orlo del baratro e fu grato per quell’improvviso approssimarsi di maltempo: non voleva capire oltre, addentrarsi in quella selva di ferite e rischiare una pericolosa immedesimazione.

«Ho già pagato, ho pagato amaramente. Non mi interessa…” Le parole vennero inghiottite da una nuova scarica di vento. Zoltan decise di ripararsi all’interno dell’abitacolo cercando rifugio non dagli ululati dell’inverno, ma da quel gorgo che stava via via risucchiando la vita di lei.

Le ultime, confuse, invocazioni della conversazione fustigarono le orecchie di Zoltan che, reagendo spinto da un timore indecifrabile, chiuse di scatto la portiera.

«Rivederlo, solo questo…» Non sentì null’altro. Tirò un sospiro sfiatato, massaggiandosi le tempie con le dita delle mani. Lo strazio di quella conversazione lo aveva turbato. Fuori, il parcheggio era immerso nel buio, paralizzato come prima di un’inevitabile catastrofe. La macchina, il profilo della sconosciuta e anche lo stesso autogrill: l’uomo non vedeva né udiva più nulla, come se nulla fosse in realtà accaduto davvero. Decise di mettere in moto, azionando i fasci abbaglianti per dirimere l’oscurità circostante. In lontananza, come un’apparizione di mezzanotte tra i corridoi di un maniero diroccato, si materializzò l’ultima immagine che vide di lei: un’ombra tra le ombre, nuovamente indistinta, nuovamente privata di contorni, china contro il bagagliaio della Ford.

Zoltan era al volante immerso in un silenzio lugubre. Dall’interno dell’abitacolo, l’ambiente circostante appariva come se fosse stato assorbito da una voragine oscura. La conversazione appena ascoltata graffiava la mente dell’uomo alla guida. Dapprima si scoprì spaventato da quelle frasi, ma in pochi minuti finì per sentirle familiari. Dopotutto, non ci pensava spesso anche lui? Olga che gli ricordava ad ogni occasione dei figli che stava lentamente perdendo, e lei con loro; forse quel tanto desiderato matrimonio non era più così saldo e quei continui confronti telefonici velatamente lo sottintendevano. Gli abituali soprusi di Cesare camuffati da legittimi favori tra titolare e dipendente. In fin dei conti, chi era lui? Un autista di mezza età nato a Bucarest in un’anonima periferia, figlio di un padre pervicace ed una madre remissiva.

Ripensò a Sergiu, il cognato che gli aveva portato via la moglie. Ripensò agli studi di infermieristica abbandonati ancor prima di provarci seriamente. Un sorriso caustico gli apparve sulle labbra: d’improvviso gli tornò in mente il Südtirol, il permesso negato; quella piccola, stupida, effimera soddisfazione anch’essa sfumata. Anche quella minuscola richiesta, quell’unica, banale richiesta si era rivelata cartaccia da pattumiera. Il Südtirol. Non sapeva nemmeno cosa ci fosse in Südtirol. Non sapeva se fosse ancora Italia o già Austria o Svizzera. Non sapeva nulla del Südtirol. Voleva solo fermarsi lì un giorno o due, respirare l’aria fresca di montagna e spedire una cartolina alla famiglia. Che ridere a pensarci, il Südtirol. Desiderava soltanto fermarsi e scrivere due righe alla moglie: prometterle di portarcela lassù, tra quelle cime innevate un po’ italiane un po’ germaniche. Ed invece nulla, lo attendeva una nuova notte in cuccetta, una nuova trasferta o, nella migliore delle ipotesi, il suo monolocale a due passi dalla sede operativa, sempre troppo freddo, sempre invaso dal silenzio, troppo piccolo per permettergli di abbracciare la presenza dei suoi cari.

La statale si andava inoltrando nel ventre brullo della pianura rigonfia di umidore. Il Südtirol era già solo un refolo tra le mura incrostate della realtà. Notando le prime gocce di pioggia puntellare il vetro del parabrezza, Zoltan decise di fermarsi in una piazzola di emergenza e aspettare la fine del temporale.

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↔ In alto: foto Antonio Alvaro / Unsplash.

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