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«Oggi stavo supplicando il Signore di parlare in luogo mio, perché non sapevo cosa dire, né come cominciare ad obbedire al comando che mi è stato imposto…»
Santa Teresa d’Ávila

1

In pochi giorni la mia cosiddetta mamma cambiò la sua abitudine principale, che era non uscire mai dalla sua stanza – come se dovesse ogni volta sottolineare che come i miei libri, i miei appunti, i miei autori, la mia casa era come la nostra gente, violenta, chiusa, buia e volta all’accumulo di umidità negli angoli, nemica dell’aria fresca, contraria persino della luce; e noi, ogni volta, tornavamo malinconici a pensare che qualcuno, nella concentrazione di uno studio, avesse disegnato apposta quella casa con l’idea che ci vivessero degli esseri umani, che aveva avuto le idee delle formiche, il loro gusto, le loro esigenze, e noi ci avevamo poggiato dei libri e la nostra salute mortale, affidandoci anima e corpo come individui sulla maniglia della propria porta di casa.

Allora, ripeto, la mia cosiddetta mamma, presi con sé dei libri (Il Castello interiore di santa Teresa d’Ávila) cominciò a sedersi ogni giorno accanto a me. Dev’essere detto che io scrivevo o leggevo tutti i giorni solo all’interno di un cerchio di spazio circondato da libri aperti, che mi ero costruito con attenzione per non farla entrare e dunque per non arrivare fino a me. E lei ci entrò dentro con la pazienza di un uccello che dispone la paglia del suo nido, di un uccello che come tutti gli altri uccelli decreta e intreccia con la paglia anche il vuoto intorno (Vergine Maria, anche il vuoto è importante, anzi è più importante di tutto, le dico, è là che si annida Dio e si ferma ad ascoltarci), e fa attenzione che ci sia abbastanza riparo per accogliere i piccoli. Era uno spazio non grande su cui cominciò a riporre ogni giorno con gesti meccanici (quasi che li ricordasse pur non avendoli fatti mai) il Castello interiore di santa Teresa d’Ávila, un paio di occhiali con la cordicella e una coroncina di rosario. Un giorno lei, dopo essere uscita di camera, per non spostare i miei libri appoggiò il libro della santa (santa Teresa) in bilico. Come, mi dirà lei,? E io le dirò: certo, certo. Proprio così. Appoggiò il libro e si sedette pure lei e la sua malattia, e il suo rosario. E io, così, mi sono dovuto chiedere, perché non c’era altro da fare: cadrà? Cadrà? L’uccellino dal nido? Tremerà il tavolino come la luce del mio cervello quando assumo i miei farmaci? Certo, certo, dirà lei, senza ragione…

Io non so se lo leggesse per davvero. I malati possono solo fare finta di leggere, è chiaro. Mi diceva spesso, piuttosto: «Senti com’è bella questa frase», oppure: «Santa Teresa d’Ávila…», «Eh…», come se avesse dimenticato il linguaggio – come gli altoparlanti, che parlano ma non sanno cosa è parlare. A volte approfittava di certi brani per farmi domande sull’Antico Testamento, con la stessa intonazione di quando mi dava le risposte, ma sono sicuro che non le interessasse proprio, perché già si appoggiava le mani sulle gambe misticamente, mostrando di aver perso ogni interesse per il mondo tutto, tranne che per me, per cui ruotava gli occhi, in esplorazione delle cavità orbitali, fonte di maggiore interesse, e tornava su di me con le iridi castane dolci e mi sorrideva, e la stanza era ben illuminata, e la sensazione era proprio quella di una stanza illuminata. Non va bene, non va bene, mi dicevo. E lei tentava di allungare il suo braccio mentale, la sua mano spirituale in cui ci doveva essere un bigliettino con scritto qualcosa di enigmatico. Mi chiedeva dell’Esodo, del Pentateuco e una volta mi raccontò quanto la mamma di sant’Agostino fosse stata cruciale affinché lui non diventasse un uomo perverso. Le sue parole mi arrivavano come quando si incontra uno sconosciuto di notte, per sbaglio, come un cane che, tra un abbaio e l’altro, dice la parola “trionfo”.

Non si può leggere e aiutare qualcuno; non si può scrivere e aiutare qualcuno, questo lo so. So che sono due cose opposte. E poi la sua mano, quando le usciva dalle meningi per toccarmi, opaca, affusolata, mi sembrava sporca di materia, e la luce nel mio cervello continuava a tremare a quegli odori, e non sapevo più che ora era.

Non si può scrivere ed essere guardati, o studiare ed essere guardati, anche questo lo so. Sono due cose opposte. E poi l’odore di cose che conservava sotto le unghie. Sembrava, guardandole sotto le unghie, di passare nel sottobosco dove le cime degli alberi in alto oscurano il sole, dove i tronchi si fanno sfibrare dalle edere e dalla lotta silenziosa dei batteri, della guerra chimica tra gli esseri vegetali, dalle piante rampicanti avvitate per strozzare i tronchi, sia quelli vecchi che quelli appena nati, coi loro elmetti, con i loro mortai e tanto di trappole, e tutto ciò avviene a una dozzina di metri dalle loro cime nella consapevolezza che la colpa è di un altro mondo, e così tutto aggredisce tutto e nuovi esseri nascono e muoiono perché il numero totale resti sempre lo stesso. Ma ogni giorno le sue domande diventavano più frequenti, spericolate, le ore che lei passava accanto a me sul divano sempre più numerose, a volte si attardava fino a sera inoltrata e dopo cena ritornava a sedersi sul divano, un po’ distante da me, col rosario in mano e il libro sul tavolino ad affrontare una pesante digestione, e ogni tanto sussurrava tra sé e sé le cose che ho riportato prima, e delle altre che non capivo, ma che ora mi fanno diventare attento, e, come si dice, stare sul chi va là, e mi facevano sobbalzare come quando mi toccano nelle hall degli aeroporti.

Non si può invadere il divano di chi sta leggendo o scrivendo. Persino la stanza, ovvero la stanza dei libri, dev’essere bianca, pulita, serica, se serve. Caterina leggeva in camera da letto, stesa, con un solo libro in mano. So che non posso fornire alcuna immagine di lei nella stanza dei libri, non so nemmeno se è credibile immaginarsela. Forse nel timore preventivo di essere attaccata, che era facile leggerle negli occhi, restava seduta sul letto accanto al termosifone – anzi con una sola mano sul termosifone – immobile, con le gambe troppo strette e un palmo sulla gamba destra, che a me sembrava sempre contratta come gli architravi della nostra casa. Così sfuggiva alla mente della cosiddetta. Con sofferenza, certo, ma con tanta sicurezza, tanta determinazione, che a volte ho invidiato le scarpe bianche che portava in casa, quelle che le assicuravano tutta quella velocità per scappare in sicurezza dalla mente predatoria della cosiddetta, e che ormai mi tornano solo in sogno, bianche e pulitissime come indumenti da infermiera, la mia dottoressa.

Sento freddo alle punte delle dita, solo alle punte delle dita, come da piccola, come da piccola amore mio, mio amore. Naturalmente penso allo spazio attorno ai suoi occhi, che a volte mentre leggeva mi sembrano diventare piccoli, e lo spazio grande, e molte notti eravamo sereni come quando le pupille spaventate da una forte luce si rintanano nell’iride e si accucciano e si riparano sotto le sopracciglia e si mettono al caldo, perché persino le case, in Svizzera, sono solo concretizzazioni del freddo.

Ormai devo descriverla come tentacolare, la mente della cosiddetta. A volte pensavo che questi tentacoli fossero la sua malattia stessa che si ampliava in cerca di nutrimento, che esternava i suoi baffi sulle cellule nervose interiori prima, e poi quelle corporali. Che quando lei si avvicinava a toccarmi con le mani, quelle vere o quelle mentali, fosse la sua malattia a toccarmi, perché mi sa che sentivo freddo. Io a volte mi sentivo toccare sulla spalla come da uno prima, poi da un’infinità di ragnetti. Allora mi alzavo e mi sedevo nella stanza dei libri e guardavo le coste dei libri,  oh Vergine Maria.

Una notte, per sfuggire a cose di cui qui non posso parlare (il che vuol dire che non ne posso parlare mai) riflettei per davvero sul Castello interiore, una notte in cui le stelle sembravano più fisse del solito e la cosiddetta aveva di gran lunga superato l’orario in cui gli animali diurni popolano questo mondo: una suora castigliana, con un volto che ho sempre immaginato non so perché col mento piccolo e le sopracciglia foltissime, scrive alle sue consorelle che l’anima è come un castello dentro cui entrano in pochi, e mai senza l’aiuto di Dio. È strano che ognuno abbia un’anima ma pochi ci siano entrati. Le folle soprattutto, la cui anima non sa cosa desidera, non ci sono mai entrate, e spesso non desidera altro che l’immortalità, l’immortalità di gregge, la proliferazione che dà sensazione di potenza, la crescita, il milione, il miliardo, il formicaio, il rumore dei cunicoli sotterranei che vibrano all’unisono al passaggio delle talpe, e desidera sempre più stanze che non visita ma vive, sempre più ali, ma questo lo pensai io.

Pensai al mio castello e vidi (non posso certo dire che l’ho visto nel senso del vedere, ma nemmeno che l’ho sentito)  che la mia gamba destra si apriva – quando sul divano sedevamo vicini con le cosce affiancate, e questo, le dico, fu possibile soltanto quando iniziò a venire nella stanza dei libri – come un’ala del mio castello che pian piano si stava sgretolando dove entrava in contatto con la cosiddetta mamma. Cadevano i ponti della pelle, i fossi dermici si riempivano di terra e di armi fracassate alla rinfusa, e la cavalleria – quale cavalleria? – del suo verme, delle cellule malate all’opera per uccidere la cosiddetta mamma e ora me, le travalicava dal ventre, dalla gamba destra sul divano, in mezzo ai libri ammassati tra di noi, assalendomi il femore e la rotula sotto i tendini, pianificando valichi tra le pagine dei libri sparsi nell’avvallamento, in una insignificante e invisibile battaglia campale sotto i miei occhi distratti, dove era stata poggiata una lattina, dove aveva trovato posto la mia mano mentre mi grattavo, fino alla mia sinistra, in cui le guardie piangevano soltanto, reggendosi con la destra ai tendini e portandosi la sinistra alla bocca. Allora alzavo lo sguardo svogliatamente, e la disprezzavo. Perché anche lei sapeva che uno non può scrivere e aiutare, pensare e avere degli occhi su di sé. Istintivamente cominciai a disporre dei libri tra di noi, perché castello vuol dire sempre e solo difesa, e impensierito andavo a passeggiare solo in una parte della sala, quella all’opposto della sua e del rosario, al ricordo di cui tremavo e automaticamente inciampavo se stavo camminando. Cercavo di evitare il perimetro del suo occhio, e a cena di guardare basso e non pensare.

Quando ci ripenso, so che il mio castello non era in effetti più di una tenda, nella quale non devo essere nemmeno entrato. Anzi, sarò rimasto sull’uscita, senza il coraggio, come si suol dire, di fare dell’uscita un’entrata, senza il coraggio di staccare le spalle dalla ringhiera del cancello e rivolgere tutto il mio corpo verso l’entrata come un cavo verso la presa. Eppure Abramo, quando ricevette tre uomini e capì che erano Dio, anche lui rimase sulla soglia della tenda ad aspettare per tutto il tempo, che è il tempo dei tre versetti nel Genesi. Sara, la moglie, cucinò per gli uomini di Dio e per Abramo tre focacce nella tenda, il servo uccise il vitello e prese latte acido e latte fresco insieme, ma loro andarono a mangiare sotto un albero, fuori dalla tenda, nel pomeriggio assolato e cocente. Abramo non entrò proprio. Eppure era Dio, quello, in tre persone, ma Abramo non lo invitò nella tenda. Che fatica. Io ho sempre creduto che la tenda non era nei suoi pensieri, che persino il caldo era sopportabile, ma la tenda no. Eppure, senza che entrasse, era nella tenda che si stava per compiere il miracolo, ad opera degli uomini di Dio: Sara, la moglie, rimase incinta nonostante la vecchiaia e un bambino cominciò a crescere in lei. Così capii che il fulcro non era Abramo ma l’interno della tenda, dove loro avranno fatto l’amore accanto a un sacco di farina di ceci, spostando la polvere dall’orlo della brocca per poggiarci le labbra screpolate e saziare. E intanto la malattia portava i suoi odori sgradevoli di materia nella mia tenda, o nel mio castello, da quando la malattia aveva grattato l’aspetto materiale del mondo. Io dissi alla cosiddetta mamma che doveva pensare alla vita, che doveva pensare alle cose che crescono nella vita, e allora lei comprò degli uccelli.

2

Li mise in una gabbietta accanto alla finestra della sala coi libri. Erano tre codirossi. Tre come gli uomini di Dio, pensai. Mangiavano e bevevano come loro. Avevano un piumaggio semplice, bicolore, rosso e marrò, perfettamente impermeabili e a loro agio nella luce. Dalla mia ala di stanza, attraverso la mia miopia, sembravano tre macchiette di colore dotate di suono, tre cuccioletti metafisici. La paura di mettere a fuoco, la paura di definirli mi tratteneva lì in quella parte di stanza, quando la cosiddetta era con noi. Amavo lasciarli privi di dettagli, pensai che era una benedizione non appesantire quelle ali adatte al volo coi dettagli e coi simboli della mia mente: così belli come erano, li avrei lasciati vivere anche fuori di me. Ma quando lei non c’era mi avvicinavo a guardarli. Addirittura una volta ne toccai uno e sentii calore tra le dita. Avevo, forse, guardandoli, la sensazione di sbirciare nell’intimo di lei, dei suoi desideri che dovevano provenire dal suo sangue – e da dove se no? di mettere il dito nella gabbietta e sentirlo dentro il corpo di lei. I due centimetri di coda, dicevo, erano grigiastri, sul marroncino, e di lì partivano le ali, quando erano fermi, fino a un collo minuscolo, per meglio dire quasi assente – meglio non parlare del loro collo – e una testa tondeggiante che poggiava interamente sulle spalle, grigiastra e marrò anch’essa, vivida, come scossa di continuo da piccole scariche di corrente elettrica per cui si giravano da ogni parte. Sul petto avevano una striscia tra il rosso e il giallo, superba e semplice. Nelle giornate scure della Svizzera si riusciva a vedere solo la striscia rossa dipingere traiettorie rosse nel controluce della finestra, come il video di Picasso che disegna sopra un vetro, e un ronzio continuo di ali, quando si alzavano e quando si appoggiavano con una stanchezza impercettibile sulle assicelle di legno. E quando era il tramonto era il rosso a non vedersi, e si vedeva solo il resto del corpo marroncino toccato dai riflessi decadenti e mistici del sole nei loro svolazzi incessanti. A volte si acquietavano e riprendevano a volare senza avviso, senza orario. Allora mentre leggevo ero io a sbirciare loro, e forse a non leggere affatto. La forma di lettura era al massimo quando tentavo di trovare una ciclicità nei loro spostamenti, guardando l’orologio ogni giorno, ma per loro le 2 o le 3 non significano niente. Solo per me significano qualcosa, e quei giorni le 2 significavano Wittgenstein e solo Wittgenstein, e le 3 la mia scrittura, quello che stavo scrivendo per non pensare alla malattia della cosiddetta. Alle 3 mi mettevo a scrivere. E non appena scrivevo, inevitabilmente, sentivo il loro scalpiccio ronzare basso e frequente, specie quando si azzuffavano. Come si può vivere con chi non sa cosa siano le 2 o cosa siano le 3? Eppure mia madre lo sapeva, ma veniva lo stesso a sedersi sul divano. In quei giorni io scrivevo nella parte destra della sala dei libri, la cosiddetta mi guardava dal divano e nella gabbia i codirossi facevano i loro voli. Non ho mai avuto tanta voglia di morire.

Era maggio. Aveva preso due femmine e un maschio. Così li aveva voluti mia madre, perché facessero uova, perché si riproducessero, facessero la vita, esattamente come le avevo consigliato io, e che si moltiplicassero. E fecero le uova, e a giugno erano sette oppure otto, io non so valutare i mucchietti, e perciò si comprò una gabbia più grande per contenerli, che rispetto alla finestra era molto più grande. I padri, le madri e i figli, e tra qualche mese si sarebbero riprodotti insieme.

Mentre la malattia di mia madre la disfaceva – e lei diventava un enigma – si riprodussero ancora, pletoricamente. Mamma li dovremo dividere. Caterina dovremmo dividerli. Chi morirà prima, mi chiedevo? E i figli fecero figli con le madri, come natura vuole, e le figlie con i padri, nonostante le mie lamentele e quelle di Caterina alla cosiddetta, frequenti quanto può essere frequente il disgusto rispetto all’abitudine al disgusto. Ma la cosiddetta leggeva il libro di santa Teresa d’Ávila nel cinguettio e diceva il rosario, leggeva e diceva, e la santa cominciava nella mia mente: «Ben poche cose mi sono state così difficili come questa di mettermi ora a scrivere», e lo ripeteva fino a dimenticarsi dello sfacelo e assumere le forme della Comunione, le forme dei semi di mangime ammucchiato, che oramai si potevano trovare sotto il divano come vicino alla porta, li si poteva calpestare all’entrata, come sotto il tavolo mentre si mangiava. Io intanto leggevo e scrivevo, Vergine Maria, mi occupavo della vita dello spirito, di Euripide, dei poeti nuovi – oltre che di quelli vecchi – della moda della poesia in prosa, delle ossessioni vecchie quanto di quelle contemporanee che trovavo oltremodo stupide. Quanta cultura.

Fin dall’inizio la cosiddetta aveva voluto che i codirossi fossero maschio e femmina perché si riproducessero, e aveva voluto che fossero fratelli loro stessi (questo l’ho saputo dopo). In quei giorni l’aria della parte sinistra della sala cominciò a puzzare. I piccoli erano nati malati? Forse a causa della parentela dei genitori? Fatto è che il primo non tardò neanche tre giorni a morire. Non era fatto per questa vita. E se lo scoprimmo fu per caso: la cosiddetta, forse per timore dei nostri rimproveri, lo aveva occultato nella spazzatura, chiudendolo accuratamente in un fazzoletto e poi dentro un sacchetto, il fagotto del piccolo codirosso malato, che Caterina ritrovò avvolto nello scottex a causa del becco di fuori. Il fetore nella spazzatura ce lo fece scoprire, mentre Caterina scavava con un guanto, aprendo il sacchetto io, dall’angolo dietro di lei, la guardavo con lo sguardo degli attori delle pubblicità; ma non le dicemmo niente.

Io, come conseguenza, scrivevo e camminavo nella parte destra della sala, e se prima camminavo per pensare, ora camminavo per coprire il mio pensiero, che non riusciva a distogliersi dalla gabbia dei codirossi e dall’aria stagnante per la puzza. Cercavo di coprire con qualcosa di atletico i movimenti spirituali anaerobici e paludosi. Perché il pensiero è un pezzo del corpo, e se ci si sforza usando solo un pezzo del corpo, quel pezzo dura di meno, invecchia, si rompe, per forza. Morirà prima lei o tutti i codirossi, mi chiedevo, rallegrandomi inizialmente e poi pentendomi subito dopo. Continuavo a scrivere UNA FINE, questo lapidario e onnicomprensivo appunto, su ogni pezzo di carta che avessi a disposizione. Eppure erano animali, eppure l’uomo aveva convissuto per milioni di anni con gli animali. Ma quella era una casa, il mio castello, il mio castello esteriore, non la mia voliera, non il mio cielo, non il mio pezzo di nuvolaglia, e la convivenza con esseri che non conoscono gli orari non poteva essere permessa. Il mio pensiero, come quello di tutti, inutile dirlo, mi portava a fustigarmi interiormente finché sotto la mia scarpa non scricchiolavano i semini degli uccelli, ormai a una distanza incalcolabile dalla gabbia, che mi dava ormai la confusione di un’esplosione.

Da allora le conversazioni con Caterina vertevano solo sugli uccelli, quando la cosiddetta non era con noi. Su banalità forzose, invece, quando lei era con noi. Queste non le ripeto perché ognuno ha le proprie, ma a cena, va detto, parlavamo solo di cibo, del cibo dell’indomani, di quello del giorno prima, di ciò che andava consumato prima che succedesse qualcosa, dell’insalata nel frigo, già marcia a causa dell’aceto, della qualità migliore di pasta da mangiare l’indomani quando Caterina era al lavoro a pranzo. E quella banalità non era che il nostro rimprovero più profondo alla cosiddetta, la quale dovette capirlo, e tentò di riparare nei giorni seguenti, e in un modo che non si aspettava nessuno – e che ancora ricordo con preoccupazione.

Un giorno tornai a casa dal lavoro e trovai che aveva steso – lei che era l’unica abitante in quelle ore, oltre agli uccelli – una tenda marrone nella stanza dei libri. Lunga, sontuosa, piena di pieghe, fatta per non far passare la luce, eppure risplendente di un marrone ciliegia. Partiva dal lato orizzontale della stanza, ovvero dal lato dove c’era la mia lunga libreria e finiva dall’altro, accanto al televisore, strascinandosi per terra e tagliando in due la stanza, così che entrando l’enorme gabbia dei codirossi non si riusciva a vedere – nemmeno la finestra – e la puzza veniva limitata. Non si può descrivere qualcosa se è fuori posto, si fa fatica anche a ricordarla. Era come se qualcuno, dì là, si stesse spogliando sempre, in ogni momento, ed era forte il timore di trovare cose nude, persone nude, o addirittura crimini, che invitassero, in seguito a dolci scuse, a mettersi il palmo sugli occhi, e a dire: non potevo sapere. L’aveva presa per smoricchiare di là? Per ostendere al di là del sipario le sue schifoserie di quasi morta? La tenda, come dicevo, partiva dalla libreria e scivolando verso l’altra parete su solidi binari, passava sopra il divano, piegandosi su di esso e formando un triangolo sbrodolato da cui passava un poco di luce semiliquida della finestra e un cinguettio luminoso e attutito. Avevo visto qualcosa del genere solo in ospedale, quando tiravano una tenda molliccia perché si devono fare quelle cosette e si vuole un po’ di privacy.

La cosiddetta ricominciò a leggere dall’altra parte, e io a passeggiare nell’inquietudine di una prossima morte spirituale nella testa, fissando di continuo il triangolo di luce abbacinante che veniva dalla tenda interrotta dal divano. Non avrebbe potuto condurmi a nient’altro quella gabbia, quell’allevamento improvvisato, quella riproduzione, laddove mi trovavo costretto a custodire la mia fragilità. Li voleva vendere? Voleva farci qualche soldo? Passare del tempo? Imparare delle cose sul loro comportamento, e magari capire qualcosa per la sua vita? Acquisire nozioni generali sull’ornitologia? I miei pensieri, datisi al cannibalismo, si sbranavano l’un l’altro: afasia, morte dello spirito, febbre. La puzza che veniva dalla tenda, la mancanza d’aria che la stessa tenda procurava mi soffocavano nelle mie passeggiate coinvolgendo anche i libri di Sebald, Bernhard, mentre la cosiddetta di là della tenda recitava i suoi ave maria contemplando, così mi immagino, il volto della suora, che doveva apparirle una volta tirata la tenda, mentre lei questa notte sente questi rumori, nonostante sia notte, nonostante le finestre, nonostante la tenda. Ma io sto di qua, mi dico, di là ci sono solamente i morti, e di qua solamente i vivi penso.

Si immagini, prima di una notte così, di sollevare una tenda, e nello sfolgorio del sole che le invade le cornee vedere delle macchie di colore rosso ronzare come mosche e vibrare nell’aria che puzza di carogna, e si immagini di trovarsi ad ammirare la sua angoscia nelle macchie che ronzano per aria e in quelle stese sul suolo della gabbia, le angosce vive e quelle che si immagina morte, immobili, ma ronzanti anch’esse di una vita elettrica, illuminate sulla finestra nel controluce della sera, dal bagliore elettrico che percorre i corpi esanimi da poco. E quando lei vede quelle vite, quelle vive e quelle morte, lei che ha perso la facoltà di contare quante siano le vive e quante le restanti, sente che la luce del sole inizia a ronzare sia per le vive sia per le altre, e ronza tutta l’aria, placida, carognesca, chimerica, ocra, magnetica, come di interiora, e il ronzio le avvolge la vista, il senso con cui è abituata a sentire; e immagini che il cranio si apra per accogliere l’aria così fatta come un pubblico felice all’apertura del teatro, pieno e felice anch’esso della catarsi della morte nel palcoscenico, immagini di ospitarla dagli occhi come da due imbuti. E improvvisamente lei sa che l’odore elettrico che si è sparso è quello che le sgorga dal profondo della gola della sua mente, e capisce che la sua mente ora sta pregando, e che ora vede che l’unica luce nel suo occhio è quella dei crocifissi nelle cripte, dei crocifissi buttati per terra agli angoli delle case svuotate a cui ora la sua mente è rivolta con gli occhi in preghiera. Prega forse, la sua mente, di essere liberata sia dalla vita che dall’altra cosa, dal nulla del loro esserci entrambe, e la cui soluzione è il balsamo di ogni vita: il sonno.

Allora lei, prima dei sogni della prossima notte, educatamente richiuda pure la tenda alle sue spalle, indietreggi, torni a brucare il pascolo ansioso di Montaigne, di Bernhard, dei filosofi dell’esistenza o della vita biologica, torni ad ascoltare Bruckner mentre la sua musica evapora come un copertone al sole e Montaigne le mostra il colorito delle sue parole sempre più pallido e esangue. Noti, se può, come il pascolo delle sue esperienze sia come una vecchia donna, vecchia tanto da essere viva solo perché si è capito male.

Le mie pecorelle, Pascal, Goethe, nel crepuscolo di quel pascolo, mi apparvero tutte morte, inutilizzabili anche per i miei libri e per ogni riflessione, Goethe senza latte, con le froge che fanno vapore per il caldo, Gor’kij con gli occhi bassi guardava un filo d’erba secco senza più fame, e così via fino ai lati del pascolo della mia mente; io sguinzagliavo i cani da pastore della mia anima ma non serviva a nulla, quelle erano povere cose, non ci si sarebbe fatto più nulla, in quella piana, dov’era avvenuta la più assurda delle guerre tra angeli e demoni, ed era finita lasciando nient’altro che pecore assolate e semidistese a perdita d’occhio come un braille infinito e divino.

In quel momento considerai, se morire di una morte pascaliana, bernhardiana, o addirittura goethiana, ma ognuna di esse era poca cosa, e in fondo erano tutte uguali e ridicole. Le mie passeggiate, in maggio, diventarono sempre più lente, strascinate, mentre la puzza era oramai aumentata, e bisognava chiudersi in bagno per sentirla di meno e non soffocare. Nella gabbia, quando la cosiddetta non c’era e andavo ad aprire la tenda, c’erano forse una decina di codirossi. Alcuni sembravano malformati, o forse era la mia suggestione a farli tali, perché altri erano bellissimi. Qualcuno, che ronzava meno degli altri, forse era già quasi morto e io non lo sapevo. Forse in alcuni casi la morte è come un sonno travagliato, pieno di risvegli, uno si alza poco riposato e dice: hai dormito: mi sa che non lo so. E questo lo pensavo da una parte della stanza, dalla parte della tenda dei vivi. A fine maggio come sempre tornai a casa. Caterina era altrove, forse in cantina, forse a ritirare un ordine, forse era tornata a casa sua. Nella luce primaverile di maggio la tenda sfolgorava e si aprì quasi da sola sotto il tocco delle mie mani. Su un asse da stiro, illuminato in controluce dalla finestra, era stesa una lunga fila di assicelle rosse e nere, corpicelli immobili col piumaggio sfolgorante di luce pomeridiana, come un codice a barre naturale. La mia cosiddetta mamma, sul lato destro dell’asse da stiro, di spalle, reggeva nella sinistra un codirosso – potevo vedere il suo avambraccio sinistro procedere fino al volatile e la sua destra avvolgeva l’indice attorno al collo del codirosso fondendo insieme il prolungamento del radio con la testa dell’uccellino, con gesto semplice e intuitivo di morte, finché con lieve pressione gli ruppe il bastoncino del collo, col rumore che si sente spesso nelle foreste nel silenzio, e si voltò a guardarmi sorpresa. La gabbia vuota, l’asse piena di minuscoli corpicini in fila, a cui aggiunse l’ultimo – forse erano dieci, forse superavano la dozzina – si concretizzarono nella sua espressione attonita illuminata dalla luce della pomeridiana, mentre di profilo si mostrava e forse sorrideva a qualcosa. La sera ci disse del suo imminente ricovero, dal quale, lei stessa riferiva, sarebbe tornata difficilmente. Una situazione così, disse. E sorrise come santa Teresa d’Ávila, e come qualcuno che capisse come stavo perdendo la mia salute. Io tornai sulla porta di casa, con le spalle sulla ringhiera a fumare, con la sensazione di non essere mai entrato nella mia tenda, o di esserne uscito troppo tardi.

3

La sera facemmo un sogno, non so se io o Caterina. Uscendo di casa andavo in un’armeria di una città imprecisata, che forse era una città del Sud – qualcosa di quella città mi ricordava il Sud – in cui mi trovavo ospite di un’amica. Io – o Caterina – uscivo di casa apposta per andare nell’armeria che, anche se contrariata, lei stessa mi aveva indicato alla fine della strada dove abitava, tirando fuori il braccio dalla finestra insieme al busto e puntandolo verso i nuvoloni nel cielo. Veniva un temporale. Allora, facendomi forza sul fatto che fosse necessario andare in quest’armeria uscivo di casa e dicevo a me stesso: «Non lo sapevo mica che lei avesse una collezione così grande di fucili» e mentalmente ripassavo i loro nomi, che mi aveva detto tutti e che ero scontento di riuscire a ricordare solo in piccola parte, solo due o tre, nell’immensa lista che immaginavo dovesse usare con enorme coraggio. Allora nel negozio ho detto all’uomo che volevo cartucce incamiciate per poter sparare finalmente a quei due rottweiler, due dico, e faccio il segno con le dita appoggiate sul bancone – si vedono, sotto il bancone vetrato, numerose armi e anche qualche vestito piegato della mia amica, e un paio di pigiami rosa – e lui mi fa: «Lo sa, lei, che non si può? Che deve chiedere alla finanza?»

«Certo, e loro mi hanno detto che per questo fatto potevo!»

«Come?»

«Per questo dei rottweiler, ci sono andato e mi hanno detto sì. Tre settimane, un mese fa, non di più.»

«Ma lei mi deve esibire il documento, gliel’hanno fatto?»

«Niente, mi hanno fatto». E io, che non ci ero mai andato veramente dai finanzieri ringraziai Dio che la finanza fosse quasi di fronte all’armeria, e allora dico un momento, vado, attraverso la strada, raggiungo il cancello immenso, suono, e non quello che mi guarda dalla videocamera del citofono, ma un altro che stava là di fronte a fare non so che cosa mi vede, e quando viene io gli espongo il mio problema e lui mi dice che sono almeno il terzo dall’inizio dell’anno, che gli fa questa domanda, se non il quarto!, e che la questione ha creato un vuoto nella legge, o qualcosa del genere, un vuoto come se un proiettile avesse lasciato un buco in mezzo che lo imbarazza molto, che imbarazza lo Stato intero, ma che ovviamente, come ha detto al primo e al secondo, lui non può scrivere assolutamente nessun documento, perché è una faccenda di uffici centrali e che bisogna scrivere al Comando dei Carabinieri con carta intestata ecc. poi: «Solo la carta ufficiale tappa buchi di proiettile, o di piccone, o di qualunque altra arma che le possa venire in mente, ma guardi, mi dice finalmente, ora non le so dire esattamente, ma chiamo al telefono un mio collega che è sopra, nella caserma, dietro una di quelle finestre, e le saprà dire, sicuramente» allora io dico che tornerò sicuramente la settimana dopo, perché intuisco – o forse intuisce Caterina – che può piovere, torno in armeria e dico che mi hanno detto che il documento non è più necessario, assolutamente non più, e lui:

«Come?»

E io: «No, sa, non è più necessario, mi ha detto, per questo nessuno mi ha dato nulla quando ci ero andato, e nemmeno mi darà nulla perché lì, come qui, le cose non necessarie non le fa nessuno»

«Guardi, qui noi lo abbiamo sempre chiesto, ora non saprei, che poi quando uno muore muore»

E io «Bah, perché mi prende in giro?»

E lui: «No, no. Non sia mai… Perché, si sente preso in giro?»

E io: «Certo, almeno un po’. Non troppo, ma l’ho sentita questa sua frase. Lei non sa la notte in quei posti di campagna. Quando mi alzavo di notte per bere, e uscivo senza accendere le luci dalla camera per non svegliare il bambino, e andavo a tentoni verso il frigorifero della cucina, in preda a una sete pari almeno al sonno e al bruciore di stomaco, e non trovavo acqua, e allora aprivo la porta, fermando il rumore della chiave col palmo, per non svegliare il bambino che dorme, andavo sulla veranda fuori casa, e dopo un respiro nell’aria umida aprivo il frigo di fuori, e mentre il freddo mi gelava le piante dei piedi impolverate e l’acqua gelida la gola vedevo l’ombra di una di quelle figure della notte passarmi a due, anzi che dico, a un metro, a distanza della coda, che fa appena in tempo a entrare nel rettangolo della luce del frigo per poi sparire, e quando la porta del frigo si spalanca, e vedo correttamente il bulbo della lampadina assumere un contorno, dietro di me esce un’infinità di occhi, a coppie, per terra come in alto, a un metro e più di altezza, a due, quasi vicino al soffitto, e alcuni addirittura dove c’è la luce spenta, e mentre ancora un po’ di acqua mi cola giù dal bordo destro delle labbra mi rendo conto che non so che animali sono e forse sono rottweiler, rottweiler…

Un attimo dopo, chissà come, sono di nuovo dentro casa della mia amica, che ora è mia moglie e mi bacia tanto, e dormiamo nel suo letto. Ah quanto mi sarebbe servita prima, penso, coi suoi fucili e il suo coraggio. Il sonno non è dei migliori, ma quando mi sveglio sono contento, mi addormento tante volte, o forse mi sveglio tante volte, c’è quella luce da piscina, del colore delle piscine che si vede nei sogni ma anche se non si ha chiaro, com’è corretto che sia, che la vita e la morte sono piccole cose. Il bambino dentro casa non so se si è svegliato o dorme ancora, per questo dormo male, per questo mi sveglio spesso. La mia amica ora è dolcissima, dov’è la pistolera di una volta? Mi chiedo? Il temporale è finito. Sono così coglione da non capire la differenza tra vivi e morti?


↔ In alto: William Morris, Bird, 1878 / The Metropolitan Museum of Art

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