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Eve vive a New York, ha ventisette anni, lavora in una caffetteria ed è fidanzata da anni con Romi, una ragazza molto premurosa. Non ha grandi aspirazioni nella vita né una carriera pianificata, ma la cosa non la turba. Sente invece con grande chiarezza qual è lo scopo del suo corpo: “Ero stata creata per fare sesso, probabilmente con un numero sterminato di persone”. Nel suo romanzo d’esordio, Servirsi (edizioni e/o, traduzione di Silvia Montis), l’americana Lillian Fishman dà voce a una protagonista che riflette sul sesso e la sessualità alla luce di una nuova relazione conflittuale. Eve deve districarsi tra le ambivalenze del desiderio, tra la sua dimensione intima e politica, le istanze del corpo (un corpo “ovvio”, “traditore”) e quelle della società a cui appartiene (“Essere queer si impose, nella mia vita, come una fede: quando arrivai a New York scoprii che c’erano certezze condivise, sistemi condivisi, non solo tra persone queer ma in un certo ambiente che vedeva la non conformità come una precisa categoria di consapevolezza etica”).

Cos’è giusto desiderare? Eve se lo chiede insistentemente quando comincia a frequentare Olivia, timida pittrice, e Nathan, carismatico uomo in carriera, e scopre di sentirsi attratta soprattutto da quest’ultimo. Lillian Fishman delinea in Servirsi un triangolo amoroso tormentato, dove c’è tanto sesso e ancor più conversazione: un romanzo erotico/celebrale ambizioso, che indaga analiticamente il nodo al centro della sessualità della protagonista.

Come è nato il romanzo?

Ci ho pensato per molto tempo prima di iniziare effettivamente a scriverlo. O almeno, ho pensato ai temi centrali, al problema centrale della sessualità, per molto tempo. La prima versione del libro aveva una lunga sezione iniziale, una novella, sul coming out di Eve a sedici anni. Ma alla fine l’ho tagliata, era più una storia di formazione. Per quello che volevo raccontare qui, invece, mi servivano soprattutto le scene con Nathan, Eve e Olivia. Non ci ho messo molto poi a scriverlo, direi due anni, ma si è trattato soprattutto di lasciarlo riposare. Credo di aver scritto il grosso in sei mesi.

Nella prima pagina del romanzo, riferendosi alle proprie foto di nudi, Eve dice: “Ogni volta che ne scattavo una mi innamoravo per un istante”. Eve ammette apertamente di essere vanitosa, persino superficiale, e mi ha colpito che questa è una delle poche volte nel libro in cui la parola amore è pronunciata senza remore dalla protagonista. Per il resto parla molto di “meritare l’amore”, “tenerezza”, “sottomissione”, “potere”, “manipolazione”. Quanto è stata centrale questa riflessione nella scrittura?

La questione dell’amore è stata un grosso punto di discussione con la mia editor, negli Stati Uniti. Era molto delicato capire se quello che Eve provava per Nathan fosse amore, se così si potesse definire. È sicuramente amore quello che prova, ma è complicato, e lei non ne parla mai con lui in questi termini. Ma per me il romanzo è una storia d’amore. Non una storia classica, in cui Eve e Nathan si innamorano e parlano della loro relazione o del loro futuro insieme. Tutto questo non c’entra nulla. Tenerezza è un termine appropriato per descrivere cosa prova Eve per Nathan, e anche “gratitudine” – ovviamente è complicato. Ma credo che tutto sommato lei provi gratitudine, sì.

Nel triangolo tra Eve, Nathan e Olivia, nessuno dei tre personaggi all’inizio sembra prevedere la piega che avrebbe preso il rapporto. Eve pensa di essere attratta soprattutto da Olivia, Olivia accetta la situazione per amore di Nathan, Nathan gode della sua posizione di potere sulle due donne. Come hai plasmato i tre personaggi, dove volevi portarli?

Il libro in origine doveva essere incentrato su Eve che esplora la propria sessualità mentre Olivia guarda. Ma non funzionava. Perché l’aspetto interessante e complesso del libro riguarda Nathan. Eve e Olivia hanno entrambe relazioni con donne, sono queer, non è insolito per loro trovarsi insieme, ma è insolito che Eve debba stare con un uomo di fronte a un’altra donna, chiedendosi se lei approva quello che fa, se lo farebbe allo stesso modo e se lo trova giusto. Per me il punto focale era capire come si sentisse Eve in una situazione di grosso conflitto con Nathan mentre viene osservata da Olivia con i suoi giudizi. È una dinamica importante nella prima metà del libro, ma c’è un limite, perché le due donne non provano sentimenti l’una per l’altra, sono incompatibili.

Sembra che tu abbia cominciato con l’idea di esplorare lo sguardo femminile per poi finire con l’esplorare lo sguardo maschile. Eve è attratta specialmente da come la guarda Nathan, ha una fantasia in cui è nuda in fila con altre decine di donne e un uomo dai lineamenti indefiniti la sceglie, di fatto legittimandola. Perché questo passaggio?

Sì, assolutamente. Credo che questo passaggio fosse necessario perché lo sguardo maschile è il problema. Avrei potuto scrivere un libro interamente incentrato sulle sensazioni o i sentimenti nel rapporto tra due donne – ci sono molti romanzi così e mi piacciono molto – ma la cosa interessante per me era il problema al cuore della sessualità e la questione di desiderare una persona che consideri negativa: un’imposizione della società. Ovviamente ci sono mondi in cui è il lesbismo il problema, no? Nel corso della storia, fino a pochi decenni fa, l’attrazione per Olivia sarebbe stata il problema nel libro, ma nel mondo in cui si muove Eve il problema è Nathan. Ecco perché doveva riguardare lui.

La protagonista ha idee identitarie chiare, essere queer è una posizione politica. Poi scopre che i suoi desideri vanno in una direzione diversa. Le sue riflessioni su sé stessa sono piene di senso del dovere, su “chi dovrebbe essere”. Riesce a liberarsi di questa tensione solo nel sesso?

No, credo che le persone affrontino queste questioni in modi molto diversi e probabilmente quello principale è la conversazione. Anche per Eve avviene soprattutto nel dialogo con Nathan. Eve è molto analitica, le conservazioni sono filosofiche, il sesso è un modo per comunicare il problema a livello viscerale anziché dialogico. L’intimità sessuale spiana la strada all’intimità nella conversazione.

In effetti c’è una modalità molto celebrale di procedere nel racconto, iper-analitica. A tratti il romanzo sfiora la postura saggistica. Perché l’hai scelta?

Per me inizia tutto così, in modo molto filosofico. Ho dovuto ridurre quella parte alla quantità giusta. Le persone mi dicevano di smetterla e di pensare alle scene. Sono felice della proporzione attuale nel libro ma per me, ovviamente, l’analisi è tutto. Dovevo trovare il modo di animarla. È stato molto difficile integrare il filone fisico e quello mentale: nella prima versione era tutto disordinato, avevo pezzi di analisi e dialoghi ma la cosa più complicata è stata organizzarli in modo tale che la scena conducesse in maniera generativa all’idea analizzata.

Hai preso dei modelli?

Ho pensato molto ad Annie Ernaux. La sua opera è viscerale, non analitica, ma le riflessioni sulle relazioni costituiscono il grosso dei suoi libri. Nei suoi memoir il tempo passato effettivamente nella stanza è poco rispetto alle riflessioni sulla relazione, ma lei sa renderle in maniera molto viva. In misura minore ho pensato anche a Maggie Nelson, ho letto i suoi libri cinque o sei anni fa e nella prima versione di Servirsi ce l’avevo molto presente. L’influenza è ancora visibile, credo, per esempio nelle citazioni di Eve Babitz all’interno del testo; inizialmente c’erano anche i riferimenti, le note, ma poi ho deciso di toglierli perché erano una distrazione. E poi Sheila Heti. È una scrittrice divertente, diretta, una grande umorista, insomma ha una voce molto diversa dalla mia, ma mescola filosofia e narrazione in un modo che mi piace moltissimo.

In alcune recensioni negli Stati Uniti, Servirsi è stato definito “il nuovo romanzo queer”. Cosa ne pensi?

È una domanda difficile. Non rigetterei la definizione, perché credo che il libro nasca effettivamente da una cultura queer. Il modo in cui Eve affronta la relazione con Nathan e il problema dell’eterosessualità nascono per forza di cose in un contesto queer, il romanzo sarebbe molto diverso se fosse stato scritto da una donna eterosessuale. Ovviamente esistono libri del genere, uno dei miei preferiti è Paura di volare di Erica Jong, degli anni Sessanta, ma anche The Mind-Body Problem di Rebecca Goldstein. Credo che Servirsi nasca da una cultura queer ma riguardi l’eterosessualità, non la queerness. Dare una definizione è sempre frustrante, ma sì: sarebbe questa.

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