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Bianco è l’inverno nelle parole degli uomini, quando la neve ingolfa la vita e riduce i pensieri a un unico imperativo fino a primavera: sopravvivere. 
Bianchi non sono gli inverni della mia memoria. Non quelli che ho conosciuto io, ingombrati da colori più feroci e crudeli, da sfumature di meraviglia trattenuta. L’antracite, ad esempio, delle grandi mani di mio padre o l’azzurro stemperato della pelle dei trapassati, esposti in stanze comuni e pianti per giorni, o il grigio dei capelli di vecchia, raccolti, trattenuti in crocchie e solo prima di andare a letto slegati a scoprire una cascata perlacea che arrivava alle caviglie.  Stupori che solo l’intimità di una stanza rivela. 
E poi quel rosso ferroso sulla terra dell’animale sbranato, impasto di vene e polvere, l’occhio velato di un bianco lattiginoso a cui la vita è sfuggita per la zanna e per il morso del lupo, e le nocche, umane e furiose, che in conseguenza si stringono, premono impotenti tra osso e pelle, le gole che si svociano e gridano presenza d’animale ladro e infame. Voci che chiamano l’uomo dei lupi. 
Quindi il nero, quello di sua proprietà unica e inaccordabile ad altri, quando egli si presenta alle porte, nero d’occhio e d’anima; il suo arrivo al villaggio è annunciato da uno stormire lontano e una fuga obliqua sui cieli gonfi. Chi può fugge, chi non ha bisogno sa che deve tenersi lontano.
L’uomo dei lupi, il lupaio, homo luporum, l’ammazzalupi, tanti nomi per un solo male necessario. 

Il ragazzo non è il bambino, ha già muscoli forti abbastanza da assumersi la fatica, ma non è l’uomo e tutto cospira a ricordarglielo. Il lupaio se lo trova davanti all’ingresso del paese, oltre il confine in cui, all’ora in cui sprofonda il giorno, si spingono solo i pazzi e le donne in odore di strega.
Allora il ragazzo vede tutta la differenza tra lui e lo straniero ma anche tra quello e gli altri abitanti del villaggio. E precipita nella meraviglia. Il lupaio non è il padre e nemmeno il prete, i due poli entro cui il ragazzo si spiega l’essere adulto; è qualcosa di più e qualcosa di meno: un animale che si finge uomo e che dell’uomo ha preso la pelle e ci si è vestito per confondere, per camminare in grazia di Dio.
Ora l’ammazzalupi è all’osteria, il ragazzo lo ha seguito spinto da una sana curiosità per questo reietto che tutti scansano e di cui tutti sussurrano i nomi segreti. Rivestono lo straniero di un rispetto particolare, fatto per lo più di quel timore che fa il vuoto intorno. Il tintinnare inevitabile di bicchieri e bestemmie appena accennate si stempera nella taverna affollata.
Il ragazzo è seduto tre tavoli più in là, lo osserva. Di cicatrici è fatto, residui di una lotta, pelle che è una pergamena su cui creature oscure hanno inciso la loro firma, il segno del loro passaggio e, molto probabilmente, della loro fine. 

Il cielo ha ammassato ai bordi grossi batuffoli grigiastri che rombano lontano. Lo sanno tutti che quella è l’ora dei lupi. Non si deve perdere tempo. 
Un manipolo di dignitari si presenta davanti al lupaio. L’uomo non muove un muscolo, conoscono già le dinamiche della trattativa. Non è la prima volta, Dio solo sa se sarà l’ultima. Il ragazzo è stupito. Sa che non si fanno contratti tra uomini e bestie. Eppure il sacco di monete sonanti passa di mano in mano, bisbigliano qualcosa, definiscono le parti, un poco ora, un poco alla fine, a sancire l’accordo un cenno di testa. Dopodiché l’uomo dei lupi è lasciato in pace a finire il pasto.
Di quella figura il ragazzo sa cose che è riuscito a percepire appena. Le vecchie dicono che il lupaio giri di villaggio in villaggio, alle volte si dirige direttamente dai signori arroccati nei castelli e libera dal male intere foreste. Da solo. Quando poi uno muore, un altro si presenta a colmare il vuoto lasciato. È così da sempre.
Il ragazzo è alle porte del villaggio, ha visto il lupaio inoltrarsi nella notte, verso la macchia, in mano il fucile e il passo sicuro. Si guarda indietro per qualche secondo, poi torna a scrutare il buio che ha di fronte. Qualcosa lo spinge verso quella direzione. Lascia alle spalle la comunità degli uomini, il focolare, la pace delle lanterne. Davanti a lui si dispiegano forze che non può non subire; osserva le orme lasciate dal lupaio e pensa che presto saranno sparite. Si slanciano verso la macchia, percorrono strade dismesse, attraversano il folto del groviglio. È tempo di un profondo respiro, il dado è tratto, ma si devono accordare volontà e maniere. Il primo passo si porta dietro il secondo. Presto il villaggio sparisce alle spalle, il ragazzo segue le tracce. Avverte sciogliersi nei nervi la novità del sentirsi vivo, il cuore cedere a un ritmo folle. Capisce che a proteggerlo non ci sarà nulla, se non il proprio coraggio, un velo tarmato da cui filtra la luce dello spavento. Eppure la stessa paura che fredda le tempie e serra lo stomaco lo rinfocola nel profondo. Il ragazzo si sente fiero, è contento. L’aria comincia a raffreddarsi, c’è una pace sospesa, un vuoto nell’aria che annuncia una nuova nevicata. Rumori che sembrano venire da gole di metallo, urla che sono stracci strappati s’involano dalle chiome nere degli alberi, le radici tremolano nella notte sospesa. Non c’è più la strada, non c’è più direzione. Quanto tempo è passato? Il ragazzo teme il peggio. Poi comincia a riedificare la propria calma. Lo fa trattenendo respiri e pensieri. Ricorda tutto quello che fino a ora ha imparato nelle veglie. Sa che c’è uno spirito in ogni cosa, o che ogni cosa ha il suo spirito, e ogni spirito abita un suono e dal suono è protetto, e così si propaga d’orecchio in orecchio. E il suono si fa verbo e lo spirito si fa musica. Così il torrente gorgoglia, il vento ulula: è del tordo lo zirlare, della notte l’incupirsi, della bestia il digrignare. 

Bisogna solo ascoltare. Un primo fiocco di neve cade, avanguardia della tormenta. Il ragazzo ha paura ma ha percepito una vena in quel silenzio, un ringhio lontano che non appartiene a uomo o bestia, palpita in lontananza, appena udibile, ma tanto basta per avere direzione. Si muove, corre inseguendo quel suono fino a che la macchia non cambia in radura. Uno spazio bianco, illuminato malamente da una luna sbeccata. Sulla neve, due corpi si sommano, uno sopra l’altro, tanto feroce è la loro battaglia che non si sa quale sia l’uomo e quale la bestia. Il ragazzo avanza fino a che con il piede non urta qualcosa. Cerca di capire, poi capisce. Il fucile del lupaio pesa molto di più di quello che pensava, ma non ha tempo di lamentarsi. Lo alza, prende la mira, spera in Dio.  
La scarica disinnesca il silenzio della vallata, poi i due corpi, d’uomo e d’animale, vicini, la pelliccia dell’uno e dell’altro che si muovono nello stesso soffio di vento, restano immobili. Il ragazzo aspetta. Il corpo tra i due che si muoverà per primo deciderà anche il suo destino. Trattiene il fiato, ma non scappa. Poi la mano dell’uomo si muove, cerca il cielo. Il lupo resta morto. Il ragazzo corre verso l’uomo, lo aiuta a spostare il corpo della bestia, gli offre la spalla per rialzarsi. Ora lo vede alla luce di una luna vuota e terribile, i capelli incollati alla nuca dal sangue e dal sudore, il respiro denso che si materializza in grosse nuvole stanche, un leggero tremolare della figura e la neve che ha preso a scendere delicata, come a coprire quello scenario di sangue. L’uomo non cede ai ringraziamenti ma snuda una lama dallo stivale con cui incide la pelle del lupo. Lavora per qualche minuto, poi consegna al ragazzo il suo premio, una zampa recisa alla perfezione. Nello sguardo del ragazzo ci sono lo stupore e una serie di emozioni, in quello dell’uomo c’è un comando: va’, torna al villaggio e racconta. 
Dopodiché l’uomo si volta, vuol rimanere solo, il ragazzo guarda quelle sue nuvolette di respiro, che via via si fanno meno dense, e riconosce il segno della fine.
Il ragazzo ripercorre i suoi passi, adesso sa bene dove mettere i piedi.  Il villaggio è a pochi metri, un ululare lontano lo fa voltare. Dev’essere il vento che impazza contro la roccia.  Osserva le impronte che ha lasciato, la neve ha già cancellato quelle di prima. Ma c’è come un grumo d’ombra in ogni passo. L’ombra del ragazzo si è sciolta nel ritorno, e quello che ritorna non è né ragazzo, né uomo, ma un’altra cosa, con una sua ombra, un fucile in una mano e nell’altra la zampa di lupo. 

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