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«Parte del motivo per cui godo di questa libertà nello scrivere è che gli editor mi considerano un freak. Mi fanno delle concessioni perché, dopotutto, si trovano davanti a un punk che scrive dandosi un tono da intellettuale. (…) Una delle cose che ho imparato negli anni trascorsi ad analizzare le opere d’arte è quanto sia interessante e utile dare per scontato che l’artista sappia cosa sta facendo.
La cosa diventa stranamente proficua quando l’artista in questione, in realtà, è un idiota. O un punk.
»(Richard Hell, Massive Pissed Love: Nonfiction 2001-2014, Soft Skull Press 2015)

Stando a Google Richard Hell è un bassista. E iniziamo già malissimo perché qui si sta scrivendo un ritratto d’autore e i bassisti non godono di una gran fama come artisti. Certo, obietterete voi, Syd Barrett e Paul McCartney, Lemmy Kilmister e Charles Mingus, qualcosa avranno pur lasciato nella storia della musica. Avrete letto il memoir di Kim Gordon oppure avrete ben presente il fato avverso toccato a Cliff Burton, e un’affermazione simile vi farà un po’ ribollire il sangue. Ma sarete d’accordo anche voi che i bassisti siano spesso sottovalutati, e Richard Hell è stato un bassista anche piuttosto negletto visto che in quest’articolo di Rolling Stone di un paio di anni fa non è nemmeno fra i primi cinquanta della storia del rock (manca pure Sid Vicious, ma nessuno si aspettava di trovarcelo, sinceramente). D’altronde, per sua stessa ammissione, come bassista non è mai stato un granché, mentre si è sempre preferito nelle vesti di scrittore: di poesie, di canzoni, di opere d’arte e persino di t-shirt. Ma ci arriveremo, abbiate pazienza. 

Fuga

Per un ritratto come si deve bisogna partire dall’inizio, dagli anni ’50, quando il suo nome era ancora Richard Meyers e andava alle elementari a Lexington, in Kentucky. Aveva appena imparato a scrivere, il piccolo Richard, e già si immaginava fuggitivo, raccontando avventure rocambolesche sul quaderno di scuola. Sarebbe stata la prima testimonianza di una lunga storia da artista del disappearing act.

«Volevo scappare con Clem e Jack che erano i miei migliori amici. E papà mi aveva detto che avevo il suo permesso. Mi aveva anche detto che esattamente a mezzanotte avrebbe messo in moto la macchina e saremmo partiti. Ma se Clem e Jack non c’erano allora saremmo dovuti tornare a casa. Non ce la facevo ad aspettare mezzanotte, ma alla fine è arrivata. E così siamo andati all’appuntamento. Quando siamo arrivati ho detto al papà di aspettare un po’ perché i miei amici non si vedevano. Loro però non sono arrivati e quindi siamo tornati a casa e sono andato a dormire e ho sognato che ero un vagabondo molto pulito.
FINE 1 Tutte le citazioni sono tratte da Richard Hell, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp, traduzione di Gelsomina Sampaolo, HarperCollins, 2014. »

Perché questa fantasia divenisse realtà Richard sarebbe dovuto passare attraverso una serie di esperienze formative: la scomparsa prematura del padre, la débâcle scolastica – «il ragazzo è intelligente ma non si applica» –, la conseguente iscrizione forzata in un collegio maschile e gli esperimenti psicotropici con uno sciroppo a base di codeina. La prima vera fuga di questa storia, Richard la mette in atto a 16 anni, a bordo di una macchina «presa in prestito», puntando verso sud con l’amico Tom Miller (futuro Verlaine). A questo punto alle fantasie infantili si è sostituito un vero e proprio manifesto programmatico la cui idea di fondo è presto detta: «Saremmo diventati i poeti fuggitivi di cui tutte si sarebbero innamorate». Uno slittamento di prospettiva che somiglia tanto a un gioco di parole, in fondo basta cambiare una sola lettera alla parola «fuga» per trasformare l’obiettivo di questi giovani artisti in… be’, qualcos’altro.
Dopo il fallimento di questo primo tentativo (i due minorenni vengono riacciuffati dalla polizia, dopo la denuncia delle famiglie), Tom torna a scuola, mentre Richard non resiste neanche fino al diploma e, nel 1966, riparte alla volta di quella che sarebbe diventata ufficialmente la sua nuova casa, New York.

Lo ritroviamo così, appena diciassettenne, sempre in fuga, ma stavolta da un monolocale fatiscente all’altro, arrabattandosi con qualsiasi lavoretto che gli permetta di sostenersi con una dieta a base di vino scadente e cibo delle macchinette. Il ritratto dell’artista da giovane, insomma. Intanto persevera nell’idea di diventare un poeta. Scrive continuamente su blocchetti, taccuini, fogli sparsi e cerca di farsi pubblicare sempre e da chiunque, pur senza uno straccio di curriculum. «Mi definivo uno scrittore solo perché mi ritenevo tale» ricorda Richard, e tanto doveva bastargli, d’altra parte «se indossi una maschera abbastanza a lungo, quella diventa la tua faccia o, per dirla meglio, le vocazioni spesso iniziano come pose». Chissà se aveva letto l’epigramma di Oscar Wilde che sosteneva: «Il primo dovere nella vita è assumere una posa. Quale sia il secondo, nessuno lo ha ancora capito». Di sicuro nell’Oscar Wilde Room del Mercer Arts Center ci sarebbe passato spesso, perché ci suonavano i New York Dolls, ma questo è ancora di là da venire.
La posa però non basta, bisogna mettersi all’opera e allora Richard si iscrive a un workshop serale di poesia alla New School nella speranza di imparare qualcosa ma, anche e soprattutto, di incontrare animi affini. Ci riuscirà a metà, nel senso che non imparerà granché, ma l’insegnante, un poeta fallito, lo prenderà in simpatia in quanto «quello dall’aspetto più poetico e più malato, un prerequisito per scrivere poesia decente» e lo introdurrà nei giri giusti.
Siamo ormai verso la fine del 1967 quando Richard dà vita insieme a un compagno di corso alla rivista poetica Genesis: Grasp di cui usciranno sei numeri in quattro anni. I primi tre li definisce lui stesso «presuntuosi, dispersivi e amatoriali come un giornaletto scolastico», ma l’ultimo, un numero doppio, curato quasi esclusivamente da Richard, è già più accettabile.
Alcune delle sue poesie di quegli anni vengono selezionate da James Laughlin, editore della New Direction Books, per la raccolta annuale della casa editrice (la stessa di Dylan Thomas, Céline, Nabokov, Rimbaud, Henry Miller, William Carlos Williams e Ezra Pound, giusto per fare qualche nome). Richard le definisce «tremende, pompose, arroganti e sentimentali», ma la New Direction ne pubblica una decina tra il 1970 e il 1971. Se dobbiamo dar retta all’autore però (e sappiamo quanto possano essere inaffidabili su certe cose), più il suo stile si fa rarefatto e tecnicamente raffinato, meno piace all’editore che, un paio di anni dopo, gli boccia la proposta di un libro scritto a quattro mani con l’amico Tom. 

Duetto

Già, Tom. L’arrivo dell’ex compagno di scuola a New York segna un’altra svolta nella vita e nella carriera di Richard Meyers, che si chiamerà così ancora per poco. Tom Miller, versione bionda ma parimenti dinoccolata di Richard, una volta preso il diploma corona in differita il comune sogno di fuga adolescenziale e si aggiudica in un colpo solo il ruolo di amico, collega, gregario e coinquilino. Il sodalizio si fonda su princìpi ben esplicitati: «Condividevamo praticamente tutto, tranne le ragazze. E siccome nessuno dei due aveva niente, andavamo sempre in paro». Inserendosi perfettamente nella scena artistica locale, la coppia di scappati di casa (letteralmente) comincia a frequentare anche donne più grandi, come la trentasettenne Patty Oldenburg, ex moglie dello scultore pop Claes. La storia d’amore con Richard, più piccolo di lei di sedici anni, dura poco, ma il ragazzo impara parecchio sul mondo dell’arte, della scrittura e non solo. È qui che arriva la scoperta dell’importanza delle apparenze di wildiana memoria: «Imparai che è quello sviluppo di capacità e altre ramificazioni del comportamento a fare la differenza, non il me stesso vero, quello che c’è sotto l’aspetto esteriore. Perché quello che c’è laggiù nel profondo è una noia, è la superficie a essere interessante, anche se spesso ingannevole».

Richard e Tom condividono anche gli stessi lavori, perlopiù in librerie dell’usato, un’altra passione in comune che gli permette di coltivare la loro arte e mantenersi col minimo dello sforzo e del salario: ogni volta che hanno due spicci li usano per comprare libri usati, da rivendere in caso di necessità. I libri diventano in pratica la loro unica moneta di scambio. La simbiosi è quasi totale: i due cominciano anche a scrivere insieme, a notte fonda, invece di guardare la TV che non hanno.
In questo rimbalzo continuo di versi crepuscolari nasce l’alter ego Theresa Stern, immaginaria poeta ebrea portoricana, che firmerà tutte le loro opere congiunte, nello stile surrealista di César Vallejo e Bill Knott. Surrealista sì, ma non irrazionale, perché sempre basato su una certa consapevolezza di pensiero e sentimento. Dal racconto di Richard non si capisce se l’invenzione della Stern fosse motivata da una qualche ragione artistica o semplicemente un divertissement, quel che è certo è che il personaggio non si ferma sulla carta. Infatti il nostro, evidentemente poliedrico nell’anima, non solo si inventa tutta una biografia per Theresa Stern, ma si organizza con un’amica per farsi truccare e fotografare insieme a Tom, con una parrucca nera, dalla stessa identica distanza e angolazione, in modo che, sovrapponendo i negativi dei loro volti, emerga il ritratto ufficiale dell’autrice.

Purtroppo tutti questi sforzi si rivelano vani quando nessun editore, nemmeno New Direction, se la sente di pubblicare la raccolta Wanna Go Out?. Eppure si inizia a intravedere un’idea di come la coppia creativa stesse cominciando a funzionare. Tom, in ogni caso, non sembra particolarmente rattristato dal fallimento editoriale perché ha già in mente un cambio di rotta: c’è parecchio fermento nei club underground, lui ha sempre la chitarra in mano e quei versi che scrive col suo amico, in fondo, non sono già delle canzoni?

Interludio 

Inizia così, nel 1974, l’interludio musicale di Richard che, in una decina di anni l’avrebbe portato a creare, con la massima disinvoltura, tutta l’estetica e l’etica del punk: capelli dritti sparati in testa, magliette strappate e rattoppate con le spille da balia e la consapevolezza disagiata di essere quella che lui stesso avrebbe definito la blank generation, la generazione vuota.  

L’avventura musicale, dicevamo, inizia su input di Tom, già polistrumentista e appassionato di jazz dai tempi del liceo, che fiuta il cambiamento nell’aria, dalle parti della Bowery. Richard, vedendo il fermento intorno a band sicuramente molto teatrali ma non particolarmente dotate dal lato tecnico (pensate solo ai New York Dolls), comincia a credere che le sue capacità di scrittore e osservatore potrebbero trovare terreno fertile in quella scena, ma si preoccupa di non saper suonare nessuno strumento. Ci pensa Tom a tranquillizzarlo: suonare il basso è facile, soprattutto per il tipo di musica che ha in mente lui. Con una vecchia chitarra e un basso preso al mercatino dell’usato per 50 dollari inizia l’avventura dei Neon Boys, pronti a creare qualcosa di nuovo che non fosse né il glam tutto lustrini ed esagerazioni dei Dolls, né il rock da stadio di Springsteen: «volevamo essere stridenti, duri e lacerati, proprio come lo era il mondo».

I nomi di battesimo che si portano appresso, però, sono troppo banali per due con queste intenzioni, ed ecco che l’inventiva di Richard partorisce in quattro e quattr’otto le nuove identità che li seguiranno per sempre: «Mi ci volle pochissimo a scegliere Hell. Mi piacque appena mi venne in mente. Era deciso ma negativo, senza essere troppo specifico e rifletteva la mia condizione. Trovare qualcosa per Tom fu più difficile. Poi pensai di prendere il nome di un poeta francese del diciannovesimo secolo. (…) Tom propose “Verlaine” e sembrò perfetto. Era musicale e, anche se il poeta era sconosciuto alla maggior parte degli americani, la sua scrittura era squisitamente lirica, piena di autunno, violini e amore malinconico, seppur sensuale… e poi era anche facile e diretto (oltre che leggermente pornografico) e l’archetipo del casino bohémien. Ovviamente ero conscio della sfumatura Rimbaudesca che “Hell” poteva comportare, specialmente se affiancato a “Verlaine”, ma perché no. Era deciso: Verlaine e Hell».Il duo, dopo qualche mese di prove, riesce a mettere insieme abbastanza pezzi (scritti e interpretati fifty-fifty) da pensare di allargare la band. Tramite passaparola e annunci sul Village Voice iniziano le audizioni a cui, tra gli altri, si presentano anche Chris Stein (futuro chitarrista dei Blondie e compagno di vita di Debbie Harry) e quello che diventerà Dee Dee Ramone, chitarrista inetto ma personaggio spassosissimo, con cui Richard sarebbe sempre rimasto amico. Purtroppo la ricerca del chitarrista ideale si rivela infruttuosa, tanto da dover rimandare il batterista, Billy Ficca, a casa nel Delaware, in attesa di istruzioni e proseguire ancora qualche mese come duo.
Nel mentre, Richard continua a scrivere, affitta addirittura un monolocale ammobiliato a questo scopo, dove si impone di riempire almeno una pagina a interlinea singola ogni giorno, fermandosi solitamente a metà di una frase per facilitare la ripresa il giorno successivo, secondo l’insegnamento di Hemingway. Arriva a scrivere il suo primo libro The Voidoid (una parola inventata in una delle nottate di giochi lessicali insieme a Tom) che parla della sua visione della vita all’epoca, preludio a quell’autobiografismo che segnerà tutto il suo lavoro di autore. I due protagonisti, manco a dirlo, sono gli alter ego di Richard, Lips, e Tom, Skull, due vampiri che suonano nella band Liberteeens (Pete Doherty, ti fischiano le orecchie?).

Per mantenersi, Richard inizia a lavorare in una cineteca gestita da Terry Ork, personaggio di dubbia fama ma cinefilo di primissimo ordine, che insegna a Hell tutto quello che c’è da sapere soprattutto sul cinema europeo e la Nouvelle Vague. Ma non si limita a questo. Amante anche della musica (e dei ragazzi efebici) decide di sponsorizzare il progetto della band autonominandosi manager di quelli che, ancora per poco, sarebbero stati i Neon Boys. Alla fine del 1973, infatti, Ficca torna a New York, alla chitarra viene assoldato Richard Lloyd (uno fra gli efebi di cui sopra) e Hell decide che è arrivato il momento per un nuovo nome. La scelta, dopo una veloce selezione, ricade su Television e Tom, per una volta, è subito d’accordo. Richard ci metterà un po’ a realizzare che TV sono ormai le sue iniziali. L’anno che seguirà sarà fatto di prove, feste, concerti ed eccessi di ogni tipo, ma sarà anche l’anno della consacrazione del CBGB come venue della nuova musica newyorkese e dei Television come loro prima resident band, ogni domenica per mesi.  


Tralasciando le vicende prettamente musicali, risulta interessante notare come anche in questa sede per Hell l’importante resta lo scrivere. Oltre che dei testi delle canzoni, infatti, è ben felice di accollarsi tutto il materiale pubblicitario delle band in cui milita: comunicati stampa, volantini, locandine e persino finte recensioni che anticipavano di parecchio quelle a scopi autopromozionali che troviamo oggi su Amazon a caro prezzo.  Ogni supporto è buono per esprimere la sua vena creativa: le magliette, sulle quali scrive quel PLEASE KILL ME che diventerà il titolo della Bibbia del punk2 Legs McNeil, Gillian McCain, Please Kill Me. Il punk nelle parole dei suoi protagonisti, traduzione di R. Vianello, Baldini & Castoldi, 2014. , o direttamente la pelle, facendosi tracciare sul petto, con un pennarello nero, le parole YOU MAKE ME_____ per l’iconica foto di copertina di Blank Generation. In questo caso, però, la parte interessante sta in ciò che non è scritto: 

«Mi piaceva come il messaggio della frase fosse sottolineato da quello spazio. E il modo in cui, allo stesso tempo, incolpava il mondo (you, tu/voi) per avermi reso blank, vuoto (o semplicemente per avermi fatto) e offriva a questo voi/tu (chiunque guardasse l’album) la possibilità di trasformare il soggetto in copertina da _______ in qualsiasi cosa si fosse propensi a renderlo riempiendo lo spazio vuoto. In più c’è quel senso di sfida, come a dire “Ah si? Me l’hai fatto fare tu”».

L’idillio con Verlaine, purtroppo, non dura a lungo, anzi, nasce morto «come il gemello di Elvis», per usare le parole dello stesso Hell. Il primo concerto è un battibecco continuo, Tom cerca di sovrastare Richard e non tollera le sue intemperanze, fino ad arrivare a cancellare uno a uno tutti i suoi pezzi dalla scaletta. Anche il rapporto con la musica stessa, di lì a poco, diverrà difficile per Richard, a causa soprattutto dell’abuso di sostanze che cominciano a mietere vittime illustri. Ancora oggi Hell si considera una sorta di miracolato per essere sopravvissuto a tanti altri. Come abbia fatto a tirarsene fuori non lo sa neanche lui, ma quel che è certo è che i due mondi, quello della musica e quello della droga, erano talmente interconnessi che per uscire da uno era necessario fuggire anche dall’altro.

Quando Verlaine inizia a frequentare Patti Smith, poi, diventa più intollerante, rigido, i suoi gusti si fanno più raffinati anche in campo musicale, le discussioni sbilanciate dal peso intellettuale di Patti rispetto a quello di Richard e il rapporto già logoro con Hell si sfalda definitivamente. Nella lotta per la leadership della band, Richard, sfiancato dagli eccessi, ha sempre la peggio, finché non si ritrova quasi inconsapevolmente escluso da tutto. Ma non è solo. Dopo la diaspora dei New York Dolls, infatti, unisce le forze (per modo di dire) con Johnny Thunders (chitarra) e Jerry Nolan (batteria) per formare gli Heartbreakers. In questo caso, però, la musica si riduce fondamentalmente a una scusa per drogarsi e fare casino.

Terminata la breve ma intensa avventura con gli Heartbreakers, Hell non è comunque pronto a mettere la parola fine alla sua storia con la musica e, grazie all’incontro con il virtuoso, ma sottovalutato, chitarrista Robert Quine, nel 1976 fonda i Voidoids. È con questa formazione, finalmente libero, ancorché ammaccato, che raggiunge il picco della carriera musicale, ottenendo il plauso di Lester Bangs che arriva a definirlo «un poeta, uno dei pochi pensatori che rispetto (…) uno dei rocker più grandi che abbia mai sentito».

Il 1977, che per tanti segna la data di nascita del punk europeo, per Hell è l’inizio della fine. Spedito dall’etichetta discografica nel Regno Unito, a supporto dei Clash, riprende i contatti con Thunders e le comuni abitudini distruttive, tanto da far preoccupare persino Malcolm McLaren (ormai manager dei Sex Pistols) durante il tour che si rivela rovinoso, fra crisi di astinenza e sputi e bottigliate dal pubblico.

È ormai chiaro che le dipendenze hanno la meglio su Hell, tanto da indurlo a prestarsi a comparsate in vari film di serie B (Smithereens, Blank Generation, Cercasi Susan Disperatamente) pur di raccattare quattro spicci per mantenerle. Quanto alla musica è completamente devastato, non va alle prove, non si presenta in studio, figuriamoci ai live. A un certo punto decide di abbandonare del tutto il basso, con grande disappunto degli altri Voidoids che, uno a uno, lo disertano lasciandolo al suo destino. 

Dal 1979 in poi inizia quel periodo che Hell definirà «sfocato», non perché non se lo ricordi ma perché le giornate si susseguono tutte uguali, tra espedienti per procurarsi la droga e frequentazioni che prevedono praticamente solo tossici e squillo dal cuore d’oro. Nei rari momenti di lucidità riesce a scrivere qualche articolo per l’East Village Eye e, nel 1981, da faticosamente alle stampe il suo secondo album Destiny Street3 Il risultato è talmente lontano dalle aspettative da decidere di rimasterizzarlo del tutto e ripubblicarlo come avrebbe dovuto essere nel 2021. , ma la musica si affievolisce, in tutti i sensi. E i riflettori stanno per spegnersi.Il 1984, con la decisione di disintossicarsi, mette il punto e a capo alla carriera artistica di Hell: «una volta ripulito e lasciata la musica, dovevo trovare un nuovo modo per vivere. Feci qualche esperimento, ma nel giro di qualche anno decisi che l’unica opzione soddisfacente era diventare uno scrittore professionista, ed è esattamente ciò che ho fatto».

Ripresa

Dapprincipio il vuoto della musica viene colmato dall’attività giornalistica, che continuerà a coltivare sempre, parallelamente alle altre forme di espressione. Pubblica una buona mole di articoli di cultura e costume su riviste del calibro di Spin, GQ, Esquire, Village Voice, Vice, New York Times e dal 2004 al 2006 è il critico musicale di BlackBook. Nello stesso periodo scrive una serie di articoli per The Toilet Paper Columns, bimestrale ironico e alternativo diretto da Noel Black e distribuito come free press nei bagni pubblici. Tra i temi trattati da Hell troviamo: il sistema digestivo, le morti dei musicisti punk (tra cui Quine, tre dei Ramones, Joe Strummer ecc.), l’arte di Christo, il processo a Michael Jackson, il sesso nell’arte e il Natale. Alcuni di questi pseudo-saggi sono inclusi nella raccolta Massive Pissed Love (Soft Skull, 2015), una lettura ambivalente, sintesi di apparente leggerezza e penetrante consistenza, sicuramente consigliata al posto dello smartphone nei momenti di concentrazione più intima (come suggerisce il titolo della rivista da cui sono tratti gli articoli). D’altronde, gli editor danno letteralmente carta bianca al «punk che sa scrivere» e si aspettano sempre che tiri fuori un coniglio dal cilindro, come quando si inventa di sana pianta l’intervista «Cosa direi se fossi Christopher Wool» perché l’artista era troppo recalcitrante per fornire risposte, oppure quando descrive nel dettaglio il cunnilungus «atto sessuale nel quale ho investito più tempo di qualsiasi altro».

Per non farsi mancare nulla, Hell si cimenta anche con la narrativa, pubblicando due romanzi: Go, Now (Scribner, 1996) e Godlike (tradotto in italiano con il titolo Come Dio da Coniglio, 2007), entrambi già fatti di quella stessa materia autobiografica che comporrà la sua opera più nota e completa, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp

Lo stile delle due opere di fiction è diretto, scarno, colloquiale, a tratti labirintico. Una prosa brutale che per certi versi ricorda Jim Carroll, mentre per altri risente ancora degli echi della Beat Generation, nonostante la volontà conclamata dei punk di allontanarsi dallo stile e dai temi dei figli dei fiori. Go Now, non a caso, è stato definito un Sulla strada in salsa punk. Si tratta in effetti di un racconto di viaggio con protagonista una coppia di artisti tossici e senza una vera meta. Torna, quindi, il caro tema della fuga, ma stavolta si tratta di una variante lisergica, per il tramite delle droghe. Il romanzo prende le mosse da fatti realmente accaduti, quando, cioè, a Hell fu commissionato di scrivere un articolo mentre andava a recuperare la macchina di un amico in California, in compagnia di Roberta Bayley (entraîneuse del CBGB’s e prima fotografa ad aver ritratto i Ramones). All’epoca era messo troppo male per scrivere qualsiasi cosa che avesse un minimo di senso, ma fortunatamente la memoria ha retto bene e quindici anni dopo è riuscito nell’intento. 

La sensazione che si ha leggendo Go Now è una continua variazione del ritmo, e anche del respiro se vi lasciate coinvolgere dalla punteggiatura sincopata di Hell. Ci si sente letteralmente in fuga, anche se il protagonista non sta scappando da nessuno, se non dai suoi stessi sensi di colpa. Come tutte le storie tossiche regala piacere e dolore in egual misura. E può dare dipendenza.

Come Dio, invece, sembra essere ispirato, neanche troppo velatamente, più al travagliato rapporto col milieu editorial-letterario e con Verlaine (i protagonisti si chiamano Paul e T.), ma i riferimenti autobiografici si fermano qui. Anche in questo libro le droghe non mancano, certo, ma restano sullo sfondo di quella che è, a tutti gli effetti, la storia d’amore tra due poeti molto distanti anagraficamente, ma vicini empaticamente. A prendersi la scena è soprattutto la città di New York con i suoi locali senza nome (ma nei quali è facile ritrovare il Max’s Kansas City, il Mercer Arts Center e l’immancabile CBGB’s), i suoi marciapiedi e le sue notti, teatro di grandi proclami sui massimi sistemi, sbornie e brutali ritorni alla realtà. È un racconto contorto, ma con grandi sprazzi di lucidità, un ritmo stralunato, quasi lirico, con frasi che potreste ritrovarvi a sottolineare o fotografare e condividere su Instagram, a seconda della generazione di lettori a cui appartenete.

Coda

Il passaggio successivo non poteva che essere un’autobiografia fatta e finita, dopo i molti flirt con il narratore autodiegetico. Del resto, un’artista di una qualche fama prima o poi va sempre a parare sull’eccezionalità della propria traiettoria umana, e finora non si è trovato di meglio che il memoir per raccontarsi. I Dreamed I Was A Very Clean Tramp è un libro che, se si è minimamente interessati al proto-punk newyorkese, al CBGB’s e a chi lo bazzicava, rappresenta un’attrattiva irresistibile già solo dalla copertina: un titolo criptico (che però viene spiegato quasi subito con il sogno raccontato nel tema di Richard scrittore-bambino), la foto di un giovane dal look scazzato tipico del tossico o del modello (o entrambi) e un blurb di Playboy con le parole fearless, narcotic e punk che saltano opportunamente all’occhio.


La differenza fondamentale tra questa e le tante altre biografie di musicisti date alle stampe, spesso con la manina di un writer ectoplasmatico, sta nella voce forte e chiara dell’autore. È chiaramente Richard Hell, da solo, a ravanare nei cassetti della memoria, a volte soffrendo, altre sorridendo, mentre tira fuori questo o quell’aneddoto. Sembra quasi di sentirlo, con quella sua parlata strascicata (ascoltatevi una qualsiasi intervista su YouTube per farvi un’idea) e le lunghe pause alla ricerca della parola perfetta, mentre sorride a denti stretti, quasi per non piangere e infine sfocia in una risata rauca e sarcastica, facendosi scudo dell’arma più potente che ha: un’ironia spietata. E il personale diventa universale, non solo grazie allo snocciolamento di aneddoti e nomi più o meno noti, ma anche di sensazioni, esperienze, storie del tutto condivisibili, affiancate a epopee da film, comunque, stranamente, a lieto fine. Se così si può definire una conclusione aperta, sfumata, alla francese.
Non pensiamo di spoilerare niente se vi diciamo che l’epilogo è riservato a un incontro casuale con Verlaine, davanti ad una bancarella di libri usati. Leggendo ce li immaginiamo come due angeli caduti, o due vampiri (stando all’immaginario di Hell), un tempo amici, che si ritrovano dopo tanto tempo su un marciapiede newyorkese e, nell’imbarazzo, fanno la cosa che gli riesce meglio: gli imbecilli. 

Finale

Oggi Richard Hell è un signore di 73 anni, sobrio da oltre quaranta, con una compagna (anche lei scrittrice) di trent’anni più giovane, come si conviene a un uomo che ha vissuto tante vite come lui. Scrive tutti i giorni e, già che c’è, fa anche da testimonial per una linea di occhiali ispirata al suo personaggio, davvero larger than life.Nel tempo ha assommato collaborazioni tra le più strampalate, tipo quella con l’artista Christopher Wool (sì, quello che non amava le interviste) con cui ha creato la serie di opere Psychopts: sovrapposizioni fotografiche di parole solo apparentemente simili, che creano una sorta di cortocircuito visivo e semantico nella lettura.  Nota pop: l’originalità degli Psychopts è tanta e tale da aver catturato l’occhio di Alessandro Michele, ormai ex mitologico direttore creativo di Gucci, che li ha voluti sulle t-shirt della collezione 2020. I più curiosi possono ascoltare qui l’intervista a un alquanto basito Hell su tutta l’esperienza (spoiler: lui aveva pensato alle t-shirt molto prima di Alessandro Michele…e come ti sbagli).

Negli ultimi anni è tornato a scrivere poesia, pubblicando perlopiù su riviste specializzate e online (qui le più recenti) e dando alle stampe la nuova raccolta What Just Happened prodotta durante la pandemia (qui in pre-order, uscirà a giugno). Si è anche esibito in reading particolarmente ben frequentati, l’ultimo dei quali all’Algonquin di New York, in occasione di una serie di eventi organizzati dalla Ecstatic Peace Library di Thurston Moore.

Ascoltato recentemente da Interview Magazine, ha affermato che la poesia «è sempre morta. Non ci si rende conto di quanto sia bella una poesia fino a 15 anni dopo che è stata scritta». 

Speriamo di non dover aspettare altri 15 anni per apprezzarlo come merita. 

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↔ In alto: illustrazione © Claudia Corso Marcucci. Per gentile concessione.

Note[+]

6 Comments

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