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Dopo qualche mese passato a cercare casa, la trovai finalmente in un appartamento al primo piano di un condominio con un cortile interno che, piantato ad alberi e lasciato andare per lungo tempo, era fitto di erbacce, fiori e rampicanti.
«Al centro c’è il pozzo, dove all’inizio andavano a prendere l’acqua per i cavalli. Questa era la corte di un palazzo signorile», mi spiegò l’agente immobiliare.
«Devo crederle sulla parola», rispose Elena. «Con questa specie di foresta io il pozzo non lo vedo proprio».
«Ma sì che si vede, Nene, guarda là in mezzo al roseto. Quella cosa di pietra, lo vedi?»
«Se prendete l’appartamento», continuò l’agente «le verrà chiesto di contribuire per la quota del giardiniere, che viene fra un mese e ripulisce tutto».
«Deve venire ora, non fra un mese. Qui sembra una giungla. Ma poi che schifo, cos’è questa roba qui? Pelle morta?».
«Siamo vicini alle colline, signorina, purtroppo ogni tanto qualche biscia riesce ad entrare. Ma deve venire la disinfestazione anche per quello».
Guardai l’agente immobiliare con aria innocente, come a dire che a me, biscia o non biscia, il posto piaceva. L’agente, forse illudendosi che l’appartamento lo prendessimo io e lei, e non io da solo, sembrava non capire perché stessimo andando avanti con la visita se Elena odiava ogni metro quadrato del posto. E non gli posso dare torto. Quel giorno m’ero un po’ illuso anch’io.
Ci lasciò soli vicino al portone interno del cortile, su una panca di pietra, mentre il sole tramontava.
«Io lo prenderei», dissi.
«Se ti piace».
«Dai, non ti ha fatto così schifo».
«Non mi ha entusiasmato».
«Possiamo trovarne un altro».
«Possiamo? Credevo che stessi comprando per te».
«Va bene, sto comprando per me. Però, voglio dire, stiamo insieme da anni. Si potrebbe pure provare a, non so, condividere più spazio?».
«Si potrebbe anche non farlo».
«Ok».
«Uh guarda, cosa sono quelle porticine là in fondo?».
E mi indica, dalla parte opposta del cortile, una serie di porticine basse, ognuna accanto a una finestrella a meno di un metro e mezzo dal suolo.
«Case, immagino».
«Ma sembrano casette per nani. Al piano terra, poi».
«Credo che lì ci fossero le stalle. Le avranno riadattate a mini-appartamenti».
Elena se ne andò per commissioni; e io rimasi sulla panca di pietra, a guardare le porticine. Il posto mi piaceva ogni secondo di più. Telefonai all’agente immobiliare il giorno dopo e fermai l’appartamento. Me la presi comoda col trasloco, curando ogni angolo della nuova casa, appendendo quadri, cambiando posizione agli scaffali, spostando i divani e le poltrone finché non mi piaceva dove stavano. Mai stato tanto emozionato per una nuova casa – come se il posto in sé avesse un senso ed uno scopo ben precisi, che i luoghi in cui avevo abitato prima non avevano. Imputavo questa sensazione di trionfo al giardino, che nelle mie case precedenti non c’era mai stato. Arrivata la tarda primavera, appena avevo qualche ora libera, esploravo il giardino fingendo di essere un dinosauro smarrito, che si aggirava senza meta per una delle sue giungle. Guardavo le chiome della betulla, il cipresso, la magnolia, le coppie di aceri con le altalene fissate chissà quanti anni prima; e in basso, le sedie di pietra, le rose di ogni ordine e grado cresciute alla rinfusa, l’edera, le fronde del salice che pendevano amorevolmente sopra il pozzo di pietra e ghisa vermiglia, specchiandosi nell’acqua ferma sul fondo. Il giardiniere non venne mai (i vicini pensavano che il preventivo fosse un furto) e così giorno dopo giorno continuavo a trovarmi alla finestra la foresta indomabile che avevo visto all’inizio.
In questa mia nuova casa, Nene veniva di rado. Perlopiù ero io a raggiungerla in centro, dove viveva. Una sera, ritornato a casa presto dopo un lungo aperitivo, non trovai di meglio che riandare in giardino, stavolta in prima serata e con la luna piena. Riattraversai la selva, evitando i rovi con disinvoltura, e mi trovai dalla parte opposta del cortile, dove stavano le porticine al piano terra. Nel chiarore pallido che si coagulava attorno gli oggetti, mi cadde l’occhio su una casa in particolare, apparentemente identica alle altre – la porticina, la finestra accanto a un metro e qualcosa da terra, le persiane chiuse – e tuttavia diversa. Tra porticina e finestra c’era una sedia a dondolo con un cuscino. Le persiane erano socchiuse, ma dentro era tutto buio. Inutile resistere alla tentazione: eccomi seduto.
Proprio in quel momento, dentro casa si accese una luce. Qualcosa si muoveva frusciando su della stoffa, probabilmente quella del divano. Qualcuno si sedette accanto alla finestra.
«Mi scusi, mi sono seduto sulla sedia a dondolo qui. Sembrava così comoda».
«Non si preoccupi, è lì apposta. Anzi, mi fa piacere che stia comodo».
Era la vocina discreta, un po’ rugosa, di un vecchio signore, che non so perché immaginavo panciuto e ondeggiante.
«Grazie», risposi. «Se vuole, tolgo il disturbo».
«Ma no, resti pure. Lei è il nuovo inquilino del primo piano?».
«Sì. Sono Ilario Maltagliati, piacere di conoscerla».
«Ho già sentito questo cognome. La sua famiglia è di qui?».
«No, di Milano. Ma io sono nato qui».
«Pensa te. Ma dimenticavo di presentarmi. Sono Armando».
«Lei vive qui, Armando? È proprio casa sua?».
«Mia da ormai cinquant’anni. Mi dia pure del tu».
(Finché è durata la nostra amicizia non sono mai riuscito a dargli del tu, tranne negli ultimissimi momenti).
«Quindi, ti piace qui?».
«Tantissimo, Armando. Non so dirle perché. Mette pace».
«Vero. Sei qui da solo o con la tua famiglia?».
«Per ora solo. Vorrei che ci venisse a stare anche la mia fidanzata, ma non so. Ci sono tante cose in ballo».
«Non m’impiccio oltre».
«Ma no, non mi secca».
Poi mi resi conto di avere un sonno terribile, lo salutai e me ne tornai a casa. Qualche giorno dopo, capitando di nuovo vicino alla sua porta una domenica mattina, vidi che le sue persiane erano sempre socchiuse. Lì per lì pensai che stesse ancora dormendo. In quel maggio pieno di luce, le case intorno avevano le finestre spalancate – si vedevano gli inquilini che stiravano, guardavano la televisione, facevano la sfoglia e altri milioni di cose. Mi sedetti di nuovo sul dondolo.
«Ilario, sei tu?».
«Ah, ma allora è sveglio».
«E come no. Bentornato. Vuoi un po’ di fragole? Te le servo con la crema, l’ho fatta ieri col bimby».
«Magari, grazie».
Cominciavo in effetti a sentire dei rumori dalla cucina.
«Viene a sedersi accanto a me?».
«Preferisco non uscire. Abbi pazienza».
«No no, si figuri, era solo un’idea. Anch’io adoro stare in casa».
«Non è quello il punto. Ti confesso che se dipendesse da me starei sempre fuori. Da ragazzino andavo per boschi, stavo via per mesi. Però non posso proprio uscire».
«Mi rendo conto che non sono fatti miei, ma è tipo un problema che non può camminare? Perché se si vuol fare un giro nei dintorni, io posso accompagnarla».
«Magari fosse una questione di sedia a rotelle! No no, cammino benissimo. Detto francamente, non esco mai perché mi vergogno».
«Oddio. Di cosa?».
«Della mia malattia».
«Mi dispiace. Cos’ha?».
«Una brutta ittiosi».
«Non so cosa sia», risposi prendendo immediatamente lo smartphone e andando su Google prima e su Wikipedia poi.
«Una malattia della pelle. Ce l’ho dalla nascita, è congenita. Non sono un bello spettacolo. Certo uno alla mia età dovrebbe avere imparato a non farci caso, ma che vuoi, ho preso quest’abitudine di stare da solo e non farmi vedere, ed è difficile smettere quando sei vecchio».
Avevo già visto abbastanza su Google per chiudere lo smartphone e diventare rosso come un tizzone acceso.
«Ho esagerato, mi scusi. Erano fatti suoi».
«Ma Ilario, non preoccuparti. Non è mica un segreto. Solo, cerco di spiegarti perché preferisco starmene chiuso in casa».
«Ma per la spesa? Come fa?».
«Esco di notte. C’è il pakistano aperto 24/7 sulla statale».
«E quando riceve visite, o se deve entrare qualcuno in casa? Tipo l’idraulico. Come fa?»
«So cavarmela da solo in quei casi. In tutti i casi».
In quel momento preciso le persiane si aprirono delicatamente e arrivò sul davanzale una cofana con delle fragole fresche di frigo e una porzione oscena di crema. Le fragole avevano fatto il sughetto sul fondo.
«Grazie!».
«Figurati. Dove lavori di bello?».

Cominciai a farmi vivo dalle sue parti almeno due o tre volte a settimana. Non aveva cellulare, ma rispondeva alle mail, in caso avessi lo scrupolo di chiedergli di vedersi e fare due chiacchiere. In realtà era una gentilezza che serviva a poco: Armando era sempre in casa, impegnato in una miriade di piccole attività che poteva svolgere chiacchierando di qualunque cosa gli venisse in mente. Era invariabilmente garbato, mai invadente, acuto nelle sue osservazioni e moderato nelle sue conclusioni; non aveva nessuna fissazione o pregiudizio, e ti dava l’idea di non dipendere da nessuno. Infatti non chiedeva mai il mio aiuto – a meno che non avesse un dubbio su un cruciverba – e non mi faceva mai entrare in casa (né io lo chiedevo). Le persiane erano sempre socchiuse. Una volta, in pieno sole, mi parve di vedere il suo profilo attraverso la zanzariera che aveva appena finito di mettere alla finestra: un signore non molto alto, seduto su una seggiola e con ancora tutti i capelli (bianchi) sulla testa.
Riuscivo comunque a farlo contento, anche se non chiedeva mai nulla, con una serie di piccole cose. Un pomeriggio arrivai a casa sua con un pollo arrosto, preso al forno nella strada accanto al nostro condominio, incartato insieme alle patate al forno.
«Avevo fame, ma in effetti un pollo intero è troppo. Mi fa compagnia?».
«Ma che bravo giovane che sei. Metti pure sul davanzale il sacchetto, che faccio i piatti».
Arrivò dopo cinque minuti sul davanzale un piatto con metà pollo, qualche patata, forchetta e coltello. Ci aveva messo anche un tocco di maionese, pure quella fatta col bimby. Eravamo una bella squadra. Ignorai le posate e mi misi a mangiare con le mani sulla sedia a dondolo.
«Comunque tu dovevi fare l’infermiere», mi disse mentre masticava «quelli che assistono i vecchi, hai presente? O l’assistente sociale. C’è una gentilezza quasi inquietante in te».
«Ma no, è che mi affeziono. Poi se si tratta di cibo, capisce».
«Altroché. C’è stato un periodo della mia vita in cui praticamente pensavo solo a mangiare. Carne, soprattutto».
«Non lo dica a me. Comunque sull’infermiere ha ragione. Ho preso la seconda laurea un anno fa. E mi hanno assunto finalmente in ospedale, al Sant’Eustachio. Inizio la settimana prossima».
«Veramente? Ma io sapevo che facevi il chimico in un’azienda. Laboratorio galvanico, quelle cose che mi dicevi».
«Sì, ma mi sono rotto le scatole. Era un po’ che pensavo a un lavoro diverso».
«Volevi stare più a contatto con le persone?».
«Questo è quello che racconto in giro, sì».
«In che senso? Non lo pensi davvero?».
«Sì? No? Forse. Ma che ne so io. Posso parlarle sinceramente?».
«Ovvio».
«Probabilmente potevo anche risparmiarmi di cambiare lavoro. Non troverò comunque quello che stavo cercando».
Silenzio.
«Cioè?».
«Sono al mondo da trentacinque anni. Anche al netto di tutti gli allungamenti della vita media che lei può immaginare, s’intende di norma che io sia già un adulto. Un umano completamente formato. È d’accordo con me?».
«Il discorso dell’età mi lascia sempre un po’ perplesso, ma continua pure».
«Sì, scusi, non intendevo fare la lagna che oddio sono vecchio».
«Ma se anche volessi farlo, prego. Sono vecchio ma non sono così suscettibile».
«In due parole: non ho idea di cosa fare nella vita».
«Oh. L’hai detto, finalmente».
«Eh?».
«Lascia perdere. Continua».
«Voglio dire che ho dietro di me trent’anni e passa, e nella migliore delle ipotesi ne ho davanti una cinquantina. Un capitale di tempo, per i nostri standard. Lei quanti anni ha?».
«Troppi. Non li conto più. Non distrarti, continua».
«Vabbè, insomma, tutte le cose solite che nella vita ti danno un minimo di interesse, di attaccamento, di senso profondo, a me sfuggono completamente. Non sono depresso, e nemmeno annoiato, per carità. Solo che continuo a non capire che ci faccio qui».
«Prima hai ammesso di avere davanti almeno cinquant’anni. Per mia esperienza, potrei dirti che forse sono anche di più, molti di più. Perché non dovresti incontrare qualcosa che ti dia senso in futuro?».
«Ma cosa mi potrebbe mai succedere domani, che non mi sia già successo ieri?».
Qui Armando tacque per un attimo, e poi:
«Facciamo un controllo rapido. Il lavoro?».
«Mah».
«Non mi sembra che odi il tuo nuovo lavoro. O i tuoi lavori».
«No, ma li ho fatti e li faccio per vivere, e per un vago interesse in quello di cui si tratta. Parlare di passione è esagerato».
«Quindi neanche lo studio ti acchiappa».
«Neanche. Mai avuto passione per quello che studiavo. Mi divertivo a fare le ossidoriduzioni, ho preso la laurea in chimica. Ma potevo pure prenderla in sociologia, una volta ho letto un libro di Durkheim e mi era piaciuto».
«Gli amici?».
«Non ne ho molti», mentii (non ne avevo nessuno).
«Non so, la politica?».
«Eh?».
«Hobby?».
«Ne ho avuti un po’. Non mi prendono mai».
«Il volontariato».
«Fatto anche quello. Cosa buona e giusta, ma anche lì, non sentivo alcun senso».
«Va bene, resta il classico: l’amore».
Mi alzai di scatto, mettendo il piatto sul davanzale.
«Ho esagerato. Mi scusi. Non mi sento bene. Le dispiace se me ne vado?».
«Non mi dispiace affatto. Fammi sapere quando stai meglio».
Era un discorso che avevo già fatto con Elena. Ma lei non amava questo genere di riflessioni. Quando provavo a coinvolgerla, mandava dei secchi rumori di gola, come un raspio della glottide, e le scattava di lato la testa, in un antico gesto di disprezzo. Non mi si può biasimare (o se non altro, mi si può compatire) se a un certo punto, a forza di non poter dire, avevo finito per sbracare col povero Armando, un signore novantenne (forse?) con l’ittiosi recluso in casa sua che di tutto aveva bisogno tranne che di sentire un giovane privilegiato e senza un problema al mondo lamentarsi dei massimi sistemi. Pure, Armando non sembrò offendersi o risentirsi. Quando tornai a trovarlo poche sere dopo era esattamente come era prima, anzi:
«Spero l’ultima volta di non averti messo a disagio».
«Lei, mettere a disagio me? Pensi che venivo a chiederle scusa».
«Ma cosa vuoi scusarti a fare. Mi stavi facendo una confidenza. Ero contento».
«Ma andare a dire a lei… la lagna… lei ha pure l’ittiosi… ok, sto peggiorando la situazione».
«Ma mica è colpa tua se ho una genodermatosi».
«Sì, ma magari lei non ha voglia di sentire me che mi lamento di niente».
«Non era niente: era una cosa importante per te. A ognuno la sua dimensione, Ilario. Se non hai una malattia congenita non è che posso augurarti di averne una. La tua prospettiva è diversa dalla mia, pazienza».
«Lei è così comprensivo con me».
«Ma no, ma no. Esageri come sempre. Mi limito ad ascoltarti. Piuttosto, stasera non avevate la cena dell’anniversario, tu e Nene?».
Mi sedetti sulla sedia a dondolo, affranto, con la camicia slim che mi strizzava la pancia e quella odiosa giacca che si tendeva sulle spalle. Me la tolsi, la buttai a terra, mi strappai i primi due bottoni della camicia e finalmente respirai.
«Ho toccato un brutto tasto?»
«Io non so cosa sia successo», risposi con la voce rotta. «Avevo curato tutto con tanta attenzione. Il ristorante nel quartiere che piaceva a lei, il parcheggio prenotato prima perché lei odia quando giro in tondo in macchina per cercarlo, la macchina dall’autolavaggio perché l’ultima volta aveva commentato che era lercia, persino dal barbiere ero passato perché non le piacciono i peli troppo lunghi sul collo. E sembrava di umore discreto. Poi siamo scesi dalla macchina ed è cominciato il disastro».
«In che senso?».
«Si è irritata perché mentre camminavamo, diceva, io ero sempre mezzo passo avanti a lei. In effetti si vedeva, io ho la falcata più lunga, quindi in effetti il mio piede era sempre un po’ più in là del suo».
«E al ristorante com’è andata?».
«Male, perché a quel punto le si era si era guastato l’umore e quindi qualunque argomento saltasse fuori lei era sempre incazzata. Arrivato il dessert, ho comunque voluto provare a introdurre il discorso che avevo in mente».
«Quale?».
«Noi stiamo insieme, e va bene. Ma io è un po’ di tempo che… non so, mi sento… a disagio in qualche modo. Lei è così negativa, così fredda. A volte mi sembra che non mi sopporti. Le ho provato a dire che questa sua freddezza mi fa sentire male. E lei mi ha chiesto come pensavo che dovrebbe essere. Le ho spiegato che m’immaginavo, in una relazione, che la mia ragazza fosse contenta di vedermi, dolce con me, comprensiva, che ci fosse un dialogo affettivo, non so come dire. Che non vuol dire essere sempre carina, per carità, si litiga, ci sono aggressività, è la vita, ma ecco, mi figuravo una specie di amore di fondo, di legame forte tra due persone».
«E lei?».
«“Un cane”, mi ha risposto. “Tu vuoi un cane”».
«Be’, non era proprio quello il tuo punto».
«Eh no, mannaggia. Ho provato a spiegarmi meglio, ma mi ha chiesto di riportarla a casa».
Armando lì per lì non rispose. Il lampione del cortile era acceso, e io mi voltai per guardare le persiane socchiuse. Si vedeva vagamente il suo profilo, seduto sulla solita seggiola dietro la zanzariera. La luce illuminava un piccolo frammento del suo braccio sinistro, appoggiato al bracciolo. La pelle squamosa e solida, come di pesce o rettile, mi balenò per un attimo davanti agli occhi. Poi mi resi conto che Armando non avrebbe voluto che io lo vedessi, e distolsi immediatamente lo sguardo.
«Lei è al mondo da più tempo di me», ripresi a dire. «Forse lei lo capisce, qual è il problema».
«Ti ringrazio della fiducia, Ilario, ma non è che perché sono vecchio improvvisamente capisco la gente. Cioè, magari ci provo, ma non garantisco nessun risultato».
Guardai le persiane socchiuse in un altro minuto di silenzio.
«Sono un idiota. Bisticcio con la fidanzata e vengo a piangere da lei».
«E dalli. Ti ho già detto che a me non disturba. Va bene, ho la mia vecchiaia e la mia malattia, e allora? Sono fatti miei, mica tuoi. Dimmi quello che ti senti di dirmi e amen».
Non seppi che rispondere. Appoggiai la testa al muro della casa e chiusi gli occhi, respirando il profumo della notte d’estate.
«Lei parla come se malattia e vecchiaia fossero una cosa trascurabile».
«Per te lo sono. Infatti sono affari miei e non tuoi. In senso buono, naturalmente».
«Va bene, ma lei? Non le danno… non so, sofferenza? Rancore? Frustrazione?».
«Probabilmente non mi crederai, ma no. Non la malattia, almeno. Forse la vecchiaia ogni tanto mi rende perplesso».
«Perplesso?».
«Ti fa un po’ strano che quando eri piccolo il mondo era fatto in un certo modo, e ora è completamente diverso, e pensi: è un altro pianeta? Poi realizzi che no, è il mondo in cui sei nato, solo che il cambiamento te l’ha reso irriconoscibile. Credo che invecchiare sia questo, in soldoni. Sei sempre lì, ma non sai più cos’è “lì”. Detto questo, una volta che ti ci abitui, è divertente».
«E lei l’ha trovato, qualcosa per cui vivere? Cioè, un senso a tutto questo tempo che ha passato?».
«Ti confesso di sì. Sono millenni che sto al mondo, e non è sempre stato così, naturalmente. All’inizio non mi serviva un senso, non ne sentivo il bisogno. Poi è arrivato. E da allora, al netto di tutto, felice o triste che fossi, ho sempre saputo che ero lì per una serie di motivi molto precisi, e che quindi si doveva continuare».
«Motivi? Tipo?».
«Ti sta suonando il cellulare?».
Era vero. Vibrava, ma lo stavo ignorando.
«Elena».
«Rispondi, no?».
«Mi scusa un attimo?».
«Ovvio. Vai».
Mi allontanai col cellulare attaccato all’orecchio. Voleva che ci vedessimo immediatamente. Presi la macchina, corsi da lei. Un’ora dopo ero già tornato a casa. C’era la luna piena e il lampione del cortile si era fulminato. Ma a casa di Armando c’era ancora la luce accesa. Tornai a sedermi sulla sedia a dondolo. In quel momento credevo di essere in grado di sostenere una conversazione normale; avevo finito di piangere a dirotto quando ancora stavo in macchina, e ora, a parte qualche singhiozzo a intervalli casuali, la voce l’avevo ferma.
«Sei tu, Ilario?».
«Sì».
«Com’è andata?».
«Mi ha lasciato».
«Mi dispiace».
«Ma la cosa orribile non è tanto che mi ha lasciato».
«Bensì?».
Mi nascosi la faccia tra le mani.
«La cosa più orribile è che mi ha chiesto scusa».
«E di che?»
«Di questi ultimi mesi insieme. Mi ha detto che la nostra storia è finita da un pezzo e né io né lei siamo stati in grado di accettarlo. Mi ha spiegato di come lei per prima, che di solito riesce a prendere l’iniziativa se serve, non sia riuscita a chiudere quando si doveva. Per questo ultimamente sono insopportabile, mi ha detto, perché sono in una situazione falsa, e pure te. Siamo in un collo di bottiglia, mi ha detto anche, ci stanno premendo da sotto per sputarci fuori, ma noi ci opponiamo e rimaniamo incastrati. Insomma stasera ha trovato la forza di finire tutto, mi ha chiesto scusa e ci siamo lasciati».
Armando rimase in silenzio per un po’. Poi:
«Suona come qualcosa che doveva succedere, mio caro Ilario».
«Sì! Vero. Non mi cambia granché, fa male uguale – ma doveva succedere. A dirgliela tutta, mi pare di aver perso molto più di Elena stasera».
«Eccolo là. Cioè?»
«Avevo puntato tanto su questo amore. Così tanto che anche quando se n’è andato, ho fatto finta di non accorgermene. Tu dirai: t’innamorerai di nuovo. Chissà come, chissà quando – chissà. Ora come ora, anche quest’ultimo brandello di senso scompare. Adesso veramente non so più perché sto al mondo».
«Dillo di nuovo».
«Non so più perché sto al mondo. Non trovo un senso».
«Ilario!».
La sua voce era cambiata: si era fatta improvvisamente stentorea.
«Cosa».
«Ti rendi conto che è giunto il momento?».
«Quale momento?».
«Ah! Tu non t’immagini! La porta è aperta, entra in casa».
«Entrare in casa? Ma, Armando…».
«Entra, ti dico! È il momento! Non sai quanto sono felice ora. E presto anche tu!».
«Non sto capendo».
«Capirai quando sarai entrato. Sono in cucina, nella stanza accanto al salotto».
Mi alzai dalla sedia a dondolo e aprii la porta di casa. Il salotto era buio, la luce veniva dalla cucina. Armando però non era in cucina come aveva detto: era ancora seduto sulla sua seggiola vicino alla finestra. Feci per mettergli una mano sulla spalla. Tirai subito via la mano. Non era carne: era legno. Voltai la seggiola verso di me.
«Lascia stare il burattino», disse Armando dalla cucina, «sono qui. Quello mi serviva per essere più credibile. Dovevo sembrarti una persona qualunque».
Sulla soglia della cucina, vidi finalmente Armando. Sono quei momenti in cui non sai cosa sia meglio, se accettare che gli incubi esistano davvero, fisicamente, nel mondo che credevi privo di vero orrore, o rassegnarsi a vivere in una realtà sognata che non è quella vera. O è pazzo il mondo, o sei pazzo tu. Sentivo la voce di Armando, la sua solita gentilezza – pur condita con un entusiasmo che non gli avevo ancora conosciuto. I miei occhi andavano da un punto all’altro della sua figura, come incapaci di coglierne l’insieme – la punta della coda, gli occhi tondi, i cinque artigli a falcetto, le quattro gambe che emergono perpendicolari al corpo e si piegano ad angolo, la lingua biforcuta che esce ritmicamente dalle labbra chiuse, gli osteodermi sparsi su tutto il corpo – ecco saettarmi come fulmini nel cervello una frotta di nomi riemersi dai miei esami di zoologia dei vertebrati, anfesibene iguanidi varanidi elodermi scincidi teiidi cordylidae ma il punto era comunque quello: avevo davanti una grossa lucertola. Non riuscivo ad articolare una frase sensata. Mi venivano in mente domande completamente cretine, tipo:
«Ma tutta la manfrina della malattia?»
«Una piccola bugia. Dovevo giustificare la mia pelle, se mai l’avessi intravista».
«E la vecchiaia?»
«Quella è vera».
«E quella volta? Le fragole?».
«Le avevo fatte per te. Io intanto stavo a mangiare salame».
«Come, il salame.».
«Sono carnivoro. Non digerisco né frutta né verdura».
Crollai su una sedia in cucina.
«Ti chiami veramente Armando?».
«No. Armando era il nome del vecchio che viveva qui fino a trent’anni fa. Morì un giorno, di morte naturale. Mi sono sostituito a lui. Nessuno lo ha scoperto».
«Qual è il tuo vero nome?».
«Non ne ho mai avuto uno».
Lo fissavo. Lui fissava me. La sua espressione era muta, impenetrabile. Cosa ne sapevo io di quel muso da rettile? Eppure la sua voce era sempre quella. Di più: era presa da una incontenibile energia, dalla felicità.
Un secondo dopo era scattato in avanti, e le sue mascelle si chiudevano sul mio avambraccio, poco sopra la mano.
Non sentii dolore. Istintivamente pensai: mi stacca un braccio, mi passa del veleno, mi succhia il sangue. Niente di tutto questo. Che mi passasse qualcosa, si capiva, ma non era veleno. Per un tempo infinito che durò niente vidi la sua vita, una visione piena di luce. Lo vidi camminare tranquillo in una foresta di milioni di anni fa, giovanissimo, senza un pensiero o un programma. Poi qualcuno veniva da lui, qualcuno che non vedevo. Ed eccolo camminare per chilometri e chilometri, nuotare per bracci di mare, raggiungere il luogo dove eravamo ora, senza case e senza città e senza persone, perché ancora non c’erano. E una volta lì attendere, anno dopo anno, senza invecchiare e senza morire, per una serie sterminata e insensata di soli che sorgono e tramontano e lune che crescono e calano, una moltitudine di millenni come le zampe di un millepiedi, uno dopo l’altro, le montagne che si alzano e si abbassano, i fiumi che emergono, il mare che si ritira, le scimmie che scendono dagli alberi e si alzano in piedi, costruiscono strumenti, perdono il pelo e inventano i regni – e lui sempre lì, nascosto, la sua specie scomparsa per sempre, e lui che attende, osserva gli umani, impara la loro lingua e la loro vita – la città che nasce, si popola, il condominio che viene costruito, e lui sa che deve andare proprio lì, ha le esatte coordinate in testa – ben nascosto spia i dintorni, scopre un vecchio morto serenamente nel suo letto, si installa a casa sua, pensa a mille piccoli accorgimenti, e tutti ci cascano, ma la notte lui non andava dal pakistano, lui
«Andavi a caccia!», ho urlato a visione finita. «Topi, serpenti, gatti!».
Era tornato al suo posto dopo avermi morso, seduto a quattro zampe sul pavimento. Sul mio avambraccio c’erano piccoli segni. Nessun dolore, nessun sangue.
«Io quello mangio, Ilario. Ma persone, mai. Mi sarebbe parso ipocrita».
Si alzò.
«Seguimi. Fuori è una notte bellissima. Voglio andar via sereno, guardando la luna».
E ondeggiando sulle quattro zampe camminò fino alla porta di casa e uscì all’aperto, accucciandosi accanto alla sedia a dondolo. Lo seguii, prendendo il mio solito posto, intontito da quanto avevo visto. Davanti a noi, imbevuto dal biancore della luna piena, il cortile rideva nella notte. Le cime dell’ippocastano oscillavano delicatamente al vento.
«Vennero da me quando ero giovane, Ilario. Non so perché mi scelsero. Non me lo dissero mai».
«Chi venne?»
«Lo scoprirai. Fra non molto, lo scoprirai. Oh, vedrai – saprai tutto. Non c’è bisogno che te lo dica io. Insomma, vennero e mi passarono quello che io ho passato a te poco fa».
«Cosa mi hai passato?».
«Anche quello lo scoprirai. Tranquillo, non è veleno, non sono malattie, non esploderai. Io l’ho avuto in corpo per milioni di anni e non mi ha fatto alcun danno. Ma d’altronde io dovevo solo portarlo. Non usarlo. E passarlo a te, quando ti avessi incontrato».
«Era tutto già previsto?».
«Sì. Non chiedermi come, ma sapevano che saresti arrivato tu. Io dovevo passarti quello che ti ho passato, nel momento preciso in cui tu avessi perso ogni senso, ogni scopo nella vita. Il momento di massimo vuoto. Cioè, mezz’ora fa».
Non riuscivo a rispondere. Il mio avambraccio cominciava a brillare di una luce strana e delicata. La vedevo scorrere nelle mie vene.
«Naturalmente prima dovevo incontrarti. E non eri nemmeno ancora nato, pensa tu. Chi venne da me mi attrezzò bene per questa impresa. Fecero qualcosa al mio cervello, che ovviamente non è quello con cui sono nato, e che difficilmente mi avrebbe aiutato. Anche la mia bocca è stata modificata, perché dovevo imparare a parlare correttamente. E poi mi dissero dove mi dovevo trovare, e all’incirca quando, e se ne andarono».
«E ti sei messo in cammino».
«Esatto. Figurati che sono nato in Australia, in un tempo in cui non solo non eri nato tu, ma non c’erano proprio gli uomini. Altri al posto mio si sarebbero scoraggiati. Ma io avevo fede. Mi sono messo in viaggio, passo dopo passo. Tanto c’era tempo, hai voglia».
«Nella visione ho visto che hai nuotato».
«Ho fatto veramente di tutto per arrivare fin qui. E poi ti ho aspettato».
«Per così tanto tempo?».
«Certo».
«Perché lo hai fatto?».
«Era la mia missione. Ti ho pur detto che sono venuti da me. Quando verranno da te, capirai anche tu».
Quella luce pallida mi scorreva ora per le vene di tutto il corpo. Non provavo alcun dolore. Al contrario, mi sentivo rilassato, sciolto nelle mie membra, pieno di sensazioni e connessioni.
«Quando ti ho intravisto con Elena mentre giravi per il cortile, ho pensato che forse eri tu: i tempi coincidevano. Mi avevano detto il tuo nome, e appena ho potuto ho verificato. Eri proprio tu. Non restava che attendere il momento giusto, e poi… ma lo sai».
«E io che ti ho detto tutte quelle cose sull’assenza di senso, di scopo. Proprio a te. Non le avevo dette a nessuno prima».
«Avrai capito che non era una coincidenza. Qui ci sono in gioco forze molto più grandi di noi, Ilario. Se ti sembra di non capire, è semplicemente perché è troppo presto. Io ti ho passato il testimone, ma il divertimento vero credo debba ancora venire per te».
«Tu dici che sarà divertente».
«Ne sono sicuro. Tu hai tanto sofferto perché ti sembrava di non avere un senso. È un caso che proprio tu sia stato scelto? Non credo. Ma in ogni caso, guarda me. Anche la mia vita non aveva scopo. Finché non me ne è stato dato uno. Un senso profondo e totale: attendere. Ho aspettato che arrivassi tu. E se a me, che sono solo un testimone, è stata data una pienezza del genere… be’, chissà a te».
Anche lui cominciava a illuminarsi, ma con molta più intensità di me.
«Non hai idea di quanto mi abbia reso felice incontrarti», mi disse mentre svaniva nella luce. «È stato esattamente come me l’immaginavo, anzi meglio».
«Che ti sta succedendo?».
«E chi lo sa. Forse sto morendo, o forse cambiando stato? Non m’importa. Ho fatto quel che dovevo fare. È stato bellissimo».
«Ti rivedrò ancora?».
«Non ne ho idea. Ma tu non aver paura, Ilario. Tu farai grandi cose. Troverai il senso che stai cercando. Abbi fede. E grazie di tutto».
Mi alzai in piedi. Non sopportavo di vederlo scomparire. Cominciai nuovamente a piangere, volevo urlargli di non andarsene, di non lasciarmi. Cosa dovevo fare? Cosa mi aspettava? Mi aveva detto che l’avrei scoperto. Eppure io non volevo altro che parlare di nuovo con lui, di qualunque cosa, pur di non perderlo, pur di sentire ancora la sua gentilezza attorno a me come una coperta. Camminai verso il giardino, in mezzo ai rovi, dritto nel pozzo. Brillavo come una cometa, sentivo qualcosa di nuovo respirare dentro di me. Tutto il cortile, i cedri, gli aceri, l’edera, le rose in boccio, tutto brillava di luce sua, come in risonanza con me – e giù nel fondo del pozzo, l’acqua ribolliva e si muoveva verso l’alto, scossa da un calore sotterraneo. La notte si era fatta giorno. Mi appoggiai al pozzo, mi sedetti con la schiena contro la sua pietra che era calda e viva, immerso nella sinfonia di luce e di foglie, sempre più a fondo in un vortice, e sentivo che cominciava qualcosa in quel momento, un tempo nuovo e diverso, dove però avevo – per la prima volta – un posto anche io.


In alto: foto di Ludwig Thalheimer / Unsplash.

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