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Su un lenzuolo bianco recuperato dal garage Tony ha scritto IMBOCCA AL LUPO AMICO MIO in stampatello, con una bomboletta spray comprata una mattina di fine maggio di alcuni anni fa da un ferramenta che ora è fallito. La sera prima due esplosioni avevano fatto saltare in aria più di venti persone a Manchester, durante il concerto di Ariana Grande, e lui, fuori di sé, era corso al negozio e sul muro esterno dello stadio aveva scritto: NO IMMIGRATI, NO ISLAM, SE ACCOGLIERE È UN DIRITTO RESPINGERE È UN DOVERE. La misura è colma, aveva esclamato all’apice della rabbia, prendendo in prestito una frase che aveva sentito pronunciare a un politico di estrema destra durante un talk show. Poi se n’era pentito, e aveva ricoperto tutto con secchiate di vernice nera; si era ricordato dei due colleghi – che lui chiamava marocchini ma che in realtà erano gambiani – con cui faceva il turno di notte: gli stavano simpatici, erano tizi di poche parole come lui, non si meritavano un trattamento del genere. IMBOCCA AL LUPO AMICO MIO adesso campeggia al centro della distesa di brecciolino che Alessandro osserva dalla finestra, al piano rialzato di un prefabbricato grigioverde. Quattro mattoni in tufo, uno a ogni angolo, ancorano il lenzuolo a terra e impediscono che svolazzi via. Il vento penetra dentro la fessura lasca tra il suolo e il lenzuolo, gonfiandolo da sotto.
Alessandro sorride e si tocca la tasca posteriore dei jeans dove tiene il portafoglio El Charro mentre beve rum e cola da un bicchierone di plastica. Tony lo affianca alla finestra e insieme guardano in basso, verso lo spiazzo, una coppietta che amoreggia tra gli automezzi parcheggiati. Che giornata di sole, gli fa, ieri sera le previsioni davano pioggia a raffica, e invece guarda che cielo che si è messo per la tua festa d’addio. Sì, risponde Alessandro, però c’è sempre ‘sto vento qua che rovina tutte cose. Tony gli chiede cosa sta bevendo; Alessandro inclina il bicchiere per mostrargli il contenuto, l’amico fa un cenno di approvazione, arriccia le labbra e dondola con la testa e porta in alto la lattina di birra. Mettono le dita della mano davanti e brindano facendo scontrare le nocche. E chi l’avrebbe mai detto, sospira l’amico. Dall’altro lato della sala, il lungo tavolo pieghevole con snack e bevande: dentro la vodka fruttata galleggiano gli orsetti gommosi, stuzzicadenti impietosi pugnalano il cuore di decine di tartine imburrate mentre un grumo di caviale precipita da un triangolino di pan brioche. In filodiffusione si sente Voyage voyage dei Desireless; qualcuno ondeggia, qualcun altro sculetta, c’è chi sta seduto con le gambe accavallate sulle sedie rosse in polipropilene da mensa scolastica. Giù, all’aperto, un bambino spara con una pistola ad acqua a un coetaneo che implora Aiutooo.

Tra chi viene e chi va e chi passa solo per un saluto perché Devo scappare che c’ho il maschietto che esce da scuola calcio alle cinque e la femminuccia che è a casa della nonna con la febbre, gli invitati sono trenta. Di ognuno di loro Alessandro potrebbe raccontare vita, morte e miracoli, così come della sua vita, della sua morte e dei suoi miracoli potrebbero rivelare aneddoti scabrosi gli altri. È appena arrivata anche la first lady Marika; l’hanno soprannominata così all’alba di un capodanno di vent’anni fa dopo che, durante una festa in un casale, si era infrattata con il figlio del sindaco. Quando la interrogano sui fatti, ancora oggi, a distanza di tempo, replica sempre allo stesso modo: non confermo né smentico, assumendo un’espressione da mezzobusto RAI.
Alessandro e Tony raggiungono il centro della festa. Che mi dici invece dell’organizzazione impeccabile, gli chiede retoricamente Tony. Alessandro risponde che non dovevano disturbarsi così tanto, che sarebbero bastate due trentatré al parchetto, purché gelate però, perché la birra calda è un castigo di Dio ed è meglio bere piscio di chihuahua rabbioso a ‘sto punto. Ride alla propria battuta, ma in fondo pensa che, per un pomeriggio, stare al centro dell’attenzione non gli farà male: una volta ogni tanto tocca pure a lui. Sente che questa è una di quelle feste di cui si parlerà, di quei momenti che si ricorderanno nostalgicamente con un tu c’eri quella volta che. Si accarezza il braccio e sa che, quando succederà, lui non sarà più lì. Ci saranno ancora tutti, incastrati nella tela del ragno ad attendere di essere divorati, tutti ma non lui. Lo sai che è il minimo che posso fare per te, gli risponde Tony, dodici anni fratè, dodici anni di battaglie, dentro e fuori gli spalti, non te lo scordare mai. Non me lo scordo, gli dice Alessandro, stai tranquillo. Manda giù e riempie di nuovo il bicchiere, questa volta di rum liscio.
Si interrompe la musica, abbassano le imposte, entrano due amici con un regalo e una torta dai colori sociali della squadra di calcio del paese con una candelina accesa. Recita in bocca al lupo, questa volta scritto come si deve. Tony ispeziona la torta, va a controllare il lenzuolo dall’alto: hai visto che hai combinato, ‘gnorante, gli sussurra all’orecchio la moglie, ci dobbiamo fare riconoscere dovunque andiamo. Di fronte ai presenti raccolti in semicerchio Alessandro taglia la torta a spicchi, serve le porzioni nei piattini di plastica, apre la busta. Dentro ci sono trecento euro in banconote di piccolo taglio ma lui non le conta per pudore e non riesce a immaginare quante possano essere, vagheggia cifre astronomiche. Ringrazia tenendo gli occhi bassi. Una cartolina con una dedica e le firme di chi ha contribuito al regalo accompagna i soldi: là non sanno chi sei, ma noi sì, torna quando vuoi, ti aspettiamo sempre a braccia aperte. Un cuore suggella la dedica, e ad Alessandro la frase suona più come una minaccia che come un messaggio di affetto. Legge i nomi uno per uno e, a ogni Franco Luigi Kika Brigida che si succedono, ripensa a qualche episodio del passato che li tiene legati tutt’oggi. Ora fumano 100’s e sono in quattro, in disparte in un angolino, e rimuginano sulle strade che avrebbero potuto prendere, sulle occasioni sprecate, sui sogni presi a noleggio da un film minore intercettato di notte su un canale di provincia, sui fallimenti scampati per non averci nemmeno provato. Dicono ad Alessandro che ha fatto bene ad accettare, non ha nemmeno trentacinque anni, ma sai quanta strada hai davanti. Lui annuisce e però gli sembra di essersene lasciata alle spalle, di strada, più di quanta gliene rimanga da fare; o comunque pensa che quella che resta sarà anche più lunga ma è pure più faticosa, per le sportellate, i calci, gli sputi e i tafferugli che si porta appresso. Con gli occhi segue i passi di Marika che peregrina in punta di piedi tra la veranda e il tavolo che a poco a poco si sta svuotando. Le fissa i polpacci, le ballerine nuove; sulla caviglia scoperta si intrecciano un sole dai raggi acuminati e una mezzaluna risalenti all’adolescenza, sotto c’è una frase di Carl Brave appena tatuata, l’inchiostro è ancora fresco. La first lady non lo cerca, fa in modo che sia lui a farlo. Ve lo ricordate Santino, annuncia Tony, ha trovato un posto buono all’AST, fa l’autista selezionato, pure l’alloggio poco fuori dal centro gli danno, meglio di così non gli poteva andare, per un cristiano uscito dalla monnezza come lui poi. Sì ma quello si è sempre saputo che aveva agganci buoni alla Regione, gli rispondono, suo cugino di secondo grado non so se fa l’usciere, il messo o una cosa del genere all’assemblea regionale, non è che tutti possiamo avere il piazzamento facile come lui. Dal fondo della sala chiedono a gran voce se qualcuno vuole un po’ di macedonia. Si precipitano tutti verso il tavolo e, mentre emigrano, domandano ad Alessandro se ha già fatto il check-in. Lui dice che ha stampato due copie in bianco e nero; una sta dentro al portafogli e un’altra dentro la tasca esterna della valigia ché non si sa mai. Pure la priorità mi hanno assegnato, aggiunge, e gli tremano la mano e la voce mentre lo dice.

Seduti sui gradini più in basso della scala antincendio, a pomeriggio inoltrato, Marika e Alessandro si ritrovano da soli. Il vento scompiglia loro i capelli, lei si strapazza le palpebre per la polvere mentre lui tiene una mano sulla fronte e si copre gli occhi. Quindi alla fine è deciso, esordisce lei. Sale di un gradino e si sistema la gonna, adesso lui è seduto sul penultimo scalino e lei sul terzultimo. Stringono i bicchieri in mano. Non ho proprio deciso, mi ci sono trovato. Marika fa una faccia perplessa: per lei le situazioni si cercano e si creano, non ci si ritrova per caso. È che uno alla fine si rompe pure i coglioni e la voglia di andarsene o gli viene o gli deve venire per forza, continua Alessandro; sono cinque anni che aspetto la messa in regola, i contributi, la tredicesima e tutti quei diritti che in un posto normale mi spetterebbero. Passa un bambino in canottiera a righine e mutande zuppo d’acqua. E pensi che là le troverai, tutte queste cose particolari che vai cercando, gli chiede lei, e ricalca l’aggettivo come se non ne conoscesse altri. Lui non sa che rispondere, dice di sì, che là non è come qua, e che almeno per iniziare ha un contratto vero. Insieme ricordano. Parlano della curva, delle trasferte, degli autogrill presi d’assalto, delle serate in questura e delle coreografie, di Raciti e Speziale, di tutti quei campi di patate dove hanno seguito la loro squadra, di chi si è beccato il daspo e non si è più visto. Anche Marika per un periodo ha fatto parte della falange obliqua – irriducibili sempre presenti, diffidato non mollare – solo che poi si è trovata un lavoro che le richiedeva impegno costante ogni fine settimana e da lì ha smesso. Alessandro le chiede se si ricorda della macchinata a Vibo, di quando era venuto giù il diluvio sulla strada di ritorno. Era la seconda o la terza trasferta insieme; si erano dovuti fermare a dormire prima dello Stretto, i collegamenti via mare erano stati interrotti e la Caronte sospesa per il maltempo. Con gli altri avevano preso quattro camere nel primo hotel che avevano trovato – un posto squallido in provincia di Reggio – e loro due erano finiti insieme, in una doppia con i letti singoli. Tony quella volta era rimasto a casa per una febbre dell’ultimo minuto, ma a lui non importava che Ale e Marika due dormissero insieme. Mi sono sempre chiesta come mai non abbiamo fatto niente quella sera, gli dice lei, era tutto giusto, o quasi, e invece sei rimasto come un babbo nel tuo lettuccio a guardare le tue cazzatine sul cellulare quando sarebbe bastato così poco. Le ragazze degli amici non si toccano, lo sai, è il codice d’onore, risponde lui. Ex ragazze, precisa Marika, e da mo’.

A festa conclusa rimangono in pochi a gironzolare per la sala, e tutti si fingono lì per un motivo preciso: aiutare con le pulizie, sistemare, dare uno strappo a casa a chi è senza passaggio, chiudere le porte a chiave e spegnere le luci. Dentro ognuno dei presenti rimasti monta la consapevolezza di un capitolo che si chiude. I movimenti si fanno solenni, e pure buttare la tovaglia di carta diventa un gesto a cui attribuire più importanza di quella che meriterebbe. È tutto in funzione di un cerimoniale più grande di loro. Pure Alessandro si dà da fare, spazza per terra e scende su e giù per le scale con i sacchi pieni di rifiuti e riempie i sacchetti con il poco che è rimasto: le ciotole vuote, due Sprite, un’aranciata, delle maxi-buste aperte di patatine. Tony è il più indaffarato, ha già piegato il lenzuolo con l’augurio sgrammaticato dedicato all’amico e l’ha riposto nel portabagagli della macchina. Quando tutto è sistemato e sono pronti per andare, rimangono nello spiazzo a parlare del più e del meno, a ritardare i saluti e a fingere che si tratti di un A domani come un altro. Tutti abbracciano Alessandro e lo rassicurano sul fatto che si vedranno presto. Mentre lui mette in moto ed è pronto a lasciare il parcheggio da solo – e questa sarebbe la scena dell’ultimo sguardo acuto lanciato verso il panorama e della riflessione sulle porte che ci si chiude alle spalle ogni volta che si prende una decisione – si volta. Marika sta salendo sulla sua Lancia Ypsilon del 2003. Si guardano, lei gli fa la linguaccia, lui abbassa il finestrino per rivolgerle un’ultima frase.

***

Certe sere, quando sono entrambi a pezzi, collassano sul divano e si addormentano senza neppure chiedersi com’è andata. Altre volte, capita che a Marika tremi la mano mentre affetta il pane o mentre taglia una cipolla a rondelle, allora lui da dietro si avvicina e, ricreando una scena da famiglia felice in piena dottrina cattolica, le dice che può occuparsene lui. Se litigano perché lui ha lasciato un cuore su Instagram a una, o se non hanno voglia di parlare per qualunque altro motivo, lui chiama Tony e insieme vanno al bar a bere due Peroni. Esce a piedi, Tony risponde sempre e comunque presente e salta sullo Scarabeo con l’assicurazione scaduta. In quei momenti, quando qualcosa non va, mentre cammina Alessandro pensa a com’è iniziata. Si dice che le cose che iniziano con una bugia sono destinate a spegnertisi in mano come un cerino che si consuma. Poi arriva al bar cinque minuti prima dell’amico, si fa la prima birra da solo e si sente di nuovo in pace con il mondo, gli passa il pessimismo e gli pare di avere fatto la scelta giusta. I trecento euro del regalo sono serviti per il loro primo weekend d’amore. Il sabato lui l’ha portata alla spa: si sono concessi un massaggio di trenta minuti a testa e due ore a entrare e uscire dalla sauna e dal bagno turco. Il giorno dopo è passato a prenderla a mezzogiorno e sono andati a mangiare in un agriturismo verso l’entroterra, a trenta chilometri di curve di distanza. Sono rimasti tutto il pomeriggio a camminare tra le stalle e gli animali liberi di trottare tra i bambini. La sera, tornando verso casa, hanno acceso la radio per seguire l’ultima giornata di Serie A. Non ti senti un po’ in colpa, ha chiesto lui, buttando lì la frase quasi per caso, mentre la radiocronaca annunciava il gol vittoria di Vecino contro la Lazio. Io no, ha risposto lei, perché dovrei, ma nemmeno tu dovresti. Non lo so, avevo un progetto, non era niente di che ma almeno era qualcosa, ed è come se avessi mancato di rispetto a chi mi voleva bene, ha detto lui, come se avessi tradito la fiducia di chi aveva creduto in me. Lei si è aggiustata la cintura e ha spostato tutto il peso sulla coscia sinistra, per girarsi verso di lui. L’altro giorno ero su Facebook, gli ha detto, e stavo leggendo i post dei miei amici quando ne ho visto uno che mi ha colpito; diceva che niente è sbagliato se ti rende felice, e forse tu mi dirai che è una banalità ma è una cosa vera, infatti ci ho pensato tutto il giorno e mi sono detta che è la prima volta dopo anni che io sono felice, quindi perché dovrei farmene una colpa: tu sei felice di non essere partito?

***

Marika non fa neanche in tempo a richiudere la portiera; risponde che, a quest’ora, forse l’unico bar ancora aperto è quello dietro la stazione. Allora proviamo ad andare lì, le fa Alessandro, è l’ultima sera, da domani qui non mi vedrai più.


foto di Abolfazl Ranjbar / Unsplash.

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