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«Ho sentito che hanno dato fuoco a un pianoforte, stanotte».
«Un vero peccato».
«Dicono che è stato il capitano Gral».
«Tu pensa».
«Lo strumento era suo».
Il Mangiasentenze non rispose.
«Quando il comandante dei Carabinieri di Vangoria porta nella foresta un pianoforte e gli dà fuoco» proseguì Diego, «mi capisci, farsi qualche domanda è inevitabile».
Il Mangiasentenze infilò una mano nella tasca dei pantaloni; dalla falda del cappotto giunse un tintinnio soffocato. «Immagino che ti sarai dato anche qualche risposta». Tirò fuori una moneta e la poggiò sul bancone.
«Speravo tu potessi darmi una mano».
«Ah, Vecchio mio, me l’avessi detto prima… al momento, ahimè, sono fuori servizio».
«A quanto ricordo, non ce l’hai più un servizio». Diego posò le dita sulla manica del cappotto del Mangiasentenze e sollevò un pizzico di lana viola. «Porti ancora la divisa, però».
«Mi sono messo in proprio. Libero professionista. E comunque, mi piace il colore».
«Spirito imprenditoriale… tu pensa». Diego sollevò il bicchierino di vetro. «Ai nuovi inizi, allora. E al paese peggiore in cui averli».
«Amen.»
Diego si bagnò appena le labbra. Il liquore pareva inchiostro, con delle sfumature molto simili alla tinta del cappotto che aveva appena toccato. Si appoggiò con la schiena al bancone, lo sguardo alla porta a vetri del bar. C’era solo un’altra persona, a quell’ora: un uomo in pantaloni e giacca arancione catarifrangente, a un tavolino addossato al muro, concentrato su una copia del Monitore di Vangoria. «Sei fortunato, però…»
«Da quando?»
«…in questa città, a quanto so, chi crede non muore mai».
Il Mangiasentenze rise. Fidelis numquam perit: il motto di Vangoria. Tre parole molto azzeccate, finché non le mettevi insieme. Salutò con un cenno il barista e si avviò verso la porta. «Stammi bene, Diego».
«Sei sicuro di non volermi dire nulla? A volte basta poco. Un piccolo atto di fede.»
Il Mangiasentenze si fermò, fece un mezzo giro con la stanca gravità di un pistolero e guardò l’uomo ancora appoggiato al bancone. Poco imponente e con la faccia scavata, Diego aveva l’aria di chi ha appena cominciato a squagliarsi la vita con l’eroina: gracile, febbricitante e pronto a scavarti la pancia con un taglierino per sette euro e cinquanta. «Ti vedo invecchiato».
La bocca di Diego sorrise. Gli occhi no. «Molto bene, libero professionista. Buona fortuna».
Con l’eco di quella specie di augurio in testa, il Mangiasentenze uscì dal locale.
Dopo cena, la città si coricava insieme a gran parte dei suoi abitanti; difficile da svegliare, sognava parecchio. E il Mangiasentenze lo sapeva. A volte, uno degli incubi era lui.

Un paio di lampioni illuminavano l’asfalto umido. In fondo, al termine della via, un impasto di rumori e luci azzurre segnalava che, tanto per cambiare, alle Scuderie Madreguerra stava accadendo qualcosa.
Uscì dalla stradina, occhi a terra e passo rapido. La direzione di casa lo favoriva: doveva solo dare le spalle alla faccenda, tirare dritto e non fermarsi a osservare.
Il gigantesco complesso che un tempo aveva ospitato gli uffici, le stalle e le camerate del reggimento dei Lancieri di Vangoria ora dava riparo a un numero imprecisato di famiglie e individui più o meno solitari, più o meno disperati. La sua entrata monumentale, un arco di trionfo decorato con bassorilievi di allori, angeli della vittoria e cavalieri che tiravano dritto contro il proprio destino, era chiusa da una cancellata di ghisa rabberciata con lamiere, pannelli di legno e cartone ondulato. Una colonna del Reparto Mobile, al centro di una corona di volanti e camionette, era schierata lì di fronte. L’eco freddo dei lampeggianti si riverberava sui caschi lucidi, sugli scudi antisommossa e sui profili nervosi dei sovrintendenti.
Una radio emise il suo trillo di servizio. Il Mangiasentenze scorse un uomo con casco e vestiti civili agitare una mano in direzione di un grosso bestione nero che pareva l’incrocio tra una camionetta, un trattore e un caterpillar. Il veicolo aumentò i giri del motore, mentre la testuggine si apriva in due ali per permetterne il passaggio.
«E finalmente!» esclamò una voce di donna. Proveniva da quella che doveva essere un’agente in borghese, appoggiata alla portiera di una delle volanti che delimitavano il perimetro. «Dai che ce ne andiamo a casa».
Con lei c’erano altri due poliziotti in divisa; dovevano aver detto qualcosa, perché lei si girò a guardarli. Il Mangiasentenze ne distinse il profilo ai foschi bagliori dell’operazione notturna e si rese conto di aver fatto un grave errore.
La donna si bloccò con una sorta di allegra aria ebete sul volto. La sua visione periferica aveva avvertito la presenza di un corpo estraneo; l’istinto da macchina dello Stato aveva fatto il resto. Non faceva parte delle forze dell’ordine: era quella che le forze dell’ordine le sguinzagliava. Il sostituto procuratore Moira Corvo, la bestia nera della Procura di Vangoria. Dopo Diego, era forse la persona peggiore da incontrare quella notte.
Il Mangiasentenze si rituffò nella stradina.
«Ehi!» gridò lei. «Torna un po’ qua».
Un tacchettio di stivaletti si aggiunse al ritmo del suo passo accelerato.
«Che fa, scappa?» Corvo ansimava. La cosa gli diede una certa soddisfazione. Non di quelle belle, però. «Solo due paroline due.» Un altro paio di respiri pesanti. «Guardi che perdo la pazienza».
Il Mangiasentenze si guardò alle spalle. Lo spolverino cammello della procuratrice ondeggiava come l’ombrello di una medusa.
«Facciamo domani, eh? Che come lei voglio solo tornare a casa».
«Ah certo, perché io sono al suo servizio».
«Beh in realtà, costituzionalmente parlando – sì».
«Senta – già sto incazzata, non peggiori la situazione. Ultima chiamata perché si fermi con le buone».
«Se no mi spara?»
«Se no la porto in questura. E da lì… chissà».
Due fanali comparvero in fondo alla stradina. Il Mangiasentenze riconobbe il muso di un’Alfa Romeo e la livrea della Polizia di Stato prima che la volante tirasse su gli abbaglianti, costringendolo a schermarsi il volto. Istintivamente, la destra scivolò verso la tasca del cappotto.
«Che dice, la togliamo la mano da lì?» disse uno dei due poliziotti attraverso l’altoparlante.
Il Mangiasentenze obbedì.
«Mi spegne ‘sti fanali, Nardi?» disse la procuratrice Corvo. «Ecco, grazie».  Uno sbuffo di fatica, soddisfazione e un certo rancore. «Ho sentito che stanotte è andato a fuoco un pianoforte».
«Sì, me lo state dicendo tutti».
«Il capitano Gral era con lei questa sera, giusto?»
Il Mangiasentenze si chiese se fosse il caso di mentirle. I due uomini armati che gli bloccavano la strada lo fecero propendere per il no. «Siamo andati a fare una passeggiata nei boschi. Se è preoccupata per l’integrità dell’Arma, dottoressa, può mettere a verbale che non ci stavamo tenendo per mano».
«La cosa divertente» disse Corvo ai due poliziotti, «è che pensa davvero di essere simpatico. Sono le quattro di mattina del mio giorno di riposo e sono quasi cinque ore che il capitano è sparito. Quindi ora lei mi racconta cosa ha combinato insieme a lui, mi indica dov’era e quando l’ha visto per l’ultima volta e io, forse, cercherò di non ricordarmi che mi sta facendo inquietare».
Il Mangiasentenze alzò le spalle; poi, come fosse parte naturale del gesto, lasciò che le dita finissero nelle tasche del cappotto. «Non c’è molto da dire, in realtà».
Corvo batté le mani con soddisfazione. «Perfetto. Lei mi perde poco tempo e poco fiato e io mi ritrovo un verbale facile facile che mi leggo in un amen. Vede quanto poco ci vuole per farsi volere bene?»
«Il capitano aveva un vecchio pianoforte di cui si voleva disfare. L’ho aiutato a portarlo in una zona tranquilla e gli abbiamo dato fuoco».
«E dov’è, questa zona tranquilla?»
«È una vecchia area picnic nella riserva di Monte Radio. È abbandonata da tempo; è solo uno spiazzo di terra, sgombro da qualunque materiale infiammabile. Persino i suoi colleghi forestali non avrebbero nulla da ridire».
«Eviti di fare assunzioni in merito a disposizioni legislative provinciali perché è chiaro che non ne ha la competenza. Non potevate portarlo in discarica, ‘sto cristo di pianoforte?»
«Apparteneva alla moglie. Il capitano ci teneva che avesse un funerale adeguato».
La faccia del sostituto procuratore Corvo divenne talmente fissa che il Mangiasentenze ebbe l’impressione che si fosse bloccata. Sembrava un airone che aveva visto una volta dentro una vasca ai giardini di villa Fulcanelli. Le zampe lunghe a mollo, gli occhi gialli, il becco affilato. Un arpione con cui inchiodare al muro il primo pescetto fosse abbastanza idiota da venirle vicino.
«Tutti in questa città hanno la mania di bruciare le cose, non so perché». Corvo si avvicinò di un paio di passi. «Va bene. Direi che è il caso di continuare in un luogo più appropriato».
«Direi che è un’idea sensata».
Il Mangiasentenze trovò in tasca quello che cercava e lo infilò sull’anulare.
«Mai stato un fan, delle idee sensate».
Premette il pollice sul ditale, chiuse gli occhi e scomparve.

Cadde in ginocchio sul pavimento di un salottino buio e vomitò il caffè, la cena e anche un po’ di pranzo. Forse un giorno il suo stomaco si sarebbe abituato a quei tiri di elastico, ma per il momento non sembrava avere intenzione di collaborare. Il Mangiasentenze si tolse il ditale e se lo rigirò in mano nella penombra della stanza. Liscio, metallo argentato, singola fila di decorazione in stile greco alla base. Cercava di averli tutti diversi, in modo da riconoscerli al tatto ancora prima di avvertirne l’energia racchiusa all’interno. Lo rimise in tasca insieme agli altri, si alzò in piedi e guardò la pozza di vomito con aria stanca.
Qualcuno accese la luce.
«’Sera» fece una voce strascicata. «O buongiorno, forse.»
In ciabatte di gomma gialle, pantaloni del pigiama a righe rosse, rosa e bianche e una maglietta del Vangoria Calcio, un ventenne alto e occhialuto faceva capolino dallo stipite della porta del soggiorno.
«Ciao, Elio» disse il Mangiasentenze. «Spero di non averti svegliato».
«Nah, tranquillo. Mi ero appena messo a letto». Gli occhi del ragazzo calarono sulla chiazza di vomito. «Era un po’ che non passavi».
«Era un po’ che non mi toccava prendere l’uscita d’emergenza. Scusami davvero, comunque. Pulisco subito».
«Tranquillo, tranquillo, faccio io». Elio ciabattò fuori dal vano della porta. «Magari tu intanto metti su l’acqua. Direi che serve un tè».
Il Mangiasentenze si strofinò la fronte e sospirò. «Serve sempre, un tè».
La cucina era lunga e stretta, i muri a mattonelle blu. Il Mangiasentenze si sciacquò la faccia nel lavello, trovò un pentolino dopo un paio di sportelli aperti e lo mise pieno d’acqua sul fornello.
«Ah sì, i fornelli… non funziona la scintilla» disse il ragazzo dall’ingresso in uno sbatacchiare di plastiche. «Devi usare l’accendirobo, lì, come si chiama… è sopra il forno, comunque».
«Non lo vedo».
«Ah, strano. E allora non so, forse…»
«Tranquillo». Il Mangiasentenze infilò la mano nella tasca del cappotto; i polpastrelli saggiarono plastica liscia con quattro linee in rilievo e tirarono fuori un ditale rosso. Lo infilò, chiuse il circuito con il pollice e schioccò le dita della mano libera vicino al fornello. La corona di fiammelle blu si accese. «Ho risolto».
Dal soggiorno giunse il rumore di un mocio strizzato. «Che è successo, quindi?»
«Niente. Una persona che conosco pare sparita. La polizia voleva farmi qualche domanda».
«E non avevi voglia di rispondere?»
«Non più di tanto».
«Capisco.» Passi strascicati, una porta che si apre, il rigurgito di una massa d’acqua che finisce nel gabinetto. «L’hai fatta sparire tu?»
«Cosa, la persona?»
«Eh».
«No, figurati».
«Ok».
«Non che io sappia, almeno».
«Ah».
«Ora mi stai facendo venire il dubbio».
«Mi… dispiace?».
«No, senti, non posso averlo fatto. Non sono così bravo».
«Ci sta».
«Ma potrei non averlo fatto apposta».
«Hai anche tu l’impressione che era meglio se mi stavo zitto?»
«Una sorta di percezione mistica, sì».
L’acqua aveva raggiunto la temperatura giusta. Il Mangiasentenze spense il fuoco, prese due bustine dalla confezione sopra il microonde e le lasciò in infusione nel pentolino. Elio entrò in cucina e si sedette a un piccolo tavolo addossato al muro. «Le tazze sono sopra il lavandino. La mia è quella della Ferrari».
Il Mangiasentenze prese quella rossa con lo stemma giallo del cavallino rampante, in ossequio alle indicazioni del ragazzo; per sé, invece, ne scelse una blu con lo stesso motivo greco del ditale che l’aveva condotto lì.
Elio fece un sorrisetto. «Non so se mia nonna gradirebbe questi furti ripetuti della sua tazza preferita».
Il Mangiasentenze svuotò il pentolino nelle due tazze. «Al contrario: mi ha proprio detto di usarla».
«Davvero?»
Lui sedette di fronte a Elio, svuotò i polmoni e gli avvicinò il cavallino rampante. «Beh, tecnicamente mi ha detto di sbattermela su per il culo, ma i fantasmi hanno sempre maniere un po’ spicce».
«Non me l’avevi mai detto».
«Non me l’avevi mai chiesto».
«Non credo di aver mai sentito mia nonna dire una parolaccia. Ma immagino che essere condannati a rimanere incastrati in un bilocale farebbe saltare i nervi a chiunque».
«Vero».
La conversazione venne assorbita dal ticchettio dell’orologio appeso sopra la porta della cucina. Il Mangiasentenze osservò la lancetta dei secondi scavalcare a passetti rigidi quella corta, in procinto di toccare il numero cinque. Era passata quasi un’ora dal suo incontro con l’ispettrice Corvo: facendo i dovuti calcoli, Endimio doveva essere sparito verso le undici.
Endimio. Anche quando non erano nate a Vangoria, le persone che finivano per restarci avevano quasi sempre nomi strani. Come il capitano, appunto; o la procuratrice. Se non ricordava male, una volta il capitano gli aveva detto che lei veniva da Milano. O forse era l’Abruzzo. Provare a capirlo dal suo accento ormai era impossibile: qualunque forestiero vivesse in città per più di un anno finiva per perdere le proprie intonazioni dialettali. Vangoria mangiava i campanilismi linguistici e uniformava le parlate in una strana inflessione che sapeva di corso di dizione: più che accento, quello vangoriano era un non-accento. In un certo senso, era la città più italiana di tutte.
«Con quello hai acceso il fuoco?»
Il Mangiasentenze riprese coscienza di sé e del tè ormai intiepidito. «Cosa?»
Elio indicò con un cenno del mento il ditale rosso sull’anulare. «Dico, hai usato quello per accendere il fuoco? È uno dei tuoi, no?»
Lui lo tolse dal dito e lo appoggiò sopra una delle fragole stampate sulla tovaglia di plastica. «È uno dei miei, sì». Ricordò un visetto pallido affondato in un cuscino di ospedale. Maria? Giuditta?
«Posso?»
«Certo».
Elio prese il ditale e lo osservò alla luce della lampada, con lo scrupolo circospetto di chi verifica l’autenticità di una pietra preziosa. «Quindi dentro questo coso c’è la maledizione di qualcuno?»
Il Mangiasentenze annuì. Stella.
«Qualcosa che c’entra con il fuoco. O le scintille».
«Il fuoco». Tranquilla, ora ci penso io. Hai mai giocato alla Playstation? Hai presente quando il controller che hai in mano vibra? Più o meno è quello che sentirai. Tutto qui. «Combustione della mano destra come sintomo di stress».
«Ah, merda. Quindi quando questa persona…»
«Bambina».
«Ah, merda. Nome?».
«Stella».
«Stella… non si sente spesso. Non è la più gettonata, tra i patroni. Un sacco di Lisa, un sacco di Teresa… per non parlare delle Olivia. Gesù, le Olivia. Ne ho almeno quattro, nel mio corso». Elio si grattò la linea di barba che gli correva sul mento. «Santa Stella… patrona di… non ricordo».
«Del sottile?»
«No, quella è Santa Anonima. Nome pazzesco, Anonima, tra l’altro. È come chiamare una lampadina Buio».
«Se è fulminata, ha anche senso».
«Beh, se ti chiamano Anonima prima o poi fulminata ci diventi per forza. Comunque: se Stella si incazza la mano le prende fuoco. Quindi è tipo un lanciafiamme umano? Figo».
Il Mangiasentenze scosse la testa. «Ho detto che la mano le prendeva fuoco, non che poteva usarlo. La prima volta se l’è cavata con un’ustione di secondo grado. La seconda le ha sciolto la carne fino alle ossa».
Elio si bloccò a metà di una sorsata di tè. «Ah, merda».
«Già».
«Come sta adesso? Sta bene? L’hai salvata, vero?»
«Non sono io che salvo le persone. Le hanno dovuto amputare la mano – quel poco che ne restava, almeno – ma sta bene. Quanto a me, le ho tolto la maledizione. Ma il danno ormai era fatto».
«Capisco». Elio si rigirò la tazza tra le mani un paio di volte, poi raddrizzò la schiena e lo guardò quasi con aria di sfida. «Però scusa, che ne sai… magari la fattura sarebbe passata alla mano sinistra e magari, boh, alla faccia – o chissà che altro. Secondo me sei stato bravo anche tu».
Il Mangiasentenze gli sorrise. «Sei gentile». «Nah. Se fossi gentile mi offrirei di lavare le tazze». Strusciò la sedia per terra, si alzò in piedi e si stiracchiò con un lungo gemito e i polsi rivolti al soffitto. «Mi sa che a questo punto mi metto a studiare. Dovrei riuscire a reggere per mezz’ora, prima che Topografia antica mi uccida».
Il Mangiasentenze si alzò a sua volta e raccolse le tazze. «Scusa ancora per il disturbo».
«Figurati. Quando vuoi. Non devo neanche muovere il culo per venirti ad aprire, meglio di così…»
«Finché non addestro lo stomaco a questi viaggetti, temo che continuerò a bussare alla porta».
«Dovresti provare l’infuso di margherita gotica» disse Elio uscendo dalla cucina. «Pare che faccia miracoli con il tratto digerente».
Il Mangiasentenze lavò le tazze, le asciugò con uno straccio appeso alla maniglia del forno e le rimise al loro posto. Quando si girò per andarsene, vide che Elio era rimasto sulla soglia, appoggiato allo stipite della porta con il fare pensoso di un pastorello in un quadretto bucolico.
«Mi è venuta in mente una cosa» disse il ragazzo.
«Dimmi».
«Pensavo a mia nonna, e al fatto che è morta, no?»
Il Mangiasentenze sbatté un paio di volte le palpebre. «Sì».
«E mi sono chiesto – se adesso spuntasse un genio della lampada e mi dicesse, se vuoi te la riporto in vita… accetterei?» Guardò verso la finestra in fondo alla cucina, poi incrociò le braccia e riportò l’attenzione su di lui. «Cioè, aveva una certa età, ma neanche poi così tanta per gli standard di adesso. E le volevo bene, quindi… insomma, hai capito, verrebbe automatico da rispondere sì, certo, ridammela subito. Chiunque farebbe così, no?» Abbassò gli occhi sulle ciabatte di gomma. «Però, onestamente, io la lascerei dall’altra parte. In pace, direi. Non lo so».
«Credo che tu non abbia rimpianti» disse il Mangiasentenze. «E questa è una delle cose migliori in cui si possa sperare».
Il trillo ottuso del citofono irrigidì entrambi.
«Aspetti qualcuno?» chiese il Mangiasentenze.
«No. Cioè sì, ma non a quest’ora. Anche se, c’è da dire, Ersilia è una di quelle persone che potrebbe…»
Due trilli, uno dietro l’altro.
Elio si mosse verso il citofono.
«Aspetta».
«Oddio, dici che è la polizia?»
«Non credo. Non lo so».
Altri due trilli e altri due ancora.
Il Mangiasentenze tuffò la mano nella tasca del cappotto. «Rispondi. Se cercano me, di’ la verità. Confido di risolvere la faccenda prima che sorga il sole». Metallo traforato, mosca in rilievo a metà altezza. Al ritorno in forma umana lo aspettava un’emicrania da spaccargli la testa; a quanto pareva, quella nottata doveva andare così. «Scusa ancora per il disturbo».
Mentre Elio rispondeva del citofono, il Mangiasentenze aprì la finestra della cucina. Chiuse il circuito, sentendosi ripiegare infinite volte come una lunga strisciolina di carta; poi, denso e leggero come un oggetto estraneo alla fisica del mondo, proiettò il suo corpo di insetto nel cielo ancora buio e volò via.

Sdraiato sotto al cespuglio di un’aiuola pubblica, il Mangiasentenze teneva i palmi sulle orbite, aspettando che il dolore che gli schiacciava la testa si attenuasse. Aveva volato solo per un paio di isolati prima di atterrare e sfregarsi le zampe anteriori per togliersi il microscopico ditale: riusciva a conservare coscienza di sé e un intelletto sufficiente a distinguere le persone e le loro parole, ma ancora una volta il suo organismo faceva a botte con le facoltà che le maledizioni intrappolate gli concedevano.
Un motore di grossa cilindrata si fermò dall’altra parte del marciapiede, là dove la strada si immergeva in un incrocio. Una bella bestia, valutò il Mangiasentenze. Un furgone, oppure…
«Dentro il Lince resta solo chi non ce la fa… ascoltando tante finte verita-àh».
…una jeep dell’esercito.
La voce, giovane e maschile, era ben distinguibile: un soldato in torretta, o seduto su un retro scoperto. Canticchiava senza grande entusiasmo, ma con abbastanza vigore da farsi sentire sopra il brontolio del motore.
«Può scoppiare in un attimo il Sole, tutto quanto potrebbe finire – ma Vangoria, ma Vangoria no…»
Gli pneumatici rullarono sull’asfalto. Il mezzo blindato si rimise in moto e proseguì oltre.
Il Mangiasentenze attese che il rumore fosse sparito del tutto prima di sgusciare fuori dal cespuglio. Si spazzolò le maniche del cappotto, la testa che ancora pulsava. Dall’altra parte della strada, in cima a una mezza dozzina di gradini, la serratura di un portone massiccio scattò liberando un battente. Attraversò la strada, percorrendo con lo sguardo la facciata del palazzo spalmata di fiori, volti corrucciati e festoni stuccati in bassorilievo. Il Liberty a Vangoria era ovunque: che fosse prorompente come un intero edificio o discreta come una piccola lanterna, quell’architettura sinuosa ed esoterica strisciava in ogni dove, lasciando i propri segni persino nelle palazzine brutaliste del secondo dopoguerra. Come la natura a cui si ispirava, il Liberty vangoriano riempiva crepe e copriva vuoti: che questo fosse un simbolo di speranza o una minaccia, era una faccenda che restava ancora da capire.
L’atrio oltre il portone era al buio. Il Mangiasentenze distinse il gabbiotto vuoto del portiere prima che l’anta di legno si chiudesse, spegnendo le luci della strada come un soffio d’aria su una candela. Le sue pupille ci misero un po’ per abituarsi. Più avanti, il chiarore della notte entrava da una grande finestra, gettando un alone pallido sulla gabbia di un ascensore. Le spire nere e flessuose parevano le costole di una grande e mostruosa cassa toracica. Una volta dentro la cabina, selezionò l’ultimo piano.
Sul pianerottolo c’erano solo due porte; una era aperta. In fondo, lumeggiata dalla luce morbida di una lampada schermata, si intravedeva una tenda bianca agitata dalla corrente.
Il Mangiasentenze varcò la soglia. Vicino alla tenda, seduta davanti allo specchio di una toeletta accanto alla lampada, una donna in un vestito da sera rosso si tingeva le unghie di nero.
«Ho sentito che è bruciato un pianoforte, questa notte» disse.
Il Mangiasentenze fece per chiudersi la porta alle spalle; ma quando girò la testa vide che qualcuno l’aveva già fatto al posto suo. «L’ho sentito anche io».
«Da altre due persone. Ma sono la prima con cui ne vuoi parlare».
Alla luce della lampada, che delineava le forme dense e voluttuose di un salone aristocratico, il Mangiasentenze scorse il riflesso di una dozzina di bottiglie vuote abbandonate sul pavimento. Il vetro appariva nero, ma lui sapeva che era viola scuro; anche senza notare la forma slanciata, la scritta sull’etichetta era inequivocabile. Xylocopa Violacea: il nome scientifico di una grossa ape solitaria; il liquore più bevuto a Vangoria.
«Scusa il disordine» disse lei.
Ritrasse il pennellino dello smalto e distese le dita di fronte a sé. Gli occhi, grandi e ciechi, osservarono il lavoro svolto alla perfezione. «Mh. Può andare.»
Il Mangiasentenze si mosse nello spazio libero dalle bottiglie fino a comparire nello specchio. 
«Mi chiedo sempre perché non entri dalla finestra» disse lei, riavvitando il tappo dello smalto.
«Preferisco bussare».
«Molto educato. A Filippo Quarelli farebbe una certa impressione saperlo, visto l’incubo che sei stato per lui in cinque anni di elementari e tre di media. A dodici anni è rimasto per due ore e mezza a cavalcioni della ringhiera del terrazzo di casa sua, prima di rinunciare. Era un mercoledì, verso le due e mezza del pomeriggio. Non l’ha mai detto a nessuno. Hai mai pensato di chiedergli scusa?»
«No».
Le pupille congelate dalla cataratta della giovane donna scattarono verso il punto esatto in cui lui era riflesso. «Non mentirmi, Mangiasentenze. Santa Lisa sa tutto». Un risolino acuto sciolse la sua espressione. «Beh, quasi tutto. Ad esempio, so che, dopo che vi siete lasciati, il tuo amico Endimio è tornato nello spiazzo – qualunque cosa questo voglia dire».
«Lo spiazzo è dove abbiamo bruciato il pianoforte. Ho raccolto la maledizione e abbiamo aspettato che il fuoco si fosse spento prima di andare via. Non ho idea del perché sia tornato indietro».
Santa Lisa si alzò dalla poltroncina girandosi con calma verso di lui. In piedi, una mano posata sullo schienale, lo fissava con la testa inclinata, come un animale perplesso.
«La maledizione intessuta nel pianoforte del capitano Gral è una fattura da zitelle irrancidite. Nient’altro che fumo e specchi. Lo sai tu, lo so io, lo saprà il capitano poco prima di capire che cancellare non significa lasciare andare; ma quello che credono di sapere il sostituto procuratore Corvo e il caporalmaggiore-caposcelto-qualificaspeciale Romeo è ben altra questione».
«Il caporalcosa
«Lo conosci. Ti ricorda sette euro e cinquanta e un taglierino».
Il Mangiasentenze non aveva idea di chi stesse parlando. Troppi gradi articolati e distintivi che luccicavano nel buio, a Vangoria: l’ordine costituito reagiva al caos organizzato a ranghi serrati e baionette inastate, ammassando polvere da sparo sopra una polveriera ancora più grande. Il fatto che non fosse ancora saltata per aria poteva essere spiegato con il fatto che, in quella città, riusciva ad accadere sempre tutto e nulla allo stesso tempo; o, più probabile, con l’esoterico senso dell’umorismo dell’Universo.
Osservò le dita della donna posate sulla poltroncina. A differenza di quelle dell’altra mano, non erano laccate. Disattenzione o scelta precisa? Con Santa Lisa le due cose andavano spesso a braccetto. «Cosa c’entrano la procuratrice e il caporalqualcosa con Gral e il suo pianoforte?»
«L’una teme che il capitano abbia aperto una porta che doveva restare chiusa; l’altro spera che l’abbia fatto».
«Ah, tutto chiaro allora».
«Proteggere e colpire» proseguì Santa Lisa. «La Spada e lo Scudo. Ma questo, purtroppo o per fortuna, non è il mio campo». Andò alla finestra e chiuse le imposte. «Ora forse sai tutto quello che ti serve sapere».
«Forse
«Io vedo e non capisco, capisco e non vedo. L’Occhio e il Cieco. Ciò che sono, ciò che proteggo. E questo, purtroppo o per fortuna, è il mio campo». Le spalle si afflosciarono, la testa si chinò verso il petto. Il Mangiasentenze ebbe l’impulso di appoggiarle la mano sulla schiena, là dove il vestito rosso lasciava scoperta la spina dorsale. Avrebbe potuto? Giravano storie su quello che succedeva a chi osava toccare un Santo Incarnato. Ma se fossero state solo storie? Se l’aura di mistero e terrore di cui si circondavano non fosse altro che una porta dietro cui nascondersi? Se oltre ai loro assurdi, confusi poteri non ci fosse altro che pelle?
«Va’, Mangiasentenze. Il nostro tempo è finito.»
Lui non rispose. Chinò appena la fronte in cenno di saluto, ripercorse il corridoio libero dalle bottiglie e lasciò che la porta gli si richiudesse alle spalle.

Era uno spiazzo di terra polverosa e qualche ciuffo d’erba, una terrazza che dava sulla distesa di alberi che arrivava fino al lago. Il capitano Gral sedeva sulla panca di un tavolo da picnic avvolto dalle erbacce. La banda rossa dei pantaloni della divisa ricordava una striscia di sangue.
Di fronte a lui, il pianoforte. Verticale, nero, intatto.
«Capitano» disse il caporalmaggiore-caposcelto-qualificaspeciale Diego Romeo, in piedi a tre passi da Gral. Tenuta da combattimento, visore termico sull’elmetto sollevato, fucile d’assalto puntato a terra. Il suo dito e quello dei tre soldati dietro di lui, però, erano appena sopra il grilletto. «Credo sia ora di tornare a casa».
Lui non distolse lo sguardo dallo strumento. «Mi ero dimenticato la tanica qui. Quando sono tornato, era così. L’ho bruciato di nuovo. Poi devo essermi riappisolato: quando ho riaperto gli occhi, era… ancora così. No, non ancora. Di nuovo».
«Stia tranquillo, ora non è più un suo problema. L’Oggetto lo prendiamo in carico noi».
Gral abbassò la testa. «L’Oggetto». Sollevò gli occhi su Diego. «Noi chi?»
«Ha già la sua risposta, capitano».
«Capisco. Lo sa, il generale Quinari, di avere i Servizi dentro casa?»
«Quanto basta».
«Immaginavo».
«Non immagini troppo, capitano. Divento sempre triste quando muore un collega».
I tre soldati sollevarono i fucili; non sul capitano, però. Diego e Gral intercettarono il movimento e seguirono la direzione di mira. Le mani sopra la testa e un ditale di plastica trasparente sull’anulare (Ottavio, quattordici anni, beccato a spiare lo spogliatoio sbagliato al momento sbagliato), il Mangiasentenze fece un altro paio di passi e si fermò. «Signori, buonasera. È tutta la notte che litigate rincorrendovi l’un l’altro. Non siete stanchi?»
Diego scoprì i denti in un sorriso da teschio. «Io te l’avevo chiesto, vecchio mio, se per caso avessi qualcosa da dirmi…»
«Ah sì, senza dubbio. Ma sappiamo entrambi che speravi non dicessi nulla».
«Perché niente mi diverte come andare a caccia… vero?» Si mise a ridere. «Ti prego, Cappotto Viola, queste stronzate compiaciute e irrealistiche anche no. A nessuno piace complicarsi la vita… nessuno a parte te, almeno».
«Me e il sostituto procuratore Corvo, parrebbe. La polizia sarà qui tra poco».
«A me niente e a Corvo racconti tutto? Mi offendi».
«Mi offendi anche tu. Ovvio che non le ho detto niente. Mi sono limitato a tornare a casa e prendere la macchina. Con il senno di poi, non la più furba delle mosse».
Diego guardò prima i suoi uomini, poi lui. «Immagino tu sappia cosa succederà se il sostituto procuratore arriva qui prima che ce ne siamo andati».
«Più o meno. Tu le chiederai di far finta di niente, lei ti manderà garbatamente affanculo, poi il cecchino che tieni nascosto da qualche parte lì in fondo le aprirà un buco largo quanto un tubo di Pringles nel petto e voi finirete il resto. E poi tu sarai parecchio triste, perché a quanto pare è quello che succede quando muore un tuo collega».
Diego raggiunse a passi lenti il Mangiasentenze e lasciò cadere una mano sulla sua spalla. «Lo scenario che hai descritto è piuttosto accurato. Ora, siccome – ti assicuro – divento molto triste quando muore un collega, hai in mente qualcosa che garantisca a tutti di uscire sani e salvi da questa notte?»
«Posso mettere una mano nella tasca del cappotto?»
Il Mangiasentenze abbassò la mano con il ditale, lasciò che il cono tronco si unisse ai suoi simili e ne pescò altri due. «Questa è la maledizione che ho tolto ieri notte dal pianoforte. Una piccola fattura per tenerlo sempre scordato di una frazione di tono. Probabilmente dono di qualche studente arrabbiato con la signora Gral. Una scemenza da due soldi. Suppongo non vi interessi, ma non si sa mai».
Le dita guantate di Diego rimasero piantate nella sua spalla. Dietro di lui, le lenti dei visori notturni della sua squadra sembravano piccoli occhi fissi di animali.
«Qui, invece, è dove metterò l’altra maledizione. Quella vera. Un oggetto che si ricrea quando viene distrutto. Posso solo immaginare cosa ci tirerete fuori. Ma, come ha detto una volta un saggio, meglio non immaginare troppo». Diego allentò la presa e gli colpì la guancia con un buffetto. «Sintetico e ben disposto – bravo». Prese il ditale con la fattura da due soldi e indietreggiò verso i suoi. «Avanti, Mangiasentenze. Fa’ la tua magia».

Non perse tempo. Il Mangiasentenze andò al pianoforte e posò il ditale vuoto sulla superficie laccata di nero; poi indossò un altro ditale e appoggiò la mano libera a poca distanza dal ditale da riempire. Prese un respiro. Il suo pubblico, immobile, attendeva. Abbassò la fronte, chiuse gli occhi, mormorò qualcosa di incomprensibile. Poi schioccò le dita: appena sopra al ditale poggiato sul pianoforte baluginò una grande scintilla, sentirono una sorta di schiocco e un refolo di fumo azzurrognolo scivolò via dallo strumento come un fantasma agli ultimi rintocchi della notte.
Il Mangiasentenze rimase qualche momento ancora con la testa china, assorto; poi si riscosse, prese con cautela il ditale da sopra il pianoforte e lo consegnò a Diego.
«Fatto. Sintetico e ben disposto, come piace a te».

«Molto bene, vecchio mio. Molto molto bene.» Diego nascose l’oggetto nelle tasche del giubotto antiproiettile. «Fai attenzione, Mangiasentenze» disse prima di tornare alle ombre. «Questa città non è gentile con le cose che le fanno paura».
Sentendosi girare la testa, il Mangiasentenze si sedette sulla panca vicino a Gral. Il cielo si stava tingendo del chiarore che precede l’alba. Lontano, le chiome degli alberi si mossero agitate da un vento che si sarebbe spento prima di raggiungerli. Un fischio lungo di uccello ottenne un paio di repliche identiche. Il vuoto lasciato da Diego e dalla sua squadra veniva riempito dalla vita del bosco che iniziava una nuova giornata.
«Dici che ci è cascato?» gli chiese dopo un po’ il capitano.
«Beh, in fondo ho fatto quello che chiedeva: un trucco di magia». Il Mangiasentenze rimise a posto il ditale con cui aveva compiuto il rituale. Rosso, di plastica. Ottimo, per i fornelli. «Un atto di fede tocca a tutti in questa città, prima o poi. Che sia consapevole o meno».
Il capitano si mise a ridere. «Che nottata. Per me, almeno. Per te, suppongo sia normale amministrazione».
«Per niente. Questo pianoforte… non ha senso. Non è una maledizione, quella che ha lì dentro. Un potere del genere dovrebbe quantomeno – se non altro emettere un certo tipo di…» Sospirò, sconfortato. «Non ne ho proprio idea. Mi dispiace».
Gral si alzò in piedi, lo guardò con affetto e gli adagiò una mano sulla spalla. «Tranquillo. Va bene così».  Trafficò con il taschino della giacca della divisa e ne tirò fuori un pacchetto di sigarette e un accendino di metallo. «Vuoi?» disse, offrendo il pacchetto al Mangiasentenze.
«No, grazie. Fumare porta sfortuna».
«Ma pensa». Gral si portò una sigaretta alle labbra e fece scattare l’accendino. «E io che pensavo facesse solo venire il cancro».
 «Ah, quello è il minimo. Ma in una città come questa…»
«…chi crede non muore mai. Giusto?»
Il Mangiasentenze fece per dire qualcosa, ci ripensò, sorrise tra sé e annuì. «Giusto».
Gral fece per dare un secondo tiro alla sigaretta, ma si interruppe e annusò l’aria. «Lo senti anche tu?»
«Cosa?»
«Profumo. Di limoni».
«Limoni?»
Gral sbuffò dal naso, sorrise e scosse la testa.
«Guarda un po’» disse.
Sullo spiazzo rimaneva solo un alone di cenere. Il pianoforte era sparito.
Il Mangiasentenze si levò su d’istinto. «Non capisco».
«No?»
«Come ha fatto a…» Raggiunse la cenere, vi intinse le dita, strofinò i polpastrelli e assaggiò. «Non ho avvertito nulla. E non è possibile che io non abbia avvertito nulla».
«Non sono un esperto» disse Gral, «Ma forse non era il tuo tipo di magia». Nessuno dei due aggiunse altro. Il sole era ormai sorto. Come regalo d’addio, la notte lasciò il campo a un cielo chiaro – e al coro galoppante di una colonna di sirene. Rimasero dov’erano, nello spiazzo ormai vuoto, fin quando la polizia non fu dietro l’angolo. A quel punto, con le mani in tasca, Gral si diresse verso la boscaglia, in un punto molto vicino a dove era sparito Diego.
«Te ne vai?»
«Si prospetta una splendida mattinata. Non fare una passeggiata sarebbe un crimine».
«E cosa dico a Corvo?»
Gral si strinse nelle spalline della divisa.
«E che gli devi dire, Mangiasentenze. Che, alla fine, qualcuno ha dato fuoco a un pianoforte, stanotte».


Foto Richard Ludwig / Unsplash.

4 Comments

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