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«In questa famiglia non ci sono segreti!» disse Padre.

Inizia così la storia di questo gruppo familiare che si unisce e si disperde attraverso gli anni, che fa credere cose che non sono e che si regge in qualche modo su silenzi, non detti e cose che è meglio tacere.
In La famiglia di Sara Mesa (tradotto da Elisa Tramontin, La nuova frontiera) la madrilena Sara Mesa, già autrice di Un amore, decostruisce una famiglia composta da Padre, Madre, due figli maschi, una figlia femmina e una nipote adottata, per poi ricostruirla pezzo dopo pezzo, attraverso le voci dei protagonisti in capitoli che sono veri e propri racconti che compiono salti temporali e che svelano le inevitabili crepe createsi negli anni e tenute nascoste, riparate.
Per Padre la famiglia è un progetto fatto di regole inspiegabili per qualsiasi bambino – perché chiudere i diari segreti con i lucchetti quando si può condividere quel che si scrive? –, di rigidi silenzi – vietato parlare di notte tra i letti a castello! – e di giochi proibiti. Per Madre è una malinconia che la accompagna dal post partum e che la fa vivere all’ombra del progetto del marito. Per i figli è confusione, incomprensione, vergogna, desiderio di evasione e libertà.
Per tutti è segreti.

Rosa, la figlia maggiore, tiene segreta la scoperta del suo primo orgasmo, i ritorni a casa all’alba, i piccoli furti e l’aggressione a parte di un vicino di casa, finendo per sviluppare una sorta di tacita e naturale complicità con l’uomo, senza perdono né assoluzione, senza dirglielo, solo perché neanche lei è immacolata. E crescendo fugge lontano da casa, dai ricordi della cui esattezza e veridicità dubita lei stessa. Anche Martina, la nipote accolta in famiglia, impara ben presto che di alcuni argomenti è meglio non parlare. Ad esempio del suo passato e della sua vera madre. Perché già parlare di madre vera implicherebbe l’insinuazione che la nuova è falsa. E che quindi il progetto-famiglia ha una nuova crepa.

C’è un bellissimo capitolo dedicato ad Aqui, il figlio minore, il più intelligente o il più inquietante. È un capitolo fatto di frammenti, ognuno dei quali lascia intravedere un pezzetto di Aqui, di come decide di sopravvivere per compensazione, senza farsi piegare, «senza perdersi nel vortice di sentimenti superflui».

La famiglia è una storia che inizia nel corridoio di una casa che ci consente di spiare cosa succede al suo interno – camera aperte, ante socchiuse, luce che illumina mobili e rimbalza negli specchi – e che termina dentro un armadio che sembra una bara, se non fosse per la fessura tra le due ante rotte, che consente di vedere senza essere visti e, forse per la prima volta, di capire qualcosa che più si avvicina alla verità, per poi dimenticarla subito dopo.

«Credemmo che ci avesse scoperto. Noi vedevamo la sua faccia nello specchio e lui, in esatta corrispondenza, vedeva le nostre facce dentro l’armadio, attraverso la fessurina, come se la visione dovesse essere, per forza, di andata e ritorno.
Perfino il mio cuore si fermò.
Poi si alzò, fece due giri su e giù per la stanza, la sua ombra rovinò i rettangoli di luce formati dalla persiana, sospirò e uscì ricomposto, con i suoi modi di sempre.
Noi uscimmo qualche minuto dopo e quel giorno non successe più nulla.»

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