Questo testo nasce dal tentativo di restituire un dialogo in una multiformità di piani, in cui conversazione, riflessione e rilettura si sovrappongono senza separazioni riconoscibili.
Procede per stratificazioni: diverse componenti che si sovrappongono, si correggono, si attraversano reciprocamente.
Il risultato è un insieme tenuto da suture visibili seppure instabili, zone di passaggio, faglie e soglie che lasciano affiorare le tensioni interne del testo.
questo margine . questi margini . zone di tensione . imminenze .
vorrei stare sempre nel punto esatto dove le cose stanno per accadere . mi cerco mi scopro o mi rifugio sempre in un punto instabile . un movimento assiduo senza perimetri . un campo di forze .
come se provenissi da un varco e volessi solo produrne un altro . come se volessi sempre andare altrove .
(Dove si colloca il territorio che cerchi)
scelgo spesso i margini delle cose come punto d’osservazione . se scelgo il centro è per riordinare gli elementi raccolti e allenare l’ascolto concentrato e la visione periferica .
i luoghi si fanno e si disfano mentre li attraverso . si restringono e si dilatano . mi precedono e mi allontanano . misuro la loro densità con tensioni e relazioni . sorveglio i confini . non come limiti o zone di sicurezza ma come punti di riferimento per riorganizzarmi e attendere il prossimo impulso . per tenermi pronto . non riesco mai a dare nulla per consolidato o definitivo . a volte vorrei . ma non riesco .
sì . ogni tanto cerco anch’io riparo . ma dopo un po’ di tempo non resisto . ai margini le forme si muovono . la materia si ricombina in altra materia e così via . tutto vibra e si incrina.
(Perché i margini)
cerco un’azione capillare . una concentrazione immersa millimetrica e lenta . cerco di entrare in una sincronia momentanea con l’ordine delle cose . mi riesce a volte ma più spesso fallisco . eppure l’energia di continuare a farlo non si esaurisce mai . forse essa stessa produce già un altrove . quindi ricomincio .
l’habitat che riconosco è questo instabile campo di esposizione . per ricevere . per restare aperto permeabile . per essere continuamente interrotto dal movimento del mondo .
anche quando cerco un rifugio immagino un varco . suoni segni ritmi frammenti di visione tutto si deposita e agisce . come se non riuscissi mai a lasciare nulla . tutto stratificato e sommerso ma sempre pronto ad agire . non posso farci nulla . non riesco a oppormi .
(Questa esposizione ha un costo)
per non so quale volontà di vivere e forse per non rimanerne succube provo a maneggiare questo margine come metodo .
è un atto del corpo innanzi tutto . non un’azione (che ha già pianificato un’etica una morale una teoria una strategia etc..) ma un atto . mi rendo conto che tutto succede con il corpo prima di ogni altra cosa . tutto è un attrito perché mi dirigo laddove le forme non si sono ancora composte . e non so se ci riusciranno e cosa succederà .

(Cosa fa il corpo)
se siamo sempre in relazione col tutto (e col niente) forse questo margine è il luogo dove ogni relazione si mostra nuda . autentica . senza protezione . dove ogni relazione è prima di tutto quel sentire del corpo che guida .
il mio metodo – se davvero così posso dire – è sentire e tentare di incarnare anche solo momentaneamente queste ipotesi di forme . raccoglierne e produrne altre sapendo che saranno tutte provvisorie .
la mia scrittura e anche i lavori per immagini in zona|disforme provengono da questo ascolto dello sguardo (sentire vedere diventare partecipare) concentrato e ininterrotto . i linguaggi allora esistono . si espongono . restano in tensione . risuonano . non hanno il compito della comprensione e della conoscenza . non spiegano ma sanno e io per primo devo scoprire cosa sanno .
(Che tipo di percezione è la tua)
non so perché scelgo margine . potrei parlare più esattamente di frontiera forse . presupponendo un ignoto da attraversare intorno a un luogo dove tentare di abitare . continua a restarmi dentro come energia questo margine . frontiera ha in sé qualcosa di fisiologicamente autocentrante e ambizioso che mi evoca una posizione di teoria di sfida di conflitto mondano . non mi convince . comunque dubito anche di ‘margine’ . dubito di tutto .
sono animale umano e devo assolutamente dubitare .
come guardo . cosa trovo . il mio sguardo è astigmatico . ogni forma che osservo subisce un ghosting . emana un alone multiplo . contiene una vibrazione ininterrotta . come se fosse sempre sul punto di trascendere . trasfigurare . ogni oggetto mentre lo osservo si duplica si triplica . si apre . al buio ogni punto luminoso diventa una scia . diventa uno squarcio a volte .
quindi devo immergermi stringendo gli occhi . trovare con il mio volto punti esatti di baricentro equilibrio e oltrepassare quella prima trasformazione . lo faccio come se dovessi diventare ogni cosa che osservo . e comincio a sentirla e a percepire l’urto che insiste sui margini . mi sembra che tutto accada sull’altro lato della mia pelle . prende forme e attraversa .
con l’ascolto succede la medesima cosa . ma non avendo per ora un impedimento fisico si lascia volentieri guidare dall’energia di attesa che abita incessantemente lo sguardo astigmatico . agiscono insieme . a volte sincroni . a volte uno attende l’impulso dell’altro .
e subito si antepongono a ogni cosa pensata o ancora da pensare .

(Da dove a dove)
forse qui è il mio habitat . laddove tutto è preverbale e ritmico . e ciclico infine . ma questo è un altro sentiero .
devo entrare nelle cose . sentirne la resistenza . incarnare per me significa proprio sentire con il mio corpo quella resistenza . ogni resistenza .
se mi fermo davanti a un muro entro in quel muro . voglio diventare quel muro . le soglie sono odore graffi segni chiodi ruggine crepe . ognuno di questi elementi proviene da un altrove e altrove si dirige . non sto parlando di un oltre . parlo di altrove .
esiste e resiste . materia che si apre e diventa altra materia . ogni cosa per me è un incontro . ed è sempre imprevisto . provo a stare al mondo dentro ogni suo minimo dettaglio . singolare e corale . provo a raccogliere i suoi linguaggi in frammenti . provo a entrare in sincronia col tutto e il suo niente . provo a restituire forme . pronto ad accogliere soprattutto l’inatteso . tutto ciò che non è possibile prevedere .
(L’altrove è una forza)
perché succede . sembra strano in questa nostra epoca levigata e sempre aggiustabile ma ad avere a che fare con la materia l’imprevisto accade . eccome se accade .
tutto è movimento . trasformazione . il silenzio non esiste . la luce ha la velocità che contiene tutte le velocità .
mi piace molto anche se non l’ho usata spesso la parola ‘atlante’ .
(Su cosa si regge il tuo mondo)
forse il mio guardare prova a costruire un atlante di apparizioni . di oggetti che pur trasformandosi restano anche custodi di un istante di un incontro di una storia di moltissime storie . provo a moltiplicare le stanze del mondo e forse ogni oggetto è proprio una stanza .
ogni dettaglio non è più solo ornamento ma in uno sguardo capillare e ostinato può diventare ulteriore rivelazione e di conseguenza relazione . nulla è mai scarto .
vedere e ascoltare è solo l’inizio . il metodo vero è restare . restare è ciò che trasforma la visione in una qualche forma di azione e forse infine comprensione .
molto molto tempo dopo .

(Che ruolo ha il tempo)
mi fermo davanti o accanto alle cose . insisto resto aspetto . e loro cominciano a cambiare . quelle forme cominciano a proporne altre . a muoversi . a condurti .
bisogna solo decidere di restare abbastanza a lungo da lasciarsi toccare . e stare fermi sentire la densità delle cose . concentrare l’ascolto .
è solo la resistenza della materia che continua a insegnarmi anche a vivere . e mi aiuta a prepararmi per un qualsivoglia dopo .
se la realtà è materia ed è flusso continuo guardare ascoltare scrivere e vivere sono la stessa cosa . un ininterrotto attraversamento . o forse sono solo io che mi ostino .
(A quali condizioni)
percepisco il mio intero essere quando lascio che le cose mi trascinino nel loro movimento . percepisco la mia identità in questa dissoluzione e rinnovamento .
la percepisco per un attimo intera . poi non me ne preoccupo più di tanto .
mi preoccupo più di capire come dare forma e consegnare tutto questo movimento a qualcuno .
forse la scrittura è la mia forma di abitare . è sempre una restituzione, un gesto che trattiene la materia senza pretendere di consolidarla o fermarla per sempre .
scrivo sui margini e tra una parola e l’altra la vibrazione continua delle soglie si espone . risale . mi conduce .
scrivo per preparare e prepararmi a questo continuo incontro e scrivo in un punto meridiano . un punto possibile dove io tu noi possano convergere . così che ogni nostra voce possa esporsi e permettere ad altre voci di passare attraverso.
la scrittura custodisce questo incontro se e quando avviene . ma non lo possiede . se vuole sopravvivere alle epoche deve restare aperta . pronta anche a svanire .
(Hai fiducia in questa cessione)
che sia in un certo senso anche un atto politico ‘questo’ margine è molto probabile . se politico è quello spazio dove la parola può e deve agire aperta .
dove le differenze devono a ogni costo provare a convivere e a produrre nuove possibilità dove anche il conflitto può respirare e diventare creativo . sì lo è .
in questo margine ho incontrato artisti poeti compagni di cammino che condividono il desiderio di una lingua in movimento . sono state alleanze fragili e provvisorie . ma reali . a volte è stato possibile condividere una poetica e una politica del gesto e dell’ascolto genuinamente dedite all’altro da sé .
per pochi tratti naturalmente . l’epoca che viviamo è algebrica razionale teorica performativa individualista . crea solo per divorare .
sopravvive un’ideologia minima del noi sbandierata più spesso da impostori di varia caratura . quel noi lo si è davvero solo se è prima di tutto un sentimento . autentico e condiviso . consapevole della sua terribile e instabile fragilità .
l’era del dispositivo universalmente connesso ci insinua ininterrottamente un centralismo autosufficiente di sé senza errori o comunque facilmente aggiustabile rapido non faticoso avido di consenso che tutto anche i diffusi richiami e buoni propositi del noi mi appaiono più solo astute imposture o nuovi brand pronti per prossimi mercati nella migliore delle ipotesi .
noi c’è solo se sono disposto a cedere parti considerevoli di io . altrimenti non c’è . e non ci sarà mai più .
(Sottrarsi all’algebra è dunque raro, per pochi)
confido tantissimo nei prossimi giovani e giovanissimi umani . nascono in un’epoca frusta vecchia e triste . che divora ciò che crea . avida . rapida . eppure così stanca . che continua ad esaltare l’individuo e se non riesce a trasformarlo in merce lo lascia solo . che trasforma ogni gesto e ogni destino in merce . ogni parola in consumo . epoca di esausti che continuano a correre .
spero e provo a cercare soglie per un altro tempo lento fragile per mostrarlo pieno di corpo di corpi e di materia in attesa e in tensione un movimento continuo pieno di soglie
provo a costruire altre mappe e riesco ancora a scrivere . è il mio modo di restare fedele alla vita . tengo la ferite esposte . faccio di questa tensione una casa . la apro . la condivido . con chi amo e con chi spero di incontrare vicino o lontano da me .
Stefano Massari poeta e videomaker nato a Roma nel 1969, vive e lavora a Bologna.
Ha pubblicato in poesia: diario del pane (Raffaelli, Rimini 2003); libro dei vivi (Book editore, Castelmaggiore 2006); serie del ritorno (La vita felice, Milano 2009);
macchine del diluvio (MC Edizioni, Milano 2022 ); parlo ultimo (Industria&Letteratura 2024) che raccoglie un’ampia selezione dalle prime tre raccolte.
Tra il 2000 e il 2010 ha fondato i progetti culturali: FuoriCasa.Poesia, SECOLOZERO, LAND e CARTA|BIANCA, curando blog, video, documentari, riviste e webzine, collane di poesia, rassegne letterarie e mostre di arti visive.
Ha curato per oltre quindici anni i progetti video del Teatro delle Ariette (www.teatrodelleariette.it). Ha realizzato numerosi documentari e progetti video tra teatro, poesia, arti visive, comunicazione istituzionale e promozione sociale.
Dal 2022 cura con Carlotta Cicci il format videopoesia zona|disforme (poetry visual sound) www.youtube.com/@zonadisforme www.disforme.net/info
