Altri Animali

«In nessun luogo c’è bisogno di noi»1 recita uno splendido verso di Antonella Anedda, che suona oltremodo profetico rispetto a una situazione sempre più conforme al nostro tempo: un tempo in cui il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente si configura come uno dei temi più urgenti e sentiti; un tempo in cui tutto ciò che ci sta intorno sembra far trasparire un’esasperata insofferenza nei confronti della nostra specie; un tempo in cui la Terra versa in uno stato di sopportazione sempre più sfiancata. Le generazioni dei nostri alunni (parlo da insegnante) danno per scontato lo stato d’emergenza che riguarda il nostro pianeta, soffrono di eco-ansia e, in generale, la consapevolezza riguardo alla questione ambientale è in crescita. Eppure, tale condizione funziona come un gigantesco iper-oggetto, alle cui conseguenze siamo costantemente esposti e di cui, tuttavia, non riusciamo a cogliere un’identità tangibile e unitaria e, dunque, davvero cognitivamente attingibile. 

In Averno (Il Saggiatore, 2020), Louise Glück dà voce a Persefone negli inferi e al senso di pericolo che proviene da quei luoghi: luoghi che significano rapimento, catabasi forzata e prigionia. «Non è finita la notte, / non era la terra / sicura quando è stata seminata / non abbiamo sparso i semi, / non eravamo necessari alla terra»2. Ancora una volta, si ribadisce il concetto: «in nessun luogo c’è bisogno di noi». Eppure, per la giovane Kore, quel senso di inappartenenza e di minaccia, proveniente da ogni dove del luogo che è costretta ad abitare, è momentaneo e sublimato da una condizione di vittima. Cosa accade, invece, quando la sensazione di essere respinti dai propri spazi è insita nel proprio rapporto con essi, nell’irredimibile del momento storico in cui tale rapporto è collocato? Il nostro tempo suggerisce la necessità di considerare gli ambienti, i luoghi e gli spazi come un tema problematico e questo non può che riguardare anche la letteratura, si pensi solo alla proliferazione delle letture eco-critiche degli ultimi decenni e all’incremento del supporto teorico necessario a tale approccio. Interrogarsi sulla rappresentazione dei luoghi risulta, a mio avviso, una chiave di lettura interessante e proficua per leggere alcuni testi della poesia iper-contemporanea: quest’ultima, infatti, sembra particolarmente sensibile alla riflessione estetica sulla spazialità. Contestualmente, praticare un’interrogazione dello spazio, dell’ambientazione e della funzione simbolica dei luoghi rappresentati nella poesia recente potrebbe forse aiutare a fornire un ulteriore strumento di lettura, che superi alcune categorie ormai trite (come la domanda sull’io, ancora tanto cara, come tutte le abitudini che diventano vizi). E se, per dirla con Simmel «lo spazio è soltanto un’attività dell’anima, è soltanto il modo umano di collegare in visioni unitarie affezioni sensibili in sé slegate»3, risulta, quindi, particolarmente interessante raccogliere come questa attività dell’anima guidi i processi di rappresentazione dello spazio, quali immagini e immaginari produca in poesia.  «Il poeta parla stando ai limiti dell’essere e perciò, per determinare l’essenza di un’immagine, ci occorrerà avvertire il retentissement»4: Bachelard utilizza questa parola, mutuata da Malinowskij, nel suo La poetica dello spazio; non la traduce, ma spiega che può essere definita «la suggestiva carica empatico-immedesimativa che il vocabolo intrinsecamente possiede»5. In italiano si può esprimere facendo ricorso al concetto di “risonanza”. Oltre al fenomeno acustico, rende bene l’idea degli armonici connotativi tipici del linguaggio poetico. Proprio questo concetto risulta molto utile alla riflessione qui proposta, nel momento in cui la rappresentazione dei luoghi e degli spazi nella poesia contemporanea sembra trasversalmente permeata da un’eco, da una risonanza semantica che emerge dal fondo delle immagini di diversi autori (di cui, qui, si propone una piccola ricognizione, senza alcuna pretesa di esaustività). Questa eco comune, questa nota pedale si può rintracciare in un profondo senso di inabitabilità che traspare dalla rappresentazione dei luoghi in molta poesia contemporanea.  

L’abitare è probabilmente la forma più autentica e intima di occupare un luogo. La sua stessa etimologia, il frequentativo del verbo habeo, unisce l’idea del possesso e dell’appartenenza alla dimensione dell’abitudine, della familiarità. Questi elementi non riguardano solo la ricorrenza quantitativa di un luogo nelle nostre vite, ma la connessione identitaria che si stabilisce con esso. E ciò non vale soltanto per le lingue neolatine: secondo Heidegger, per cui Costruire, abitare e pensare6 sono intrinsecamente e inscindibilmente legati (gli uni agli altri e tutti alla dimensione del Dasein, dell’uomo come essere-nel-mondo), la parola alto-tedesca per abitare (bauen) contiene l’etimologia del rimanere, del trattenersi, ed è il modo tipico dell’uomo di essere, di abitare la terra, di stare sotto il cielo e davanti ai divini. L’abitare sarebbe quindi connaturato allo stesso Dasein. Seguendo il ragionamento di Heidegger, uno spazio è dunque costruito per essere abitato ed è abitato perché lo si percepisce come tale, lo si concettualizza secondo questo paradigma, che conferisce unità e significato allo spatium (che altrimenti sarebbe mera estensione). Ma cosa accade se viene a mancare proprio l’essenza dell’abitare? La possibilità di concepire un luogo come abitabile? 

Innanzitutto, poiché il luogo è abitato proprio in quanto pensato, vengono a mancare i suoi tratti di unitarietà cognitiva (e, conseguentemente, rappresentativo-estetica): esso inizia a darsi solo per frammenti irrelati. È proprio ciò che sembra accadere in molti testi di Verso le stelle glaciali (Interlinea, 2020), di Tommaso Di Dio. Nonostante sia ancora un libro che per molti versi utilizza i criteri di una geografia riconoscibile (le sezioni del libro sono tendenzialmente costruite intorno a delle unità di luogo, sono definiti “itinerari” e corredati da mappe), gli spazi che l’autore rappresenta risultano spesso scomposti nei propri frammenti: «Camminano per la strada in un giorno di sole. / Camminano in questo solo angolo di mondo che so. / Sull’asfalto dei marciapiedi / nelle saracinesche, nelle voci; fra le macchine e fra le carte / negli schermi nelle sigarette nelle labbra e nelle porte / aperte dei bar»7. Allo stesso modo, l’umanità è rappresentata per frammenti, per gesti monadici: «Seduti sulle sedie; o in piedi / dietro il banco. Avevano sonno, avevano / memoria e disastri. L’uomo al bar / voleva togliere la corona metallica con i denti; mentre una donna / precipitava dentro un non amore. Fra le cosce. Oppure / dentro il bicchiere. Oppure fuori / sotto il tendone, sotto / il primo sole inerte e cieco di gennaio quanta sparita vita / per la materia va, con le braccia / come un cieco a toccare. // Nessuno qui si toglie il cappotto; hanno freddo questi umani»8. In questa modalità di rappresentazione dello spazio si sente, probabilmente, l’eco del magistero di Mario Benedetti: «Come allora il tavolo è i bicchieri che porta, le bottiglie e i bicchieri. / Come non siamo capaci di non pensare, di non immaginare / e solo in questo i fiori nel cortile, o la ghiaia, per esempio, / le pietre della casa, sono andati nelle canzoni»9. Tutti gli oggetti che compongono gli spazi, pensati da chi li abita, da chi li vive e li scrive, sembrano andare così, come un mucchio di cianfrusaglie sparpagliate e raccolte tra le mani, direttamente nella poesia, senza che si riesca a ordinarli meglio. Anche in questo caso, i luoghi non possono essere rappresentati diversamente: crollata una soggettività lirica forte10, viene a mancare un punto di vista che fondi l’unitarietà dello spazio percepito, che risulta, quindi, irrimediabilmente centrifugo. Tuttavia, il soggetto è presente in quanto centro percettivo, tanto che la nominazione degli oggetti secondo questa modalità frammentaria potrebbe rappresentare mimeticamente il movimento dello sguardo che passa da un dettaglio all’altro. È suggestivo accostare in maniera contrastiva questo movimento di dispersione all’immagine che Heidegger utilizza proprio per parlare del luogo nella sua declinazione di Ort. Secondo Heidegger, nel luogo vengono raccolte le essenze delle cose costruite e messe a disposizione dell’uomo e del suo abitare: l’Ort è convergenza, il suo etimo rimanda alla punta della lancia11, che conclude raccogliendo l’arma nel suo punto terminale, quello in grado di penetrare la materia. L’Ort è fondativo proprio grazie al suo raccoglimento. I luoghi delle poesie citate, al contrario, sono dominati dalla dispersione.  

In altri casi, il mondo è inabitabile perché contiene i presupposti dell’apocalisse a cui è inevitabilmente destinato, come nei testi di Giuseppe Nibali e Alessandro Ceni, accostabili anch’essi secondo una dinamica allievo/maestro. In uno dei testi di Scurau (Arcipelago Itaca, 2021), il cui titolo in siciliano vuol dire proprio “viene sera” e rimanda subito allo sprofondare del mondo negli abissi della tenebra, Nibali scrive: «Fanno spavento le cose del mondo e si dovrebbero lasciare»12. Proseguendo nel testo, il mondo sembra tutto crollare, la Terra farsi «freddo mistero». Perfino gli elementi della casa diventano allucinazioni inquietanti («In futuro poi il lampadario di carni e scheletro, faranno / come fossero statue di rettile nel diorama»13). Il mondo, i suoi oggetti, i suoi abitanti sembrano destinati all’apocalisse, una di quelle che descrive bene Alessandro Ceni nello splendido e terribile testo Tra il vento e l’acqua, di cui si citi anche solo la chiusa fulminante: «Di qua in là ci senti l’uccello che non canta, il / pesce che non nuota, che non verrà a riprenderci nessuno. / Non vi si distende la grazia di nessun Signore»14. Eppure, per gli umani di Scurau, è forse vero quanto scrive Agamben: «nella casa che brucia continui a fare quello che facevi prima»15. Questi umani, che, prosegue Nibali, «non hanno sentito nulla dal globo durante il lungo crollo»16, sono radicati nella landa inabitabile che è la Terra: qualcosa della sua oscurità li attrae magneticamente, fino ad «Entrarci ancora vivi, dentro il nero»17

Tale senso di inabitabilità, all’interno di cui la specie comunque persiste, come una pianta infestante, riguarda tutti gli spazi, pubblici e privati, compresi quelli maggiormente intimi, come quelli della casa: questo insegna bene Carmen Gallo in Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo, 2025). I luoghi in cui Gallo suggerisce di nascondersi e, in realtà, l’atto del nascondimento stesso, si rivelano sempre inadatti a proteggere il soggetto che cerca rifugio: il riparo è quasi sempre una disfatta, quando non è, addirittura, una trappola. E infatti, come suggerisce l’Avvertimento posto a introduzione del testo «Nascondersi non è un gioco da bambini. Bisogna stare molto attenti a dove ci si nasconde, ma soprattutto a come ci si nasconde […] e soprattutto: non sottovalutare i pericoli della vita nel nascondimento»18.  

I luoghi ci esiliano, il pericolo è ovunque e la sensazione di allerta è così forte da permeare anche gli spazi che dovrebbero essere resi sicuri dal ricordo, soprattutto dal ricordo d’infanzia e che, invece, diventano inquietanti, come nel caso di quelli rappresentati nella raccolta di Rebecca Garbin, Male Minore (Vallecchi, 2024). Uno di questi luoghi è la casa di Serravalle, in cui tutto è minaccia e pericolo: «Ogni corridoio ha i suoi demoni, l’olio sugli spigoli e il graffio sulla trave / è già sigillo, ferma il tempo e tutto questo / non esiste se non pensi / al buio che scivola da una stanza all’altra»19

Oppure sono veri e propri luoghi purgatoriali, come quelli raccontati da Alessandro Mantovani in Sampierdarena, Purgatorio seconda sezione di Geografia sommersa (Mar dei Sargassi, 2025). Essi sono abitati più che da un’umanità, da una schiera di anime, a loro volta più dannate che purganti. La raccolta di Mantovani, come annunciato dal titolo, ha un’impostazione scandita proprio da una precisa geografia, quasi una cartografia, ma ciò che accomuna tutti i cronotopi presenti è, ancora una volta,  il senso di inabitabilità a cui essi condannano i propri abitanti. E così l’ultimo luogo, la Città sommersa è destinata a inabissarsi, e noi con lei: «Sulla schiena del mostro siamo morti. Tutto era mare e prima e dopo, anime affogate di alghe e diademi corallini, il sangue indurito in cristalli di sale»20. Difficile non accostare al libro di Mantovani il libro di Maddalena Lotter, Non è la fine del mondo (Mar dei Sargassi, 2025), compagno di collana. Anche nel libro di Lotter troviamo una rappresentazione geografica dell’intersezione spazio-tempo, questa volta declinato nella nozione di ambiente. Come suggerito dal titolo, la scomparsa dell’uomo dalla Terra non è la fine di essa (ritorna il mantra «In nessun luogo c’è bisogno di noi) e nelle diverse sezioni del libro sono ricostruiti i futuri della Terra, dal suo collasso a tutto ciò che viene dopo, con o senza di noi: «fra i metalli inabissati / della nostra realtà / ce n’è una nuova / lentissima / che non ci contempla»21. Il problema, che non è del pianeta, è tuttavia nostro, dal momento che «L’unico posto per noi / era questo»22. Lo sguardo di Lotter è estremamente ecologico nella sua declinazione più etica: ha a che fare con la democrazia dell’abitare l’oikos dell’ambiente; apre a ciò che va oltre il noi antropico che ci raccoglie e non comprende il resto. Di contro, una vita, una zoè che ci esclude prosegue imperterrita e incurante, leopardiana: «Nell’ultimo giorno del mondo / per come noi lo conosciamo / su muri rossi e affumicati / torreggia un immenso varano, / le scaglie del dorso rilucono / in brevi lampi d’argento / l’occhio sottile è puntato /su quello che resta della foresta / e la furia del fuoco sulle città abbandonate / segna l’inizio, o il ritorno / a una durevole e stabile / e leggendaria era dei rettili»23. L’ultima tappa del percorso qui tracciato conduce, a mio avviso, a un lento rovesciamento della medaglia, rispetto alle suggestioni dei testi da cui siamo partiti. Se è vero che spesso i luoghi rappresentati nella poesia recente sono ostili, si danno per frammenti e trasudano un’inabitabilità che esclude il soggetto e lo esilia, è altrettanto plausibile pensare che ciò di cui si tenta di disfarsi sia proprio la prospettiva avente come unico punto di fuga il soggetto, che dovrebbe far convergere lo spazio in sé. Contestualmente, sono sempre più frequenti le riflessioni che guardano al luogo nella nozione di ambiente, considerato nella sua dimensione complessa di interrelazioni tra esso e gli organismi che democraticamente lo abitano (soggetti, rigorosamente al plurale). Ancora una volta, quindi, la chiave è nel retentissement prodotto dallo sguardo che osserva il mondo e lo restituisce. E se, stando a quanto dice Agamben «il contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo»24, quello della poesia che oggi si scrive è uno sguardo decisamente contemporaneo, che vede i luoghi e li percepisce in maniera problematica, immersi in una luce e in un’ombra agghiaccianti, che squadrano e tagliano come in un quadro di Edward Hopper. Una poesia che contempla e restituisce l’impossibilità del mondo che abitiamo di accoglierci in quanto specie e con tale crudo sgomento ancora dipinge e scrive, di noi e del mondo e delle ombre che, con il nostro faticoso (in)abitare e pensare il mondo che (in)abitiamo, vi proiettiamo sopra.

Silvia Atzori (1998) è nata in provincia di Varese, dove vive e lavora come insegnante di lettere. È
laureata in lettere moderne presso l’Università degli studi di Milano, dove si è dedicata soprattutto
allo studio della poesia italiana del secondo Novecento. Suoi testi e articoli sono comparsi su
diverse riviste, testate giornalistiche e blog. Nel 2023 risulta fra i vincitori di Pordenonelegge Esordi
e nel 2024 esce per Arcipelago Itaca il suo libro d’esordio Quando tornerai sulla terra (Premio
Violani Landi 2025). La sua seconda silloge, Appunti per un sacrificio, è inclusa nel XVII Quaderno di
Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2025).

  1. Antonella Anedda, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 2023, p. 87. 
    ↩︎
  2. Louise Glück, Averno, Milano, Il Saggiatore, 2020, p. 19.
    ↩︎
  3. Georg Simmel, Sociologia, Torino, Edizioni di Comunità, 1998, p. 524.
    ↩︎
  4. Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Bari, Dedalo, 2011, p. 6.
    ↩︎
  5. Ibidem.
    ↩︎
  6.  Cfr. Martin Heidegger, Costruire, abitare e pensare in Saggi e discorsi, Milano, Mursia, 1976, pp. 96-108. ↩︎
  7. Tommaso Di Dio, Verso le stelle glaciali, Novara, Interlinea, 2020, p. 18. ↩︎
  8. Ivi, p. 15. ↩︎
  9. Mario Benedetti, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 2017, p. 54. ↩︎
  10. Cfr Riccardo Socci, Modi di deindividuazione, Milano, Mimesis, 2022. ↩︎
  11. Cfr Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano,2014, p. 45. ↩︎
  12. Giuseppe Nibali, Scurau, Osimo, Arcipelago itaca, 2021, p. 37. ↩︎
  13. Ibidem. ↩︎
  14. Alessandro Ceni, I bracciali dello scudo, Noventa Padovana, Crocetti, 2025, p.211.
    ↩︎
  15. Giorgio Agamben, Quando la casa brucia, Macerata, Giacometti&Antonello, 2020, p.18. ↩︎
  16. Giuseppe Nibali, Scurau, p. 37. ↩︎
  17. Ibidem. ↩︎
  18. Carmen Gallo, Tecniche di nascondimento per adulti, Roma, Italo Svevo, 2024, p. 9.
    ↩︎
  19. Rebecca Garbin, Male minore, Firenze, Vallecchi, 2024, p. 18.
    ↩︎
  20. Alessandro Mantovani, Geografia sommersa, Portici, Mar dei Sargassi, 2025, p. 88.
    ↩︎
  21. Maddalena Lotter, Non è la fine del mondo, Portici, Mar dei Sargassi, 2025, p. 26. ↩︎
  22. Ivi, p. 36. ↩︎
  23. Ivi, p. 45. ↩︎
  24. Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo, Milano, Nottetempo, 2008, p. 15.
    ↩︎

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