Altri Animali

Nominare e contare sono gesti che si imparano da piccoli. Segnano l’ingresso — e il suo tributo — in un mondo già disposto, nel quale ciascuno esercita, al tempo stesso, una quota di potenza e di sottomissione a ciò che lo precede. Ne I giorni per nome, esordio letterario di Emanuele Mapelli, si entra in dialogo con questi atti primari. Si tenta di costruire per sé una scansione — cronologica e nominativa — a partire da ciò che è stato dato. Come scrive Giuseppe Nibali nella prefazione alla raccolta, è costante «il bisogno, per l’autore, di stabilire un qui e ora, ma anche un prima e un poi, da contrapporre al sempre che non è dato. Per questo: le date, gli umani, i giorni, appunto, chiamati per nome, per meglio ricordarli, insieme alle facce e alle ossa che da lì sono passate». Nel loro passaggio si imprime anche la loro perdita. Resta un tremore.

Ognissanti

1 novembre
Misurato in numeri romani, sfigurato in pagine
di colpo ci parve una lista
di quel che mancava nei bottoni
negli occhi, alle mani
e allora abbiamo preso, il tempo,
a contarlo in nomi, che il loro cadere
facesse più rumore.
I mesi imbottiti di chiodi
feste appese, vizi e penitenze,
ogni santo un colore alla paura,
litanie stese a diluirci gli anni in noia.
Ogni processione un demone nascosto
tra le ore asciugate sul selciato
maturo tra i canti da vendemmia,
o dietro la Pasqua spaventata di rugiada.
E in un corteo un processo alla stagione,
l’estate barbuta ubriaca di mais
o le scarpe da cui sbattere via il freddo.
Qualche preghiera per dare una trama alla colpa
e un calendario nuovo.

Sant’Antonio abate

17 gennaio

Le vene dell’inverno aperte in faccia
alla lana, alla legna, nelle orecchie
pungono di un suono verticale
stridulo fino ai bordi della pelle.
I miei occhi di bambino hanno redento
la mattanza e le facce rosse, gonfie
di sangue speziato, si muovono
nella cantina, maschere tra ombre
ammuffite nel festino di pepe
umori e anni portati in spalla.
Di quell’uomo che lacrima sale secco
il più unto o solo il meno familiare
ferisce il mio orecchio
il nome ufficiale del carnefice.

Stanze bianche come prima di noi.
Meglio, mi hanno insegnato,
lasciare che si essicchi l’ulcera
che arrivi a spaccarsi quando è tempo.
Che non si apra lo spasimo.
L’alfiere sul nero
alleggerisce il tremore e non muove mai dritto.

Fermo nella corrente senza pestare pedali
dai del tu, impari il ferroso del sangue
e che forse sarebbe bastato
un giorno ad asciugarsi e ascoltare
fare musica con un barattolo.

Una scarpa
che cade, un’anta. Masticare.
Forse in ascolto
pupille terse, perdute
negli spazi del suono.
Col lavoro speso nelle palpebre
stanno soli tra le tempie, gli umani
cercano mendicanti e barattoli.
Neanche un battere di anime.
Un po’ di freddo dietro i vetri.

Emanuele Mapelli è nato a Bergamo nel 1977. Ha studiato presso l’Università di Bergamo dove si è laureato in lingue e letterature straniere. È docente di lingua e cultura spagnola al liceo. Ha frequentato laboratori di scrittura con Bottega di narrazione e Itaca colonia creativa.

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